Riassunto di geografia
Capitolo I – Il concetto di città e di popolazione urbana
1. La città come categoria concettuale: un tentativo di definizione
La città è caratterizzata dalla concentrazione di popolazione (e quindi di edifici) in uno spazio relativamente ristretto e dalla presenza di attività specializzate che si differenziano dal mero sfruttamento agricolo. L’addensamento esiste perché si è ritenuto più vantaggioso gestire i rapporti con altri uomini (economici e di difesa da aggressioni esterne) in modo spazialmente concentrato, per sfruttare i vantaggi e le interazioni derivanti da tale concentrazione.
La città si pone per secoli nei confronti della campagna come un elemento dominatore dal punto di vista politico e dipendente per quanto concerne il proprio sostentamento e l’afflusso di manodopera. Quando lo stato moderno priverà la città della sua autonomia politica, la città instaurerà nei confronti della campagna o un rapporto di sfruttamento o di interscambio commerciale.
Il commercio conserva tuttora un ruolo rilevante: il concetto di città come mercato è infatti quello che forse meglio sintetizza la ragion d’essere della città, soprattutto a partire dal Medio Evo in Europa. Henri Perenne vede nel mercato medioevale il nucleo dello sviluppo urbano.
Un altro carattere connaturato alla città è la presenza di edifici che per mole e dignità architettonica si differenziano da gran parte delle abitazioni dei residenti. Esiste poi probabilmente una soglia demografica, sicuramente una soglia funzionale, oltre la quale si può parlare di centro “urbano”, ma finora non è stato possibile individuarne una valida per tutti gli stati del mondo, date le enormi differenze economiche e socio-culturali.
La città è dunque un insediamento permanente la cui popolazione vive agglomerata a densità superiori rispetto al territorio circostante e svolge attività specializzate nel ramo del commercio, dei servizi e dell’informazione, tali da renderla un punto di riferimento obbligato per un’area tanto più vasta e popolosa, quanto più alto è il rango delle attività svolte.
2. La città come insediamento circoscritto
Le mura erette per delimitare l’insediamento sono state a lungo considerate un elemento indispensabile per attribuire a una località la qualifica di centro urbano. Oltrepassarle significava lasciarsi alle spalle i disagi, l’insicurezza, l’arretratezza della campagna.
Quasi tutte le città sono state cinte di mura sin dai tempi più antichi. Gerico fu la prima, seguita da altre città del Vicino Oriente, elleniche, etrusche, indiane, cinesi (se sono centri amministrativi) e in Africa Kano e l’antica Zimbabwe. Prive di mura sono invece le città giapponesi del periodo antico (Nara e Kyoto) e quelle russe fino alla metà del sec. XIV.
Secondo il Mumford, sarebbe stata la rinascita della città murata a partire dal IX-X secolo a permettere il rifiorire delle attività commerciali, e non lo sviluppo delle attività commerciali a favorire l’urbanizzazione. A partire dal secolo XVII, la maggiore efficienza dell’artiglieria fa diminuire l’importanza delle mura, che a partire dalla metà del sec. XIX vengono abbattute per lasciare spazio ad ampi viali di circonvallazione.
3. La città come centro amministrativo
La funzione politico-amministrativa caratterizza la città a tal punto da essere utilizzata in molti paesi come discriminante tra “urbano” e “non-urbano”. Nel Vicino Oriente antico e nella Grecia dell’età micenea, il cuore dell’attività e del controllo e di amministrazione è costituito dal palazzo e dal tempio.
Questi caratteri sono presenti nella città cinese antica e nelle città precolombiane. In Cina l’importanza di una città è espressa dal rango che essa occupa nella gerarchia amministrativa, che corrisponde al rango del funzionario che vi è insediato.
Sotto la dominazione romana, la fondazione di nuove città serve a stabilire un controllo politico-militare sui territori conquistati e costituisce un elemento di rottura e di disgregazione nei confronti delle tradizioni locali. Nell’età comunale, numerose città sviluppano forme di autonomia che finiscono col dar luogo a veri e propri stati cittadini.
Numerose città europee si differenziano dalla campagna per qualche particolare statuto: una “carta” che, concedendo franchigie e privilegi, permette di esercitare un certo controllo di carattere politico-amministrativo sul territorio circostante. Attraverso lotte e contraddizioni coi signori feudali, la città acquistò gradatamente il diritto a tenere regolarmente un mercato, a battere moneta, a processare i cittadini nei propri tribunali con leggi emanate localmente e ad armarsi.
