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Riassunto esame Geografia, prof.ssa Incani, libro consigliato Geografia, teoria e prassi di Fabrizio Bartaletti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Geografia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Clara Incani Carta: "Geografia, teoria e prassi di Fabrizio Bartaletti". Gli argomenti affrontati sono:
- Fondazione della geografia moderna: Von Humboldt e Ritter
- Allievi di Ritter
- Geografia evoluzionista e nascita dell'ecologia
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Esame di Geografia docente Prof. C. Incani Carta

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In questo contesto, in Germania, nacque il paesaggio culturale (Kulturlandschaft), plasmato dagli interventi dell’uomo a causa del

suo bagaglio di conoscenze e del contesto etnico-culturale di cui fa parte; il termine fu introdotto da Schluter (che definisce il

paesaggio “espressione geografica di una cultura”, non negando ma riequilibrando l’influenza della natura, che in precedenza aveva

enfatizzato) e Otto Maull, secondo cui indicava lo spazio di vita dell’uomo, prodotto dall’azione delle forze culturali sulla natura.

Importanti ricerche su regione e paesaggio le fece anche Hermann Lautensach, che contribuì anche sul versante epistemologico:

coniò il concetto di Formenwandel, cioè i mutamenti di suolo, clima e vegetazione in rapporto a latitudine, distanza dal mare e

altitudine. Lucio Gambi, però, criticò il fatto che alcuni geografi tedeschi avessero cercato di gerarchizzare gli elementi che concorrono

all’individuazione del paesaggio, ripartendo poi questi ultimi in classi. Nel quadro del progetto europeo Coordination of Information

on the Environment il paesaggio è inteso come mosaico di unità territoriali, ciascuna caratterizzata da una certa copertura del suolo;

in base alla Convenzione Europea del Paesaggio (2000), si intende invece una determinata parte di territorio, così come è percepita

dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e umani e dalle loro relazioni, contribuendo a formare e

conservare l’identità culturale.

 Sistemazione concettuale della geografia classica

Dal XX secolo la riflessione metodologica e sull’oggetto della geografia ha come riferimento Aldred Hettner (1859-1941), che effettuò

viaggi in tutto il mondo e fondò la Geographisce Zeitschrift, dove si chiese cosa fosse la geografia e quali fossero le sue possibilità. La

sua concezione della disciplina non deriva da una specifica filosofia, ma si sviluppa empiricamente dallo studio della storia del

pensiero geografico (Humboldt, Ritter) allo scopo di delineare un metodo e dare corretta definizione epistemologica. Pur affermando

di non rifarsi a Kant o Comte, Hettner utilizza uno schema delle suddivisione della scienza fortemente kantiano, riprendendo le

definizioni di scienze nomotetiche e idiografiche. Egli osserva che i fraintendimenti sull’essenza della geografia derivano dalla

scorretta identificazione del suo oggetto di studio: la materia non consiste nella conoscenza generale della Terra, bensì nello studio

della superficie terrestre e delle sue differenziazioni regionali. L’approccio è quindi cronologico, e prevede di descrivere e interpretare

il carattere multiforme della superficie terrestre, dovuto a molteplici elementi che variano da luogo a luogo e tra loro interconnessi.

Da qui, la negazione della natura dualistica della disciplina: in ogni singola area i caratteri antropici e naturali sono legati tanto

strettamente da essere inscindibili; dunque, la geografia non deve dividersi fra scienze naturali e sociali, poiché studia una realtà

diversificata. Lo studio della superficie terrestre può quindi essere regionale (complesso dei caratteri delle singole aree o generale

(sistematico, che confronta le regioni in base a particolari caratteristiche). Queste concezioni furono riprese da André Cholley (1886-

1968), secondo cui l’oggetto della geografia è la conoscenza della Terra nel suo carattere complessivo, non in termini di categorie di

fenomeni ma in qualità di combinazioni di questi. La sua originalità nasce da quella dei fatti che studia, non isolati ma interconnessi;

allo stesso modo Preston James, che parla di associazioni di fenomeni e somiglianze e differenze fra i luoghi stessi. Alla fine degli anni

