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Qualunque fenomeno studi, lo mette in relazione ad altri fenomeni coi quali può avere un rapporto

di causa-effetto (Es: principio di causalità: clima influenza vegetazione, insediamenti, e principio di

coordinazione spaziale, con la ricerca di regioni con fenomeni comuni).

Karl Ritter (1779-1859), è un geografo che lavora più alla scrivania che sul terreno, scrivendo

molto di Asia e Africa senza averle mai visitate. Scrive “La geografia in rapporto alla natura ed alla

storia dell’umanità”, “Introduzione alla geografia generale comparata” e la seconda edizione

dell’”Erdkunde”, in 19 volumi ma incompiuto, con Asia e parte dell’Africa.

Ritter trova una analogia fra il mondo della natura e quello della storia, poiché anche nella storia

tutto adempie ad un fine generale.

In “Sull’elemento storico nella scienza geografica”, si vede il principio teleologico con risvolti

deterministici: afferma che bisogna dedicarsi alle influenze dell’ambiente fisico sul mondo

inorganico e vivente.

Secondo Ratzel, Rittel ha il merito di aver rinsaldato il legame che unisce la geografia e la storia.

Ritter conferma: “La scienza geografica non può fare a meno dell’elemento storico se non vuole

essere opera astratta”. I meriti di Ritter sono quelli di aver dato per la prima volta ampio spazio alla

geografia umana ed aver formulato i principi di Humboldt, anche se ritiene che la natura influenzi

solo le società primitive. 4. La geografia nell’era dell’evoluzionismo

In origine, tutte le scienze naturali erano descrittive, ma dal XIX secolo si applica ad esse il metodo

sperimentale. Le teorie evoluzionistiche di Darwin e Lamarck ebbero successo perché

prescindevano da ogni principio sovrannaturale e l’uomo non era più al centro della creazione,

inoltre l’ambiente diventa il fattore determinante per l’evoluzione, nel quale sopravvivono solo i

più adatti.

Il biologo E.H. Haeckel fece dell’ambiente il motore dell’evoluzione fondando l’ecologia. La

concezione delle scienze dominante poteva presentare qualche rischio per l’individualità e l’unità

della geografia, poiché allora i geomorfologi si troverebbero alla facoltà di Scienze naturali e i

geografi umani in quella umanistica.

A Kant e Busching si ispira George Marsh (1801-1882), studioso e uomo politico, che pubblica un

volume eterogeneo, “Man and Nature, or, Physical Geography as Modified by Human Action”, con

taglio ecologista. In Gran Bretagna, la geografia nasce con Halford Mackinder, che nel 1887

pubblica l’articolo a carattere epistemologico “On the Scope and Methods of Geography”.

Hermann Guthe (1825-1874) è discepolo di Ritter e concepisce la geografia come “lo studio della

Terra in quanto sede e dimora degli uomini”.

Elisèe Reclus (1830-1905), nato in Gironda da pastore protestante, divenne anarchico e fu esiliato.

Viaggiò nel Regno Unito, in U.S.A., in America Centrale e Colombia. Nel 1869 pubblicò “La

Terre”. In Svizzera scrisse i 18 volumi della “Nouvelle Geographie universelle”. Si tratta della

descrizione geografica della Terra più completa che sia mai stata pubblicata, con qualche passo

deterministico. “Gli antichi Liguri sul versante sud dell’Appennino avevano la propria storia già

tracciata dalla configurazione del territorio. Quelli che non avevano più spazi da sfruttare, erano

spinti verso il mare, diventando navigatori e commercianti”. Si osserva anche una facilità di

esposizione nella descrizione della Alpi Elvetiche.

Nella descrizione dell’Alsazia, si ha un corretto approccio al problema della mescolanza di gruppi

etnici: “Sulla cresta dei Vosgi, l’idioma alsaziano è certo arretrato: in effetti i due versanti erano

abitati da contadini germanici”.

Ferdinand von Richthofen (1833-1905) seguì i corsi di Ritter a Berlino, ma rimase a lungo un

naturalista e un geologo. Visitò molti paesi dell’Oriente e in particolare la Cina (“La Cina. Risultati

dei propri viaggi e delle relative ricerche” in 5 volumi”).

Nel 1883 dà una delle prime definizioni della geografia moderna, intesa come scienza che studia il

costituirsi sulla superficie terrestre di una molteplicità di fenomeni in una unità.

Oskar Peschel (1826-1875) si dà a ricerche di geografia fisica: in “Nuovi problemi di geografia

comparata”, applica allo studio dei fenomeni fisici della Terra il principio ritteriano per cui la Terra

è da considerare un organismo vivente, e i fenomeni della superficie terrestre vanno studiati, nelle

loro reciproche connessioni, come manifestazioni della vitalità del globo terrestre legate fra loro.

Con Peschel nasce la morfologia terrestre. William Davis elabora la teoria del ciclo dell’erosione,

Albrecht Penck con “Morfologia della superficie terrestre” spiega come i pendii ripidi mantengano

durante l’erosione la loro acclività, senza degradare come dice Davis.

I primi geografi di spicco in Italia furono Adriano Balbi, di Venezia (1782-1848) e Francesco

Marmocchi, di Poggibonsi (1805-1858).

Balbi nel 1808 pubblica il “Prospetto politico dello stato attuale del globo”. Dopo un volume di

statistica sul Regno di Portogallo (1821) e un atlante etnografico del globo (1826), pubblica a Parigi

la sua opera fondamentale, l’”Abregè de gèographie” (1833), un grosso volume contenente la

sintesi delle conoscenze geografiche del tempo (l’edizione italiana, “Compendio di geografia”, esce

a Torino nel 1834).

A Marmocchi si devono invece l’”Abregè de la gèographie de la Corse” (1852), lucido e ordinato

compendio della geografia isolana, e il “Dizionario di geografia universale” in 5 volumi nel 1857,

nella cui introduzione si afferma che “la geografia è il centro comune delle cognizioni della fisica e

delle cognizioni morali”.

Nel 1867 fu fondata a Roma la Società Geografica Italiana, cui seguirà nel 1895 la Società di Studi

Geografici, con sede a Firenze. I fondatori della geografia italiana possono essere considerati

Giuseppe Della Vedova e Giovanni Marinelli.

Dalla Vedova (Padova 1834-Roma 1919) fu il primo docente della materia nelle università italiane,

impegnandosi anche nell’organizzazione dei primi due Congressi Geografici Italiani (Genova 1892,

Roma 1895). Rifacendosi ai concetti fondamentali di Humboldt e Ritter, nel 1880 afferma che il

compito della geografia è di accertare la distribuzione e le reciproche connessioni casuali fra le

forme, i fenomeni e gli esseri che hanno sede sulla superficie terrestre.

Marinelli (Udine 1846-Firenze 1900) fu autore di una grande opera di geografia generale, “La

Terra” (1885- 1897), in sette volumi. Il primo è dedicato a problemi di geografia matematica ed

astronomica e gli altri ai diversi continenti, con particolare riguardo per l’Italia. Ecco un passo sul

problema della separazione fra Alpi e Appennini: “Si considera il tracciato di separazione una linea

segnata dal Letimbro verso il Mar Ligure, poi dal Passo d’Altare o di Cadibona (436 m)”. Per

quanto riguarda il versante padano, Marinelli propende per l’opportunità di indicare come limite “la

strada nazionale che va da Savona a Ceva” e quindi di non considerare le Langhe e le colline di

Asti, Casale e Torino come propaggini delle Alpi Marittime.

