Fortuna della cultura classica
Programma
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Il tema del doppio nel mondo greco: una categoria psicologica: saggio di Vernant
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Il doppio fra tragedia e commedia: Amphitruo di Plauto (commedia) ed Elena di Euripide (tragedia: concetto di responsabilità nel doppio per gli antichi); il tema del doppio non serve solo per storie comiche che poi nascondono dei nodi culturali che nelle epoche successive saranno approfonditi (cfr vari rifacimenti dell'Amphitruo, come Il Sosia di Dostoevskij testi legati alle inquietudini del nostro tempo)
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Lettura e analisi di Amphitruo e Menaechmi: in latino
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Plauto e la cultura contemporanea: autore che ha influenzato di più la cultura moderna e contemporanea a partire dall'Umanesimo
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Il doppio nel teatro e nella letteratura moderni: opere teatrali dal titolo “Anfitrione” ma tutte diverse (come quello del tedesco Von Kleist)
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Il ritorno del doppio plautino in Saramago (ha detto che voleva fare un nuovo Amphitruo e scrivere una commedia, invece il testo molto inquietante, romanzo drammatico) e Taylor (giallo, romanzo di genere): uso del tema del doppio a due livelli della letteratura, uno alto e un altro di consumo
Testi di studio
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Anfitrione di Plauto con testo originale a fronte a cura di Oniga (leggi saggio di Bettini)
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Menaechmi di Plauto con testo latino a fronte
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Saggio di Lucia Pasetti
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Saggio di Vernant
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L'altro e lo stesso di Fusillo (molto importante, leggi bene! Attenzione ai grandi testi, Euripide, Conrad)
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L'uomo duplicato di Saramago
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L'uomo con la mia faccia di Taylor
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Slides su Facebook (a fine corso)
Introduzione
La cultura è interdisciplinare: ampio sistema culturale tenuto insieme dai linguaggi di comunicazione. I miti permettono di spiegare anche ciò che non ha spiegazione, sono connettori culturali (cfr mito di Edipo e di Antigone). Antropologia del mondo antico: mette a confronto le civiltà contemporanee con quelle antiche; trovando i punti in comune si capiscono le somiglianze e le differenze. “Fortuna” sul calco del tedesco significa “sopravvivenza”.
Il tema del doppio: nel mondo antico è importantissimo e le opere che l'hanno trattato sono diventate un modello per quelle dopo: esse hanno un filo rosso con quelle del passato ma sono anche molto differenti. Un'opera porta dietro le incrostazioni delle sue riletture (detto da Pasolini a proposito del “Miles Gloriosus” che tradusse).
Anfitrione è il marito di Alcmena: quando lui è via, dal momento che è in guerra (infatti è un generale), Iuppiter assume le sue sembianze e si unisce con la moglie. È un fatto filologico e di scrittura perché diciamo Anfitrione di uno che ci accoglie in casa: espressione che viene da Molière. Infatti la parte centrale dell'Anfitrione, quella in cui Anfitrione si trova faccia a faccia con il suo doppio, è molto frammentaria, per cui Molière l'ha riscritta → c'è Sosia, lo schiavo di Anfitrione, che fa una prova per capire chi sia il vero padrone, e, a un certo punto, uno dei due gli offre di entrare in casa e mangiare e lui riconosce in lui il suo padrone. Sono importanti anche gli errori (cfr lettura sbagliata del mito di Edipo da parte di Freud, che rimane tuttavia molto importante).
La categoria psicologia del doppio: kolossòs
Il doppio è una categoria culturale che appartiene al mondo antico e si trasmette al mondo contemporaneo in forme diverse. Il mondo greco e romano sono molto frammisti alla nostra cultura, tuttavia non bisogna confonderli troppo con il nostro mondo perché, se è vero che ci sono cose in comune, è anche vero che il mondo greco e romano sono molto diversi dal nostro mondo contemporaneo: non avevano un'identità totale (concezione dell'inferiorità della donna, dello schiavismo, di democrazia elitaria), tema del doppio che tocca l'identità, la morte, l'universo erotico, la maschera, lo specchio (cfr varianti del mito di Narciso).
