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Riassunto esame Fondamenti di Psicologia Dinamica,, prof. Formica, libro consigliato Fondamenti di Gruppoanalisi di Formica Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Fondamenti di Psicologia Dinamica, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente Fondamenti di Gruppoanalisi di Formica.
Quando pensiamo o conduciamo un gruppo di psicoterapia dobbiamo sempre tenere presenti quattro concetti che costituiscono i pilastri su cui il gruppo si regge. Questi concetti sono: la relazione, la circolarità,... Vedi di più

Esame di Fondamenti di psicologia dinamica docente Prof. I. Formica

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Schilder, invece, fu il primo a evidenziare i vantaggi dell’approccio gruppale e uno di questi

consiste nell’universalizzazione: la scoperta da parte di ogni paziente delle basi comuni della

personalità attraverso il confronto con gli altri.

Una delle figure più importanti dell’orientamento “in gruppo”, come già detto è Slavson che

approdò alla psicoterapia di gruppo dal lavoro con i bambini, essendo stato insegnante elementare.

Egli ebbe modo di valutare positivamente la possibilità di svolgere una vera e propria pratica

psicoanalitica individuale in gruppo e di coglierne gli aspetti qualificanti. Iniziò a definire le

differenze tra il gruppo terapeutico e quello non terapeutico: nel primo caso il fine che l’individuo si

pone è del tutto personale e non vi è uno scopo comune, al contrario, nei gruppi non terapeutici

viene perseguitato uno scopo che interessa il gruppo come totalità. Il setting analitico è garantito dal

terapeuta e al centro vi è l'espressione emotiva e non le idee e gli scopi comuni. Sono le relazioni

affettive a rappresentare il “Focus di interesse” terapeutico attraverso l'interpretazione analitica del

transfert. Inoltre, il gruppo terapeutico rispetto al non terapeutico presenta la specificità di un

transfert che può manifestarsi senza limitazioni, se prevale un transfert positivo desessualizzato.

Nonostante queste premesse però Slavson non giunge mai ad attribuire valore terapeutico al gruppo

in quanto tale, ma sostiene che la coesione di gruppo può essere un ostacolo al lavoro analitico.

Con Wolf e Schwartz che si ha una svolta verso una sistematizzazione teorico metodologica del

modello “in gruppo”. Gli autori iniziarono la loro pratica analitica in gruppo ma con lo scopo di

permettere ai pazienti di esprimere più liberamente i sentimenti verso l'analista, introducendo la

cosiddetta “seduta alternata”, una seduta settimanale gestita dai pazienti in assenza dell'analista.

Manifestarono cosi che le dinamica intrapersonali che si instauravano tra i membri non erano

ostacoli anche se rimaneva la convinzione di una sostanziale non terapeuticità del gruppo

autocentrato.

Nella terapia psicoanalitica “di gruppo” devono essere considerati i lavori dei teorici del Conflitto

Focale di gruppo e gli autori come Bion ed Ezriel.

Nella teoria della terapia di gruppo viene data molta importanza al gruppo rispetto al singolo con

l'analisi del transfert gruppo-terapeuta e il principale esponente di tale prospettiva è Bion. Da

Whitaker e Liebermann è stato elaborato un modello di gruppo terapeutico denominato come

“conflitto focale di gruppo”. Tale modello tenta un'integrazione della dinamica di gruppo di origine

lewiniana con la teoresi e la pratica psicoanalitica. Il gruppo viene quindi considerato una totalità

che agisce sugli individui e sui loro conflitti inconsci. Nel tentativo di descrivere gli aspetti nascosti

ma condivisi della vita di gruppo, gli autori hanno adottato i termini “conflitto focale di gruppo”,

“movente disturbante”, “movente reattivo” e “soluzione”. Il conflitto focale di gruppo è un conflitto

inconscio e condiviso dai componenti che si determina lentamente nel gruppo: tale conflitto si

determina dalla contrapposizione tra un motivo disturbante, come un desiderio, e u motivo reattivo,

come la paura, che pervadono il gruppo e ne orientano le energie. La soluzione del conflitto focale

di gruppo risulta essere un compromesso tra le forze opposte. Le soluzioni del conflitto possono

essere di natura restrittiva, quando si realizza una diminuzione della paure reattive senza che il

movente si esprima, o di natura progressiva, quando si alleviano le paure reattive e si esprime il

movente perturbatore. Affinchè si realizzano le forme di soluzione è importante l'intervento del

leader del gruppo che a sua volta è colui che ne determina anche il clima.

Lewin rappresenta uno dei maestri indiscussi della psicologia sociale e con la sua teoria di campo

propone non solo uno studio dei fattori emotivi, cognitivi e ambientali nella produzione dei

comportamenti, ma un'analisi del loro concreto modo di funzionare come sistema di fattori che

trovano la loro definizione e funzione proprio in quanto sistema di interdipendenze. L'evento

psicologico va indagato nel contesto fisico-temporale in cui accade e nella rete di relazioni che lo

sostengono e lo determinano. Con il concetto di “campo” s'intende tutto ciò che è presente in un

soggetto in un dato momento e che ne determina l'azione, il sentire, il conoscere. Inoltre con il

“principio di contemporaneità” Lewin ribadisce che qualsiasi comportamento o qualsiasi altro

mutamento entro un campo psicologico dipende solo dalla particolare configurazione del campo

psicologico in un dato momento. Sulla base di ciò Lewin elabora una originale teoria della

personalità che definisce dinamica in quanto concepita come in continuo cambiamento rispetto al

campo psicologico nel quale si situa. Un concetto essenziale per comprendere questa teoria sulla

personalità è quello di “spazio di vita”, ossia l'insieme dei fatti che determinano il comportamento

di una persona, che in tal senso non può essere vista indipendentemente del suo spazio di vita e

quindi dal gruppo di cui fa parte. Per Lewin l'essenza del gruppo non sta nella somiglianza o

dissomiglianza tra i membri ma nella loro interdipendenza: esso può definirsi come una totalità

dinamica e un cambiamento di stato di una qualsiasi parte o regione del gruppo interessa lo stato di

tutte le altre. Il concetto di campo proiettò lo studio di Lewin oltre la dinamica di gruppo,

avviandosi verso l'analisi dei conflitti e del cambiamento sociale: nasce così “l'action research”,

cioè la ricerca-azione, ricerca che per essere tale deve essere intervento che produce cambiamento.

E sono proprio il cambiamento e l'apprendimento le finalità di quella rivoluzionaria tecnica che gli

allievi di Lewin denominano come “training-group” e che nacque in seguito ad una fortuita

scoperta: i partecipanti ai corsi teorici di dinamica di gruppo incrementarono notevolmente non solo

la qualità delle loro conoscenze ma anche la consapevolezza circa le proprie modalità di interagire

in modo avverso quando ebbero occasione di presenziare alle riunioni in cui i loro docenti

discutevano sulle interazioni gruppali rilevate durante le attività didattiche. Il T-gruop è quindi una

tecnica di apprendimento basata sull'esposizione personale in un piccolo gruppo, finalizzata sia

all'acquisizione esperienziale dei concetti di base della dinamica di gruppo, sia alla realizzazione di

un'adeguata consapevolezza delle personali modalità di porsi in relazione agli altri.