’50 le idee di Hettner – circoscritte al mondo germanico a causa della lingua – vengono riprese da Richard Hartshorne (1899-1922),

ricordato per aver dato sistemazione epistemologica alla geografia classica. Egli osserva che il concetto di geografia come scienza

degli spazi terrestri corrisponde a una sintesi delle concezioni di Humboldt e Ritter ma che, tuttavia – riprendendo Cholley – oggetti

della materia non sono i singoli fenomeni ma le loro associazioni, che danno carattere ai luoghi. La materia si caratterizza per

analizzare i fenomeni da un determinato punto di vista (spaziale), e in tal senso si avvicina alla storia, che privilegia però il punto di

vista temporale; poiché i fatti osservati, poi, non sono immobili ma inanimati, biologici e sociali la geografia può essere definita

scienza di sintesi. In quanto scienza della differenziazione spaziale privilegia l’analisi di singole regioni, senza formulare

generalizzazioni e – riprendendo Windelband – la geografia è idiografica (perché studia l’unico) e non nomotetica (che mira a

individuare leggi generali). Per quanto riguarda i riferimenti temporali, Hartshorne riporta quanto affermato dalla letteratura

esistente, e cioè che lo scopo della geografia è considerare il mondo così com’è; ciò non significa che essa non debba considerare

una certa estensione temporale (necessaria a volte per capire indagare gli sviluppi nel tempo di un dato fenomeno), ma certo si tratta

di una problematica che va affrontata da altre discipline. I geografi studiano quindi il passato non solo in quanto chiave esplicativa

del presente, ma anche nei termini del suo stesso contenuto geografico (la geomorfologia, per esempio, ha rilevanza geografica se

usata per comprendere il carattere attuale di ciascuna regione della Terra). Per quando riguarda la geografia storica, invece, se

l’intento è determinare modi e processi dei mutamenti, la ricerca è sostanzialmente storica; se, invece, l’accento è posto sulle

caratteristiche paesistiche del mutamento e sui caratteri di connessione dello spazio è evidente il carattere geografico. In sintesi, le

escursioni nel passato della geografia non hanno l’obiettivo di studiare le origini, bensì comprendere meglio il presente.

 New geography e rivoluzione quantitativa

La geografia regionale rimase in auge fino agli anni ’50 ma, nel primo dopoguerra, a opera di geografi anglo-americani e scandinavi,

maturarono ricerche per una rivoluzione concettuale; tale processo si sviluppò come reazione al fatto che lo studio dell’unico

testimoniava l’incapacità della geografia tradizionale di pianificare e trasformare il territorio. Per fare questo era però necessario

conoscere le leggi regolatrici dei fenomeni e, quindi, abbandonare l’esame del particolare e cercare le regolarità nelle configurazioni

spaziali: fondamentali, quindi, geografia urbana ed economica. Si svilupparono così modelli normativi, di tipo deduttivo (studio

dell’uso del suolo urbano dei sociologi urbani di Chicago) o induttivo (legge di Reilly sulla gravitazione del commercio al dettaglio):

entrambi con lo scopo di organizzare la geografia in proposizioni coerenti, che contribuiscono a fondare teorie scientifiche; mentre

per i primi, però, la realtà esiste se le premesse sono vere, per i secondi la realtà è quella conoscibile con l’osservazione. La nuova

geografia adotta quindi i metodi delle scienze naturalistiche e formula modelli di interrelazioni che cerchino di spiegare la realtà; si

colloca così nel filone neopositivistico, distinto dal vecchio positivismo perché si limita a spiegazioni possibilistiche e non

meccanicistiche o deterministiche, formulando tesi vere per classi di eventi ampie.