Il figlio di Giovanni Marinelli, Olinto (Udine 1876-Firenze 1926) pubblica l’Atlante dei tipi

geografici, costituito da numerosi stralci di carte topografiche commentate, per illustrare i diversi

tipi di insediamenti, la morfologia del paesaggio, etc., e l’Atlante internazionale del Touring Club

Italiano.

Renato Biasutti (San Daniele del Friuli 1878-Firenze 1965), influenzato dal pensiero di Ratzel,

esegue ricerche sulla casa rurale e sul paesaggio, anche se si dedica soprattutto a studi e ricerche di

carattere etnologico, in particolare sulle razze (“Le razze e i popoli della Terra, 1941”). Ha anche

aderito al “Manifesto sulla razza” redatto da dieci scienziati italiani e pubblicato sul quotidiano “Il

Giornale d’Italia” nel 1938.

Friedrich Ratzel (1844-1904) è con Ritter uno dei fondatori della geografia umana, per la quale

matura interesse dopo alcuni viaggi in qualità di giornalista. La sua formazione naturalistica e le

dottrine evoluzionistiche ne influenzano la concezione della scienza geografica, caratterizzata

dall’ambientalismo e dal determinismo. Fu autore di “Anthropogeographie”, in due volumi, che

tratta del ruolo dell’ambiente e della configurazione del territorio sul destino dei popoli; di

“Politische Geographie”, “Volkerkunde” e “Die Erde und das Leben”.

Ratzel ritiene che la geografia non può fare a meno della storia e viceversa, poiché “i fatti che essa

contempla hanno bisogno di un teatro dove avere svolgimento”. Il compito più importante della

geografia, però, rimane sempre quello “di studiare, descrivere e rappresentare la superficie

terrestre”. Dunque “la geografia deve innanzitutto studiare e descrivere la Terra, indipendentemente

da qualsiasi considerazione dell’elemento umano o storico”.

Ratzel concepisce la geografia come scienza descrittiva, ma non ne sminuisce il ruolo: “Non

compie un lavoro di indagine profonda, ma l’essere descrittiva non è un difetto”, se non si limita al

lavoro di descrizione, ma questo serve a preparare le conclusioni dell’opera scientifica.

La geografia umana deve “descrivere e rappresentare cartograficamente tutti quei territori dove si

nota la presenza dell’uomo. Studierà inoltre la diffusione dell’uomo e fisserà i risultati del proprio

studio su carte della densità di popolazione, poleografiche ed itinerarie. Ordina infine la propria

materia in base a classificazioni e giunge alle sue conclusioni per via di raffronti”.

Autori come Paul Claval (1972) affermano che le posizioni deterministiche di Ratzel emergono più

nei suoi corsi universari che nei suoi scritti. Ma alcuni passi della “Geografia dell’uomo” lasciano

pochi dubbi a riguardo: “Come la Terra si presenta assai varia, così pure sono varie le influenze che

essa esercita sui popoli e sugli stati. Il mare è uno, ma i popoli sull’Oceano Atlantico fruiscono di

condizioni naturali diverse da quelli che si trovano lungo il Pacifico. La diffusione geografica

dell’uomo subisce dunque l’influenza di condizioni esterne, per cui anche la volontà dei popoli

deve tenere conto delle condizioni che la Terra impone all’esistenza umana e che rappresentano per

essa volontà una limitazione. Ciascun popolo reca in sé le caratteristiche del proprio territorio, e la

geografia umana deve individuare le leggi che regolano la vita dei popoli”.

In particolar modo, Ratzel batte molto sul ruolo dell’articolazione delle coste, dell’insularità e del

clima sul diverso sviluppo delle civiltà e dell’indole dei popoli.

Ratzel attribuisce l’indole “più gaia dei Germani del sud alla serenità del cielo meridionale e

l’indole seria degli Anglo-Sassoni alle nebbie del loro clima”, e osserva che “Galiziani e Catalani,

in Spagna, sono più intraprendenti degli Andalusi.

Lo stesso contrasto si ripeterebbe in Italia “fra Piemontesi e Lombardi da una parte e Napoletani e

Calabresi dall’altra”. Afferma infine che la maggior parte delle migrazioni etniche si sono compiute

da regioni più fredde verso altre più calde.

Per confutare tali affermazioni, che portano acqua al mulino del colonialismo, basta ricordare la

forte pressione esercitata sull’Europa dai popoli dell’Africa e del Vicino e Medio Oriente

soprattutto negli ultimi 25 anni.

Infine, Ratzel affronta il problema dello spazio a disposizione dei popoli (Lebensraum): “La realtà

geografica fa del movimento storico uno spostamento ininterrotto verso spazi sempre nuovi, un

passare continuo da un territorio ad un altro. I grandi Imperi decadono allorché diminuisce la

compattezza del territorio”, nella cui estensione sta gran parte della loro forza.

Nella “Politische Geographie”, Ratzel approfondisce gli studi sulla nazione, il popolo, la razza,

facendone il cuore della ricerca geografica. Tali studi avranno una influenza postuma sul nazismo.

Il determinismo di Ratzel ristabilisce l’unità della geografia, saldando le scienze della natura a

quelle umane. I seguaci si spingono a posizioni estreme, come l’americana Ellen Churchill Semple

(1863-1932), autrice di un volume (“Influences of Geographic Environment, 1991) in cui si afferma

che “l’uomo è un prodotto della superficie terrestre. Questo non significa solo che egli è figlio della

terra, polvere della sua polvere, ma che la terra l’ha generato, l’ha nutrito, ha fissato i suoi compiti,

ha diretto i suoi pensieri”.

Nei paesi con vasti orizzonti, “le sue idee si semplificano, la religione diventa monoteista”.

“Gli italiani del Nord sono in stridente contrasto con gli abitanti – indolenti, irresponsabili e

sconsiderati – di Napoli, della Calabria e della Sicilia, i quali appartengono alla eterogenea razza

mediterranea e sono stati più a lungo esposti agli effetti rilassanti del caldo subtropicale”.

Sempre nel filone del determinismo, si collocano Alfred Kirchhoff e Ellsworth Huntington (1876-

1947), che si dedicò a ricerche sul ruolo del clima nello sviluppo delle società. Autore di

“Civilization and Climate (1915), elabora alcune teorie ingegnose come quella della “sfida”

(challenge), secondo la quale non sono le condizioni più facili ma quelle più difficili a favorire lo

sviluppo delle grandi civiltà (es: Venezia).

Dal determinismo scientifico di Huntington si distingue il determinismo “stop and go” del geografo

australiano Griffith Taylor, secondo il quale l’uomo determina l’entità ma non la direzione dello

sviluppo di un’area.

E’ su posizioni deterministe di ritorno il francese Philippe Pinchemel, che nell’articolo “Geographie

et determinismo (1957) afferma che non può esservi geografia senza determinismo, e che senza

l’accettazione del determinismo, la geografia perde nello stesso tempo la propria unità e la propria

originalità”. 5. Il possibilismo come reazione al determinismo ambientale

L’antidoto al determinismo è il possibilismo: questa concezione del pensiero geografico si deve

soprattutto al francese Vidal de la Blache (1843-1918). Matura interesse per la geografia nei viaggi

intrapresi per la tesi di dottorato sulle iscrizioni funerarie in Asia Minore. Fonda nel 1891 la rivista

“Annales de gèographie”.