Verso la fine del Medio Evo comincia la dissoluzione delle città-stato, e alle libertà repubblicane si sostituiscono regimi signorili. Osserva Braudel (1977): “Lo stato vince e la città rimane soggetta sotto una mano pesante. Il miracolo fu dunque che la città, nei primi grandi secoli urbani d’Europa, vinse in pieno, almeno in Italia, nelle Fiandre, in Germania”. Già agli inizi del sec. XV, dunque, la città-stato viene sostituita dalla città-nello-stato ed il suo peso politico ne esce alquanto ridimensionato. In compenso, cresce l’importanza della “capitale”.
Nell’Italia centro-settentrionale, dalle 80 città-stato del sec. XIV, si passa sul finire del ‘400 ad appena una decina di unità politiche, e cioè: 5 stati retti da governi signorili (i Ducati di Milano, di Savoia, di Modena e Reggio, di Mantova e di Ferrara, più lo stato della Chiesa) e 5 repubbliche indipendenti (Genova, Venezia, Firenze, Siena e Lucca).
Nei paesi coloniali, le città capitali e i principali capoluoghi di provincia o distretto rispondono all’esigenza di amministrare e controllare il territorio.
4. La città come centro polifunzionale
I caratteri distintivi della città possono essere riconosciuti nella concentrazione di popolazione e nella specializzazione funzionale in uno o più rami del terziario, per cui una sua definizione sintetica potrebbe essere quella di un agglomerato di popolazione che espleta funzioni terziarie specializzate al servizio di un’area di gravitazione tanto più estesa e popolosa quanto maggiore è l’importanza della città stessa. Questa definizione esclude l’industria dalle funzioni pur se proprio all’industria si deve in molti casi quel poderoso balzo in avanti della popolazione e delle funzioni terziarie.
Secondo l’economista Derycke (1970) esistono 6 funzioni fondamentali (politica, culturale, religiosa, commerciale, industriale e turistica). Spesso nessuna funzione spicca sulle altre, cosicché la base economica della città risulta diversificata (Harris e Nelson).
5. La città come modello culturale
Secondo Wirth (1938), la cultura “urbana” consisterebbe in atteggiamenti di civismo e urbanità che si contrappongono alla rusticità. La grande città è un crogiuolo di etnie, culture, tradizioni, ed è dotata di musei e biblioteche.
Secondo Spengler (1922), ciò che per il contadino è la sua casa, per l’uomo di una civiltà lo è la città. È fuor di dubbio che la città si presenti come il luogo della cultura. Inoltre, la moda è un prodotto esclusivo della cultura urbana, che offre alla città la possibilità di esercitare un ulteriore “controllo” sulla campagna. L’urbanesimo favorisce anche la crisi della personalità, a tutto vantaggio dell’impersonalità e dell’anonimato, della mancanza di partecipazione e di solidarietà.
6. Criteri operativi per l’individuazione della popolazione urbana
6.1 Il criterio demografico
Non è possibile individuare una soglia demografica urbana universalmente valida, ma diversi paesi hanno finito per adottare lo stesso sbarramento di popolazione municipale che sembra attagliarsi alle situazioni locali le più comuni sono quelle di 1000, 2000, 2500, 5000 e 10000 abitanti residenti nel comune.
Nell’Italia del centro-nord può essere considerata largamente accettabile una soglia di 5000 abitanti comunali, in molte aree del sud può rivelarsi insufficiente anche quella del 10000. Nel Demographic Yearbook 1999 dell’ONU, vediamo che la soglia dei 2000 abitanti è adottata in 9 paesi (fra cui Francia, Olanda e Argentina), quella dei 2500 da 6 paesi (Stati Uniti, Messico), quella dei 5000 da 7 (India e Austria), quella dei 10000 da 5 (Grecia, Portogallo e Svizzera). Islanda, Norvegia e Svezia pongono la soglia a 200 abitanti, il Giappone a 50000, la Siria a 20000, l’Albania a 400.
6.2. Il criterio economico (soglia di addetti all’agricoltura)
Si basa sul principio che la città sia caratterizzata da una ridottissima incidenza del settore primario per i paesi sviluppati (nel 1951, la soglia per l’urbanità era di 20-25% di occupati nel primario, oggi 10% è soglia già elevata). La soglia è inoltre influenzata dalle dimensioni del comune e dalle caratteristiche del popolamento (accentrato o disperso): Ravenna, punteggiata di borghi rurali, era al 26% nel primario nel 1971, al 9,5% nel 1991.