Nel modello sull’uso del suolo urbano i sociologi Park, Burgess e McKenzie – ispirati al modello di Joahnn Von Thünen sull’uso del

suolo agricolo (1875) – dimostrano che le città industriali nordamericane degli anni ’20 sono caratterizzate dalla configurazione

concentrica di attività e gruppi sociali. Il modello delle località centrali del geografo Walter Christaller è fonte di ispirazione per gli

esponenti della new geography: esso, infatti, dimostra che la distribuzione delle città sul territorio è data da un rapporto costante fra

le città di una certa gerarchia e quelle di grado inferiore, e che l’area di attrazione centrale assume una forma esagonale. Esponenti

di spicco di questa geografia quantitativa sono William Garrison (iniziatore, fece ricerche sulle reti dei trasporti e la teoria delle località

centrali), Fred Schaefer (che ripudiò la teoria di Harthshorne e propose un approccio scientifico basato sulla ricerca di leggi

geografiche), Richard Chorley e Peter Haggett (il primo applicò modelli quantitativo e approccio sistemico a climatologia e

geomorfologia, il secondo contribuì con teorie e modelli anche alla teoria dei sistemi). Ancora: William Bunge e Waldo Tobler (il

primo, prima di dedicarsi alla geografia radicale, scrisse un volume su teorie e modelli per l’analisi spaziale, mentre il secondo è noto

per aver formulato la prima legge della geografia, in base alla quale ogni oggetto è correlato ad altri, in maniera più intensa in funzione

della vicinanza), Torsten Hagerstrand (studiò la diffusione delle innovazioni utilizzando la tecnica della simulazione Monte Carlo,

partendo dall’assunto che la probabilità di contatto fra due persone sia inversamente proporzionale alla distanza e dimostrando che

la diffusione avviene non casualmente attraverso modelli di prossimità, per l’interazione diretta di elementi vicini), Brian Berry

(rilanciò la teoria delle località centrali e fece ricerche sulla localizzazione di attività e servizi), Peter Gould (applicò modelli e metodi

quantitativi, come la teoria dei giochi, a ricerche operative su paesi africani, ripercorrendo con humor le problematiche della

geografia) e Jean Racine, pioniere nel mondo francofono. Sulla frizione della distanza si basa anche il modello gravitazionale di William

Reilly, che in analogia con la legge di Newton afferma che la forza di attrazione esercitata da due città su un centro secondario (sito

a una certa distanza) è inversamente proporzionale al quadrato della distanza.

La geografia sociale (1908) si occupa dei riflessi geografici connessi ai modi in cui la società si organizza sul territorio e alle sue

condizioni di vita (similmente alla geografia culturale e a quella umana). La prima cattedra fu istituita nel 1948 a Londra, e fu ricoperta

da Laurence Dudley Stamp, dedito a ricerche sull’utilizzazione del suolo; tra i fondatori della disciplina vanno però ricordati Hans

Bobek, con ricerche sul Vicino Oriente, sul paesaggio e sull’impronta dai singoli gruppi alle regioni, e Pierre George, marxista, che

descrive la distribuzione dei vari tipi di società nel mondo (di consumo, socialiste, patriarcali) analizzando i caratteri delle società

industriali e di quella sovietica, con taglio sociologico (al centro delle sue indagini, come agente di produzione e consumo). Questo

spostamento di prospettiva colloca la geografia fra le scienze sociali e la allontana dall’ambientalismo, consolidandosi nel concetto

di produzione di spazio elaborato da Lefebvre, per cui lo spazio è un prodotto sociale (così che la ricerca deve concentrarsi sulle

relazioni fra i sistemi sociali).