Viaggia soprattutto in Francia e in Europa occidentale, cercando di comprendere e spiegare la

differenziazione umana nella diversità del paesaggio. In “Des caractères distinctifs de la

gèographie” (1913), Vidal afferma che il suo compito è quello di “studiare le espressioni cangianti

che nei diversi luoghi riveste la fisionomia della Terra”.

La geografia si distingue inoltre per essere una scienza eminentemente descrittiva, la descrizione

dei fatti e dell’area sulla quale si estendono deve essere “leggera e varia” (souple et varièe). Vidal

sostiene l’inseparabilità della geografia generale e regionale, sottolineando l’insostituibile ruolo

didattico delle escursioni sul terreno, anche con gli studenti.

Le sue opere non sono numerose: pubblica diversi articoli nelle “Annales de gèographie”, poi “La

Terre” e “La France. Tableau gèographique”, in cui si dà un’inquadramento geografico generale

della Francia.

Vidal de la Blache è considerato, con Alfred Hettner, il fondatore della geografia “classica”, a

prevalente impronta umana e contraria ai principi deterministici, in nome del possibilismo.

“Nell’attuale aspetto delle nostre regioni storiche – afferma Vidal – cause di ogni genere si

incrociano ed interferiscono fra di loro. Si colgono gruppi di cause ed effetti, ma nulla che

assomigli a un’impressione globale di necessità”.

Dunque, se la civiltà non è più imposta dall’ambiente, diventa importante vedere come si è formata.

La concezione di Vidal de la Blache si riassume in un motto: “la natura propone e l’uomo dispone”.

In “Des caractères distinctifs de la gèographie”, Vidal afferma che “la geografia è scienza dei

luoghi, non degli uomini”, e che l’uomo appartiene alla geografia in virtù delle costruzioni che

edifica sulla superficie del suolo, attraverso l’azione che esercita sul territorio.

Dunque, Vidal accetta la definizione della geografia umana come scienza specializzata nell’analisi

dei rapporti fra l’uomo e l’ambiente naturale, e la sua geografia umana è un adattamento alla

cultura e al gusto francesi dell’antropogeografia di Ratzel.

La differenza rispetto all’ambientalismo consiste nell’accresciuto ruolo dell’uomo nell’interferire

con la natura. Tutto ciò che riguarda l’uomo è caratterizzato dalla contingenza, quindi il

procedimento induttivo è il migliore antidoto contro la tentazione di generalizzazioni.

A testimoniare la presenza in Vidal di concezioni deterministiche, ecco un passo de “La France”

(1908): “Le popolazioni brune e fortemente brachicefale che da lunga data sono dominanti nel

Massiccio Centrale, si ricollegano per affinità antropologiche non agli attuali Iberi, ma piuttosto a

quelle che, con diverse mescolanze, popolano ancora la regione danubiana. Quando si cerca di

individuare le cause delle tendenze e delle attitudini inveterate di una popolazione, la prudenza

consiglia di non limitarsi allo studio dell’ambiente in cui attualmente è inserita, ma di considerare

anche i precedenti. E’ forse con abitudini importate che si spiega il temperamento ostinatamente

agricolo della maggior parte delle nostre popolazioni”.

In un altro passo, Vidal pone l’accento sulla risposta dell’uomo alla diversa configurazione fisico-

climatica del territorio e alle caratteristiche del suolo: “A seconda del suolo, lo sforzo dell’uomo

deve indirizzarsi diversamente. Qui egli si rivolgerà alla coltivazione dei cereali, qui

all’allevamento, qui all’industria…Tutto questo si esprimerà con un nome: quello di una “regione”,

che si trasmetterà di generazione in generazione a opera dei contadini, che sono dei geologi a modo

loro. Le regioni corrispondono a delle differenze di suolo”.

Qui sono esplicitati i percorsi che seguirà la geografia classica, cioè lo studio della regione, e lo

studio dei generi di vita, risultato delle interrelazioni fra una realtà sociale e il contesto naturale.

Lucien Gallois (1857-1941) pubblica “Regione naturelles et noms de pays” (1908), in cui sostiene

che nella differenziazione regionale intervengono diverse cause che interagiscono fra loro, e cioè il

rilievo, il suolo, il clima e la vegetazione. I fattori climatici però assumono particolare importanza,

in quanto determinano le differenziazioni del primo livello, a scala molto ampia, mentre la

topografia dà origine a unità meno vaste.

Il volume di Gallois si ispira largamente alle opere del geologo belga, barone Jean-Baptiste

d’Omalius d’Halloy (1783-1875), autore della prima carta geologica della Francia, e di un atlante

composto di sei carte in cui si effettua una ripartizione del territorio in regioni in base ai principi

della geologia.

Albert Demangeon (1872 -1940) si dedica a ricerche di geografia regionale (“Les Iles

Britanniques”). Nel volume “Problèmes de gèographie humaine” (1942) afferma che la geografia

umana è “la scienza dell’uomo in quanto abitante, perché studiare l’uomo “abitante” significa in

definitiva studiare non l’uomo in sé, ma le manifestazioni dell’attività umana sulla superficie

terrestre.

Un modello fra i trattati di geografia regionale è “Les Alpes occidentales” di Raoul Blanchard, in

otto volumi, in cui la preoccupazione di suddividere lo spazio alpino in grandi insiemi “naturali”,

individuati dal rilievo e dal clima, e di descrivere aspetti fisici e umani prevale sull’individuazione

delle cause dell’esodo rurale e del declino economico delle Alpi occidentali.

Inoltre, Blanchard pubblica numerosi lavori sul Quebec, e fonda a Grenoble nel 1908 la “Revue de

Gèographie Alpine” e l’Institut de Gèographie Alpine.

Emmanuel De Martonne (1873-1955), genero di Vidal, è autore di un “Traitè de gèographie

physique” (1909). Nel primo capitolo si fornisce un quadro sintetico della storia del pensiero

geografico e si definiscono i principi metodologici sui quali si fonda la geografia.

Per primo il “principio d’estensione”, così formulato: “Il metodo geografico consiste nel

determinare l’estensione dei fenomeni sulla superficie del globo”. In secondo luogo c’è il

“principio di coordinazione”, così formulato: “Lo studio geografico di un fenomeno presuppone la

costante attenzione a fenomeni analoghi che possono mostrarsi in altre parti del globo”.

Per ultimo il “principio di casualità”: “Non accontentarsi mai di esaminare un fenomeno senza

cercare di risalire alle cause che determinano la sua estensione e senza ricercarne le conseguenze”.

De Martonne è noto anche per avere proposto un “indice di aridità”, tuttora impiegato in ricerche di

climatologia e geografia agraria.

Jean Bruhnes (1869-1932) è allievo di Vidal, ed è legato alla geografia generale e sistematica.

Secondo Bruhnes la geografia regionale deve costituire il coronamento, e non l’inizio della

ricerca geografica. Il suo lavoro principale, “La gèographie humaine”, è il primo trattato di

geografia umana di un geografo francese.

