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Geografia storica

Appunti

Prof. Luisa Spagnoli
17 Febbraio

Introduzione

La prima parte andrà a sondare il significato implicito di questa disciplina. Ciò significa andare soprattutto a cercare di comprendere quale sia l’apparato teorico (tutto quello che c’è dietro e che consente a una disciplina di procedere e di essere operativa) e metodologico (la metodologia di indagine che si allaccia al paradigma teorico). Dunque la prima parte ci fa capire le origini e le basi della geografia storica ma per forza di cose della geografia urbana.

Prima parte: impostazione teorica

Si andrà a cercare nella geografia umana francese che è la geografia storica. Si cercherà di fornire un quadro di quello che è stato il percorso della cosiddetta degli annal francesi. Les Annal sono una rivista, nascono come rivista in Francia e gettano le basi per quella che è definita una vera e propria rivoluzione storiografica e questi capiscuola sono fondamentali per capire il percorso che farà poi la geografia storica.

Tratteremo la geografia storica in Francia per capire quali sono gli elementi fondamentali di questa geografia che troveremo nell’ambito di una geografia urbana italiana che stenterà a decollare e si trasformerà in geografia storica. Troveremo due personalità: Lucio Gambi e Massimo Quarini. Essi hanno ben presente la geografia umana francese, ed è proprio a partire dalle sue linee essenziali che riusciranno a far fare un salto di qualità alla geografia umana storica e far affermare il paradigma scientifico della geografia storica.

Questa parte si concluderà andando ad analizzare quelle che sono le fonti che usa il geografo storico. Una volta definite teoria, metodologia e strumenti di azione siamo pronti per approfondire una tematica. Quest’anno approfondiremo la cartografia storica.

Cartografia storica

Verrà disegnata in base al metodo di Brotton che invece di periodizzare la storia e cercare di leggere quale è stato lo spessore cartografico, partiremo da alcune mappe, map, (gli inglesi per carta usano map, noi usiamo carta dal latino) dando alla mappa un certo valore. La carta è stata creata in primis per orientarsi sul territorio. Noi in realtà diamo il senso di mappa ad una particolare carta, in Italia mappa vorrebbe in realtà indicare quelle carte a grande o grandissima scala, ad esempio le mappe catastali. Come sono fatte? Il procedimento è lo stesso, la differenza sta nella scala.

Per mappa normalmente definiamo quella carta che ha una scala il cui comune denominatore è più piccolo, ma si dice che è una carta a grande scala 1:1000. Nelle carte, in calce (sotto) è riportata la scala della mappa espressa in numeri 1:100.. oppure 1/100. Significa che quell’unità di misura è stata divisa cento, mille, un milione di volte. Più il denominatore è grande, se ho 1:1000000 significa che quel territorio io l’ho diviso un milione di volte per rappresentarlo su questa superficie piana.

Contraddizione perché noi guarderemo alle carte del mondo, i planisferi, definite a piccola/piccolissima scala. Da un milione in su, perché devo rappresentare tutta la superficie terrestre. Per rappresentare tutte le terre emerse e gli oceani divido più volte per farla entrare tutta in una carta. Se devo invece guardare la proprietà immobiliare, userò una scala più piccola che da una rappresentazione in dettaglio, una carta 1:1000. Una porzione di quartiere ad esempio rientra in una tavola 1:1000.

Lezione

Innanzitutto per parlare di geografia storica, cominciamo dal passato più recente fino ad andare indietro. Per parlare di geografia storica dobbiamo cominciare un ragionamento che fa emergere uno degli elementi geografici più importanti: il territorio. Come di recente Leonardo Ronvai ha osservato è divenuto una potenza estraniante, un qualcosa di sempre più incontrollabile, sempre più ingovernabile da parte delle società umane. Dice questo perché è effettivamente sotto gli occhi di tutti. Le città sono ingovernabili, crescono a dismisura, e lo fanno diffondendosi a macchia d’olio sul territorio; prive per lo più di una pianificazione territoriale a monte.