La geografia critica – umanistica – si sviluppa negli anni ’70 come costola di quella sociale, in relazione al neopositivismo; al suo

interno si distinguono la geografia radicale, quella della percezione e quella postmoderna, nell’ambito della quale rientra anche la

geografia femminista o di genere. Fra gli anni ’60 e ’70 si afferma – negli Stati Uniti prima e in Europa poi – la geografia radicale

(socialista) e marxista, impegnata socialmente e sensibile a povertà, emarginazione e conflitti, oltreché alla condizioni di vita di certi

quartieri. Secondo Richard Peet la disciplina si occupa di rapporti fra processi sociali, ambiente naturale e relazioni spaziali,

accettando il dogma che i processi sociali consistano essenzialmente nella produzione e riproduzione della basse materiale della vita;

il paesaggio economico e sociale, quindi, è plasmato dai modi produzione differenti. Esponenti anglosassoni del filone furono William

Bunge e David Harvey, mentre in Francia fu attivo Yves Lacoste; in Italia Giuseppe Dematteis e Massimo Quaini diedero vita alla

geografia democratica, il cui programma fu presentato dalla rivista Hérodote/Italia. Bunge esordì nella geografia quantitativa, ma

dopo l’insurrezione nera di Detroit (1967) applicò gli strumenti al quartiere nero di Fitzgerald; fondò poi il DGEI, per offrire

gratuitamente ai residenti corsi universitari, e coinvolse i locali nell’analisi dei problemi del quartiere, riportando i fenomeni su carte

facilmente leggibili. Sollevato dall’insegnamento universitario (ufficialmente per intemperanze verbali), fondò nuovi gruppi di studio

in Canada. Uscito dal mondo accademico – anche per i disagi con i colleghi – divenne taxista. Le sue ricerche quantitative differiscono

nettamente da quelle di Harvey, che respinse gli schemi positivistici e si collocò nel filone della geografia radicale-marxista. Harvey

sostiene che la geografia non può restare obiettiva davanti alla povertà urbana, che i metodi geografici non riescono a risolvere certi

problemi e che non può esistere giusta distribuzione territoriale dinanzi alle strutture economiche del mercato: i modelli quantitativi,

quindi, valgono solo nell’ambito del sistema capitalistico. Alcuni saggi del geografo trattano poi materialismo dialettico con impronta

socio-filosofica-politica ma scarsi risvolti geografici. Lacoste contribuì invece alla lotta per l’indipendenza algerina e scrisse alcune

opere impegnate e provocatorie, soprattutto di geopolitica; fondò, infine, la rivista Hérodote (geopolitica e geografia).

La geografia della percezione nacque negli Stati Uniti nei primi anni ’60, in reazione alla quantitativa e ai suoi modelli generali, cui

contrappose il comportamento del singolo e lo studio dei processi cognitivi come risposta agli stimoli ambientali. Si definiscono

comportamenti spaziali le azioni di persone che si manifestano nello spazio (quotidiane o episodiche), le quali producono dati:

distanza del movimento, direzione, frequenza. La geografia della percezione – legata alla psicologia – si avvale di carte mentali

(rappresentazioni del territorio spesso incomplete), disegnate dai cittadini e utili a capire come essi percepiscano il territorio, allo

scopo di guidarne il miglioramento (Kevin Lynch, urbanista, elaborò immagini della città). Massimi esponenti della corrente furono:

David Lowenthal, Reginald Golledge – curatore di un’opera che sottolinea l’importanza del comportamento individuale e lega

geografia e psicologia – e Yi-Fu Tuan, che battezzò topophilia la connessione fra l’ambiente e sentimenti estetici che l’individuo gli

attribuisce. Tale approccio – avvincente e suggestivo – è in realtà un regresso, poiché ripiegarsi sull’emotività individuale mal si

concilia con una geografia costruttiva. Il postmodernismo sottolinea oscurità e frammentazione di una reale conformità sociale, e

sancisce la fine di una verità universale in favore di teorie diverse.

