Storia della geografia e del pensiero geografico
Geografia moderna
Alexander Von Humboldt (1769-1859) fu un naturalista poliedrico, versato in botanica e mineralogia, le cui osservazioni durante i viaggi lo qualificano quale padre della geografia. Dopo gli studi economico-politici a Francoforte si laureò in biologia e si dedicò al magnetismo terrestre. Direttore delle miniera in Franconia viaggiò nel Reno, nel Brabante e nel Nord-Italia e, grazie all’eredità della madre, organizzò un viaggio nella zona tropicale (1799-1804) col botanico Bonpland.
In quest’occasione raccolse dati su flora, fauna, geologia e climatologia di Ecuador, Venezuela (dove rilevò la comunicazione tra i bacini dell’Orinoco e del Rio Negro/delle Amazzoni), Cuba, Perù e Messico. Tornato in Europa, pubblicò a Parigi il materiale raccolto (Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent, 1805-43), comprendente anche il primo trattato di geografia socio-economica del vicereame di Nuova Spagna.
Fondata nel 1828 a Berlino la Società Geografia Tedesca, e dopo aver effettuato un viaggio scientifico in Russia Orientale e Asia Centrale su invito dello zar Nicola I, si dedicò a Kosmos (1846-62), opera in 5 volumi che tratta i diversi aspetti della geografia, con riguardo per quella fisica e astronomica. Tra gli strumenti di ricerca inventati da Humboldt si ricordano le isoterme (climi), la correlazione fra la diminuzione della temperatura e il crescere dell’altezza e l’uso del barometro (altitudine); ancora, studiò le variazioni d’intensità del campo magnetico terrestre in base alla latitudine, i suoli e la vegetazione (caposcuola della geografia botanica), i tipi di abitazione e la loro distribuzione; non colse l’importanza delle glaciazioni in ambito climatico.
Secondo un’ottica deterministica, non analizzò i fenomeni di per sé – fossero geologici, botanici o altro – ma li mise in relazione (considerando questo il grande problema della disciplina): studiando gli insediamenti di una data regione, per esempio, cerca i rapporti con rilievo, clima e vegetazione (principio di casualità), per poi passare ad altre regioni presentanti gli stessi fenomeni (coordinazione spaziale), raccogliendo i risultati in carte a isolinee e illustrazioni.
Carl Ritter (1779-1859) fu uno studioso diverso dal contemporaneo Humboldt, impegnato negli studi alla scrivania più che nei viaggi (limitati all’Europa) e primo a dare base teorica e impronta umanistica alla materia. Professore di Geografia regionale, Etnologia e Storia a Berlino (è il primo a ricoprire una cattedra universitaria di geografia), fu co-fondatore della Società Geografica, che diresse dal 1821.
Le sue opere principali sono Die Erdkunde (1817-18, due volumi) e Erdkunde, incompiuta (19 volumi, comprendenti Africa e parte dell’Asia). L’opera, poco conosciuta perché complessa e tradotta solo in parte, è influenzata da spiritualismo e storicismo di Herder, pedagogia di Pestalozzi e teologia luterana: la natura adempie a un fine generale (teleologia, che per Ritter risponde all’esigenza di studiare la saggezza del creatore attraverso le sue opere), con predestinazione di popoli e paesi, e la Terra va studiata non solo perché vi si svolgono i fenomeni, ma soprattutto perché vi dimora il genere umano.
Lo studioso ritiene insufficiente lo studio geografico delle parti, e propone un’analisi del tutto e delle relazioni. Nell’introduzione dell’Erdkunde afferma che l’influenza del popolo sulla natura è maggiore di quella del singolo uomo, trattandosi di una massa che agisce su un’altra massa, e che tale azione è più profonda di quanto sembri. Definisce quindi la geografia come scienza delle relazioni spaziali che si manifestano nella Terra, mentre la storia si occupa di successione e connessione di fatti singoli e collettivi; nessuna delle due, comunque, può privarsi dell’altra.
Distingue quindi la geografia dalle scienze naturali, che studiano forze e organismi di per sé, e afferma che l’influenza della natura sui popoli diminuisce con l’evoluzione della loro civiltà. Ritter è fondamentale per la definizione di essenza e finalità della geografia, e per aver evidenziato come l’eterogeneità dei fenomeni d’interesse ne è una peculiarità, oltreché per l’uso di principi deterministici.