Incontrollabili sono anche i processi naturali e ingovernabili finiscono per diventare anche gli squilibri territoriali che generano un’erosione delle risorse naturali e contemporaneamente delle risorse culturali. Quindi il territorio mostra delle deficienze, delle mancanze. E questo ci fa capire che in realtà questo problema di degrado territoriale che si è innescato in tutta Europa, e in Italia soprattutto dal secondo dopoguerra, ha fatto capire che effettivamente non bisogna contemplare solo i fatti funzionali ma bisogna cominciare a riflettere su quelli che sono i valori del territorio.

Il territorio mostra delle problematiche, siamo consapevoli a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, che il territorio (territorio e paesaggio sono elementi fondamentali) è la risultante dei processi organizzativi messi in atto dall’uomo sull’ambiente. L’ambiente, semmai è naturale, ed è l’ambiente ad essere plasmato dall’uomo e a generare il territorio. Le sembianze di quel territorio è il paesaggio – chiave di lettura del geografo storico.

Il territorio, che è stato mal gestito e governato e ha fatto vedere questi squilibri che si sono generati dal suo interno e hanno portato ai risultati che noi abbiamo sotto gli occhi. Roma è stata pianificata dai Piemontesi; il primo piano regolatore è piemontese, doveva uscire quello del 1863, poi andò a convergere nel piano del 1883; le prime aree pianificate.

Il problema è stato cercare di capire come è stato organizzato il territorio e quali sono stati gli squilibri innescatisi (per opera dell’uomo). Ci si è cominciati ad accorgere che erano stati erroneamente valorizzati gli aspetti funzionali che l’uomo mette in atto per governare: amministrative, economiche, ecc.; si è capito che bisogna ragionare sui valori che prospettano il territorio, valori materiali e immateriali.

Non significa che bisogna tutelare e conservare passivamente tutto il paesaggio, o alcune delle sue componenti. Questo è stato un errore di una politica estremamente vincolista, che ha finito per imbrigliare il territorio, delimitarlo e circoscriverlo, ma non ha pensato che così non potesse vivere.

A monte di questo ragionamento è stata la geografia storica a comprendere che conservazione e sviluppo non andavano intesi come termini in antitesi. Conservare e sviluppare sono due termini che rimandano a due concetti chiave, e fino a quel momento, a ridosso degli anni ’80, si è pensato che la conservazione fosse in antitesi con lo sviluppo. La geografia storica effettivamente ha cominciato a cercare di ragionare su una messa in comunicazione di queste due parole chiave.

E quindi ha compreso che il paesaggio, l’altra categoria concettuale fondamentale che è l’espressione del territorio, o alcuni dei suoi elementi, dovessero avere per non essere soggetti a degrado, una rifunzionalizzazione. Quindi la geografia storica ha cominciato a ragionare sulla sinergia tra queste due categorie concettuali: conservazione e sviluppo (=tradizione e innovazione) ha portato a comprendere che il paesaggio con le sue componenti dovesse avere un nuovo uso, in maniera più innovativa, perché solo così sarebbe stato possibile ripristinare quel tradizionale rapporto coevolutivo uomo – ambiente.

Questo rapporto si spezza nel momento in cui l’uomo pensa solo a mettere in atto le sue funzioni sul territorio. È come se dimenticasse l’ambiente. Si ricomincia a parlare e ragionare in termini di sinergia. Perché la geografia storica? Questa tematica comincia ad affacciarsi nella geografia storica solo a partire da quella nuova chiave di lettura che si insinua negli anni ’70 del Novecento).

Succede che la geografia storica in virtù del suo armamentario strumentale e metodologico cui abbiamo fatto cenno, comincia a ragionare in termini di risoluzione e cercare di risolvere le esigenze complesse in tema di strutture spaziali. E la geografia storica studia le strutture spaziali e la loro evoluzione nel tempo, dunque per il suo background, i suoi strumenti e le sue fonti, comincia a mettere in evidenza che ci sono due esigenze cui dar seguito. Esse riguardano conservazione e trasformazione, cercando di proporsi sul piano operativo, soprattutto.

In Italia questo conflitto è stato molto forte e ciò ha intercluso la strada alla geografia storica perché nel nostro paese si è creata una spaccatura tra i cosiddetti cultori della tabula rasa, architetti urbanisti pianificatori, e i cultori dei valori del territorio. Questa lacerazione è stata più presente in Italia che altrove, e chiaramente ciò ha portato soprattutto a privilegiare gli aspetti socio-economici del territorio. E ha determinato una considerazione di paesaggio come spazio: il territorio è diventato uno spazio attrezzato che dovesse necessariamente rispondere a quelle necessità socio – economiche e funzionali.

