Introduzione alla gruppoanalisi
La gruppoanalisi è un modo di pensare e un modo di fare. Quando pensiamo o conduciamo un gruppo di psicoterapia dobbiamo sempre tenere presenti quattro concetti che costituiscono i pilastri su cui il gruppo si regge. Questi concetti sono: la relazione, la circolarità, la trasformazione e le molteplicità.
I pilastri della gruppoanalisi
1. La relazione: costituisce la dimensione più rilevante del gruppo. Ci si ammala nelle relazioni e ci si cura attraverso le relazioni. Ed è proprio grazie alle infinite relazioni che si creano nel setting terapeutico del gruppo che emergono fenomeni come la matrice dinamica, il campo controtransferale o i diversi livelli di comunicazione consci e inconsci che rendono viva la terapia.
2. La circolarità: implica che qualsiasi fenomeno che si verifica in un gruppo coinvolga tutti i partecipanti, analista compreso.
3. La trasformazione: implica il passaggio da semplici narrazioni a esperienze donate e dotate di senso. In questo modo il paziente può trasformarsi e imparare a ri-guardare, con occhi diversi, il mondo che lo riguarda.
4. Le molteplicità: qualsiasi gruppo non può prestarsi a riduzionismi, poiché ogni situazione gruppale implica il coinvolgimento di molti soggetti ognuno con le proprie caratteristiche e storie personali che complessificano i diversi livelli che devono essere guardati e analizzati.
Tre vertici della gruppoanalisi
Alla luce di questa complessità potremmo provare a leggere la gruppoanalisi da tre vertici differenti: la soggettività plurale, la clinica e i rapporti con la dimensione sociale e politica.
- La Soggettività plurale. La soggettività evolve all’interno di una relazione tra un nascente, con la sua predisposizione biologica ad apprendere, e un campo mentale familiare che a sua volta è iscritto e si collega con la più ampia cultura collettiva. In gruppoanalisi non sono più unicamente i fatti intrapsichici a essere indagati, ma oggetto di interesse diviene la relazione tra fatti psichici e fatti collettivi. Gli accadimenti esterni non vengono più visti come proiezione di fantasmi o pulsioni interne ma come fatti reali presenti in un campo psichico intersoggettivo. Ciò che è esterno all’individuo diviene interno e poi nuovamente esterno. I concetti di gruppalità interne, di transpersonale, di matrice, di rete, ecc. delineano questo nuovo modo di concepire l’individuo. Un individuo che non solo abita le ambientazioni ma che è ambientato da esse. Una serie di presenze più o meno intenzionanti alloggiano dentro l’individuo senza che questo ne abbia consapevolezza. È così che ci ritroviamo a pensare pensieri già pensati da altri ritenendoli nostri. Esiste un Noi che abita un Io rendendolo, a sua volta, Noi. La psicopatologia costituisce l’esito di un irrigidimento della rete di significazione che non consente al soggetto di dare significato alla matrice che lo ha concepito impedendogli di trasformare la cultura familiare e transpersonale e promuovere qualche forma di discontinuità rispetto alla cultura degli antenati storicamente data. Si tratta in questo caso di matrice satura quando ci riferiamo ad un riempimento occlusivo da parte della famiglia che non concepisce alcuna autonomia da parte del figlio. Ci riferiamo a matrice insatura quando sono consentiti margini di possibilità creative più ampi.
- La clinica della gruppoanalisi. È importante ritenere l’individuo come l’espressione dei suoi molteplici contesti di appartenenza. Un primo errore terapeutico è quello di considerare solo l’aspetto psicologico del paziente, tralasciando quello sociale e affettivo. Ogni evento, comportamento o sintomo vanno considerati come una comunicazione il cui messaggio va ricercato non solo al livello inconscio ma a partire dalla rete di relazioni delle quali il paziente ne è parte. Assumere un atteggiamento gruppoanalitico vuol dire acquisire la consapevolezza che la sofferenza è l’espressione di un equilibrio turbato e disturbato dalla rete di appartenenza. Il gruppo psicoterapeutico è lo strumento di cura: si ritiene fondamentale la fondazione di un gruppo inteso come quel momento in cui lo psicoterapeuta dovrà porsi una serie di interrogativi finalizzati a costruirselo dapprima nella mente. Dalla fondazione del gruppo nella mente alla conduzione vera e propria il percorso dovrà essere lungo e la stessa conduzione deve mirare a favorire la possibilità di esserci del gruppo. Il conduttore deve essere il garante dello spazio reazionale del gruppo oltre ad esserne il primo paziente.