I gruppi operativi, invece, si muovono nel senso comune del pensiero scientifico. Il fine di tale

gruppo è quello di mobilitare, elaborare e rimuovere strutture rigide e stereotipate di pensiero che

hanno origine nell'ansia che si determina in presenza di cambiamenti, ansia depressiva per

l'abbandono del legame precedente e ansia determinata dal nuovo legame. Nel gruppo operativo, la

comunicazione, l'apprendimento e la risoluzione dei compiti coincidono con la terapia, creando un

nuovo sistema di riferimento. Tale tipo di gruppo viene proposto come strumento adeguato al

superamento della malattia attraverso fasi successive: prima di tutto tramite l'elaborazione da parte

dei componenti di uno schema di riferimento comune attraverso cui è possibile ricominciare il

proprio apprendimento. Non appena si raggiunge lo schema di riferimento comune è possibile

cominciare a lavorare sugli impliciti condivisi osservabili nelle trasformazioni dei ruoli da

stereotipati a flessibili e funzionali alla situazione. Il gruppo da stereotipato diventa cosi operatico e

in presenza di ruoli funzionali può prendere decisioni.

La caratteristica peculiare dei gruppi interattivi, invece risiede nell'accento posto prevalentemente

sugli aspetti comunicativi e interattivi che si realizzano tra i partecipanti. I gruppi interattivi vanno

distinti teoricamente e praticamente dalla psicoanalisi di gruppo poiché vanno considerati in

connessione con il gruppo etnico e con quello istituzionale. Oltre ad essere costituiti da un piccolo

gruppo di membri, tali gruppi sono fondati sull'insieme delle comunicazioni dirette da persona a

persona, cioè dalle interazioni nella loro interezza e nella loro simultaneità dei canali verbali,

mimico, attonico e vegetatito. Un altro aspetto del gruppo interattivo concerne il fatto che tutti i

partecipanti tendono ad ignorare la funzione comunicativa del proprio comportamento

affermandone quella esecutiva. Il lavoro del gruppo procede per temi sviluppati dalle interazioni

degli individui. E' importante distinguere tra individuo funzione del gruppo e individuo considerato

nel complesso della sua identità e individualità.

Un altro contributo importante per il lavoro nei gruppi ci viene dato da Bion la cui esperienza è data

dall'approccio con numerosi pazienti allontanati dall'esercito con la diagnosi di nevrosi da guerra. I

soldati venivano riuniti in piccoli gruppi senza leader, dove individuavano il loro oggetto di lavoro

con l'assistenza di un terapeuta che aveva il compito di sostenere ciascuno dei membri, evitando di

occupare il posto di un eventuale leader. L'esperienza ebbe cosi successo che venne chiusa poiché

riscuoteva il principio essenziale della gerarchia familiare. Bion arricchisce notevolmente la

comprensione dei fenomeni gruppali e i successivi sviluppi del filone della psicoanalisi di gruppo.

L'incontro con la Klein fa scemare il suo interesse per i gruppi unitamente alla mancanza di una

cornice solida teorica. Questo passaggio è importante per poter introdurre la definizione di gruppi

che Bion propone durante una fase di crisi del suo pensiero. Il gruppo secondo Bion, indica un

insieme di persone che si trovano allo stesso grado di regressione per effetto delle rinunce che

derivano dal contatto di ciascuno con la vita affettiva del gruppo. Una prima osservazione riguarda

la distinzione tra gruppo e aggregato di individui: quest'ultimo è l'insieme delle persone che

costituiscono quanto nel senso comune è definito gruppo, e all'interno del quale ciascun membro

mantiene la sua individualità. Nel gruppo la caratteristica peculiare è la perdita di individualità dei

singoli. La regressione è il risultato del confronto di ciascun membro con problemi complessi. Bion

definisce con il termine “valenza” la capacità, propria di diversi individui, di combinarsi

istantaneamente e involontariamente in uno schema prestabilito di comportamento che è guidato

dagli assunti di base. Un soggetto ad alta valenza è un membro del gruppo che sarà facilmente preda

delle spinte inconsce dell'assunto di base del gruppo. L'esperienza nei gruppi è cosi importante che

si è potuto parlare per la teoria bioniana di “mente gruppale”. Il suo modello è sintetizzabile in

pochi concetti chiave in quanto opera solo secondo due componenti che esistono nel contempo e si

intrecciano in vari modi:

-La componente cosciente del gruppo di lavoro: è una dimensione del gruppo è caratterizzata dagli

aspetti coscienti che motivano i partecipanti ad unirsi collettivamente.

-La componente inconscia del gruppo di base: è una dimensione costituita dalle motivazioni incosce

che hanno spinto il gruppo a costituirsi.

Il modello di Bion si focalizza sulle componenti inconsce del gruppo di base che egli chiama

“assunti di base”. Questi sono modalità inconsce con cui si strutturano le relazioni tra i membri del

gruppo. Tali assunti sono tre:

-Assunto di base per dipendenza: i membri dipendono affettivamente dal leader del gruppo.

-Assunto di base per accoppiamento: i membri credono che tutti insieme faranno grandi cose. Ciò

che è fondamentale perchè questo assunto di base permanga che è lo scopo non venga mai

raggiunto.

-Assunto di base per attacco-fuga: tale assunto è pervaso dai vissuti persecutori e controaggressivi

da parte dei membri. Essi credono che qualcosa fuori o all'interno del gruppo minacci la loro

incolumità o quella del gruppo stesso.

Va ricordato che secondo Bion gli assunti di base sono sempre presenti in ogni momento di vita del

gruppo, anche se i membri probabilmente non ne sono consapevoli. Un assunto di base può essere

più o meno influente e di conseguenza disturbare il compito di lavoro del gruppo, anche se non è

detto che ciò avvenga necessariamente. Lo strumento che Bion utilizza per trasformare e modificare

le dinamiche inconsce e irrazionali che dominano i gruppi attraverso gli assunti di base è quello di

far emergere tramite un lavoro di introspezione le motivazioni inconsce dei singoli membri. In

questo modo l'assunto di base sarebbe smascherato e ciò genererebbe un cambiamento strutturale

nel gruppo.

La “consapevolezza” sarebbe un fattore decisivo per il cambiamento e il superamento delle

dinamiche gruppali.

Una seconda fase del pensiero di Bion è quella che considera l'importanza del gruppo di lavoro in

un rapporto dialettico e non di opposizione al gruppo di base, consentendo il superamento della

scissione tra emozioni e intelletto. Inoltre viene eliminato il termine leader o capo e viene sostituito

con quello di “mistico” ossia un individuo eccezionale. Esistono tre tipi di relazione che possono

svilupparsi tra il gruppo e il mistico:

-conviviale, secondo la quale l'esistenza dell'uno sembra innocua a quella dell'altro.

-simbiotica, secondo la quale si realizzano un confronto e una crescita.

-parassitaria, secondo la quale il prodotto della relazione tende a distruggere sia il gruppo che il

mistico e qui predominano sentimenti di invidia.

Il gruppo di lavoro, secondo Bion assume il nome di istituzione: è un gruppo che realizza sia

modalità tipiche del gruppo di lavoro e sia aspetti emotivi di gruppo in assunto di base.

