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Le origini del culto dei santi

Il culto dei santi, nato come estensione di quello dei martiri, si afferma tra IV e VI sec. Da un punto di vista teologico, la santità è una condizione che riguarda tutti i credenti e che non dovrebbe prevedere forme di culto, ma già agli inizi del II secolo (persecuzioni), Ignazio, vescovo di Antiochia, martire a Roma, individua nel sacrificio della propria vita per testimoniare la fede la piena realizzazione dell’imitatio Christi: primi martiri: Policarpo a Smirne (155-177), filosofo Giustino a Roma.

Nel III secolo si diffonde una letteratura sui martiri in greco e latino e ora cominciano ad essere considerati intercessori presso Dio. La vera centralità del culto dei martiri-santi lo avrà proprio con la fine delle persecuzioni di Diocleziano e dopo la pace religiosa di Costantino. Sorgono le prime basiliche martiri ali e le loro ricorrenze sono elencate nella Depositio Martyrum (opera di Papa Damaso, propaganda di reliquie) prime inventiones, ritrovamenti, di corpi di martiri.

Nel IV secolo si assiste anche alla diffusione delle prime biografie di monaci e vescovi anche se non hanno subito il martirio sono modelli di vita esemplari per cui il miracolo comincia a diventare la “prova di santità”. Tra IV e VI secolo, prima i martiri e poi i vescovi, assumeranno la qualifica di patroni per le città che ne conservano il corpo. Nel 431, il Concilio di Efeso proclamando “Maria madre di Dio” dà il via al culto mariano.

La diffusione del culto dei santi

Entro la metà del V secolo, con il Martirologio Geronimiano, si ha un’opera comprensiva del culto dei santi nella chiesa universale. Il problema del culto dei santi trae origine nel problema della ricaduta del cristianesimo da religione monoteista a politeista. A tal proposito, il Delehaye rivendicò la derivazione del culto dei santi da quello dei martiri (del resto anche nel giudaismo esisteva il culto dei patriarchi, profeti e dei giusti morti per la loro fedeltà alla legge).

Peter Brown rivide recentemente la diffusione del culto dei santi tra III e IV d.C. non come una degenerazione in forme politeiste, ma il segno di mutate forme di pietà in parallelo con i cambiamenti culturali. Un esempio è il caso di Paolino di Nola, vescovo, e S. Felice.

Significato di sacro e santo

Sacro è ciò che è dotato di caratteri propri che lo rendono diverso da quanto tale non è, ma profano. Santo è accentuato il carattere di venerazione che suscita chi o che cosa è ritenuto tale. Entrambi i termini derivano dalla stessa radice indoeuropea *sac-; sacer è ciò che è proprio degli dei ma anche che è maledetto; sanctus è il risultato di un’operazione, per cui è il sacro esplicito: es. è santo il muro che circoscrive un terreno sacro. Progressivamente diventa santo tutto ciò che è in contatto con il mondo del divino, gli dei, gli eroi, e sanctus indica una virtù sovraumana.

In latino classico, sanctus è un appellativo proprio delle persone che hanno il privilegio dell’inviolabilità, come gli imperatori, ma si estende anche alla sfera religiosa come Sibilla e Mani, distinti per la pietas. Questa accezione useranno i cristiani latini per indicare la sacralità = sanctus. Anche in greco esiste il binomio hieròs e hagios (sacer-sanctus) e in ebraico sacralità e santità sono accomunate da un’unica radice: qds con un orientamento di santità verso tutto ciò che è legato a Dio, come la terra in cui si manifesta Dio a Mosè. L’idea della santità in ambito cultuale ha un carattere impersonale e naturalistico; la santità era concepita come una carica di potenza inerente a Dio, non una condizione di tipo morale. Santo è in primis un attributo costante di Dio, poi anche del sabato, ecc. In più, con l’alleanza del Sinai, anche il nuovo popolo di Dio deve essere santo “siate santi perché io sono santo” cfr. Levitico.

Il martirio e la sua spiritualità

Nel Nuovo Testamento abbiamo il Padre Santo, il figlio (perché portatore dello spirito santo), Santo di Dio e lo Spirito Santo. I cristiani infatti ricevono lo spirito santo con il battesimo; la comunità dei fedeli è perciò una comunità di santi grazie all’azione di Gesù. Si delinea dunque una duplicità del concetto di santità, una etica e una taumaturgica per assimilazione a Dio e distacco dal mondo per cui il santo ha poteri straordinari.

Per quanto riguarda i martiri, le persecuzioni, anziché essere considerate una sconfitta, sono state considerate una partecipazione alla morte di Gesù. Stefano è il protomartire e celebrato come figura Christi. Si comincia a delineare una spiritualità del martirio: es. con Ignazio Vescovo di Antiochia, condannato ad essere divorato dalle belve al Colosseo (110-118 d.C.), che in una Lettera ai Romani prega di non impedirgli di imitare la passione di Cristo facendosi divorare dalle fiere per trasformarsi in puro pane per Cristo.

Dalla seconda metà del II d.C., il sacrificio della vita per testimoniare la fede è detto martirio: dal greco martyrion, testimonianza originariamente relativa all’attività missionaria di Gesù. Poi avvenne il passaggio semantico a “testimone fedele e veritiero” (Apocalisse). Infatti, i martiri di Lione (177 d.C.), sottoposti a torture, si rifiutavano di essere chiamati tali perché il martire per eccellenza era Gesù, preferendo la denominazione di “confessori”, persone che avevano testimoniato e confessato la fede senza giungere alla morte. La distinzione tra martire e confessore, con discriminante la morte, si imporrà dal III secolo.