- Gruppoanalisi sociale e politica. Non esiste un individuo separato dal sociale e al di fuori di esso prendere il gruppo sul serio equivale a prendere sul serio il sociale. Qualsiasi gruppo è collocato in un tempo e in uno spazio. Qualsiasi cosa accade nel tempo ed è quindi un processo storico. Se ne deduce, che non è possibile capire gli eventi senza collocarli all’interno di un determinato spazio. Tale modo di concepire il sociale, ha anche rivoluzionato anche il modo di intendere l’incoscio che da semplice diviene inconscio sociale, ossia quella sede destinataria dei condizionamenti esterni e delle disposizioni sociali, culturali, relazionali, comunicazionali dei quali siamo inconsapevoli, ma anche esercitano profondi effetti sulla nostra esistenza. Anche la politica è un aspetto importante da tener presente, poiché tener fuori la politica dai setting, significa tener fuori un prodotto della mente dei nostri pazienti. Tenere sempre presente la dimensione politica nel nostro lavoro clinico rappresenta una possibilità in più per lo psicoterapeuta per fare scienza con coscienza.
Capitolo 1: Dal mondo pulsionale al mondo soggettuale: una nuova prospettiva
1. Dalla teoria pulsionale alla teoria delle relazioni oggettuali
La teoria psicoanalitica classica ha sottolineato il primato delle pulsioni nel determinare lo sviluppo dell’individuo, ponendo sullo sfondo il mondo relazionale. Le relazioni erano intese unicamente come una diretta conseguenza delle pulsioni. Freud riconosceva un ruolo primario agli impulsi che avevano origine nel corso e influenzavano direttamente l’attività mentale. Obiettivo del soggetto era quello di scaricare la propria tensione sotto la pressione delle pulsioni e da tale prospettiva arrivava una visione di un uomo caratterizzato da una lotta intrapsichica tra le proprie pulsioni inconsce e la difficoltà di scaricarle a livello conscio.
Il ruolo degli oggetti si limita alla possibilità di inibire, facilitare o servire da bersaglio per tali pulsioni. In tale visione c’è una difficoltà: se l’oggetto delle pulsioni è allo stesso tempo fonte e meta delle stesse, com’è possibile spiegarne l’esistenza senza l’oggetto stesso? Senza un oggetto, non può esserci espressione di una domanda pulsionale. A partire da tutto questo, venne formulata la Teoria delle relazioni oggettuali: secondo tale teoria, le pulsioni emergono nel contesto delle relazioni con il mondo esterno, dal quale non possono essere separate. Tali relazioni sono importanti perché la loro elaborazione struttura la personalità dell’individuo. Ne scaturisce una trasformazione delle relazioni interpersonali in rappresentazioni interiorizzate di tali relazioni: non viene interiorizzato un oggetto o un individuo ma l’intera relazione con esso. Ogni relazione si baserà così su una relazione prototipica che influirà sugli stati affettivi dell’individuo e sulle reazioni comportamentali manifesti. Bisogna ricordare che il concetto di “relazioni oggettuali” si riferisce alle interazioni degli individui con altre persone, esterne, o interne ed alle relazioni tra i loro mondi oggettuali interni ed esterni.
2. Dalla teoria delle relazioni oggettuali alla teoria delle relazioni soggettuali
La gruppoanalisi ha compiuto un ulteriore passo in avanti attraverso la Teoria delle relazioni soggettuali: propone una frattura sia epistemologica che clinica dai modelli individualistici, intendendo il rapporto del soggetto con il mondo esterno e la relazione terapeutica stessa come un fenomeno complesso. In tale prospettiva si compie uno scostamento dal processo di interiorizzazione oggettuale, postulato della psicoanalisi e si sottolinea come l’interiorizzazione delle relazioni non si fermi esclusivamente al contesto familiare ma coinvolga l’intero ambito sociale e culturale. La soggettività è dunque il prodotto di un processo che inizia nel rapporto con il campo mentale transgenerazionale.
La teoria delle relazioni soggettuali ha subito degli influssi anche dalla biologia e in particolare dal lavoro di Gehlen che offrì un supporto biologico alla fondazione relazionale della vita psichica grazie al concetto di Neotenia. Secondo l’autore la deficienza organizza e la non specializzazione dell’essere umano lo pongono nella condizione di essere biologicamente predisposto ad apprendere dal proprio nucleo antropologico le modalità attraverso le quali adattarsi al mondo esterno. Senza tale supporto l’uomo non darebbe in grado di sopravvivere al mondo naturale.
