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Crisi politica e istituzionale del dopoguerra

Il declino del ceto politico liberale risaliva a prima della guerra. Anche se il patto Gentiloni e il sostegno del voto cattolico avevano garantito la sopravvivenza della maggioranza giolittiana al suffragio quasi universale del 1913, vi era una pressione divenuta irresistibile del movimento cattolico per promuovere la nascita di una formazione politica autonoma ed avere una propria rappresentanza parlamentare.

Don Luigi Sturzo lo fondò a Roma nel gennaio del 1919 con la denominazione di Partito Popolare Italiano. Venne abolita ufficialmente la Non expedit per le elezioni del 1919. Era un partito di ispirazione cattolica, interclassista capace di raccogliere i consensi del ceto medio e dei lavoratori manuali del mondo rurale, con tesserati e con una segreteria politica che fino al 1923 fu saldamente nelle mani del fondatore.

La configurazione del partito di massa non aveva valore solo tramite la struttura gerarchica ma anche dai collegamenti culturali e personali che il partito aveva con un’altra organizzazione di massa, la Confederazione Italiana dei Lavoratori (CIL), fondata da Achille Grandi alla fine della guerra che raggruppava leghe, società operaie, federazioni regionali e nazionali.

Riforma elettorale

Ci fu una grande novità grazie alla riforma del codice civile, del sistema proporzionale a scrutinio di lista che contribuì a dare forza alla politica italiana e al nuovo partito di massa che si stava formando. Questa legge favorì i socialisti. Per tutto il biennio rosso il partito socialista alimentò la propaganda rivoluzionaria che era percepita come una minaccia da parte della borghesia e del ceto medio e come tradimento da parte di tutta l’opinione pubblica italiana, pronta a coltivare il mito della vittoria “mutilata”, negata dagli alleati alla conferenza di Versailles.

Le occupazioni delle terre e delle industrie avevano spinto il padronato italiano a chiedere al governo di intervenire per contenere l’azione delle leghe rosse (di matrice comunista) ma anche di quelle bianche (matrice cattolica). Tuttavia, l’autorità dello stato e la forza pubblica non reagirono; queste richieste non potevano essere soddisfatte con l’inflazione in aumento, e il ceto medio impiegatizio fu colpito da una grande ascesa economica.

Legislatura 1919-1921

Alle elezioni politiche del 1919, il ceto politico liberale prese la maggioranza con 100 seggi dei popolari e 156 dai socialisti, il che poneva qualsiasi governo a dover collaborare con il gruppo popolare (cattolici) per avere la maggioranza parlamentare. Tuttavia, questa era una collaborazione difficile perché i liberali avevano ridotto i consensi liberali.

Il governo Nitti fu costretto ad attivare la collaborazione con i popolari, ma fu un’alleanza precaria e difficile che non riuscì ad affrontare e risolvere la questione di Fiume e non fu in grado di contenere la conflittualità sociale, restituendo autorità alle istituzioni centrali periferiche dello stato. Il ritorno di Giolitti al potere nel 1920 portò a chiudere la questi

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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