Il kolossòs è qualcosa di fisico (da qui “colosso” in italiano), è una parola che indica un oggetto fatto di pietra che non aveva dimensioni troppo grandi, cfr saggio di Vernant, esprimeva l'idea di eretto, di qualcosa di dritto sul suolo. Era un qualcosa che ricordava una forma umana ma non dai tratti definiti, stele di pietra che poteva avere caratteristiche fisiche maschili o femminili ma non aveva un'identità precisa, piantata nel suolo e alle volte sotterrata, cosa che la collegava al mondo ctonio (della terra): ciò che è legato agli dei ctonii è legato alla morte, in effetti il kolossòs è un effigie collegata alla morte. Radice “kol”: indica qualcosa di diritto, eretto.
Nel sito archeologico di Dendra in Argolide c'è un cenotafio, cimitero del XIII secolo a.C., e qui sono stati trovati blocchi di pietra, nelle tombe invece dello scheletro si trova il kolossòs oppure si può trovare eretto sopra la tomba. Perché fecero questo le popolazioni preelleniche? Il kolossòs vi figura come sostituto del cadavere assente: questa è una pratica di sostituzione (il kolossòs c'è quando il morto non c'è), il kolossòs è il doppio del defunto, la sua psychè, che è il suo doppio e resta ad errare senza fine tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti: officiare i riti funebri, che sono riti di passaggio, e legarlo alla Terra significava consentire alla sua psychè di andare nell'Ade e di non vagare senza pace nel mondo dei vivi; l'unico punto di contatto è la tomba, punto di contatto rituale tra i vivi e i morti nei giorni sacri ai morti, si può accedere al mondo dei morti solo in momenti speciali, il cadavere deve avere una tomba.
“Sepeio” deriva dalla stessa radice di “separo”, indica la collocazione in uno spazio altro, il cadavere deve stare nella terra perché è un tramite per la sua psychè, viceversa i vivi non possono condividere lo spazio dei morti. Esistono dei cibi dei morti che non vanno toccati, come i semi, cfr mito di Proserpina e quello di Amore e Psiche, Cfr Don Giovanni di Mozart che si danna quando dà la mano in pegno al commendatore (statua di pietra) e Don Giovanni gli dice “adesso dovrai venire a mangiare con me”, ma non mangia niente perché “non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste”: separazione culturale del cibo dei vivi e dei morti. Dandogli in pegno la mano il commendatore lo trascina negli Inferi. I cibi dei morti andavano consumati solo nei giorni sacri ai morti. Il rito era importantissimo per accompagnare il morto in una dimensione distante dalla nostra e il morto deve stare nascosto nel proprio spazio. Lucrezio dice che gli uomini non civilizzati trovano la tomba negli animali che li divorano: coloro che sono civili seppelliscono il morto e lo nascondono. Quando non era possibile farlo c'era un doppio che è come se fosse il morto, si lega alla terra e ha le stesse funzioni del cadavere, non ricorda nulla delle sembianze, non è come oggi una fotografia, era un doppio fisico, immobile, eretto (diverso dagli uomini vivi) che sostituisce funzionalmente il morto quando il morto non c'è, perché altrimenti la psychè, in assenza di riti funebri, errava per la terra e poteva essere preda di forze maligne o poteva interferire con il mondo degli uomini andando a funestarli.
Cos'era in questo caso la psychè? Come è fatta? Per noi è qualcosa di connaturato, è il nostro inconscio, è una parte della nostra mente, mentre per gli antichi aveva a che fare con il morto e il kolossòs era legato alla psychè. Fissa nella pietra la vita del morto nell'Aldilà, è un sostituto, un doppio che ci può essere quando ciò che rappresenta non c'è: il doppio non può coesistere, i casi in cui coesiste è fortemente disturbante. Non è un'immagine, né un ritratto, ma un doppio che serve a isolare il mondo dei vivi da quello dei morti, ma anche a chiamare il morto nel mondo dei vivi nei casi di necromanzia. Kolossòs e psychè sono strettamente collegati.
La psychè è un altro degli elementi che rappresentano il doppio delle persone. Iliade XXIII, 70 ss. “L'ombra di Patroclo”: “arrivò l'anima (la psychè) del misero Patroclo [Achille sta dormendo nella sua tenda] assolutamente uguale a lui (a Patroclo) in tutto, nella grandezza (“meghethòs” è la statura, come una persona si vede esteriormente → immagine visiva della psychè) e negli occhi bellissimi e nella voce e anche i vestiti che aveva addosso erano gli stessi: [stare indica una condizione eretta] stava in piedi sulla sua testa [l'incubo è qualcosa che sta sulla testa] e gli disse (stessa posizione del kolossòs, eretta e stasi)” → la psychè non è l'anima (“anima” in latino è il respiro, un fatto fisico; mentre è il termine “alitus” che indica un concetto simile all'interiorità), è qualcosa di vivo e non vivo, ma assolutamente identico a Patroclo in tutto, era e non era Patroclo, era un suo doppio, identica in tutto a lui (identità visiva: concetto culturale), è il doppio del morto che c'è quando il morto non c'è.