Ma l’autore a cui va il più grande merito è Foulkes il quale elaborò la prima teoria gruppoanalitica. “Il gruppo è la matrice della vita mentale dell’individuo”. Secondo l’autore le relazioni, che siano familiari o collettive, fondano l’esperienza psichica in una matrice, intesa come una rete di tutti i processi mentali individuali, il mezzo psicologico in cui essi incontrano, comunicano e interagiscono. In tale contesto, gli accadimenti psichici non avvengono come eventi interni che coinvolgono solo il singolo individuo e il suo mondo ma interessano la loro relazione. Lo stesso rapporto tra due persone non è solo una relazione tra due semplici individui, ma un rapporto tra reciproci gruppi interni, miti, storie e fantasie. Tra i due agenti se ne inserisce un terzo: la relazione tra di essi.
3. La concezione gruppale
Un esaustiva rassegna sui modelli e approcci al lavoro clinico e sociale con i piccoli gruppi incontra la difficoltà che riguarda la molteplicità degli aspetti e delle dimensioni da prendere in considerazione e ciò richiede l’utilizzo di più criteri e modalità di osservazione. Gli assi concettuali che permetterebbero di inquadrarli sono almeno tre:
- Dimensione dell’aspetto storico-cronologico: consente di seguire nel tempo il complessificarsi dell’oggetto di gruppo.
- Asse terapeutico/non terapeutico: esistono gruppi psicosociali, interattivi ecc. le cui caratteristiche sono differenti dal gruppo clinico in senso stretto.
- L’asse dei tre poli: dove esistono i fenomeni “in“ gruppo, “di” gruppo o che si manifestano “attraverso” e “mediante” il gruppo.
All’inizio del XX secolo cominciano a diffondersi set collettivi all’interno di attività terapeutiche e psicoterapeute. Si trattava di contesti un cui venivano sfruttate alcune delle qualità curative dello stare insieme. Ciò che differenziava tali esperienze era il fatto che erano condotte da professionisti della terapia. Dello stare in gruppo era utilizzata la potenzialità di influenzare le dimensioni relazionali e le risonanze affettive del disturbo sui in primis si interveniva.
Negli anni ’20 Burrow inizia ad operare con i gruppi e più tardi fonda una concezione del gruppo come strumento terapeutico, ma inizia anche una teorizzazione più ampia secondo la quale il gruppo è alla base dello sviluppo normale e patologico. Secondo Burrow non si può considerare l’individuo isolato. La nevrosi si origina così in virtù di un conflitto che non è però intrapsichico, come Freud pensava, bensì sociale, dovuto al rapporto conflittuale tra individuo e pseudogruppi, ovvero tra l’istinto naturale al legame e le relazioni sociali che ne consentono lo stabilirsi. Più che di psicopatologia individuale si può parlare di società malata, nevrotica. Partendo da ciò il gruppo si configura come possibilità terapeutica in quanto consente la messa in discussione delle false immagini di sé dettate dai ruoli e dalla morale sociale. Tali opinioni, che contrastavano con le teorie freudiane, isolarono Burrow provocandone l’espulsione della società analitica.
Il fine terapeutico della psicoanalisi è rivolto all'individuo perciò era naturale che per i primi psicoanalisti di gruppi concepire tali trattamenti come terapie individuali. Si parla di psicoanalisi “in gruppo” quando si fa riferimento ad una terapia individuale in un contesto gruppale si valuta il transfert paziente-terapeuta e il primo a parlarne fu Slavson.
Schilder, invece, fu il primo a evidenziare i vantaggi dell’approccio gruppale e uno di questi consiste nell’universalizzazione: la scoperta da parte di ogni paziente delle basi comuni della personalità attraverso il confronto con gli altri.