Da un punto di vista tecnico il gruppo bioniano o gruppo esperienziale ha caratteristiche particolari:

l'analista considera il gruppo nella sua totalità e presta scarsa attenzione alle caratteristiche dei

singoli. Il gruppo esperienziale si caratterizza per essere un gruppo di apprendimento per

esperienza: ciò costituisce la forma più profonda di apprendimento perchè legata all'esperienza più

viscerale e mitica.

Dall'incontro tra il modello lewiniano e quello bioniano nasce l'orientamento Tavistok (clinica

Tavistok) e la sua attività si segnala per la formulazione di un modello addestrativo più complesso.

Da un lato prende in considerazione lo studio della leadership, delle dinamiche di potere e dei

processi decisionali mentre dall'altro questi temi sono analizzati anche rispetto ai processi inconsci e

meno razionali ad essi sottesi. Ezriel lavorò alla clinica Tavistok e fu osservatore dei gruppi condotti

da Bion. Sviluppo una concezione del gruppo diversa da quella bioniana, intendendolo come una

totalità. Secondo l'autore tra il paziente e il terapeuta il rapporto può declinarsi secondo tre tipi di

transfert, in base al tipo di rapporto che il paziente ricerca con l'analista:

-necessario.

-evitato.

-calamitoso.

Secondo Ezriel, nel gruppo possiamo imbatterci in due diversi meccanismi di comunicazione:

quella “per procura”, quando un membro del gruppo non può direttamente esprimere contenuti

emotivi inaccettabili e quindi delega un altro membro del gruppo, e la “comunicazione reattivo

coatta”, che si manifesta come un'incapacità di pensare.

4 Gli antecedenti non psicologici della gruppoanalisi

Gehlen ha l'indubbio merito di aver avviato un'importante riflessione sull'uomo, sulle sue origini e

sulla sua natura. Secondo l'autore l'essere umano risulta irrimediabilmente inadeguato in quanto

difetta della capacità di adattamento alle condizioni dell'ambiente esterno presentando una serie di

carenze biologicamente intese come ritardi nello sviluppo che gli impediscono la sopravvivenza in

“stato di natura” e per le quali si configura come essere “neotenico”. La neotenia p un termine

mutato dalla biologia che significa protrarre, estendere. Gehlen riprende tale concetto con

l'intenzione di chiarire la condizione originaria dell'uomo caratterizzata da un'immaturità biologica

e fisiologica che si protrae nel tempo, nonostante il suo successivo sviluppo. Ne deriva che ciascun

essere umano da un lato necessita di essere protetto e accudito per un periodo piuttosto lungo,

dall'altro deve anche essere in grafo di apprendere quelle competenze necessarie per riuscire a stare

al mondo. L'essere umano per poter vivere deve saper apprendere e essere in grado di saper agire. A

tal proposito ci si può legare al concetto di “circolo dell'azione”, che permette all'essere umano la

modificazione della natura e di dare un senso fantasioso e originale alla realtà che lo circonda, di

volgere lo sguardo verso orizzonti inesplorati ed estendere illimitatamente i confini della sua

esistenza. La cultura, inoltre, viene definita da Gehelen come l'insieme delle condizioni originarie

attivamente modificare entro le quali soltanto l'uomo vive e può vivere.

Un'altra figura che ha rilievo e Morin che afferma la necessità dell'acquisizione da parte dell'uomo

di una nuova forma di pensiero che sia in grado si superare la separazione dei saperi presente nella

nostra epoca auspicando un nuovo modo di guardare la realtà che renda l'individuo capace di una

nuova visione completa. Egli parte dall'assunto che l'attuale cultura sia frammentata in due blocchi,

da un lato troviamo quella umanistica che riflette sui problemi umani, dall'altro quella scientifica

che promuove scoperte e teorie ma non riflette sul destino umano. Morin sostiene, invece, che

l'attuale bisogno dell'uomo è quello di trovare un metodo in grado di rilevare i legami e le

connessioni tra le cose dalle complessità che esse sottendono. Ciò che è di grande importanza per

l'uomo è il riorganizzare il suo sistema mentale cosi che non possa solo apprendere, disapprendere o

riapprendere ma anche riapprendere ad apprendere.

Un altro sociologo di primo ordine del nostro secolo è Elias, che si è occupato principalmente di

ridefinire i confini esistenti tra la sfera naturale e la sfera sociale all'interno dell'esistenza umana,

affrontano e cercando di risolvere la problematica della dicotomia individuo-gruppo. Il suo

principale merito risiede nell'aver sottolineato la centralità della relazionalità sociale dell'individuo

formulando una teoria che poggia su due pilastri fondamentali: la teoria dei simboli e il concetto di

figurazione. Per ciò che riguarda la prima, secondo il sociologo i simboli trascendono la classica

dicotomia interno-esterno in quanto sono frutto dell'attività sociale e delle relazioni tra gli uomini:

essi originano da un vissuto e da un sentire comune determinando il modo degli individui di

esperire il proprio sé, il loro mondo e le loro azioni. L'autore opera un'importante distinzione tra il

concetto di evoluzione e quello di sviluppo: con il termine evoluzione ci riferiamo al processo di

trasformazione biologica avvenuto nel corso dei millenni, mentre con quello di sviluppo s'intende le

varie forme di trasmissione intergenerazionale dei simboli che sono peculiari della specie umana e

che non implicano alcun cambiamento di tipo biologico. Elias sostiene che la natura dell'uomo si

costituisce proprio attraverso la cultura rappresentata dalla capacità di acquisire il linguaggio che,

insieme al pensiero e alla conoscenza, non può essere pensato come scisso da queste. Il linguaggio

nasce dall'interazione del bambino con il suo ambiente sociale e pertanto linguaggio e pensiero sono

due facce di una stessa medaglia: la conoscenza.

Il secondo pilastro su cui poggia la riflessione teoria di Elias è rappresentato dal concetto di

figurazione: spiega il funzionamento delle relazioni umane e sociali e richiama il concetto

dell'interdipendenza tra gli individui. Secondo l'autore, l'esistenza dell'uomo è fondata

sull'interdipendenza delle sue capacità, rispetto ai suoi simili e sull'interdipendenza rispetto alla

società. Egli metaforicamente parlando dice che ogni individuo è legato agli altri con una serie di

elastici e questi sono proprio quelli che Elias chiama interdipendenza.

L'ultimo concetto chiave di Elias è quello delle “relazioni di potere”: il potere è una caratteristica

fondamentale di ogni relazione e comporta che vi siano delle differenze tra i vari individui e tra

questi e la società.

Capitolo 2 Il paradigma della complessità

Evoluzione e crisi del pensiero razionale scientifico

Nell'elaborazione galeliana, la metodologia scientifica si compone in diversi momenti:

l'osservazione dei fenomeni che consente di scomporre gli elementi della natura in elementi

semplici e quantificabili, la formulazione delle ipotesi che serve a creare una connessione tra dato

empirico e teoria di riferimento, e la fase dell'esperimento attraverso la quale è possibile verificare

le ipotesi. Tramite tale metodologia la conoscenza scientifica ha permesso all'uomo di pensare di

aver trovato il modo di acquisire la verità rispetto al funzionamento e all'essenza della realtà. Tali

convinzioni incominciarono a vacillare in quanto ci si rese conto che anche sistemi in cui il

comportamento era ben noto potevano presentare condotte anomale o non strettamente legate a

determinate leggi generali. La teoria evoluzionistica di Darwin fece cadere definitivamente l'idea di

un'armonia prestabilita nell'universo. Cambia la natura del rapporto tra organismo e ambiente, che si

influenzano vicendevolmente, senza alcun giudizio di valore predefinito.