6. La formazione dei concetti di regione e di paesaggio

Nel 1572 Philippe Buache individua la regione in base a discriminanti di ordine fisico,

propendendo per attribuire la qualifica regionale ai bacini fluviali.

Nell’era del positivismo, l’omogeneità fisica sarà essenzialmente ricercata nelle caratteristiche

geologiche e geomorfologiche. Nell’Encyclopedie di Diderot e D’Alembert (1780) la regione è

intesa invece in senso politico-amministrativo.

Ai primi del Novecento, Lucien Gallois, nel citato volume “Règions naturelles et noms de pays”,

prende in esame un gruppo di nomi territoriali storicamente attribuiti ad altrettante porzioni del

bacino parigino per verificare se corrispondano a delle regioni naturali, cioè a delle aree fisicamente

omogenee. L’indagine produce risultati parzialmente positivi: alcune paiono mostrare anche una

certa omogeneità fisica.

Con Vidal de la Blache, e soprattutto con i suoi seguaci, si dà un forte impulso alle ricerche di

geografia regionale, senza peraltro fornire alcuna definizione teorica della regione; si può

comunque affermare che nella geografia vidaliana l’idea di regione si consolida attorno al concetto

di genere di vita. La regione sarebbe dunque l’area in cui si è formata nei secoli un’intima

connessione fra un dato gruppo umano ed il territorio.

In Italia, Renato Biasutti distingue tra la regione naturale, considerata una realtà oggettiva, e la

regione geografica, che è un’astrazione, mentre secondo Umberto Toschi (1967) la regione

possiede caratteri che la rendono omogenea al suo interno e differenziali rispetto ad altre regioni. I

caratteri intrinseci si suddividono in tre categorie: uniformi, dominanti e originali, i quali ultimi

concorrono a delineare la personalità geografica della regione.

Con lo sviluppo delle concezioni funzionaliste, la regione coincide con lo spazio investito dalla

polarizzazione, cioè con l’area di attrazione di una grande città, di un centro metropolitano.

Secondo la teoria dei sistemi, la regione è un sistema spaziale aperto, un insieme di elementi umani

e fisici tra loro interconnessi. Dunque la regionalizzazione è una classificazione di aree, è un modo

di scomporre il territorio per identificare sottoclassi spaziali.

Nella sua tesi sui Pirenei mediterranei (1912) e in “Les fondements de la gèographie humaine”

(1948), Maximilien Sorre (1880-1962) individua nel paesaggio il principale oggetto di studio della

geografia, mentre Siegfried Passarge è autore di un trattato sulla “scienza del paesaggio”.

Il punto di partenza per analizzare il paesaggio è l’osservazione, come si evince dalle definizioni di

Biasutti e Sestini. Sestini osserva che “alla base del paesaggio sta la superficie terrestre, non

nell’insieme, ma nei suoi singoli tratti”. Il primo approccio al paesaggio si identifica così in una

veduta panoramica.

In una seconda fase, tuttavia, “il concetto di paesaggio si libera da quello di una veduta determinata

e diventa la sintesi di vedute reali o possibili”.

In definitiva, il paesaggio è una complessa combinazione di fenomeni che riguardano il clima, il

suolo, il sottosuolo e le diverse strutture della società e dell’economia.

Molto legata allo studio del paesaggio appare la geografia culturale, un ramo delle geografia umana

legato ad Ernst Kapp, che conia il termine di Kulturgeographie poi sviluppato da Ratzel e da

August Meitzen con un’opera in tre volumi sugli insediamenti e i sistemi agrari dei Germani, dei

Celti e degli Slavi (1895).

In un primo momento la geografia culturale si è dedicata allo studio dei segni impressi dall’uomo

sull’ambiente, mentre con Lehmann e Carl Otwin Sauer l’accento viene posto sulla componente

antropologica, identificando la geografia culturale come l’insieme dei fatti e dei fenomeni

antropologici relativi ai comportamenti umani in un dato ambiente.

Se solo a partire da Sauer, dunque, si prende a parlare di geografia culturale, nei paesi di lingua

germanica è rimasta più familiare la nozione di paesaggio culturale (Kulturlandschaft), cioè un

paesaggio profondamente marcato dalla cultura dell’uomo.

Il “paesaggio culturale” è una componente essenziale della disciplina, che ha nel proprio DNA

l’analisi del paesaggio come risultato dell’adattamento di una data popolazione al contesto

ambientale.

In base alla “Convenzione Europea del Paesaggio” (2000), per paesaggio si intende “una

determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva

dall’azione di fattori naturali e umani e dalle loro interrelazioni”.

7. La sistemazione concettuale della geografia “classica”

All’inizio del XX secolo, la riflessione metodologica sulla natura e sull’oggetto della geografia è

stata dominata da Alfred Hettner (1859-1941), che si basa sulle categorie kantiane di scienze

nomotetiche ed idiografiche, e alle ricerche di Passarge, considerando il paesaggio come un

concetto regionale che unisce in sé la geografia fisica e quella umana.

In “La geografia, la sua storia, la sua essenza, i suoi metodi” (1927), afferma che sin dai tempi più

antichi, lo scopo principale della geografia è stato la conoscenza degli spazi terrestri nella loro

differenziazione; col generale progresso della scienza, la pura descrizione è stata sostituita dalla

ricerca delle cause, ma la geografia è rimasta la scienza della superficie terrestre e delle sue

differenziazioni regionali.

Questo concetto verrà riformulato da Andrè Cholley (1951) secondo cui l’oggetto della geografia è

la conoscenza della Terra nel suo carattere complessivo, secondo combinazioni di singole categorie

di fenomeni fisici, biologici o umani. Essa considera la realtà dunque nella sua complessità.

Preston James, nell’introduzione ad “American Geography” (1954), afferma che la geografia si

occupa di associazioni di fenomeni che danno un certo carattere a particolari luoghi.

Il geografo americano Richard Hartshorne (1899-1992) ha il merito di avere dato una sistemazione

epistemologica alla geografia classica. Riprendendo Cholley, afferma che oggetto della geografia

non sono singole categorie di fenomeni, ma associazioni di fenomeni che danno un certo carattere a

particolari luoghi.

Dunque la geografia si occupa di fenomeni molto eterogenei, anzi di illimitata varietà, e questa

eterogeneità va accettata come caratteristica essenziale della geografia: infatti la superficie terrestre

è il risultato di una integrazione di numerosissimi elementi che si combinano tra loro.

La geografia si caratterizza dunque per analizzare i fenomeni da un determinato punto di vista. che

è quello spaziale, avvicinandosi in tal senso alla storia, che privilegia il punto di vista temporale.

Secondo Hartshorne (“Perspective on the Nature of Geography”, 1959), la geografia è quindi la

scienza della differenziazione spaziale: essa non ha un ambito proprio, ma solo un metodo

originale, cioè il punto di vista spaziale.

Claval (1972) osserva che il geografo non deve perdersi in inutili discussioni sulla delimitazione

dell’ambito di ricerca. Non vi sono elementi specificatamente geografici, ma c’è un solo “modo

geografico” di affrontarli.

Il ruolo del geografo è dunque quello di collegare e considerare dal punto di vista spaziale problemi

che altri trattano isolatamente.