La geografia postmoderna – fortemente umanistica – è refrattaria a ogni classificazione, rifiuta il neopositivismo e discute i paradigmi

moderni e le mappe cognitive, giudicandole soggettive. Essa si divide in filoni: nuova geografia culturale, che si occupa di razza,

sessualità, culture e linguaggio, e geografia postmarxista; ma anche altri che affrontano la questione ambientale in chiave culturale

o la validità della rappresentazione geografica. Carattere comune è l’interpretazione critica dei testi, per dimostrare che la

collocazione di autore e lettore influenza scrittura e lettura, così che ognuno produce molteplici interpretazioni (decostruzione, dubbi

sulle pretese autorità precedenti). Principali esponenti della geografia furono Edward Soja e Gunnar Olsson. Soja (1940) introdusse il

concetto di spazialità, cioè uno spazio prodotto socialmente che – assieme a storicità e socialità – forma il trittico dell’esistenza

(1996), costituendo un aspetto essenziale della vita umana. Secondo lo studioso ci sono tre modi di concepire lo spazio: percepito,

costituito da spazi concreti e riproducibili su carte e socialmente; concepito, costruito in forme mentali o cognitive, espresso in segni

e simboli; e vissuto, che consiste in pratiche sociali e spaziali, quindi mondo immateriale e immediato dell’esperienza, che si

sovrappone a quello materiale e si esprime con simboli e segni non verbali. Al concetto di spazialità si può ricondurre quello – con

riflessi politici – di territorialità di Raffestain (1936), definito come la struttura relazione della quotidianità e l’insieme di relazioni che

una società intrattiene con se stessa e l’esterno per soddisfare i suoi bisogni. Olsson si dedica a tematiche postmoderne dagli anni

’80, con ricerche su linguaggio, significato della carta e critica della ragione cartografica e ricostruzione storica dei modelli spaziali.

Sottolinea l’autoreferenzialità delle geografie postmoderne, commentando il quadro di Magritte Ceci n’est pas une pipe, in cui l’artista

sottolinea la differenza fra realtà e rappresentazione, rivelando l’ambiguità della ragione cartografica. La sfida che il postmodernismo

si pone, secondo Olsson, è trovare il modo di andare al di là dello spazio grigio che riempie il vuoto fra dipinto e storia della parola.

Al di là delle capacità intellettuali di ciascun geografo e dei riflessi positivi di una teorizzazione acuta, è evidente che l’approccio si

allontana dalla realtà, percorrendo itinerari solo filosoficamente appaganti.

Nozioni e campi di ricerca della geografia

I campi di ricerca della geografia regionale, oltre a quelli di ordine teorico sui principi che stanno alla base del concetto stesso di

regione e sulle tecniche per pervenire a una regionalizzazione, sono l’analisi di varie problematiche a scala regionale, intesa a livello

amministrativo (organizzazione statale), come area transregionale (Pianura Padana) o transnazionale (regione mediterranea), o

eventualmente entrambi i tipi (regione linguistica); o ancora come regione storica (individuata in base a limiti dedotti dalle antiche

carte), funzionale (attrazione dei poli), economica (regione industriale della Ruhr) o climatica (Toscana sublitoranea). La regione può

essere quindi individuata sulla base di fenomeni di interesse diversi e, all’interno, portare avanti una ricerca di geografia generale o

un’analisi focalizzata aspetti rilevanti specifici, come tipologia e sviluppo del turismo, processo di desertificazione, urbanizzazione e

altri. Di particolare importanza, seppure poco coltivate dalla ricerca geografica, sono le ricerche sulle unità amministrative (in Italia:

regione, provincia, comune) e sulle loro articolazioni territoriali (porzioni della Liguria sul versante padano, per esempio), reti

idrografiche, vie di comunicazione, protuberanze, diffusione dei dialetti eccetera, allo scopo di verificare quanto i confini

amministrativi si identifichino con quelli geografici e rispondano alle esigenze della popolazione. In Italia, tale problema è

particolarmente sentito e ha stimolato l’impegno di geografi e ricercatori ISTAT, ma la soluzione non è semplice, in quanto fornire un

ritaglio aderente al sentire dei cittadini e alla realtà locale prevede necessariamente la valutazione di parametri economici,