Le descrizioni di Africa e Asia (mai visitate) e l’intenzione di raffrontare forme, sviluppo costiero e civiltà sono noiose, così come il sottolineare (senza motivazioni) l’influenza del quadro fisico sullo sviluppo pare più che altro una professione di fede.
Discepoli di Humboldt e Ritter
Humboldt non ebbe discepoli diretti, ma a lui si ispirarono George Marsh, che pubblicò un eterogeneo volume trattante clima, acqua, erosione, bonifiche, vegetazione e animali, con un taglio definibile ecologista; e Halford Mackinder, che nel 1887 pubblicò un articolo epistemologico.
Tra i discepoli di Ritter merita di essere ricordato Herman Guthe, che disse come la geografia insegnasse a conoscere la Terra in quanto dimora degli uomini. I principali seguaci del pensiero di Ritter furono però altri tre: Elysées Reclus (1830-1905) fu allievo del Maestro e, a Parigi, nel 1848, fu arrestato in quanto anarchico, così che dovette lasciare la Francia e viaggiò per anni, visitando Gran Bretagna, USA, America centrale e Colombia; nel 1857 tornò in Francia e si iscrisse alla Società geografica.
La sua opera principale è la Nouvelle Géographie universelle (18 volumi) scritta nel 1876-1894, e nel 1894 ottenne la cattedra di Geografia comparata a Bruxelles. Il testo, ricco di illustrazioni e tabelle, è la descrizione della Terra più precisa di sempre, arricchita da esposizione fluida e senso deterministico (“alla natura delle cose la Francia deve la sua coesione”, “quelli che non hanno più spazi da sfruttare diventano necessariamente migratori e commercianti”).
L’opera di Reclus affronta anche il problema della mescolanza dei gruppi etnici e, seppure non abbia avuto ovunque lo stesso valore scientifico, ebbe grande influenza come strumento di diffusione della cultura. Ferdinand von Richthofen (1833-1905) – insieme a Humboldt e Blanchard – l’unico il cui nome sia entrato nella nomenclatura geografica. Allievo di Ritter a Berlino, non ne seguì il filone storico-umanistico e si occupò di stratigrafia, clima, botanica, insediamenti ed economia; visitò molti paesi dell’Oriente (coniò l’espressione via della seta) e soprattutto la Cina, dove studiò il löss.
Ordinario di geografia a Bonn e Lipsia, nel discorso inaugurale sui compiti e metodi della geografia, definì la disciplina la scienza che studia il costituirsi sulla superficie terrestre di una molteplicità di fenomeni in un tutto unitario, per cui la fisionomia delle regioni è data dal modo in cui i materiali si combinano secondo rapporti di causalità. Oscar Ferdinand Peschel (1826-1875), infine, si occupò di geografia comparata, con grande attenzione a morfologia ed etnologia.
Nel primo capitolo della sua opera muove una critica alla geografia comparata di Ritter, affermando che questi non aveva in realtà mai fatto geografia comparata; nello studio di forme e articolazione dei continenti e del rapporto fra sviluppo costiero e superficie, cerca infatti di dedurre quanto questi fattori abbiano influito sullo sviluppo dei popoli (per esempio in negativo l’inaccessibilità e la tozza forma dell’Africa, in positivo quella dell’Europa). Ma Peschel si chiede come tutto questo possa legarsi alla geografia comparata, ritenendo si tratti piuttosto di teleologia geografica, cioè della ricerca delle finalità del creatore.
In senso stretto, quindi, fu proprio Peschel a proporre il primo esempio della pratica, con esempi e schizzi cartografici. Con lui, poi, nacque una scuola di geografi dediti allo studio della morfologia terrestre; tra questi, si distinsero William Davis (USA), che elaborò la teoria del ciclo geografico (una superficie inizialmente pianeggiante viene sollevata e incisa dall’erosione fluviale, mentre nella maturità torna a essere un penepiano); Albrecht Penck, secondo cui i pendii ripidi mantengono la loro acclività durante l’erosione, e Siegfried Passarge, che si dedicò allo studio del paesaggio.