La psychè di Patroclo è esattamente come era lui, ne è il doppio: alterità che si confonde con l'identità che non può essere compresente a noi stessi. Patroclo dice ad Achille: “quando ero vivo non mi trascuravi, ma mi stai trascurando da morto (al morto manca qualcosa, quando uno muore ci deve essere un rituale): seppelliscimi subito (il prima possibile), in questo modo oltrepasserò le porte dell'Ade (rito funebre come rito di passaggio → poemi omerici come enciclopedia, insegnano in questo caso l'importanza di seppellire i morti).
[“eidolon” è una categoria generale cui appartengono le psychai] Le ombre dei morti mi tengono lontane e non lasciano che io attraversando il fiume (lo Stige) mi unisca (mi mischi) a loro, ma io mi aggiro intorno alla casa di Ade dalle vaste porte” (viene scacciato dalle altre anime perché insepolto). La psychè rappresenta quella parte del morto che vaga sulla terra quando il morto non è stato sepolto, e il kolossòs impedisce che l'anima vaghi.
Cfr Dio Giano legato a “ianua”, la porta che è un collegamento tra il mondo interno e il mondo esterno, e legato a “Ianuarius”, il primo mese dell'anno, perché Giano guarda all'anno passato e a quello presente (Giano bifronte) → politeismo antico rimasto nei santi cristiani. Categoria del doppio assolutamente diversa dalle nostre. Lo spirito di Patroclo non può andare nell'Ade e quindi vaga inquieto, finché non gli verrà data rituale sepoltura.
Cfr VI libro della “Pharsalia” di Lucano (catabasi in antitesi all'Eneide): maga Eritto che vive tra il mondo dei vivi e dei morti; il giorno della battaglia di Farsalo (quella in cui persero i pompeiani) per fare una predizione a Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, una profezia di sciagure (diversa da quella fatta ad Enea nell'Eneide), prende il cadavere di un morto non seppellito e con delle formule magiche che vanno contro natura costringe la sua psychè a unirsi al cadavere; il cadavere compie questa profezia maledetta (Lucano descrive come l'anima guardi con disgusto il carcere del corpo) → la mancata sepoltura del corpo è qualcosa di drammatico e compare la psychè in sua sostituzione.
Omero narra poi come scompare la psychè di Patroclo, qualcosa che sembra vivo ma non lo è: “dopo che Achille ebbe finito di parlare si alzò in piedi per abbracciarlo, ma non riuscì ad afferrarlo (quando lo abbraccia abbraccia l'aria, corpo visibile ma non tangibile): la psychè attraverso la Terra fuggì via (sparì) come se fosse fumo (è e non è Patroclo, “eidolon” è inganno, quello che i Greci chiamavano “apate”), stridendo come un pipistrello (“tetriguia”: stridio che fanno i pipistrelli, detto anche delle anime che si avvicinarono a Ulisse quando faceva il sacrificio per scendere nel mondo dei morti). Achille attonito si alzò, batté le mani una contro l'altra e tristemente disse: “Ahimè nelle dimore di Ade c'è dunque un'ombra, un fantasma senza più anima alcuna, l'ombra dell'infelice Patroclo mi fu accanto per tutta la notte gemendo e piangendo e molte cose mi raccomandò e gli assomigliava in modo incredibile”.
La psychè evoca gli stessi sentimenti nei vivi cari ai defunti. Il doppio è una categoria funzionale che serve, è uguale alla persona defunta ma ha diversa consistenza. Il kolossòs funziona allo stesso modo della psychè, è un doppio della persona di altra consistenza che ne fa pienamente le veci. Gli “eidola”: categoria generale della cultura greca a cui appartengono kolossòs e psychè, insieme ad elementi che rappresentano il doppio dell'essere umano.