geografico-morfologici e storico-culturali. Alla fine degli anni ’40 Walter Isard ha fondato la scienze regionale, branca delle scienze

sociali che si occupa di analizzare problemi urbani, rurali o regionale (teoria della localizzazione, economica spaziale, trasporti,

migrazioni e pianificazione urbana); in netta contrapposizione al suo approccio, dagli anni ’70, alcuni geografi umanisti hanno ripreso

il paradigma storicista per individuare regioni etno-linguistiche (regione ladina delle Dolomiti). In base all’approccio sistemico, infine,

la regione è il prodotto di processi diversi che si influenzano, per cui si pone l’accento su questi e non sulla singola regione; così

facendo, però, si rischia di perdere il contatto con il presente. Qualunque sia il criterio usato per delimitare un territorio, in linea di

massima è opportuno che le aree d’interesse siano ristrette; difficilmente, infatti, il geografo affronta problematiche sovranazionali

o planetarie, bensì si concentra su ambiti locali, seppure per svariate finalità (turismo, economia, urbanizzazione, sanità ecc.).

La geografia della popolazione non studia la struttura della popolazione e i processi demografici in se (che sono ambito della

demografia), ma le variazioni della popolazioni e dei diversi livelli di densità nella loro distribuzione spaziale. L’analisi potrà essere

riferita a una singola città nella sua ripartizione in quartieri, a un’unità amministrativa, a una classe demografica (città con più di

50000 abitanti), a gruppi di comuni inclusi in aree omogenee da un punto di vista fisico o economico, oppure a regioni o macroregioni

(Alpi in rapporto ai singoli Stati alpini): il diverso andamento della popolazione, calcolato come tasso percentuale annuo o per periodi

di varia lunghezza, potrà quindi essere rapportato con fattori economi o sociali, così come la densità potrà divenire indicatore per

delimitare agglomerati urbani multicomunali. Per fare ricerche di questo tipo, il geografo deve comunque conoscere gli elementi

essenziali della demografia, come i fattori che regolano l’andamento della popolazione (saldo naturale = differenza fra nati e morti)

e quello migratorio (differenza fra emigrati e immigrati), calcolato per anno o anni in tasso (per cento o per mille) rispetto alla

popolazione di partenza. Va detto che nei paesi sviluppati sono considerati normali una natalità del 10-13% e una mortalità del 9-

11%, ma in Italia la natalità del 2010 fu del 9,3% e la mortalità del 9,7% (ISTAT): le regioni più prolifiche sono il Trentino e la Campania,

mentre la mortalità più bassa si registra nell’Alto Adige Sudtirolo. La popolazione mondiale (7 miliardi al 31 ottobre 2011) non è

equamente distribuita nei continenti; questo per le diverse condizioni di clima e fertilità del suolo (modificabile solo a costi elevati) e

della distribuzione stessa delle terre emerse (solo un terzo nell’emisfero australe e solo il 30% di queste a latitudini fra i 20° e i 60°,

porzione adatta a essere abitata); da qui la concentrazione nell’emisfero settentrionale, nel quale si ha comunque la contrapposizione

fra i settori a ovest e a est del 60° meridiano: a ovest è abitata la fascia temperata, a est quella tropicale e subtropicale a clima

monsonico (a causa dei vasti deserti caldi, come il Sahara, e freddi, come il Gobi, oltreché di altipiani elevati con scarse precipitazioni,

come il Tibet, e steppe semidesertiche, come il Turkestan); qui, una cospicua percentuale vive ad alta quota (Ande).