Il paradigma della complessità nacque nel momento in cui la scienza classica non aveva più i mezzi

per spiegare gli aspetti irregolari e incostanti della natura e mise in crisi l'idea stessa di poter

osservare un fenomeno senza influenzarlo. Tra gli autori dalla complessità troviamo Kuhn che

sosteneva che il cammino della conoscenza non procede per semplici accumulazioni di sapere ma

attraverso rivoluzioni. Le rivoluzioni scientifiche non vanno considerate confutazioni di singole

ipotesi fino a quel momento accettate, ma come mutamenti complessivi degli orientamenti teorici.

L'insieme di tali orientamenti è chiamato “paradigma”. Kuhn utilizza tale termine per indicare

l'insieme di teorie, leggi e strumenti che definiscono una tradizione di ricerca in cui le conoscenze

sono accettate universalmente: le rivoluzioni scientifiche sono il passaggio da un paradigma

all'altro.

L'osservatore ordina e organizza la realtà che percepisce attraverso la sua esperienza.

L'organizzazione della conoscenza non è un'operazione che viene svolta all'interno della mente di

un singolo individuo ma il risultato di un processo di carattere sociale. Su tale ipotesi si

soffermarono anche Varela e Maturana che basarono la loro riflessione sul concetto di “autopoiesi”.

Tale concetto indica quella che per gli autori è la caratteristica fondamentale dei sistemi viventi: la

possibilità di avere una struttura organizzata capace di mantenere e rigenerare nel tempo la propria

unità e la propria autonomia rispetto alle continue variazioni dell'ambiente circostante. I sistemi

viventi, quindi, mantengono loro stessi grazie allo produzione di propri sottosistemi che generano a

loro volta l'organizzazione strutturale globale necessaria per mantenerli e produrli.

2 L'epistemologia della complessità

L'epistemologia può essere definita attraverso due definizioni: come una teoria della conoscenza o

come una riflessione intorno ai principi e al metodo della conoscenza scientifica. L'epistemologia

della complessità si basa sull'idea che non è possibile rintracciare un principio primo applicabile a

tutte le situazioni della realtà. Morin identifica alcuni procedimenti attraverso i quali il metodo

sperimentale basa la sua esistenza:

-la riduzione.

-la disgiunzione, che isola gli elementi gli uni dagli altri, perdendo tutti gli aspetti interattivi tra le

parti.

-la quantificazione, che cerca di quantificare ogni elemento.

-la ripetibilità.

3 L'idea di realtà

Nonostante l'uomo si sia reso conto che la caratteristica che contraddistingue maggiormente la

realtà sia la sua variabilità ha sempre cercato di dare un senso a ciò che lo circonda. Ciò che resta è

la convinzione dell'esistenza di qualcosa di costante. Uno degli aspetti che contraddistingue la

scienza moderna è la sua specializzazione che comporta una visione parziale che tende a

parcellizzare ed isolare il sapere in una prospettiva che smarrisce la visione d'insieme delle cose,

concentrandosi su piccole parti. A rimetterci sono i concetti di interazione, di complessità, di

disordine che sembrano permeare la realtà.

Quello di “disordine” è un macroconcetto che contiene in sé anche le idee di agitazione, di

dispersione, di rumore. Attraverso l'introduzione e l'integrazione del concetto di disordine, l'ordine

ne esce arricchito da una maggiore flessibilità: si apre un continuo dialogo tra ordine, disordine e

organizzazione. E' proprio nel dialogo tra questi concetti che risiede la rivoluzione del paradigma

della complessità. Il concetto di disordine introduce un ulteriore elemento: il rapporto tra mentre

umana e la realtà dell'universo. Il disordine deve, inoltre, essere sempre messo in relazione ad un

osservatore che lo concepisce. Il vero oggetto della conoscenza diviene la relazione che esiste tra

ordine e disordine, tra caso e necessità. La comprensione della sua finitezza offre all'individuo la

possibilità di compiere un passo in avanti nella conoscenza: la possibilità di fare i conti con

l'incertezza, con il caso, con l'ignoranza che mette in moto un processo di autoriflessione, cioè la

ricerca di autoconoscenza. La conoscenza della realtà è un compito attivo, nel quale il soggetto non

può non aggiungere elementi che lo contraddistinguono. Quindi si passa da una percezione passiva

ad una concezione attiva della realtà. Secondo Napolitani conoscere la realtà non significa

semplicemente rispecchiarla in un proprio sistema di percezione ma equivale ad inventarla, per cui

ciò è produzione di senso simbolico. Per questo motivo il paradigma della complessità avrà

un'influenza importante nella sua teoria gruppoanalitica, in quanto in questi concetti è possibile

identificare le premesse per la teorizzazione delle nozioni di transpersonale, di matrice familiare e

di rete.

4 La complessità

La complessità non è quindi un elemento marginale del sistema realtà ma ne è il fondamento

stesso. Morin identifica alcune caratteristiche che ci permettono di comprendere la complessità:

-la necessità di associare l'oggetto al proprio ambiente.

-la necessità di legare l'oggetto al suo osservatore.

-l'oggetto non è più solo un singolo oggetto ma costituisce un sistema.

-l'elemento semplice si è disintegrato.

-c'è il confronto con la contraddizione.

5 Gruppoanalisi e complessità

Con la teoria della complessità ad essere influenzate sono state la metodologia utilizzata e le

caratteristiche attribuite all'oggetto. Uno degli aspetti che hanno contraddistinto la gruppoanalisi è la

maggiore attenzione al livello qualitativo piuttosto che al livello quantitativo. Gli eventi che

compongono la vita di un individuo vengono messi in relazione e valutati per quello che è il loro

valore psicodinamico e immersi in uno specifico sfondo spazio-temporale.

Un'ulteriore caratteristica riguarda il ruolo che l'osservatore ricopre nel rapporto con l'oggetto

osservato. Non esiste un'osservazione che sia totalmente asettica e non produce effetti sul sistema

osservato. Ma è vero anche che l'oggetto ha un'influenza sull'osservatore. Da ciò deriva

un'attenzione al controtransfert, ovvero a quella relazione empatica che produce emozioni

nell'osservatore. Esso non è più visto come un errore del terapeuta, ma come una risorsa che

aggiunge elementi significativi alla comprensione del sistema individuo.

Un'ulteriore influenza è data dal contesto sociale nel quale la diade osservatore/osservato è inserita.

Il gruppo è la matrice della vita mentale dell'individuo e quindi né l'osservatore e né l'osservato

possono svincolarsi da tutti quegli ambiti biologici, antropologici, transgenerazionali, istituzionali e

politici nei quali in quanto uomini ed esseri sociali sono inseriti.