La geografia storica ha cominciato a diventare effettivamente una scienza prospettica. A fronte di questo quadro che mostra come dal secondo dopoguerra in Italia ed Europa c’è stata una spaccatura tra sviluppo.

La geografia storica ha cominciato a prendere consapevolezza di sé, soprattutto perché ha riconosciuto di possedere un armamentario metodologico che gli potesse offrire la possibilità di proporsi come scienza prospettica, cominciare cioè a ragionare nell’ambito della gestione dei beni culturali nella preparazione dei piani, dell’organizzazione del territorio.

Questo perché la geografia storica riconosce di poter essere in grado di mettere a nudo le contraddizioni territoriali poiché è in grado di leggere le stratigrafie paesaggistiche. La geografia storica è in grado con la sua metodologia (si basa su fonti integrate) è in grado di leggere la stratigrafia del territorio, divenendo capace di mettere a nudo le invarianti e le peculiarità strutturali di quello specifico territorio; dunque comprende i meccanismi di trasformazione.

Tutto questo perché la geografia storica propone la storicizzazione dei fatti geografici. Proporre storicizzazione significa affrontare i fatti nella dimensione storica, cosa che ha consentito alla geografia storica di avere una grande apertura interdisciplinare. Perché la geografia storica ha compreso che processi naturali non vanno letti in maniera determinista.

La geografia storica si propone in termini di apertura di dialogo con le altre discipline, anche quelle che sembrano più distanti. Per diventare scienza prospettica, la geografia storica dovrà muovere dei passi molto complicati e lenti.

Anni ’70: verso una scienza prospettica

La geografia storica per approdare a questo riconoscimento di scienza prospettica dovrà barcamenarsi tra diverse visioni e sguardi interpretativi. Questo avverrà in questo periodo, soprattutto nell’ambito della scuola anglosassone, capeggiata da Alan Becker.

La geografia storica di quegli anni inizia a ragionare sulla base e motivata da questo filone, a cercare di raggiungere questo obiettivo: fondere in un’unica prospettiva la ricerca sul passato e sul presente. Obiettivo principale della geografia storica in questi anni.

Anche la geografia storica anglosassone, prima di arrivare a questa chiave di lettura prospettica, capace di far dialogare la ricerca sul passato e quella sul presente, ci ha messo del tempo. Nel corso del Novecento, la geografia storica anglosassone ancora ragiona sulla necessità di ricostruire sezioni territoriali del passato, past geographies.

Tra gli anni ’50 e ’60 il gruppo di lavoro capeggiato da Darby, si cimenta nella lettura e interpretazione del Doomsday Book, capolavoro fino a quel momento considerato di esclusiva competenza degli storici. Quest’opera è una sorta di catasto, che si giova di due parti. Siamo tra il 1086 e il 1087; si tratta di una descrizione di terre in beneficio e delle prestazioni dovute al sovrano Guglielmo il Conquistatore. Si compone di due parti, Big Doomsday e Little Doomsday. Analizza alcune contee inglesi, sviluppato in un certo numero di fogli in pergamena, che descrivono le terre assegnate su cui i contadini devono fare delle prestazioni. Era una sorta di catasto che registra la situazione di alcune contee inglesi in tre momenti diversi:

  • Momento della redazione
  • Momento precedente alla conquista
  • Momento successivo alla conquista

I geografi storici non si erano mai interessati di questo tipo di fonte, si inizia perché per i geografi storici è un indizio importante di quello che è stato il feudalesimo inglese, necessario per mettere in evidenza alcuni momenti storici – culturali. Sostanzialmente cominciò a determinarsi pian piano un nuovo metodo della geografia storica che potesse ragionare su questa apertura disciplinare e quindi cominciare ad aprirsi all’interpretazione di fonti esclusivamente storiche che fino a quel momento erano state prerogative dei geografi storici.