A livello di continenti – a parte l’Asia con i suoi 4 miliardi e 160 milioni di abitanti, non c’è grande differenza fra l’Africa (1 miliardo e

20 milioni), le due Americhe (935 milioni) e l’Europa (738 milioni), mentre l’Oceania è ancora poco popolata: questa situazione è

relativamente recente, in quanto l’incremento demografico di America Latina e Africa è stato superiore rispetto a quello di Europa e

Nord America). Quanto alla densità (considerando Stati di una certa estensione) al primo posto si colloca il Bangla Desh (964 ab/kmq),

seguito a distanza da Corea del Sud e India; in generale, valori massimi di densità si raggiungono nei grandi agglomerati urbani, dove

spesso si superano i 2000 ab/kmq (Milano, Varese). Va detto in ultimo che i valori lordi sono spesso ingannevoli: in Valle d’Aosta, per

esempio, si hanno appena 35 ab/kmq, ma oltre 150 se si considera il solo fondovalle (a tal proposito è interessante la distribuzione

della popolazione per fasce altimetriche e variazioni). Classico oggetto della geografia della popolazione è la localizzazione dei centri

situati alle quote più elevate – come la Rinoconada nel Perù – e lo studio delle loro variazioni demografiche, come pure dei centri alle

latitudini più elevate. La geografia della popolazione si occupa anche delle migrazioni, interne ed esterne, per stabilire da quali comuni

e paesi provengono i flussi, dove si localizzano e con quale intensità; motivazioni (economiche, politiche), tipologie e vicende dei

migranti sono compiti di storici e sociologi.

Geografia degli insediamenti, geografia urbana In passato la geografia si è occupata più dei centri rurali che non delle città:

comprensibile, in una società a economia agricola, ma oggi interessano molto di più i fenomeni urbani. È quindi interessante oggi

analizzare la distribuzione dei centri a struttura tradizionale e la topografia degli insediamenti rispetto a rilievi e idrografia, oltreché

la posizione rispetto alle vie di comunicazione maggiori: i centri abitati si situano quindi al sommo di un colle, lungo un versante o su

un ripiano che interrompe la pendenza di un rilievo, lungo le coste o in una conca e – in generale – in zone ben collegate e prive di

ostacoli naturali. La geografia urbana, dunque, studia anzitutto la città; per individuarla stabilisce dei criteri per identificare i centri

urbani, confrontando i diversi tassi di popolazione urbana nei paesi: si stabiliscono allo scopo soglie demografiche, ma sono più

attendibili quelle funzionali che mirano a stabilire il peso che in un dato centro assumono le funzioni commerciali, amministrative

ecc. La disciplina si divide in geografia della città e geografia delle città: la prima studia la struttura interna della città, la distribuzione

e le caratteristiche socioprofessionali dei quartieri, delle attività e i servizi; le ricerche sul tessuto urbano si occupano della

distribuzione spaziale delle zone industriali e delle grandi infrastrutture, della localizzazione dei quartieri residenziali e della loro

connotazione socioprofessionale, utilizzando la delimitazione del quartiere commerciale centrale e le eventuali variazioni della sua

localizzazione nel tempo (oggetto di ricerca indagato soprattutto negli USA). Si analizza quindi anche la distribuzione dei servizi e

delle aree verdi, e il rapporto con la popolazione dei quartieri, individuando analogie strutturali fra le città e proponendo la

riqualificazione dei centri degradati (gentrification). Le ricerche sulle funzioni urbane, in breve, analizzano la ripartizione percentuale

degli occupati nei tre grandi rami di attività (primario, secondario, terziario), distinguendo al più – nel secondario – fra industria

manifatturiera, attività estrattiva e costruzioni, e il quaternario quale branca del terziario (inerente le attività direzionali). Da qui si

procede alla classificazione funzionale delle città, in base a metodologie quantitative (quoziente di localizzazione), fino a individuare

la base economica, in cui si evidenziano i beni e servizi destinati a soddisfare la richiesta di mercati esterni. La geografia della città, in

prospettiva storica, studia anche i diversi modelli di piante della città, ricostruendone l’evoluzione. Si occupa poi della distribuzione

delle città sul territorio, le reti urbane, nei loro rapporti sul piano demografico ed economico-funzionale, la gerarchia urbana (secondo

il modello di Christaller o in chiave moderna), l’area di attrazione delle città (flussi pendolari, modello gravitazionale di Reilly) e la

