Letteratura italiana 2 (ordine – anno 2017/2018)
Il Cortegiano
Divisione libri
I libro: il protagonista è Ferdinando di Canossa, che dice quali sono le doti che il cortegiano deve avere.
II libro: i protagonisti sono Federico Fregoso, che dice i modi e i tempi in cui si devono manifestare le doti, mentre il Bibbiena parla dell’uso della facezia e come il cortegiano deve conversare.
III libro: Giuliano de Medici forma la donna di palazzo con tutte le sue perfezioni.
IV libro: Ottaviano Fregoso parla dei rapporti tra principe e cortigiano. L’ultimo dialogo è di Bembo che parla dell’amore (lo stesso Bembo ne ha già parlato negli Asolani, libro specchio del Cortegiano).
Rapporto tra il Cortegiano e gli Asolani
In entrambi i testi, i personaggi sono tutti gentiluomini. Vi è la figura del cerchio, che ha il suo modello nel Decameron, dove nell’introduzione alla prima giornata sono presenti gli elementi del locus amoenus e i ragazzi si dispongono a cerchio, significando che fanno parte della stessa classe sociale. Negli Asolani è presente l’elemento del cerchio (oltre al locus amoenus). Anche l’ombra è fondamentale per il discorso.
Il Cortegiano è formato da 4 libri mentre gli Asolani da 3 libri. La lunghezza del dialogo deve essere sempre uguale; se cambia vi deve essere una giustificazione (ad esempio negli Asolani il dialogo è più lungo perché c’è più tempo per parlare). In entrambi vi è la cornice che serve per capire i dialoghi di Bembo e di Castiglione. Il Cortegiano spiega come si deve conversare attraverso i personaggi che conversano. È quindi un meta-dialogo. I personaggi dialogano su come dialogare a corte, diventano modello ideale del dialogare a corte. Costruiscono un gioco, cioè formare con le parole il perfetto cortegiano.
Dopo la partenza del Papa, i personaggi decidono di fare un gioco e vengono fatte varie proposte (che ci fanno capire cosa circolava a quel tempo e come partecipano le donne, che alla fine vengono escluse). Qui vi sono due donne, la Duchessa ed Emilia. Emilia propone che ognuno proponga un gioco, quindi rinuncia a proporre un gioco. La Duchessa trasferisce a Emilia Pio il decidere un gioco, ed Emilia lo trasferisce agli altri (spesso non volersi esprimere non significa non prendere una decisione, ma il contrario). Gaspar quindi accusa le donne di essere scansafatiche. Gli uomini hanno giudizi discordanti, cioè hanno idee diverse, anche sul tema dell’amore e come amare. Però le divergenze di giudizio si riducono a una costante, cioè giudicano sempre bene la persona amata, ma dato che non siamo perfetti dobbiamo capire i difetti. Quindi Gaspar propone come gioco che ognuno dica i vizi e virtù che la persona amata debba avere, per far capire quali sono i vizi che bisogna allontanare.
Dopo Gaspar, vi è Costanza Fregosa ma la Duchessa dice che le donne devono usufruire dell’idea di Emilia di non affaticarsi per trovare il gioco. Quindi sembra tutto in mano alle donne ma poi, effettivamente, vengono escluse, anche se apparentemente hanno un ruolo determinante.
Tema apparenza-controsostanza delle cose
Poi è il turno di Cesare Gonzaga che dice che guardando gli altri noi li giudichiamo con i nostri parametri (quindi li giudichiamo negativamente se a noi certe cose non piacciono). Riprende il tema della follia di Erasmo (saggio in cui la follia parla e la follia dell’Orlando Furioso, dove diventa folle il paladino ritenuto più saggio). Quindi follia e saggezza sono relative.
Dice poi che in Puglia vi è la tradizione dei tarantolati, cioè persone malate che pensando di essere stati punti dalle tarantole (che provocavano l’equilibrio degli umori) ballavano per far uscire gli umori negativi e guarivano. Questo veleno della tarantola è considerato follia. Cesare propone come gioco quale tipo di pazzia ognuno sceglierebbe, dato che in ognuno di noi c’è un seme di follia.
Sprezzatura e affettazione
Sono le parole chiave del Cortegiano. Bisogna seguire sempre la sprezzatura (cioè non dire di essersi preparati nel fare qualcosa in modo da fare bella figura) e fuggire l’affettazione (cioè mostrare ciò che sappiamo fare). Castiglione riprende questo concetto dalla retorica, ovvero “ars est celare artem”. E Cicerone dice che come trucco ci si deve truccare senza far capire di essere truccata, così l’oratore quando pronuncia un’orazione non deve far capire di essersi preparato.
A pag. 86-88 Castiglione dice che tutte le donne ci tengono ad essere belle e quando la natura non le ha rese belle, esse suppliscono con un artificio. Il Conte dice che è meglio una donna che si trucca in modo tale da non lasciar capire se sia truccata oppure no, rispetto a chi si trucca così tanto da sembrare una maschera (e non può nemmeno sorridere sennò crolla tutto il trucco) e si fanno vedere solo con poca luce.
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