Cancro al colon-retto
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Cancro al colon
Epidemiologia
Il cancro al colon-retto è:
- Il secondo cancro più comune nelle donne dopo il cancro alla mammella (il 9,2% delle donne con il cancro ha il cancro al colon-retto).
- Il terzo cancro più comune negli uomini dopo quello al polmone e quello allo stomaco (ce l’ha il 10% degli uomini a cui viene diagnosticato il cancro!).
In totale, ogni anno nel mondo si ammalano più di un milione di persone!
Ma quanti muoiono?
Nel 2010 ci sono stati ben 715 mila decessi imputabili al cancro al colon-retto; nel 1990 erano “appena” 490 mila. Per tasso di mortalità si piazza al quarto posto, dopo cancro al polmone, allo stomaco e al fegato.
L’incidenza varia notevolmente in base al Paese. I tassi maggiori si registrano in Europa, Stati Uniti, Nuova Zelanda ed Australia; i minori in Africa e Asia Centro-Meridionale. La mortalità segue un po’ lo stesso andamento.
Com’è la situazione in Italia?
Tra gli uomini il cancro al colon-retto è il secondo sia per incidenza che per mortalità dopo quello al polmone (non il terzo!), tra le donne è il secondo dopo quello alla mammella.
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Tra gli under 50 si ammalano 4 persone su 100 mila, tra i 50 e i 69 cento su 100 mila e fra gli over 70 trecento su 100 mila.
Nel 1990 si stimava che, entro i 75 anni, il 4% degli uomini italiani e il 5% delle donne avrebbe sviluppato il cancro al colon-retto; oggi, dato l’allungamento della durata della vita, si pensa che sarà ben il 7% della popolazione ad ammalarsi…
Se consideriamo il colon come sede del cancro uomini e donne hanno la stessa probabilità di ammalarsi; se consideriamo il retto i maschi hanno un rischio doppio!
N.B. Il cancro al colon-retto non è una novità dei giorni nostri! Era conosciuto già nella Cina di 6 mila anni fa (diverse erbe erano proposte per il trattamento..) e mieteva vittime anche tra mummie egizie e re biblici. Joram d’Israele, per citare un esempio, era stato maledetto per le sue azioni maligne e aveva sviluppato una malattia incurabile dell’intestino; oggi gli studiosi sono convinti che quella malattia fosse proprio il cancro al colon…
I Greci proteggevano il colon bevendo olio d’oliva, gli Indiani curavano i sintomi del cancro con la senape…
Fattori di rischio
Lo stile di vita
In Giappone l’incidenza di cancro al colon è più bassa che negli Stati Uniti; quando però i Giapponesi emigrano negli USA, i loro figli hanno un’incidenza aumentata e i loro nipoti si ammalano tanto quanto gli Americani… Lo stile di vita non è certo ininfluente…
Negli anni Settanta il chirurgo irlandese Denis Burkitt suggerisce che a favorire lo sviluppo del cancro al colon-retto sia una dieta povera di fibre.
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Chi mangia poche fibre ha un volume fecale ridotto e quindi un tempo di transito aumentato; ciò significa che le feci stanno più a lungo a contatto con le pareti intestinali e hanno più tempo per “contaminarle”.
Il fatto che il volume delle feci sia ridotto, inoltre, comporta che gli agenti tossici e cancerogeni in esse inevitabilmente presenti siano più concentrati. Ciò significa che queste feci sono più pericolose!!!
L’ipotesi di Burkitt è senz’altro valida, ma si è visto che le fibre non sono l’unico componente alimentare che conta… Un fattore ancora più importante è il consumo di grassi animali, misurabile in mg di colesterolo al giorno!
Numero di morti per cancro al colon-retto ogni 100 mila abitanti.
Come si evince dalla tabella qui a fianco, il colesterolo e i suoi derivati sono molto più concentrati nelle feci dei pazienti con carcinoma al colon-retto piuttosto che nei controlli. P.S. I tassi sono più alti anche in caso di adenomi (cioè polipi) e colite ulcerosa.
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Ma qual è il nesso tanti grassi/colesterolo-cancro al colon?
Il colesterolo è presente in grandi quantità nei cibi grassi di origine animale e in quantità assolutamente trascurabili nei vegetali. Il colesterolo in eccesso è un fattore di rischio molto importante per le malattie cardiovascolari; l’unico modo che ha il corpo per eliminarlo è quello di trasformarlo in acidi biliari.
Gli acidi biliari, principalmente l’acido colico e l’acido chenico, sono prodotti nel fegato ed immagazzinati nella cistifellea fino a quando un pasto ricco di grassi ne stimola il rilascio; una volta giunti nell’intestino tenue sono fondamentali per la digestione e l’assorbimento dei grassi.
Quando i lipidi arrivano nell’intestino le cellule enteroendocrine producono la colecistochinina, un ormone che promuove la contrazione della cistifellea e il rilascio dello sfintere di Oddi. La bile e gli acidi biliari hanno dunque via libera!
Una volta portato a termine il loro compito, gli acidi colico e chenico vengono riassorbiti e ritornano al fegato (ricircolo entero-epatico). P.S. Il riassorbimento avviene in maggior misura a livello dell’ileo terminale!
Una piccola percentuale di acidi (circa il 5%) non viene riassorbita e finisce nel colon; qui i batteri anaerobi convertono gli acidi biliari primari in acidi biliari secondari: l’acido colico diventa acido desossicolico e l’acido chenico diventa acido litocolico.
Si è notato che la concentrazione di acido desossicolico nelle feci degli Afro-americani (che hanno una dieta high-fat) è 5 volte maggiore rispetto a quella rilevata nelle feci degli Africani del Sud-Africa (che mangiano rel
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