realizzazione di new towns a una certa distanza dalle metropoli, per alleggerire la pressione demografica su di essa, e i riflessi sul

territorio, come il consumo di spazio (superfici urbanizzate e loro incidenza sulle unità amministrative di riferimento). Alla disciplina

si rifanno anche le ricerche sulla crescita oltre i confini amministrativi, che porta alla coalescenza urbanistico-territoriale con altri

centri, e quindi a fenomeni di gigantismo urbano (conurbazione, secondo Patrick Geddes ai primi del Novecento; poi ricondotti al

concetto di area metropolitana). La ricerca sulle reti urbane si effettua anche con l’ausilio di modelli come la legge rango-

dimensionale e la teoria delle località centrali: secondo la prima, data la popolazione della prima città per numero di abitanti, la

seconda dovrà avere la metà della popolazione della prima, la terza un terzo eccetera: a rigore, lo schema non si verifica praticamente

mai, ma il modello è utile per individuare squilibri o continuità nei centri urbani. La teoria di Christaller, invece, afferma che le città

sono strutturate in una gerarchia a sette livelli, a ciascuno dei quali corrisponde un’area di attrazione di forma esagonale (tanto più

ampia quanto più alto è il livello gerarchico della città, con le località di ordine inferiore sui vertici o a metà dei lati). Ovviamente, si

tratta di una semplificazione, utile però a studiare la distribuzione delle città sul territorio e la loro influenza. Per delimitare l’area di

influenza appunto delle città – in assenza di dati sul pendolarismo o simili – si usa il modello di Reilly, simile alla legge di Newton sulla

gravitazione universale, importante perché codifica il ruolo della frizione della distanza (la forza di attrazione di una città diminuisce

con la distanza). Negli anni ’80 è subentrato il modello reticolare (che ha sostituito quello gerarchico), in cui le città sono tra loro

complementari e agiscono come sistema. Le ricerche sulle conurbazioni di Geddes (avanzate in Italia da Aldo Sestini) si sono basate

sulla continuità del tessuto edilizio di più comuni e sulla densità di popolazione, mentre per le aree metropolitane si sono utilizzati

dati statistici (pendolarismo per motivi di lavoro, associato spesso alla densità della popolazione): una ricerca recente, basata su 4

indicatori (incremento demografico, densità, continuità edilizia e pendolarismo) ha permesso di individuare in Italia 32 aree

metropolitane, di cui 14 accorpate in 5 grandi aree. Le aree metropolitane sono da tempo in espansione per la tendenza delle

popolazioni a trasferirsi in comuni suburbani limitrofi, con bassa densità abitativa e abbondanza di verde, o alta densità a minor costo

(città dormitorio); a tale espansione territoriale, non corrisponde necessariamente l’incremento demografico dell’area o del suo

nucleo: secondo il modello del ciclo di vita delle città, alla fase di agglomerazione (crescita della città a spese del territorio circostante),

seguono la suburbanizzazione (incremento dei comuni della cintura urbana e stagnazione della città centrale) e la

controurbanizzazione (Brian Berry), in cui l’intero sistema declina a vantaggio di località lontane e rurali.


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Riassunto per l'esame di Geografia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Clara Incani Carta: "Geografia, teoria e prassi di Fabrizio Bartaletti". Gli argomenti affrontati sono:
- Fondazione della geografia moderna: Von Humboldt e Ritter
- Allievi di Ritter
- Geografia evoluzionista e nascita dell'ecologia
- Geografia italiana
- Ratzel e la geografia determinista
- Vidal de la Blache e il possibilismo
- Allievi di Vidal de la Blache
- Regione e paesaggio
- Hettner
- New Geography
- Geografia marxista
- Geografia della percezione
- geografia post moderna
- Geografia regionale
- Geografia della popolazione
- Geografia urbana
- Geografia economica
- Geografia politica.


DETTAGLI
Esame: Geografia
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VeronicaSecci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Incani Carta Clara.

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