Geografia evoluzionista: evoluzionismo ed ecologia
In origine le scienze naturali erano state descrittive ma, nel XIX secolo, ci si accorse che a esse era applicabile il metodo sperimentale, e che l’unità della scienza risiedeva proprio nell’applicazione di uno metodo unico. Le teorie evoluzionistiche – anticipate da Lamarck – furono esplicitate da Charles Darwin nel suo On the Origin of Species (1859), celebre perché proponeva una concezione evoluzionistica lontana dal sovrannaturale e spiegava che l’uomo, quindi, non era centro della creazione; ancora, offriva il metodo che permetteva di penetrare nel nuovo campo, l’ambiente, che influiva sull’evoluzione in quanto solamente i più adatti sopravvivevano (lotta per l’esistenza come meccanismo della vita).
In Germania la teoria fu sostenuta da Ernst Heinrich Haeckel (1834-1919), che si indirizzò verso lo studio dell’ambiente e della sua influenza sui viventi; per tale disciplina coniò il nome di ecologia, ma questa – oggi – si occupa piuttosto delle condizioni di esistenza dei viventi. La concezione delle scienze del XIX secolo mina l’identità della geografia, in quanto – occupandosi essa di fenomeni fisici e umani – non presentava un campo definito. Soprattutto la geografia fisica constava di varie branche specialistiche e, nel contesto, la materia si divise in naturalistica e umanistica. Tentò di rimediare il determinismo ambientale, che studia la risposta delle società alle sollecitazioni dell’ambiente.
Geografia italiana
I primi geografi moderni in Italia furono Adriano Balbi e Francesco Marmocchi: il primo, patrizio, studiò geografia e statistica e pubblicò – fra le altre cose – Compendio di geografica, sintesi delle conoscenze geografiche dell’epoca; il secondo – che partecipò ai moti toscani – scrisse la Descrizione dell’Italia, una della Corsica e il Dizionario della geografia universale.
Nel 1867 fu fondata a Roma la Società Geografica Italiana, cui seguì nel 1895 la Società di Studi Geografici, sita a Firenze. I padri fondatori della disciplina furono Giuseppe Dalla Vedova e Giovanni Marinelli: il primo fu il primo docente di geografia nelle università italiane e – ne Il concetto popolare e il concetto scientifico della geografia – affermò che il compito della disciplina è accertare la distribuzione e le reciproche connessioni causali tra le forme, i fenomeni e gli esseri che hanno sede nella superficie terrestre; il secondo, successore di Dalla Vedova come Professore a Padova, fu autore di diversi contributi sulla geografia fisica del Friuli, di un trattato di geografia universale (La Terra) in sette volumi (del quale il primo è dedicato alla geografia matematica e astronomica e gli altri ai continenti; qui, si esprime sulla limitazione fra Alpi e Appennini, proponendo una soluzione poi accettata dall’intera comunità scientifica).
Il figlio di Marinelli, Olinto, seguì l’impronta di Ratzel e le teorie geomorfologiche di Davis: si distinse per gli studi sull’orografia e i limiti altimetrici, oltreché per la pubblicazione dell’Atlante dei tipi geografici (1922), in cui usò stralci di carte topografiche – commentandole – per illustrare i vari tipi di insediamento, e diresse l’Atlante Interinazione del Touring Club Italiano. Allievo di Marinelli fu Renato Biasutti (1878-1965), anch’egli influenzato da Ratzel: fece ricerche sulle case rurali e sul paesaggio, ma si dedicò soprattutto a studi etnologici, in particolare indagando le razze (Le razze e i popoli della Terra, 1941); sul suo ricordo pesa molto l’aver contribuito – con Giovanni Preziosi, ideologo del razzismo in Italia, e Benito Mussolini – alla stesura del Manifesto della Razza, pubblicato sul Giornale d’Italia.
Tra i geografi italiani di spicco del Novecento si ricordano poi Roberto Almagià, allievo di Dalla Vedova e attivo in vari rami della geografia (anche fisica), autore di un volume sull’Italia e direttore della Geografia Universale dell’UTET; Antonio Renato Toniolo, cui si devono gli studi sulle variazioni della costa alla foce dell’Arno e sullo spopolamento montano; Giuseppe Nangeroni, naturalista, noto per le indagini sul glacialismo e la geomorfologia nelle Orobie; Umberto Toschi, autore di ricerche di geografia economica, politica e urbana; Aldo Sestini, naturalista, noto per gli studi su paesaggio, cartografia e conurbazioni; Alberto Mori, che contribuì agli studi sulla geografia della popolazione e delle sedi e della geografia economica (l’uomo e il mare); Lucio Gambi, noto per gli studi di geografia umana a impronta storica e per i contributi epistemologici, in cui nega l’unità della disciplina in quanto articolare su tematiche diverse; Mario Pinna, massimo studioso italiano di climatologia del dopoguerra; Gaetano Ferro, attivo nella branca della geografia della popolazione e della storia delle esplorazioni, che ha criticato l’eccessiva tendenza alla teorizzazione di alcuni colleghi; e Adalberto Vallega, che si è occupato di geografia regionale.