La teoria della complessità ci offre la cornice concettuale all'interno della quale analizzare il

rapporto che intercorre tra mente e corpo in ogni individuo. Pensare al rapporto mente-corpo in

chiave dicotomica risulta inadeguato se non si inserisce in tale diade la nozione di relazione. Il

concetto di relazione appare come elemento fondamentale dell'essere umano, senza il quale mente e

corpo sarebbero esclusivamente delle astrazioni, prive di correlato oggettivo. Ma anche tale visione

lineare è riduttiva in quanto mente-corpo-relazione devono essere visti come i vertici di un ipotetico

triangolo che in ottica circolare non possono essere scissi gli uni dagli altri. L'interazione tra questi

tre elementi giustifica il rapporto dell'uomo con il suo mondo esterno e quello interno.

Capitolo 3 Oltre l'individuo: Siegmund H. Foulkes

Foulkes viene ricordato principalmente per avere creduto fortemente nelle potenzialità terapeutiche

del gruppo in un momento storico in cui numerose resistenze tendevano ad impedire la

proliferazione di setting gruppali. Fu il pioniere di un nuovo modo di concepire i gruppi e la

gruppoanalisi. Il termine gruppoanalisi non fu coniato da Foulkes ma da Burrow, ma sin dal

principio Foulkes ritenne la situazione di gruppo in sé come il centro del metodo e della teoria. Al

termine della guerra iniziarono a diffondersi le idee di Foulkes cosi come la gruppoanalisi cominciò

sempre più ad essere praticata negli ospedali e negli studi privati. La società di gruppoanalisi

nacque a Londra nel '52 grazie a Foulkes e ad un gruppo di colleghi. Egli fu un pensatore originale,

sempre aperto a innovazioni teoriche e metodologiche, dotato di un pensiero spiccatamente visuale

che gli permetteva di modellizzare mentalmente costrutti complessi. Fu definito il maestri della

frase incompleta in quanto lasciava all'ascoltatore lo sforzo di completare un pensiero da lui

abbozzato. Con Foulkes viene promossa la possibilità di un diverso modo di pensare al rapporto

soggetto-oggetto: il mondo esterno diventa un criterio non prescindibile di determinazione delle

caratteristiche della soggettività oltre che cornice di senso all'interno della quale poter significare gli

eventi. Dall'altro lato tutta una serie di teorie recuperano la complessità del reale che deve includere

per poter essere studiata non solo l'oggetto osservato ma anche l'osservazione e il contesto

dell'osservazione. In tale contesto, il modello foulkesiano mostra di essere perfettamente dentro al

proprio tempo, cogliendo in modo sorprendente la sfida della complessità.

Goldstein propose una visione del sistema nervoso centrale come un network di cellule, la cui

funzionalità non poteva essere ridotta a modelli localizzazionisti. La rete cerebrale per l'autore ha un

funzionamento più complesso, per cui una pertubazione in un punto del SNC comporta una risposta

che non può non coinvolgere tutti i livelli organizzativi e funzionali della corteccia stessa, la cui

specificità consiste proprio nella grande plasticità. Il sistema nervoso va considerato come una

complessa e non riducibile rete interattiva di cellule, di neuroni, che costituiscono i suoi “nodal

points”. Il funzionamento dei neuroni è allora comprensibile solo in termini di costante interazione

tra rete e neuroni. Questi ultimi non solo sono gli elementi costituenti della rete, ma sono da essa

allo stesso tempo influenzati in una circolarità non riducibile. L'approccio di Goldstein diventa

anche estendibile alla relazione fra l'individuo e il suo mondo socioculturale e l'adozione dei termini

di network, per riferirsi alla rete sociale, e di nodal point, per ciò che concerne l'individuo si costituì

per Foulkes come la possibilità di costruire una propria proposta teorica-clinica capace di perseguire

un'indagine psicologica coerente con gli sviluppi epistemologici del suo tempo e quindi affrancata

dalle limitazioni originarie della psicoanalisi freudiana.

La rete diviene il sistema di relazioni che connette gli individui e ogni individuo, in quanto punto

nodale della rete. Solo all'interno di tale prospettiva è possibile, secondo Foulkes, una piena

comprensione della mente e della psicopatologia ed è proprio tale prospettiva che costituisce la vera

specificità del modello gruppoanalitico il quale, proprio per questo, risulta essere differente dalla

psicoanalisi e da altri modelli di psicoterapia di gruppo come quello moreniano o come la

psicoanalisi di gruppo statunitense.

Foulkes sul lavoro di ricerca di Goldstein rintraccia specifiche procedure metodologiche:

-le descrizioni devono essere il più possibile complete e nessuna scoperta ha priorità su un'altra;

-non è sufficiente tenere in considerazione gli effetti ma un esatta analisi deve comprendere come

una funzione si assolta;

-nessun risultato va tenuto in considerazione a prescindere dall'organismo nella sua totalità e dalla

situazione totale.

Coniugando l'insegnamento di Goldstein con le teorie sociologiche di Elias, Foulkes estende il

paradigma della totalità oltre i confini dell'organismo e della vita individuale, fino a coprire con

esso l'intera rete sociale. Elias sottolienava come le costrizioni sociali siano, con il passare del

tempo, divenute sempre più interne all'individuo e rispetto a tale tema Foulkes nota l'esistenza di un

costante aumento della severità e del numero di queste restrizioni sociali. Le ragioni di ciò devono

essere cercate nella difficoltà e nella complessità, sempre crescenti, della vita sociale. Tali

restrizioni non possono essere di natura primariamente psicologica in quanto ciò che forma il

contenuto e l'oggetto della nostra vita mentale è l'essere costantemente modificati per necessità dalle

circostanze esterne. Elias aveva insomma tentato di amalgamare la piccola storia dell'individuo e la

grande storia della società e di mostrare come la psico e la sociogenesi costruiscano una coerente e

indissolubile totalità entro la formazione della civilizzazione occidentale.

Fino alla fine degli anni '30 Foulkes mostrò grande convinzione la sua adesione all'orientamento

psicoanalitico, spingendo il suo apprezzamento fino ad attribuire ad esso caratteristiche di vero e

proprio modello olistico capace di dar conto della complessità biopsicosociale dell'uomo. Dal '48 in

poi la sua posizione sulla psicoanalisi mutò fortemente ed egli sentì la necessità di fondare un nuovo

orientamento teorico-clinico che avesse lo scopo di affrontare lo studio psicodinamico dell'uomo,

delle relazioni e della psicopatologia. Foulkes dichiara che la grupppoanalisi non è una psicoanalisi

in gruppo o in massa, come non è neanche un sostituto o una semplice applicazione di essa.

Foulkes inizia ad occuparsi delle fondamentali differenze fra i due modelli. La psicoanalisi per

mezzo del concetto di conflitto, tra pulsioni, autorità repressive e realtà esterna ha permesso di

manifestare l'intrinseca natura sociale dell'uomo.

Foulkes afferma che la psicoanalisi non ha mai attribuito agli aspetti sociali dell'uomo quella stessa

rilevanza che invece ha sempre attribuito agli aspetti istintuali. Per Freud e per la maggior parte

degli psicoanalisti, ancora oggi la natura sociale dell'uomo è un derivato della libido sessuale.