“Eidolon” è legato al verbo “orao”: concetto visivo → l' “eidolon” si vede (da qui i nostri “idoli”, termine che indica cose che noi vediamo). “Eidolon” è un doppio, un sostituto funzionale, è qualcosa che non c'è, non è un’immagine. Tre specie di apparizione sovrannaturale ci sono in Omero, dice Vernant: il fantasma, il “phàsma” (apparizione sovrannaturale), creata da un dio per ingannare gli uomini, somigliante a una persona vivente, un inganno (come l’Elena di Euripide o il doppio di Enea fatto dagli dei per proteggerlo in guerra); “psychè” (parvenza del morto); “aneros” (sogno), apparizione di un doppio spettrale di un vivo nel sogno ad opera degli dei; cui si aggiungono il “kolossòs” (idolo di pietra) e la “skià” (ombra) → fanno tutti parte della categoria degli “eidola” (immagini, fantasmi, immagini riflesse negli specchi, ideali...) → gli “eidola” appartengono alla categoria psicologia del doppio: Vernant dice che sono tutti un doppio, perché sono sostituti reali e funzionali dei vivi.
Importanza del rituale funebre: cfr Ermes dio psicopompo che accompagna i morti nell'Ade. Il doppio non è naturale perché lo fanno gli dei, né mentale perché non dipende da noi, né una creazione del pensiero; ma il doppio è una realtà esterna al soggetto iscritta in un modo visibile, l’ “eidolon”. Il doppio quando è presente si rivela come qualcosa di assente da questo mondo (nel passo di Vernant “potos” = dolore). È un'assenza nella presenza a cui si presta la psychè: bisogna pensare alle pratiche funerarie degli antichi che contemplavano la presenza del morto. L’Elena di Euripide è un phasma, un doppio erotico (cfr mito di Protesilao e Laodamia).
È un'apparenza ingannevole il doppio, cfr caso di Elena di cui Menelao odia i bei kolossoi (“Agamennone” di Eschilo), perché Elena non c'è più (è a Troia), che prelude un doppio erotico, la palinodia di Stesicoro. L’innamorato ha dei doppi dell’amato che lo sostituiscono quando questo è lontano e che tratta come se fossero l’amato stesso. Cfr libro “Il ritratto dell’amante” di Maurizio Bettini, in cui è incluso come esempio il doppio erotico di Narciso. In Plauto il doppio, che è inganno, è comico; quando il mito viene riscritto da scrittori di epoche diverse viene molto modificato, ad esempio il personaggio di Alcmena diviene molto più tormentato (in una riscrittura del testo alla fine paradossalmente il vero Anfitrione è di troppo, perché Alcmena si innamora del dio).
Nessuno degli “eidola” sono tangibili, tranne il kolossòs, che comunque per il suo materiale è opposto alla vita: è di pietra, freddo, immobile: la psychè appartiene ad una dimensione che specchia la vita, ma non è la vita, il doppio è qualcosa di liminare che divide mondi diversi.
Il doppio per gli antichi
Cfr “Il ritratto dell’amante” di Maurizio Bettini. Il mondo antico in particolare greco aveva questa concezione, che esiste sempre una duplicità nelle cose e che la percezione della realtà è relativa a ciò che ci appare. Una cosa, anche se finta, ma che ha un'effettiva azione sul reale, diventerà sempre evidente. Per gli antichi l’interiorità è ciò che si vede da fuori. Aforisma: “Ciò che si vede è”: rivela la corrispondenza tra visibilità ed essenza. Il simulacro anche in campo erotico è un doppio di ciò che non c'è, sostituisce ciò che non c'è (cfr mito di Protesilao e Laodamia e mito di Pigmalione).
Qui si innesta il mito di Elena che è un approfondimento in senso erotico della concezione del doppio come era partito dalla Grecia arcaica. Nella tradizione Elena sfrutta la sua bellezza per prendere il potere, ma poi viene rapita da Paride Alessandro e portata a Troia → tradimento di Elena → guerra di Troia per la riconquista di Elena da parte di Menelao. Il problema grande intorno alla figura di Elena è la responsabilità effettiva delle azioni di una persona, personale in relazione alle decisioni che prendono gli dei (problema della tragedia). Afrodite concede a Paride Elena che però poteva rimanere la sposa fedele di Menelao: ambiguità del personaggio di Elena; è responsabile o no di quello che ha fatto? I personaggi eroici rappresentano i valori attorno i quali la società si sviluppa.
Il senso del mito: i miti sono storie per dilettare, intrattenere, ma stretta
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