La concezione di Hartshorne (la geografia non studia oggetti in sé ma li colloca in una certa

prospettiva) finisce per recuperare formule care alla geografia tradizionalista, come quella per cui la

geografia è una scienza di sintesi, e privilegia l’analisi di casi specifici, di singole regioni, evitando

con cura di formulare delle generalizzazioni.

Hartshorne sostiene inoltre che la geografia è una scienza idiografica (cioè che descrive l’unico)

piuttosto che nomotetica (Cioè che tende ad individuare leggi generali).

8. La “rivoluzione quantitativa” e la “nuova geografia”

La geografia tradizionale con approccio regionale rimane in auge fino agli anni ’50. Dopo maturano

ricerche per una “rivoluzione concettuale” nell’ambito della disciplina.

Lo studio dell’”unico” lasciava ancorati alla realtà dell’esistente o alla riflessione sul passato, e

testimoniava l’incapacità della geografia tradizionale a fornire gli strumenti per pianificare e

trasformare il territorio.

Dunque, si deve abbandonare l’esame dei casi particolari e cercare di individuare delle regolarità

nelle configurazioni spaziali, per la qual cosa sono particolarmente indicate ricerche di geografia

urbana ed economica.

A questo scopo si sono sviluppati modelli normativi, di tipo deduttivo, ed empirico-analitici

induttivi: entrambi organizzano al geografia in schemi concettuali generali che contribuiscono a

formare una teoria scientifica.

La nuova geografia, dunque, adotta i metodi delle scienze della natura e cerca di formulare i

modelli di interrelazioni dello spazio terrestre in grado di spiegare la realtà.

Si colloca così nel filone di pensiero neopositivistico e si limita a individuare relazioni di tipo

probabilistico.

Tra gli esempi di modelli deduttivi c’è quello sull’uso del suolo urbano di geografi economisti di

Chicago, quello delle località centrali di W. Christaller e la teoria dei giochi, mentre fra quelli

induttivi c’è la legge di Reilly sulla gravitazione del commercio al dettaglio, la matrice delle

correlazioni, le distribuzioni standardizzate, l’analisi delle componenti principali e i modelli di

diffusione.

Nel modello sull’uso del suolo urbano, Robert Park, Ernest Burgess e Roderick McKenzie (The

City, 1925) si ispirano al modello di Von Thunen sull’uso del suolo agricolo del 1875 in cui si

dimostra che la differenziazione del paesaggio agrario può essere prodotta non da influenze

naturali, ma dal comportamento razionale dei produttori in un’economia di mercato.

Le città nordamericane industriali degli anni ’20 sono caratterizzate da una configurazione

concentrica delle attività e dei gruppi sociali.

Nel modello delle località centrali di Christaller (1893-1969, “Le località centrali della Germania

meridionale”) si dimostra che la distribuzione delle città sul territorio non è casuale, ma esiste un

rapporto costante fra le città di un dato ordine gerarchico e quelle di grado via via inferiore, e che

l’area di attrazione delle località centrali assume una forma esagonale.

Peter Gould (Man against His Environment, 1963) utilizza infine la teoria dei giochi, che permette

di confrontare in una matrice diverse strategie (per es: individuare le coltivazioni più adatte alla

fascia centrale del Ghana).

La ricerca sui processi di diffusione è coltivata da Torsten Hagerstrand (1916-2004), il quale

afferma che la probabilità che due persone entrino in contatto tra loro sia inversamente

proporzionale alla distanza che le separa; le probabilità di contatto dipendono anche dal numero di

persone che possono essere incontrate, e dalla presenza di barriere naturali.

Sulla frizione della distanza si basa anche il modello gravitazionale di Walter Reilly, che afferma

che la forza di attrazione esercitata da due città su un centro secondario situato ad una certa distanza

da esse è direttamente proporzionale alla loro “massa” e inversamente proporzionale al quadrato

della distanza.

Qualora si vogliano mettere a confronto due o più elementi in base a indicatori molto eterogenei, si

ricorre alla trasformazione delle distribuzioni grezze in distribuzioni standardizzate, cioè si

riducono tutti i valori alla stessa scala.

Applicando quindi il coefficiente di correlazione lineare di volta in volta a coppie di variabili, è

possibile o meno un legame causale tra le variazioni di due fenomeni e quindi una loro

interdipendenza (Precipitazioni/temperature andamento turismo).

Questa metodologia è stata applicata da Werner Batzing (2003) per individuare una tipologia dei

comuni alpini in base all’andamento della popolazione dal 1870 al 2000.

Tra i geografi di spicco nelle ricerche di geografia quantitativa e teoretica, ricordiamo William

Bunge che sviluppa ricerche sulle località centrali e sui trasporti, Walter Isard, che fonda a

Filadelfia una scuola di scienze regionali, campo di ricerca nell’ambito della geografia urbana ed

economica; e ancora Richard Chorley, William Garrison, iniziatore della “rivoluzione quantitativa”

in geografia, Peter Haggett e Brian Berry che con Garrison introduce nella teoria delle località

centrali la nozione di domanda lineare lungo i grandi assi stradali.

9. L’approccio sistemico

Alla nuova geografia si può ricondurre a buon diritto anche l’analisi dei sistemi, che deriva dal

quadro concettuale della teoria generale dei sistemi elaborata da Ludwig Von Bertalanffy (1901-

1972), e tenta di individuare una logica generale nell’andamento di determinati fatti.

Il sistema è un insieme di elementi collegati tra loro in modo da condizionarsi reciprocamente (una

variazione iniziale di x provoca una variazione di y che a sua volta fa variare z, cha a sua volta

agisce su x).

Ogni variabile è causa ed effetto di una variazione, poiché attraverso la catena di variazioni

retroagisce sulla variazione iniziale.

Applicazioni concrete della teoria dei sistemi sono state fatte nello studio della dinamica degli

ecosistemi e in una ricerca sui limiti dello sviluppo a cura di un gruppo di studiosi del

Massachussetts Institute of Tecnology (1972). Gli autori, prendendo in considerazione una serie di

variabili (aumento della popolazione, sviluppo industriale, inquinamento, etc.) sono pervenuti a

conclusioni precise sull’esaurimento delle risorse e sui limiti dello sviluppo che in realtà non si

sono poi avverate.

Tra i rarissimi esempi di geografi che hanno utilizzato l’analisi dei sistemi come modello per

analizzare matematicamente problemi relativi all’ambiente e a rapporti socioeconomici, ricordiamo

Robert Bennett e Richard Chorley (1978). In questa visione della realtà geografica in chiave

sistemica si è poi innestata la teoria della complessità applicata alla geografia umana (Turco, 1988)

che porta a considerare il territorio come un insieme di sistemi complessi, rivalutando impostazioni

soggettivistiche ma anche l’oggettività della rappresentazione territoriale.

10. Le geografie sociali e “radicali”

La geografia sociale si occupa dei riflessi geografici connessi ai modi in cui la società si organizza

sul territorio e alle sue condizioni di vita.

Per Pierre George la geografia sociale consiste nello studio della diversità dei rapporti

socioeconomici e di produzione in ogni ambiente geografico, tanto che in nessun momento è

possibile separare il “sociale” dall’”economico”.