Secondo Foulkes, invece, ciascun individuo è essenzialmente determinato dal mondo in cui vive e

dalla comunità, dal gruppo, di cui egli costituisce una parte. Ne consegue che la vecchia

contrapposizione fra mondo esterno e mondo interno, individuo e società, fantasia e realtà, corpo e

mente ecc. non può essere mantenuta.

Dalla coniugazione del pensiero di Goldstein con quello di Eliad che inizia a prendere forma la

geniale e rivoluzionaria visione della natura sociale e culturale della mente umana. L'individuo non

soltanto dipende dalle condizioni materiali ma egli è parte di una rete sociale, un piccolo punto

nodale in questa rete. Oltre a questa ramificazioni orizzontali egli allo stesso tempo ha una

connessione verticale che rappresenta la preistoria ereditata dalla sua razza e specie, la sua eredità

biologica, che egli sviluppa nel tempo e nello spazio durante la vita.

Le matrici sociali e culturali entrano profondamente nelle strutture della personalità: ciò che è

all'interno è all'esterno, il sociale non è esterno ma pure profondamente interno e penetra l'essere più

interno della personalità individuale. L'individuo non può essere compreso che a partire dal

“plexus” in cui è immerso e il gruppo diviene il luogo elettivo dell'analisi dei processi psichici.

Il concetto di “network” (rete) consente di paragonare il rapporto che sussiste tra individuo e il

gruppo a quello intercorrente tra singolo neurone e l'intricata rete neurale nel suo complesso.

L'individuo costituisce un nodal point all'interno della rete sociale in cui è immerso che lo connette

ad altri individui. L'estensione della rete è infinita in quanto comprende idealmente l'intera umanità

e lungo l'asse verticale (storico) si trova tutto il suo passato biologico e culturale. Naturalmente i

singoli punti nodali (gli individui) saranno maggiormente influenzati da quelle porzioni di rete che

nel tempo e nello spazio sono a loro più vicine. La comunità in cui l'individuo è cresciuto con i suoi

valori, le sue credenze ecc. contribuisce a formare un “humus culturale” determinante per la sua

formazione. Queste dimensioni non influiscono direttamente sull'individuo ma attraverso la

mediazione attiva e inconsapevole di quelle parti di rete più intimamente connesse a lui, cui Foulkes

diede il nome di rete primaria in riferimento ala famiglia di origine e di “complexus” o “plexus” per

le reti dinamiche attuali che concernono la sfera centrale della vita delle persone.

Il “plexus” comprende un numero relativamente piccolo di persone che include la famiglia che si

raggruppa dinamicamente intorno alla persona centrale soprattutto in connessione ai suoi conflitti.

La rete, in genere, è multiforme. Un altro concetto base per Foulkes è quello di “matrice”.

Inizialmente tale concetto è stato utilizzato da Foulkes esclusivamente in riferimento alla pratica

clinico-terapeutica, per fare riferimento alla rete costituita dal gruppo terapeutico, che viene infatti

definito come una “matrice di relazioni interpersonali”. Per in gruppi non terapeutici Foulkes

mantenne invece l'uso del termine rete. In parallelo alla successiva definizione della altre due

matrici, al gruppo terapeutico attribuì definitivamente la più rigorosa caratteristica di “matrice

dinamica”. L'uso del concetto “matrice” per il gruppo terapeutico è stato sempre rivolto da Foulkes

agli aspetti dinamici e inconsci del processo gruppale: la matrice è infatti il luogo della

comunicazione conscia e inconscia del transfert e dei processi transpersonali. Folukes, più tardi

conierà anche concetti di “matrice di base” e “ matrice personale”.

Nel '66 affermò che la rete di tutti i processi mentali individuali, l'elemento psicologico in cui si

incontrano, comunica e interagiscono, può essere chiamata “matrice”. Al congresso internazionale

di psicoterapia di gruppo, presentando il modello terapeutico gruppoanalitico, parlò di matrice di

gruppo per alludere al contesto totale del gruppo come schema di riferimento che permetta di

cogliere il valore comunicativo, conscio e inconscio, di risposta associativa di ogni evento che si

verifichi al suo interno. Anticipando il concetto di “matrice fondamentale”, sosteneva che la matrice

di gruppo è sia preesistente alla storia del gruppo che qualità del suoi sviluppo.

Foulkes utilizzò in modo equivalente i termini di matrice di gruppo, di matrice di comunicazione

comune e di matrice condivisa. Con essi faceva riferimento ai processi che si evolvono

dinamicamente all'interno del gruppo nel suo insieme e che costituiscono lo schema di riferimento

di tutte le interazioni e le comunicazioni fra i membri, rispetto al quale va colto il loro significato

associativo. La matrice è una rete psichica di comunicazioni che è indivisibile proprietà del gruppo

e non è solo interpersonale ma transpersonale. Quando la matrice si sviluppa in una rete

comunicativa e relazionale più avvolgente, gli individui diventano più chiaramente definiti e si

scoprono in una interrelazione dinamica e costantemente in movimento. Il concetto di matrice

condivisa consente di affacciarsi ad una sorprendente scoperta teorica: ciò che noi guardavamo

come una realtà mentale interna e propria particolarmente intrapsichica è una proprietà condivisa

dal gruppo. Il rapporto tra individuo e matrice sembra quindi porsi in modo omologo a quello fra

rete e punto nodale.

Foulkes inoltre ha parlato di “root-groups” (gruppi-radice) a proposito dei gruppi naturali (es.

famiglia) dove insorgono problemi, difficoltà e patologie.

Dal '70 in poi egli andò sempre più distinguendo la matrice dinamica da quella fondamentale.

Mentre quello di matrice dinamica non subì trasformazioni il concetto di matrice fondamentale, per

l'autore, ha a che vedere con la condizione basica dell'appartenere alla stessa specie o ala stessa area

culturale. E' l'esistenza della matrice fondamentale a consentire che nel gruppo terapeutico vada

progressivamente emergendo la matrice dinamica: e' possibile sostenere una stabile comunanza

preesistente fra i membri. Essi hanno tutte le stesse caratteristiche di specie. Chiamiamo “matrice

fondamentale” questa parte preesistente e relativamente statica. Al vertice di ciò ci sono vari livelli

di comunicazione il cui dinamismo aumenta progressivamente.

La matrice del gruppo terapeutico è quindi chiamata “dinamica” anche in contrapposizione a quella

relativamente statica matrice fondamentale.

Foulkes parlò di transpersonale in termini processuali, equiparando tale concetto ai processi mentali

che come i raggi x nella sfera del corporeo passano diritti attraverso l'individuo componendo una

tale rete. Questi processi passano attraverso l'individuo, sebbene ciascun individuo li elabori e

contribuisca ad essi modificandoli a suo. I processi transpersonali sono del tutto inconsapevoli.

Fra la teoria e la tecnica

Il recupero della persona come totalità e non come insieme di sintomi, il riconoscimento, etro un

modello razionalistico, della forza costrittiva che la violazione interno di tabù stabiliti o gli

intenzionamenti affettivi dei nostri antenati possono avere sulla nostra mente, ci obbligano alla

ricerca di nuovi modelli di spiegazione. Alla luce della necessità di una ricomposizione di psichico e

sociale, Foulkes rintraccia nel piccolo gruppo il luogo di studio e operativo elettivo. La situazione di

gruppo è il luogo migliore per studiare il gruppo, come pure l'individuo nei suoi aspetti sociali, vivi

e immediati. Ciò equivale a dire che il gruppo è il miglior mezzo per operare nella struttura più

intima dell'uomo. Secondo Foulkes, la dove possibile nella pratica psichiatrica bisognerebbe

studiare e trattare l'individuo all'interno del suo gruppo naturale, in particolare nella famiglia. Lo

psichiatra dovrebbe entrare nella vita privata dei pazienti, in famiglia, al lavoro cosi via.