C’è poi da tenere conto della qualità e della diversificazione delle funzioni extra-agricole, che può giustificare la qualifica di centro urbano anche per i comuni con alta percentuale di agricoltori (es: Sanremo, 13,1% e Cesena, 12,7%). Per evitare di escludere Cesena, Ravenna o Sanremo dal novero urbano, si dovrebbe ammettere che comuni con percentuali di occupati nel primario pari o maggiore al 10% possano essere considerati urbani se la percentuale di addetti al commercio è alta (15%). Ma anche in questo caso rimangono escluse città come Terracina, il che conferma la scarsa operatività di tale criterio.
6.3. Il criterio funzionale
È quello di gran lunga più adeguato ad esprimere il carattere urbano di un comune. L’ISTAT ha elaborato nel 1963 una Classificazione dei comuni secondo le caratteristiche urbane e rurali, basata su 5 indicatori. La popolazione urbana al 1961 è risultata così pari al 41,4%, ma in molti casi sono compresi comuni con scarse connotazioni urbane.
Al XXI Congresso Geografico Italiano (1971), Dematteis individua le città alpine in base a una soglia minima di addetti ad attività centrali, ricavata mettendo in rapporto gli addetti a tali attività in una certa area con la popolazione dell’area stessa e moltiplicando tale relazione per 5000, cioè la soglia minima di popolazione potenzialmente in grado di dar luogo a una domanda di servizi urbani.
Nel 1973 Mainardi, ancora in una ricerca sulle città alpine, elabora un indice di centralità, dato dalla sommatoria dei punteggi attribuiti in base alla presenza nei singoli comuni di servizi commerciali, bancari, scolastici, sanitari e amministrativi. Tale indice varia da un massimo di 30 a un minimo di 2 per i centri locali al più basso gradino della gerarchia urbana.
Sempre nel 1973, la Somea pubblica in due volumi l’Atlante economico-commerciale delle regioni d’Italia, che pone una soglia demografica minima di 3000 abitanti per il Sud e di 5000 per il Nord. La ricerca intende verificare il grado di adattamento alla domanda dell’offerta localizzata nei singoli centri. A questo scopo si utilizza una doppia serie di indicatori: 1) La clientela attratta da ciascun centro di offerta, con il conseguente calcolo di un Indice di attività commerciale, dato dal prodotto della popolazione attratta per la spesa che ciascuna persona destina al consumo; 2) il grado di disponibilità per i consumatori dei servizi e commerci considerati.
Le attività commerciali e i servizi considerati sono in tutto 145, raggruppati in 8 tipi, classificati in ordine di rarità dal I (macellerie, panetterie, bar) al VII (alberghi di lusso e antiquari) e VIII (scenografi, xilografi). In base all’intensità di presenza di tali servizi i centri di offerta vengono ripartiti in 13 classi (da 3 a 15). Vi sono 13 metropoli nazionali, classe 15: Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma, Torino, Venezia, Verona), 22 le metropoli regionali (es: La Spezia), 45 le città regionali (Imperia, Sanremo e Savona) e 62 le sub-regionali (Chiavari e Rapallo).
Nel 1976-77 sono state effettuate due ricerche sulle piccole città italiane. La prima (Bartaletti) considera come urbani i comuni dotati dei seguenti requisiti: 1) popolazione compresa fra 5000 e 35000 abitanti; 2) qualifica minima di “centro urbano locale” nella classificazione della Somea; 3) alcuni servizi di tipo scolastico, sanitario e amministrativo-giudiziario. Le piccole città individuate nella ricerca sono 350, con una popolazione di 6.683.655 abitanti (1971). Se a queste aggiungiamo i 184 comuni appartenenti almeno alla classe 9 della Somea e con più di 35000 abitanti, abbiamo una popolazione urbana di 29,9 milioni, pari al 55% del totale italiano.
La seconda ricerca (Costa, Da Pozzo, Bartaletti) include anche i comuni appartenenti alla classe 8 della Somea (es: Asiago, Pontremoli) purché sufficientemente attrezzati (sportelli bancari, scuole medie superiori, ospedali, etc.). Il numero delle piccole città individuate, 359, è uguale a quello della precedente ricerca, ma i comuni presenti in entrambe sono solo 264 e la popolazione, 7.015.490, è un po’ superiore. Aggiungendo le 169 città medie e grandi, si ottiene una popolazione urbana di 28,6 milioni di abitanti, il 53% del totale della popolazione italiana.