La geografia sociale comporta una progressiva presa di distanza dai risvolti naturalistici e

paesaggistici della geografia, nonché l’abiura del positivismo e di ogni forma di determinismo a

favore del possibilismo.

L’antropocentrismo che ne consegue, tuttavia, può risultare dannoso perché postula che l’uomo

possa intervenire sulla natura a proprio piacimento, nel nome delle proprie esigenze economiche e

sociali.

Fra 1960 e 1970 negli U.S.A. si sviluppa una geografia radicale (socialista) che ha origine nel DGE

(Detroit Geographical Expedition) fondato da William Bunge nel 1969, partendo dalla sua

esperienza di residente nel quartiere negro di Fitzgerald a Detroit. Egli lotta per la conservazione e

la protezione del quartiere contro speculatori immobiliari e proprietari.

La DGE promuove inoltre ricerche geografiche sui problemi quotidiani della città e sugli interessi

della popolazione delle classi meno abbienti, come la distribuzione di parchi e giardini, gli incidenti

stradali che colpiscono i bambini etc.

Con un finanziamento dell’Università del Michigan nasce il DGEI (Institute), al quale alcuni

professori danno il loro contributo come volontari.

Nel 1970 però l’Univeristà interrompe le relazioni con l’istituto e Bunge abbandona gli Stati Uniti

per evitare la repressione politica. Rifugiatosi in Canada fonda a Toronto la “Canadian-American

Expedition” e abbandona la carica accademica, esercitando la professione di taxista. Negli U.S.A. è

tuttora considerato persona non gradita.

Altra figura chiave della geografia radical-marxista è l’inglese Daniel Harvey (1935), che dopo

essersi dedicato come Bunge alla geografia teoretica e quantitativa, pubblica nel 1973 “Social

Justice and the City”, in cui afferma che è impossibile realizzare una giustizia distributiva

territoriale nell’ambito delle strutture economiche di mercato: i modelli analitici e quantitativi

dunque, che assumono come dato il sistema economico e sociale capitalistico, valgono solo

all’interno di tale sistema e possono anzi diventare pura ideologia della conservazione.

Il sociologo economista catalano Manuel Castells (1942) è autore della “Question urbaine”. Verso

la fine degli anni ottanta, la geografia sociale e radicale è entrata in crisi, da un lato per il crollo

dell’ideologia marxista, dall’altro per la confutazione delle concezioni convenzionali sullo sviluppo

promosse dal pensiero ecologista.

La geografia sociale e radical-marxista, nella misura in cui pone l’accento su tematiche a lungo

trascurate dai geografi, come certi aspetti della geografia urbana o della povertà nel mondo, ofre un

contributo utile alla geografia ed alla pianificazione territoriale.

Se invece l’analisi si concentra sulle problematiche delle classi sociali più deboli, trascurando la

distribuzione spaziale dei fenomeni analizzati, diventa pura sociologia e/o filosofia.

11. Geografia della percezione e postmoderna

La geografia della percezione, nel nome della cosiddetta “behavioral revolution”, intende

privilegiare il comportamento del singolo individuo rispetto a principi e modelli generali (metà anni

’70). I massimi esponenti sono Yi-Fu Tuan e Roger Downs.

Tuan conia il termine di topofilia, per indicare l’intima unità che si crea fra un luogo fisico ed i

sentimenti, le emozioni, i valori estetici che l’individuo gli attribuisce in base alla sua esperienza

esistenziale.

Il ripiegarsi nell’emotività individuale mal si concilia con la necessità della geografia di rispondere

alle moderne esigenze di una conoscenza “costruttiva” e operativa nel territorio.

A partire dagli anni ottanta, si delinea l’indirizzo postmoderno, che descrive la modernità e gli spazi

postmoderni, con orientamento sociale, economico, storico-politico, filosofico-semiologico, etc.

Esponenti di spicco di questo filone sono Gunnar Olsson, che nel 2001 prendendo le mosse dal

quadro di Magritte “Ceci n’est pas une pipe”, afferma che la sfida della prassi geografica

postmoderna consiste nel trovare il modo di andare al di là dello spazio grigio che riempie il vuoto

tra il dipinto della pipa e la storia della parola; e conclude che l’obiettivo è l’esplorazione delle

interfacce fra Io e Tu, fra significante e significato.

Al di là del contenuto ermetico, si nota uno sconfinamento nella metageografia.

12. Un ritorno a un approccio descrittivo “intelligente”?

La crisi della geografia degli ultimi venti anni, specialmente in Italia, si deve anche al disperato

tentativo di superare il problema dei limiti della descrizione geografica abbandonando il terreno

della geografia e improvvisandosi cultori di altre discipline (es: storia, economia, etc.).

La fortuna della geografia nei secoli passati però era legata alla cartografia matematica e a relazioni

dettagliate sulle condizioni demografiche, economiche e politico-amministrative di un dato paese

nel quadro del suo contesto fisico; inoltre forniva gli strumenti per conquistare nuovi territori e

conoscere, amministrare e meglio controllare quelli già posseduti.

La geografia ha la funzione sociale e politica di selezionare ed ordinare informazioni atte a

descrivere strutture territoriali: da qui deriva la sua importanza culturale e politica.

Se viene privata di questa funzione, perde la ragione stessa della propria esistenza. Con le

riflessioni teoriche dai geografi nel dopoguerra, talora si è finito per parlare più di modelli e

paradigmi che non di territorio.

Pertanto, se il geografo intende produrre informazioni e significati più ricchi delle rappresentazioni

“normali”, deve accettare i limiti strutturali della geografia, a cominciare dalla rinuncia

all’approccio temporale.

Lo spazio è altrettanto importante del tempo, e la contiguità spaziale dei fatti è condizione

necessaria al pari della successione temporale degli eventi. E’ dunque controproducente dedicarsi a

elaborare modelli fine a sé stessi o analisi metageografiche che prescindono dallo spazio, in una

disciplina che ha nel proprio DNA la descrizione e l’analisi dei territori e dei paesaggi in cui si

articola il mondo attuale.

La geografia, infine, deve essere descrittiva in modo “creativo e intelligente”, utilizzando

intuizioni, associazioni, analogie per mettere in evidenza realtà non banali, che non risulterebbero

da una lettura superficiale del territorio.

Se è vero che non esistono “leggi” geografiche per spiegare il comportamento umano, è anche vero

che il ruolo della posizione geografica aiuta a comprendere l’ascesa o il declino di borghi e città; e

che un’attenta considerazione del contesto geografico è condizione preliminare per effettuare sul

territorio interventi economicamente vantaggiosi e nel segno della sostenibilità.

13. La geografia non può occuparsi solo di fatti umani, né solo di fatti fisici

Se si accetta il principio che la geografia è una scienza di sintesi, e se è vero che il geografo deve

utilizzare le ricerche degli specialisti del campo che egli esamina sotto l’aspetto spaziale, la

geografia generale non può limitare il proprio campo d’indagine alla distribuzione spaziale e

all’analisi della popolazione, delle città, cioè a temi di esclusiva pertinenza della geografia umana

ed economica.

La geografia generale dovrà al contrario tener conto di dati e ricerche sul clima e sulle sue diverse

manifestazioni, anche virulente, sulle caratteristiche e la distribuzione del rilievo e dell’idrografia,

delle rocce, dei suoli e della vegetazione.