Ratzel e il determinismo ambientale
Friedrich Ratzel (1844-1904) fu uno zoologo influenzato dall’evoluzionismo di Haeckel, fondatore della geografia umana, della quale si interessò dopo i numerosi viaggi compiuti quali giornalista. Docente di geografia a Monaco, prese la cattedra di Lipsia succedendo a Richthofen. Le sue opere principali sono Antropogeographie in due volumi e Politische Geographie (è il fondatore della geografia politica), ma tutte sono ispirate a determinismo e ambientalismo.
La geografia umana è per Ratzel descrittiva, e questo non deve essere giudicato un difetto; una descrizione precisa, infatti, deve essere la base di ogni analisi scientifica. Nell’Antropogeographie analizza l’area di diffusione dei gruppi umani in relazione alle caratteristiche fisiche dei territori, i limiti dell’ecumene, il concetto di posizione geografica (conia il termine Stato di valico), i confini e i segni impressi dall’uomo, come edifici e coltivazioni: l’opera, nel complesso, è quindi più etnologica che geografica.
Nella Politische nega il concetto statico delle frontiere, che a suo parere sono solo espressioni temporanee dell’espansione (“due popoli di forza diversa non possono stare vicini a lungo, giacché il più forte prevarrà”), e tali considerazioni lo conducono al concetto di spazio vitale dei popoli: ritiene, infatti, che ogni ricerca sull’origine di un popolo debba considerare lo spazio di cui la vita ha bisogno.
In ultimo, afferma che la realtà geografica fa del movimento storico uno spostamento ininterrotto verso spazi nuovi (essenza del progresso), e che i grandi imperi decadono perché diminuisce la loro compattezza. Seppure tali riflessioni non fossero aggressive, va detto che servirono a giustificare l’espansionismo europeo: Rudolf Kjellén, da qui, sviluppò il termine geopolitica; il nazismo le riprese nella persona del generale Haushofer, mentre in Italia Ernesto Massi e Giorgio Roletto fondarono la rivista Geopolitica (1939-42).
Nell’Antropogeographie afferma poi che, così come la Terra si presenta varia, altrettanto varie sono le influenze che essa esercita su popoli e Stati; sottolinea poi come il mare – ad esempio – sia lo stesso ovunque, ma che l’indipendenza della volontà umana non toglie che l’uomo ne subisca gli effetti in modi differenti. Ritiene infatti che la geografia umana debba individuare le leggi che regolano la vita dei popoli – da esprimere in modo geografico e non matematico – ed evidenzia come i territori aventi configurazione semplice i movimenti etnici lo siano altrettanto, mentre negli altri questi sono più complessi e frammentari.
In ultimo, si concentra sulle penisole (insularità, coste e clima sono a temi a lui molto cari), ritenendo che un attacco ristretto al continente ne determini un maggiore isolamento. Per quanto riguarda le influenze del clima – riprendendo quanto già ipotizzato da Bodin – Ratzel lega il carattere degli uomini alle condizioni delle regioni che abitano (da qui il carattere chiuso degli Anglosassoni), e addirittura evidenzia che le grandi migrazioni sono tendenzialmente da territori più freddi verso altri più caldi (affermazione priva di validità scientifica, giacché le motivazioni sono sempre state di ordine economico).
Il determinismo del geografo rinsalda l’unità della materia, riconnettendo scienze della natura e scienze umane; alcuni suoi seguaci, poi, spinsero le sue riflessioni deterministe all’estremo: Ellen Semple, celebre per il suo schematismo, affermò con toni biblici che l’uomo è un prodotto della superficie terrestre, da lei generato e guidato, e che – nei paesi con vasti orizzonti – le idee si semplificano e la religione diventa monoteista. Riguardo al clima, poi, sostiene che questo determini un’influenza sul temperamento delle razze, giungendo a riflessioni quasi razziste: afferma – infatti – che gli abitanti del Nord Italia sono... (testo incompleto).
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