Negli anni ’80, la Somea ha prodotto una nuova ricerca: sono stati analizzati tutti i comuni italiani indipendentemente dalla loro taglia demografica, con separazione fra terziario e quaternario. I servizi vengono divisi in 4 livelli: al primo quelli elementari alimentari, per esempio.
Il livello 2 dei servizi alle famiglie comprende i poli urbani corrispondenti ai comuni inseriti nelle classi dalla 8 alla 15 della precedente ricerca (in Friuli, si passa da 24 comuni della Somea a 26, con Tavagnacco e Lignano Sabbiadoro in più).
Nelle aree più urbanizzate e industrializzate, più che di rapporti gerarchici è opportuno parlare di interconnessione dei flussi fra reti di città, le cui singole aree di gravitazione si sono fuse in una grande area. Il fenomeno urbano tenderebbe quindi ad organizzarsi per reti a due livelli, uno regionale e l’altro planetario e globale.
Il gruppo di ricercatrici coordinato da Denise Pumain, in Le système des villes européennes (1994), considera urbani a livelli minimo i comuni e gli agglomerati multicomunali con una popolazione di almeno 10000 abitanti. Ma la mera soglia demografica non basta a distinguere fra centri urbani e non. Si è pertanto cercato di individuare un indicatore urbano assoluto, in termini di addetti complessivi a tre settori del terziario (commercio, credito-assicurazioni e servizi alle imprese). L’applicazione di questi principi ha permesso di calcolare l’entità della popolazione urbana in Italia: 41.360.000 abitanti, pari al 72,8% della popolazione.
Qualora si utilizzasse in Italia come soglia urbana una popolazione comunale di 10000 abitanti, avremmo un totale di 34.947.839 abitanti pari al 66,8% del totale (1991).
Capitolo II – L’urbanizzazione nel mondo e i processi di crescita e declino della città
1. La popolazione urbana nel mondo
La popolazione urbana nel mondo intero si è accresciuta a un ritmo superiore a quello della popolazione mondiale nel suo complesso. Secondo Beaujeu-Garnier e Chabot (1963), dall’inizio del XIX secolo alla metà del XX, se la popolazione mondiale si è moltiplicata per 2,64, quella residente in località con almeno 5000 abitanti si è moltiplicata per 26,3.
L’annuario demografico dell’ONU del 1999 presenta dati sulla popolazione urbana di 122 paesi, precisando che il termine “urbano” è conforme alla definizione data nei censimenti dei singoli stati (per Nicaragua e Panama basta la presenza di luce e acqua). Mancano i dati relativi alla Cina, all’Italia, alla Germania e alla GB.
Le parti del mondo più urbanizzate risultano essere nell’ordine il Sudamerica (78%), l’Oceania (77%) e il Nordamerica (72%), quelle meno urbanizzate l’Asia (37%) e l’Africa (35%), mentre l’Europa si attesta al 67%. Il Book of the Year dell’Encyclopaedia Britannica del 2002, presenta i dati demografici ed economici relativi a tutti i 213 stati e territori del mondo, e ne si ricava che nel mondo vi è un tasso di popolazione urbana del 47,4%. I tassi più elevati si raggiungono in Belgio (96,8%), Islanda (93,5%), Olanda (89,3%) e Regno Unito (88,2%), viceversa i valori più bassi sono in Uganda (13%), Nepal (11), Burundi (8,6), Bhutan (7) e Ruanda (6).
L’Italia staziona a 67%. Coi dati di Beaujeu-Garnier e Chabot vediamo che l’incremento della popolazione urbana in punti di percentuale medi annui ha registrato il maggior balzo in avanti proprio nell’ultimo cinquantennio. Rispetto al 1950, la popolazione urbana si è moltiplicata per 4,05 e la popolazione mondiale per 2,55. Dopo il 1970, l’accrescimento della popolazione mondiale è sceso fino al 2% di oggi, mentre quello della popolazione urbana si è quasi dimezzato (dal 6,2% della media cinquantennale al 3,9% dell’ultimo trentennio).
2. Rururbanizzazione, periurbanizzazione, suburbanizzazione
Secondo Bastie e Dezert (1980), il neologismo “rururbazione”...
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