Così, dovendo per esempio occuparci della rete urbana della Lombardia, non si potrà non mettere in

rapporto la rarefazione che si osserva nella parte settentrionale della regione con la presenza di un

rilievo anche molto accidentato, con pochi passi e collegamenti intervallivi.

Si osserverà anche una densa nebulosa urbana attorno al grande polo milanese e ai poli secondari di

Bergamo, Brescia, Como e Varese, una distribuzione più regolare nella bassa pianura pavese,

cremonese e mantovana. I grandi centri urbani sono allineati nella zona alpina e perialpina lungo i

grandi fondovalle, ma mai al sommo di un rilievo, e ciò per ragioni essenzialmente climatico ed

economiche.

Si osserverà inoltre la posizione delle città lungo i fiumi, che possono facilitarne lo sviluppo

commerciale (vedi Lecco all’uscita dell’Adda) o la difesa (Mantova protetta dal Mincio). Oppure,

dovendo studiare le possibilità di espansione di una data località, sarà opportuno conoscere la

tipologia dei suoli, la franosità del rilievo e il regime dei corsi d’acqua, le caratteristiche del clima;

oppure ancora, dovendo studiare l’andamento del turismo in una data area montana, e proporre

strategie di sviluppo per il futuro, sarà indispensabile parlare di strade e sentieri, struttura della

popolazione locale e della clientela, etc.

Il compito del geografo è dunque “dei più difficili, e tale rimarrà sempre, giacchè esso presuppone

la sicura conoscenza dell’elemento naturale e d quello umano” (Ratzel).

Egli deve produrre una descrizione esplicativa e omogenea nell’interazione tra fatti umani e fatti

naturali. 14. Le partizioni della geografia

I vecchi manuali di geografia generale per i licei avevano una forte impronta naturalistica e

matematico-astronomica, lasciando poco spazio alla geografia antropica.

In una moderna concezione della geografia generale, almeno a livello universitario, gli aspetti

umani dovrebbero invece avere un peso almeno uguale rispetto a quelli fisico-naturalistici.

Ha scarso rilievo oggi per la geografia la conoscenza dell’astronomia, delle dinamica endogena,

della tettonica, della zoologia e delle razze. 15. Il clima

Il clima è la risultante di tutti quei fenomeni meteorologi che, considerati nel loro valore medio

riferito ad un arco di tempo sufficientemente ampio, caratterizzano anche l'andamento dei valori

estremi. Di solito si distingue fra gli elementi del clima, ovvero le componenti essenziali che lo

determinano direttamente, e i fattori del clima, cioè le cause che lo influenzano direttamente. Gli

elementi sono la temperatura, le precipitazioni, l'umidità, la pressione e i venti. I fattori sono

l'altitudine (meno 0,6 °C ogni 100 m), la latitudine, l'esposizione topografica (in relazione ai rilievi

per es.), la distanza dal mare, la copertura boschiva (abbassa temperatura e alza umidità), la natura

delle rocce e del suolo (rocce scure assorbono e rilasciano più calore), la circolazione atmosferica

generale e quella oceanica (correnti calde e fredde).

Nel 2000 la temperatura media della Terra era di circa 14,5 °C, ma è un valore poco significativo

perchè incorpora situazioni diversissime. Le medie annue presentano in realtà valori compresi fra

27 e 30 °C nella fascia fra i tropici e l'equatore, fra 11 e 19 °C nella fascia temperata, con minimi a

Londra e massimi a Palermo e Tunisi, inferiori a 10 °C oltre il 55° parallelo e ad Astana (Kaz, 2,7

°C) e Mosca (Rus, 4,4). La temperatura media annua più bassa in siti non polari è a Verkhojansk (-

15,6 °C).

La differenza fra la media del mese più freddo e quello più caldo è l'escursione termica. Essa è

molto bassa nei climi equatoriali e subequatoriali (2 °C a Bangkok), è moderata nei siti litoranei a

clima mediterraneo (16 ad Alassio).

In Italia, nelle fasce litoranee liguri e tirreniche le medie del mese più freddo oscillano fra i 7 °C di

Albenga e i 13 di Palermo, e fra 0 e 4 nella Pianura Padana, mentre quelle del mese più caldo

variano meno (dai 23 °C dei siti costieri più freschi ai 27). Massime assolute uguali o superiori a 40

°C in passato erano state registrate solo al Sud, ma nella torrida estate 2003 anche a Torino,

Firenze, Merano e Bolzano. Nel gennaio 1985, in città di pianura del centro -nord, si sono avute

minime assolute uguali o inferiori a -20 °C (Firenze -23, Piacenza -22) ma "picchi" oltre i -25 sono

frequenti fra Tarvisio e Livigno, dove il 6 gennaio 1985, nella frazione di Trepalle, si sono registrati

-38 °C.

E' difficile individuare una temperatura ideale per l'uomo, forse i 20 °C con moderata escursione

giornaliera e stagionale, anche se la temperatura effettivamente avvertita dall'individuo differisce

con l'umidità e la ventosità.

L'umidità relativa è data dal rapporto percentuale fra la quantità reale di vapore in un dato volume

d'aria e la massima quantità che può esservi contenuta ad una data temperatura (umidità al 50%

significa aria saturata al 50%). Con l'aumentare della temperatura, l'umidità diminuisce, mentre il

raffreddamento porta alla condensazione.

Nubi e nebbia non differiscono nella composizione, ma nel processo di formazione e

nell'ubicazione. Le nubi sono classificate a seconda della loro forma ma non tutte sono in grado di

produrre precipitazioni.

Ai fini della geografia conta conoscere la distribuzione e l'intensità dei venti e delle precipitazioni,

legate ai movimenti di masse d'aria, legata alla pressione originata da differenze di temperature. I

centri di alta pressione sono detti anticicloni, i centri di bassa pressione cicloni. Alle medie

altitudini e a meno di 1000 m di quota, la pressione sui continenti è più alta d'inverno che nelle altre

stagioni, mentre alle quote più alte si verifica il contrario.

Quando fra due masse d'aria si verifica una differenza di pressione, l'aria si muove in direzione

della bassa pressione, dando con ciò origine ai venti, la cui forza è proporzionale alla differenza di

pressione e inversamente proporzionale alla distanza delle masse d'aria. Tra i venti si distinguono

quelli costanti, come gli alisei e i "venti occidentali", e quelli periodici come i monsoni. Gli alisei

spirano nella fascia intertropicale dai quadranti orientali: sono flussi d'aria calda e secca che si

carica di umidità attraversando gli oceani, ma danno luogo a piogge intense solo quando trovano un

ostacolo orografico che li costringe a risalire (Hawaii), mentre lasciano in condizioni di aridità le

isole pianeggianti o troppo prossime alle aree desertiche (Canarie). Nella Canarie, grazie ai rilievi

di Lanzarote, sulla costa nord-occidentale il cielo si fa frequentemente nuvoloso, mentre a sud è

quasi sempre sereno.

Nella Repubblica Dominicana vi sono quattro notevoli catene montuose con andamento sud-

ovest/nord-est (Picco Duarte, 3175 m): di estate la costa meridionale è più frequentemente investita

da acquazzoni rispetto a quella settentrionale.