Scoprirebbe, cosi, che i problemi del paziente sono solo un singolo elemento di un problema di

gruppo ben più complesso. Verrebbero fuori aspetti sconosciuti del paziente, il quale, all'interno di

un contesto di vita differente mostrerebbe di sentirsi perfettamente a proprio agio, mentre in

famiglia emergono tratti disadattivi e sintomatici. Foulkes denomina questo fenomeno

“localizzazione del disturbo”: la causa del problema del paziente non sta in se stesso ma in qualche

altro membro del suo plexus. E' noto che se un paziente si trova in analisi la sua famiglia e il suo

contesto di riferimento resisteranno fortemente ad eventuali suoi cambiamenti sostanziali. Il

paziente proietta le sue resistenze caratteriali sui membri del gruppo in cui vive.

Dalal afferma che esistono due Foulkes, uno ortodosso e uno radica. Il primo lancia una debole

sfida al contesto psicoanalitico tradizionale differentemente da quello radicale che sfida con forza la

psicoanalisi. Da un lato, infatti Foulkes, non può accogliere interamente il pensiero di Freud poiché

in questo modo minerebbe la base radicale delle proprie concettualizzazioni ma allo stesso tempo

non può accogliere interamente le proprie concettualizzazioni perchè questo comporterebbe

allontanarsi troppo da Freud e dalla comunità psicoanalitica. Il Foulkes ortodosso quindi rinuncia al

concetto di istinto sociale affermando che la spinta primaria è l'appartenenza.

Il pensiero di Foulkes radicale invece sembra ispirarsi alla psicologia sociale. Egli asserisce che i

processi interni non sono altro che interiorizzazioni delle forze che operano nel gruppo al quale egli

appartiene. Diversamente da quanto Foulkes afferma nei suoi primi scritti sulla gruppoanalisi nei

quali cerca di mantenersi entro i confini dell'ortodossia psicoanalitica, non contraddicendo il ruolo

delle pulsioni, più tardi sfiderà gli assunti di base delle pulsioni asserendo che i processi interni

dell'individuo sono interiorizzazioni delle forze che operano nel gruppo a cui appartiene.

Foulkes afferma che l'Es è acculturato, ammettendo cosi che le forze della cultura penetrano perfino

l'ultima roccaforte della natura all'interno della psiche, e che l'Io e il Super-Io si sviluppano di pari

passo con l'Es all'interno del contesto familiare. In tale prospettiva l'essere radicale di Foulkes si

manifesta da un duplice punto di vista: da un lato trasforma il conflitto interpulsionale di Freud nel

conflitto tra natura e cultura, dall'altro fa in modo che la cultura penetri nell'Es, le radici della

psiche.

Capitolo 4 La gruppoanalisi italiana

Intorno agli anni '50 in Italia si inizia ad assistere ad un interesse scientifico e professionale sempre

più crescente per l'utilizzo dei piccoli gruppi. Qualche anno dopo ispirandosi al pensiero di Foulkes

i fratelli Napolitani fondarono, a Roma e Milano, le prime comunità terapeutiche italiane all'interno

delle quali la psicoanalisi applicata ai gruppi diventava il principale strumento terapeutico. Diego

Napolitani fondò la Società gruppoanalitica italiana. A questi pionieri va riconosciuto il merito di

aver tentato di realizzare qualche cosa che fosse carica di innovazione senza rottura con un certo

passato ma contemporaneamente ricolma di speranza nei confronti di un futuro certo. All'interno di

tale cornice vengono registrati alcuni fenomeni interessanti. Pur operando quasi

contemporaneamente e quasi nello stesso luogo questi pionieri giocavano tra loro in termini

competitivi e nonostante operassero in ambiti differenti erano collegati da un fil rouge che prendeva

il nome di eresia, di trasgressione nei confronti di certe norme della cultura scientifica vigente. La

loro trasgressione si è resa evidente anche nei riguardi di quel cattolicesimo che guardava con

sospetto alcuni interessi psicologici e nei confronti di una cultura psicologica precedentemente

qualificabile come individualistico-personologica.

Per ciò che riguarda il modello gruppoanalitico elaborato da Diego Napolitani esso ha risentito

fortemente del filone relazionale del pensiero psicoanalitico e i suoi autori di riferimento sono stati

Ferenczi, Fairbairn, Winnicott, Foulkes e Bion. Nascono più tardi numerose associazioni che si

riconoscono nell'opera di Bion la cui analisi di gruppo appariva una psicoanalisi applicata al

gruppo, ma soprattutto nel pensiero di Foulkes, la cui innovativa scelta teorico-clinica, di

considerare la gruppoanalisi una forma di analisi dell'individuo attraverso il gruppo, ebbe una forte

rilevanza su gran parte del movimento psicoterapeutico di gruppo italiano. Nel '82 molte

associazioni in completa autonomia decisero di aggregarsi fondando la Confederazione di

organizzazioni italiane per la ricerca analitica sui gruppi (COIRAG). El '93 fu istituita la Scuola di

specializzazione in psicoterapia della COIRAG, che ai tempi costituì l'unica scuola italiana di

formazione della psicoterapia analitica di gruppo diffusa in tutto il territorio nazionale. All'interno

del panorama italiana la gruppoanalisi ha trovato vasto eco nel contesto palermitano. La scuola

palermitana, nell'elaborazione di Di Matia e Lo Verso, avendo come principale referente

epistemologico il paradigma della complessità di Morin, ha costituito un ulteriore avanzamento

verso una concezione non riduzionistica ma circolare della sofferenza psichica.

2 Il pensiero di Diego Napolitani

Napolitani può essere considerato tra i maggiori esponenti del pensiero gruppoanalitico italiano

oltre che uno dei fondatori. Il suo testo principe “Individualità e gruppalità” è uno dei libri più

importanti all'interno della produzione gruppoanalitica italiana. L'elaborazione del pensiero di

Napolitani si incentrò parecchio sul tentativo di estinguere la separazione tra psicologia individuale

e psicologia sociale al fine di riuscire ad organizzare e osservare la natura psicologia dell'uomo, a

partire dal formarsi della sua identità, secondo una prospettiva che fosse individuale e gruppale

insieme. Napolitani prende le mosse del pensiero freudiano poiché Freud stesso aveva cercato di

superare arcaici riduzionismi che avevano guardato all'uomo solamente in termini di impulsi che

tendevano ad una scarica. In quel panorama, il sociale, il mondo esterno e le relazioni avevano cosi

la doppia caratteristica di classificarsi al secondo posto in termini cronologici rispetto al formarsi

dell'identità psicologica e di avere un valore secondario nella misura in cui venivano visti

unicamente come un mezzo con cui soddisfare e sfogare ciò che premeva nella psiche individuale.