Questo fa ragionare il geografo storico in maniera più aperta: esso non guarda più solo al terreno. Con Darby si comincia a capire che la fonte storica non è solo negli storici e che se un geografo studia i catasti, gli atti di vendita, non si sente defraudato della sua identità di geografo, perché egli ha come priorità ricostruire le strutture territoriali. Nel fare questo capisce che lo deve fare cercando di avere competenze interdisciplinari. Ed è proprio da questo momento (in Inghilterra) che i geografi storici capiscono di cominciare a relazionarsi con gli storici, le loro fonti, ma anche con gli archeologi, che danno quella fonte materiale che i geografi non possono dare.

Dunque da questo momento la geografia storica anglosassone crea l’anello di congiunzione e comincia a ragionare sulla necessità che non deve necessariamente legarsi alle past geographies, ma cerca di cogliere la verticalità, cioè di cogliere l’evoluzione territoriale nel tempo. Non più ricostruire nella loro staticità sezioni orizzontali del territorio, quanto piuttosto cercare di mettere in evidenza la continua evoluzione territoriale gettando luce sulle sezioni verticali diacroniche. Questa è la geografia storica odierna: non più ricostruzione di sezioni orizzontali statiche e sincroniche del territorio.

20 febbraio

Geografia storica anglosassone

Effettivamente c’è un cambio di rotta a partire da un decennio in particolare. Avevamo evidenziato come in precedenza tra gli anni 50 e 60, proprio la geografia inglese comincia i primi passi verso il suo svecchiamento, iniziando a riflettere sulla necessità di ricostruire, seguire l’evoluzione territoriale, cercando di ricostruire la sezione storica delle strutture spaziali, anziché sezioni sincrone del territorio. Ciò ha portato a un cambiamento di riflessione, tanto che i geografi iniziano a riflettere sulla necessità di cominciare a dare tagli verticali, a fornire un’interpretazione del territorio attraverso il taglio verticale.

Ciò ha comportato un’apertura interdisciplinare verso altre discipline, ma anche la volontà di utilizzare diversi tipi di fonti. Cioè il geografo storico inglese ha cominciato a riflettere sulla necessità di cominciare ad affacciarsi alla ricerca di archivio: una ricerca documentaria che mettesse in evidenza non solo la documentazione scritta presso gli archivi, ma anche la documentazione cartografica. Da questo cambiamento di ottica che li ha portati a cercare di mettere in evidenza la continua evoluzione del territorio, i geo storici hanno cominciato ad avvicinarsi a quel tipo di fonte che fino a quel momento gli era rimasta inaccessibile per motivazioni interne alla disciplina (poiché il geografo storico voleva una sua affermazione all’interno della stessa disciplina, e pensava che frequentando le fonti a cui si avvicinavano gli storici, non avrebbe avuto una dignità professionale).

Dall’altra parte non era comunque semplice avvicinarsi ad un tipo di fonte che fino a quel momento aveva contraddistinto esclusivamente il mestiere di storico. Tutto ciò porta ad una rapidità di cambiamento che troviamo soprattutto agli inizi degli anni Settanta, con Alan Becker in ambito anglosassone. Dobbiamo riconoscere a lui l’aver dato la possibilità alla geografia storica di diventare una scienza prospettica, o meglio di cercare di avvicinarsi ad essere una scienza prospettica ha significato cominciare a riflettere in ambito pianificatorio sul significato della trasformazione e soprattutto a contemplare l’idea che non si venisse a determinare una frazione tra trasformazione e innovazione.

Succede effettivamente che questi nuovi indirizzi di metodo si affacciano nell’ambito anche di alcuni convegni e congressi. Una tra questi è la conferenza per lo studio sul paesaggio rurale che si tiene a Varsavia nel 1975. Prima conferenza sullo studio di paesaggi (geo storici mettono al centro questa categoria). Qui cominciano i primi risultati nel senso che alcune scuole, come l’Accademia Polacca, cominciano a mettere in campo diversi metodi.

Sostiene che la geo storica debba avere un metodo morfo – genetico, dunque debba andare a guardare la forma. Dunque, si creano questi nuovi filoni interpretativi come questa Accademia che punta su modelli di ricerca morfo – genetici, cosa che fa specie nella geografia storica, perché la creazione di un modello non è umanistico, ma riguardava in quel periodo gli obiettivi portati avanti dalla geografia.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Odette22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia storica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Spagnoli Luisa.
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