Con le Passioni di Policarpo di Smirne, vescovo condannato al rogo tra 155 e 177, e il martirio di Stefano negli Atti degli Apostoli, si legge come i Martiri, discepoli e imitatori di Cristo, si pongano come modello per chi voglia imitarli, svolgendo la funzione di mediare il Modello per eccellenza.

Persecuzioni e martirio

Benchè fin dall’inizio si pose la questione dei cristiani, ad esempio con Nerone nella metà del I d.C., la grande persecuzione fu quella promulgata da Diocleziano e Massimiano tra 303-304: distruzione di chiese, perdita dei diritti civili dei Cristiani, arresto del clero. Persecuzione che da Nicomedia, la capitale imperiale, si estese in tutta l’Asia minore (Agnese, Marcellino, Pietro, Felice e Adautto, Sebastiano). Con Costantino ci fu la pace religiosa ma in Africa le persecuzioni ripresero con i Vandali nel V d.C.

Il martirio fu considerato quasi come un secondo Battesimo, capace di annullare i peccati, ecco perché spesso nei documenti troviamo che i condannati rispondevano alla condanna con Deo gratias. Anticamente si credeva anche che loro non dovessero neanche attendere la resurrezione finale, giungendo direttamente presso Dio. Iconograficamente si diffonde l’immagine del martire trionfatore con corona e palma. In tal senso, il martire si afferma come eroe della Chiesa, degno di essere ricordato e che sia presentato come modello (questi infatti sono gli obiettivi delle prime letterature martiriali).

Il legame con il sangue dei martiri svilupperà quello che poi sarà il culto delle reliquie, e di pari passo i più cominceranno a voler essere sepolti ad sanctos, per beneficiare delle preghiere rivolte a loro.

Confessori e martiri

Anche i confessori rientravano in una categoria privilegiata di fedeli, ai quali soprattutto si rivolgevano i lapsi, gli apostati della fede che durante le persecuzioni cedettero, per essere riconciliati con la Chiesa, anche se doveva spettare al Vescovo occuparsene (Cipriano li rassicurò dicendo che il martirio non dipende dalla volontà dell’uomo ma dalla grazia di Dio; per cui anche le opere di giustizia e carità portano alla remissione dei peccati!). Si diffonde l’idea di un martirio spirituale che consiste in una vita pura dedita a Dio e all’osservanza della sua parola. Infatti, durante le predicazioni sui martiri in occasione dei loro anniversari (dal IV in poi), si fa soprattutto riferimento alle loro virtù in vita.

Il culto per asceti, monaci e vescovi

In un’ottica di santificazione personale dal IV d.C. si sviluppa il culto anche per asceti, monaci e vescovi:

  • Asceti, noti già dal II secolo (askesis, esercizio), sono persone dedite all’attività di preghiera, astinenza sessuale, restrizioni alimentari.
  • Monaci vivono in comunità.
  • Eremita (eremos, deserto), sceglie una vita solitaria.

Tutti e tre scelgono di isolarsi dalla mondanità per dedicarsi a Dio, alla ricerca della perfezione spirituale che talvolta può anche prevedere la mortificazione del corpo = martirio senza sangue.

Il monachesimo nasce in Egitto ad opera di Antonio l’abate (251-356) per diffondersi dalla metà del III, secondo la vita scritta da Atanasio vescovo di Alessandria, si dice che abbandonò tutto per unirsi ad un anziano asceta. Tale vescovo farà conoscere il monachesimo in Occidente. Marcellina, sorella di Ambrogio, si consacrerà al Signore, assieme ad altre consorelle, nel 353.

Il desiderio del martirio tra i fedeli

Si diffonde il desiderio del martirio tra i fedeli:

  • Nella piccola Passione del protomartire negli Atti degli Apostoli “Signore Gesù accogli il mio Spirito”.
  • Lettera ai Romani di Ignazio di Antiochia “lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali potrò raggiungere Dio”.
  • Nel Martirio di Policarpo (a rogo nel 167), riscontriamo l’elemento prodigioso del fiotto di sangue che spegne il fuoco, l’impedimento di raccoglierne le spoglie per evitare che diventasse oggetto di culto, su suggerimento dei giudei. Il culto dei Santi è quasi una religione del corpo.
  • I martiri di Lione non vogliono essere chiamati tali, perché spetta a Cristo, ma Confessori.
  • Atti Martiri di Scili 180 d.C (Commodo) quasi verbalizzazione del processo: in cui fieri affermano di essere cristiani e ringraziano chi li maltrattava.

Cipriano è il primo che afferma che attraverso le opere di giustizia si può seguire la strada della purificazione, prescindendo dal martirio (problema Lapsi e libellatici). Circa 50 anni prima, Clemente Alessandrino parlava di “martiri spirituali”.

Esperienze ascetiche e monastiche

In Siria si manifesta agli inizi del V secolo lo stilismo da Simeone il Vecchio. Eusebio, vescovo di Vercelli dopo poco la metà del IV, raccoglie nella sua città il primo monastero episcopale di Occidente; altri furono ad esempio a Cimitile presso Nola e poi nel V a Cassino da Benedetto da Norcia.

L’esperienza ascetica monastica ha dato spazio anche alle donne costituendo per loro una via alla santità: es. Maria, sorella di Pacomio, sarà a capo di un monastero femminile. L’asceta e il monaco, dal martire, rappresentano un tipo di santità vivente.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/06 Letteratura cristiana antica

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