Una delle figure più importanti dell’orientamento “in gruppo”, come già detto è Slavson che approdò alla psicoterapia di gruppo dal lavoro con i bambini, essendo stato insegnante elementare. Egli ebbe modo di valutare positivamente la possibilità di svolgere una vera e propria pratica psicoanalitica individuale in gruppo e di coglierne gli aspetti qualificanti. Iniziò a definire le differenze tra il gruppo terapeutico e quello non terapeutico: nel primo caso il fine che l’individuo si pone è del tutto personale e non vi è uno scopo comune, al contrario, nei gruppi non terapeutici viene perseguito uno scopo che interessa il gruppo come totalità. Il setting analitico è garantito dal terapeuta e al centro vi è l'espressione emotiva e non le idee e gli scopi comuni. Sono le relazioni affettive a rappresentare il “Focus di interesse” terapeutico attraverso l'interpretazione analitica del transfert. Inoltre, il gruppo terapeutico rispetto al non terapeutico presenta la specificità di un transfert che può manifestarsi senza limitazioni, se prevale un transfert positivo desessualizzato. Nonostante queste premesse però Slavson non giunge mai ad attribuire valore terapeutico al gruppo in quanto tale, ma sostiene che la coesione di gruppo può essere un ostacolo al lavoro analitico.
Con Wolf e Schwartz che si ha una svolta verso una sistematizzazione teorico metodologica del modello “in gruppo”. Gli autori iniziarono la loro pratica analitica in gruppo ma con lo scopo di permettere ai pazienti di esprimere più liberamente i sentimenti verso l'analista, introducendo la cosiddetta “seduta alternata”, una seduta settimanale gestita dai pazienti in assenza dell'analista. Manifestarono così che le dinamica intrapersonali che si instauravano tra i membri non erano ostacoli anche se rimaneva la convinzione di una sostanziale non terapeuticità del gruppo autocentrato.
Nella terapia psicoanalitica “di gruppo” devono essere considerati i lavori dei teorici del Conflitto Focale di gruppo e gli autori come Bion ed Ezriel. Nella teoria della terapia di gruppo viene data molta importanza al gruppo rispetto al singolo con l'analisi del transfert gruppo-terapeuta e il principale esponente di tale prospettiva è Bion. Da Whitaker e Liebermann è stato elaborato un modello di gruppo terapeutico denominato come “conflitto focale di gruppo”. Tale modello tenta un'integrazione della dinamica di gruppo di origine lewiniana con la teoresi e la pratica psicoanalitica. Il gruppo viene quindi considerato una totalità che agisce sugli individui e sui loro conflitti inconsci. Nel tentativo di descrivere gli aspetti nascosti ma condivisi della vita di gruppo, gli autori hanno adottato i termini “conflitto focale di gruppo”, “movente disturbante”, “movente reattivo” e “soluzione”. Il conflitto focale di gruppo è un conflitto inconscio e condiviso dai componenti che si determina lentamente nel gruppo: tale conflitto si determina dalla contrapposizione tra un motivo disturbante, come un desiderio, e un motivo reattivo, come la paura, che pervadono il gruppo e ne orientano le energie. La soluzione del conflitto focale di gruppo risulta essere un compromesso tra le forze opposte. Le soluzioni del conflitto possono essere di natura restrittiva, quando si realizza una diminuzione della paure reattive senza che il movente si esprima, o di natura progressiva, quando si alleviano le paure reattive e si esprime il movente perturbatore. Affinché si realizzano le forme di soluzione è importante l'intervento del leader del gruppo che a sua volta è colui che ne determina anche il clima.
Lewin rappresenta uno dei maestri indiscussi della psicologia sociale e con la sua teoria di campo propone non solo uno studio dei fattori emotivi, cognitivi e ambientali nella produzione dei comportamenti, ma un'analisi del loro concreto modo di funzionare come sistema di fattori che trovano la loro definizione e funzione proprio in quanto sistema di interdipendenze. L'evento psicologico va indagato nel contesto fisico-temporale in cui accade e nella rete di relazioni che lo sostengono e lo determinano. Con il concetto di “campo” s'intende tutto ciò che è presente in un soggetto in un dato momento e che ne determina l'azione, il sentire, il conoscere. Inoltre con il “principio di contemporaneità” Lewin ribadisce che qualsiasi comportamento o qualsiasi altro mutamento entro un campo psicologico dipende solo dalla particolare configurazione del campo psicologico in un dato momento. Sulla base di ciò Lewin elabora una originale teoria della personalità che definisce dinamica in quanto concepita come in continuo cambiamento rispetto al campo psicologico nel quale si situa. Un concetto essenziale per comprendere questa teoria sulla personalità è quello di “spazio di vita”, ossia l'insieme delle relazioni e delle esperienze che un individuo accumula nel corso della sua esistenza.
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