I venti occidentali soffiano nella fascia fra 30 e 60 gradi di latitudine nord e sud, e sono causati da

correnti in movimento fra la zona di alta pressione attorno alla latitudine di 30° e quella di bassa

pressione subpolare.

I monsoni sono associati a due diversi regimi di precipitazione: forti piogge estive generate dal

monsone proveniente dal mare, siccità invernale col monsone proveniente dall'entroterra. Nel

periodo del monsone estivo, in Birmania, sulla costa (Rangoon) piove quasi sempre, mentre a

Mandalay, 500 km più a nord e riparata dai rilievi, il tempo è variabile con tendenza al bello.

Vi sono poi i venti locali, come le brezze di mare, di monte e di valle, e i venti catabatici, cioè

discendenti, che si originano in zone fredde d'alta quota e scendono in basso per gravità, come in

Antartide e in Groenlandia, o come in Francia lungo la Valle del Rodano (mistral) e nell'Italia nord-

orientale attorno a Trieste (bora).

Altri venti di caduta, come il fohn nelle Alpi o il chinook nelle Montagne Rocciose, si formano in

presenza di un forte gradiente barico fra il versante sopravvento di un alto rilievo montuoso e

quello sottovento: le nubi scaricano la loro umidità sotto forma di precipitazioni sul versante

sopravvento, l'aria ormai asciutta supera lo spartiacque e discende lungo il versante sottovento

subendo un riscaldamento e grado di secchezza alto. La bora impone particolari accorgimenti nelle

infrastrutture per la circolazione pedonale a Trieste (catene di sicurezza per tenersi in piedi), mentre

il fohn può provocare il rapido scioglimento delle nevi e il distacco di valanghe, oltre che generare

malesseri nelle persone e accelerare fioritura delle piante.

Della direzione prevalente dei venti si deve tenere conto per la realizzazione degli insediamenti,

laddove siano presenti anche stabilimenti industriali, in modo che i primi non si trovino sottovento

rispetto ai secondi. Nel caso delle tempeste tropicali e dei tornado del Sud degli Stati Uniti, è

cruciale prevederne la formazione ed il percorso, e costruire edifici adatti a resistere. Ma nel caso

dell'uragano "Kathrine" dell'agosto 2005, che ha investito New Orleans, la Louisiana e il

Mississippi, l'unica possibilità di scampo si è rivelata quella di abbandonare per tempo l'area.

Le precipitazioni medie annue, ottimali attorno ai 900 mm, variano da poche decine di mm nelle

aree desertiche a oltre 4000 nelle zone più irrorate, con picchi nelle Hawaii (Monte Waialeale,

11600 mm) e in India (Cherrapunji, 26470 mm nel 1860-61).

Ponendo come soglia per le zone aride meno di 250 mm e per le zone piovose 4000 mm, le aree a

maggiore piovosità sono il bacino amazzonico, l’America istmica, il bacino del Congo, il Golfo di

Guinea occidentale, l’India costiera occidentale, il Golfo del Bengala, l’Indonesia e l’Asia sud-

orientale.

Desertici o semi-desertici risultano invece il bacino sahariano, la Penisola Arabica, l’altopiano

iranico, l’Australia centro-occidentale, la Mongolia (Gobi), le steppe dell’ex Asia centrale

sovietica, gli U.S.A. occidentali, il nord del Canada, la Groenlandia, il nord della Siberia e

l’Antartide.

Un ruolo importante ai fini della piovosità o dell’aridità è costituito dale catene montuose di grandi

dimensioni e spessore, che possono accogliere forti precipitazioni sul versante sopravvento e

insieme fare da schermo alle regioni situate al riparo del versante opposto: è il caso per esempio

della Sierra Nevada californiana.

In Italia, zone particolarmente piovose sono le Alpi Apuane (è un caso di pioggia “orografica”,

perchè il rilievo di 2000 m si trova vicinissimo alla costa e parallelo ad essa, venendo così investito

in pieno dale correnti umide marine), i rilievi spezzini, le Prealpi ad ovest del Lago Maggiore, le

Prealpi Giulie, la Carnia e la Catena Costiera calabrese, tutti siti dove si superano i 2000 e talora i

3000 mm annui di precipitazioni.

Sono molto asciutti invece (sotto i 500 mm) il Tavoliere di Puglia e il fondovalle della Venosta. E’

importante la classificazione dei climi di Wladimir Koppen (1846-1940), basata sui valori medi

annui e mensili delle temperature e delle precipitazioni combinati in vario modo, mentre i limiti tra

le zone vengono posti in base alla distribuzione della vegetazione.

Glen Trewartha modifica lo schema di Koppen, aggiungendo alle sue cinque zone climatiche (climi

umidi e caldi, climi aridi caldi o freddi, climi temperate, climi freddi e climi polari) i “climi di

altitudine” che si differenziano dagli altri per l’aumento dell’intensità dell’insolazione con la quota

e una maggiore escursione termica.

Il geografo Mario Pinna ha elaborato una diversa classificazione del clima temperato. Essa si fonda

sulla temperatura media annua, del mese più freddo e del mese più caldo e sull’escursione annua,

distinguendo per esempio tra i climi temperati costieri, quello subtropicale (Sardegna meridionale e

Sicilia, Calabria, Campania centro-meridionale e Puglia ionica, con media annua > 17°C e media

del mese più freddo > 10°C) e quello semplicemente caldo, con media del mese più freddo minore

di 10°C.

I 10°C sono una soglia importante, perchè al di sopra lo sviluppo della vegetazione è possible tutto

l’anno mentre al di sotto si ha il riposo invernale.

In una ricerca sul turismo nelle Alpi italiane, è stato dimostrato che esiste una forte correlazione

positiva (0,73) fra temperatura e longitudine, nel senso che la temperatura tenede ad aumentare col

crescere della longitudine dale Alpi orientali verso quelle occidentali.

16. Rocce e suoli

Le rocce si suddividono in tre tipi principali: ignee, derivate dalla solidificazione delle lave;

sedimentarie, prodotte dal deposito di detriti di altre rocce in acque calme o dall’accumulo di resti

animali e vegetali; metamorfiche, prodotte dalle alterazioni subite da rocce di qualunque tipo

sottoposte ad alta temperature e/o pressione.

Le rocce ignee si dicono intrusive se si sono solidificate lentamente all’interno della crosta terrestre,

effusive se sono state eruttate allo stato fuso e si sono solidificate rapidamente.

Alle rocce intrusive appartengono il granito, il gabbro e le peridotiti. Le rocce effusive

comprendono il basalto e il porfido quarzifero.

Le rocce sedimentarie si suddividono in clastiche (argilla, arenaria e conglomerato), formate da

frammenti di rocce disgregate da agenti esogeni, e rocce di sedimentazione chimica e organica

(calcare, travertino, gesso e dolomie).

Il flysch è una formazione sedimentaria di origine marina, con l’alternanza di strati di argilla marna

e arenaria, presente nell’entroterra di Imperia e nell’Appennino parmense.

Le rocce metamorfiche sono trasformazioni di calcari in marmi, di arenarie in quarziti, di argille in

micascisti e filladi, di peridotiti in serpentine. Si ricordano fra le rocce metamorfiche i micascisti,

gli argilloscisti, i calcescisti e gli gneiss.


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DETTAGLI
Esame: Geografia
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gerson Maceri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Bartaletti Fabrizio.

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