Napolitani si sofferma sui lavori più gruppali di Freud dove egli sembra riflettere sul valore

decisamente centrale che la relazionalità avrebbe nel fondare fin dall'inizio l'identità psicologica

dell'individuo. In tale prospettiva vengono messi in evidenza i fondamenti intersoggettivi del mondo

interno, al punto tale da poter affermare che non può esistere interno senza un esterno. L'importanza

del pensiero di Napolitani non risiede unicamente nell'aver tentato di integrare psicologia

individuale e psicologia sociale, ma nell'essere riuscito nel contempo ad organizzare un discorso

unitario in grado sia di tenere conto di quei riduzionismi che avevano posizionato la psicologia

individuale e sociale in due mondi disarticolati e sia di concepire l'individuo come mero portatore di

bisogni che nel mondo esterno trovavano unicamente un mezzo di soddisfazione. Il mondo esterno

diventa in questa prospettiva fin da subito intrecciato con quello interno.

L'utilizzo del concetto di identificazione da parte di Napolitani va molto più in là rispetto al modo in

cui era stato da Freud concepito e inteso. Per l'autore l'identificazione non riguarda solamente un

momento di crescita ma equivale a quel processo mediante il quale il mondo esterno si fa

intimamente interno, permettendo al bambino di venire pienamente al mondo. Questo perchè

l'identificazione consente al bambino di fare proprie le caratteristiche dell'ambiente in cui nasce,

dandogli in un primo momento quella rete di sicurezza su cui poggiarsi per poi poter sperimentale il

mondo a partire da una soggettualità già avviata. Il doppio binario è formato da una disposizione,

innata nel bambino, ad apprendere dall'ambiente, e dalla complementare intenzionalità desiderante

dell'ambiente che in un primo momento trova il suo alveo fondamentale nel nucleo familiare.

Napolitani afferma che l'obbedienza e la fedeltà del bambino consistono fondamentalmente

nell'appropriarsi dei segni e dei sensi che il genitore gli impone circo il suo stesso essere al mondo,

il modo di esserci e le sue relazioni con esso. Il potere desiderante è quindi condizionato

dall'attitudine del bambino ad apprendere, cioè a prendere stabilmente dentro di sé, a rendere

proprio, a identificarsi con quanto il genitore gli insegna. Da ciò sembrerebbe derivare

un'equivalenza appropriativa: come esiste un genitore che si appropria del figlio, cosi esiste un

figlio che si appropria del genitore con la differenza che il primo tipo di appropriazione riguarda il

figlio nella sua totalità e consiste in un'identificazione proiettiva, mentre i processi di

apprendimento sono appropriazioni parziali che riguardano quei segni che il genitore vuole che

vengano appresi e costituiscono un'identificazione introiettiva. Attraverso l'apprendimento il figlio

garantisce la sua sopravvivenza all'ombra del potere (di morte) del genitore, mentre attraverso

l'insegnamento, il genitore alimenti il sogno di un suo “eternamento” e si verifica nel suo potere

discrezionale di morte e non-morte. L'apprendimento identificatorio del bambino non guarda però

solo ai segni che il genitore vuole che vengano appresi ma esso finisce col guardare tutto l'apparato

desiderante del genitore con i suoi aspetti specifici dispositivi manipolatori, seduttivi e mistificatori.

Il bambino apprende cioè il potere stesso e da quel momento egli lo potrà rivolgere nei confronti del

mondo. Nel concepire e concettualizzare il bambino come un essere che si appropria tramite

identificazione introiettiva dei propri genitori per poter iniziare ad imparare ad abitare il mondo,

Napolitani recupera, il concetto di “neotenia” di Gehlen che fa riferimento a quella mancata

specializzazione che rende il cucciolo d'uomo bisognoso per un tempo molto lungo delle cure

dell'ambiente familiare. Da questa riflessione Gehlen deduce che per l'uomo non esiste un semplice

stato di natura, ma piuttosto che la natura dell'uomo è la sua cultura, proprio perchè all'infuori di

essa l'infante non potrebbe nemmeno sopravvivere. Per Napolitani, tramite l'identificazione la

cultura si insedia stabilmente nel mondo interno dell'individuo per cui ne risulta che l'identità

soggettiva appare in un primo momento come una costellazione di parti altrui e di altrui

insegnamenti innestati nel proprio mondo interno. Un esempio è il concetto di “gruppalità interna”

che si riferisce a quelle relazioni interiorizzate che albergano dentro ciascuno individuo. Detto in

questi termini, si comprende che l'incontro tra più individui è quindi incontro tra più gruppalità.

Tuttavia, il processo di formazione dell'identità non si esaurisce attraverso l'interiorizzazione nel

proprio teatro privato di figure significative in quanto se la vita dell'uomo si limitasse ad essere un

percorso che va dalla più totale ignoranza fino ad una sufficiente acquisizione di esperienze già

masticate dai predecessori ad uso e consumo dei nuovi venuti, non si coglierebbe quella sostanziale

differenza che separa il mondo animale da quello umano.

Un accenno di Napolitani che risulta prezioso per comprendere il suo pensiero e la distinzione che

fa tra “accadimento” e “invento”, ovvero tra il dato sensibile e la personale elaborazione che ne fa

ciascun soggetto sotto la lente della propria creatività, donando nuovi significati a quelli già

esistenti, e consentendo una discontinuità con ciò che viene impartito e insegnato (messo dentro)

della proprio cultura e letto adesso in chiave personale. Napolitani parla di “Erlebnis” ossia

dell'esperienza vissuta, ovvero esperienza del mondo che non sia mera acquisizione replicativa di

fatti tramandati con finalità sopravvivenziali. La Erlebnis ha due caratteristiche fondamentali: in

primo luogo costituisce la più primitiva forma di coscienza, che si forma e si fonda dall'incontro del

soggetto con il mondo, mediante una particolare e ogni volta nuova combinatoria di senso tra tutti i

sensi possibili che il dato sensibile può avere. Per Di Maria l'accadimento è un fenomeno, un

oggetto, un evento, una relazione che osserviamo, percepiamo, incontriamo ma che ancora non ha

trovato posto nel nostro spazio mentale e rispetto al quale ci poniamo con un'ottica che non può

essere riduttivistica. Ed è proprio questa specifica combinatoria che fa un evento nuovo: ovvero non

è l'oggettività novità di un fenomeno che lo rende evento, ma piuttosto la creazione, intorno a

quello, di una nuova combinazione di significati tale per cui il fenomeno diventa un invento, ovvero

un evento che ha assunto un significato originale e personale. Questo fare inventivo contiene in sé

la seconda caratteristica dell'Erlebnis, ossia l'intenzionalità, ciò che Napolitani descrive come

“aprirsi al mondo”: non vi sono semplici finalità sopravvivenziali, ma c'è la tendenza a ri-fondare il

mondo, a riorganizzarlo secondo la propria es-pressività. L'autore per es-pressività intende l'azione

dell'Es sui fenomeni, sugli eventi, su ciò che accade: in questo senso si può intendere il polo

individuo-mondo come la diade sopravvivenziale, in cui costantemente irrompe l'Es ad alterare gli

schemi impressivi che l'uomo si tramanda e costituendo il polo germinativo della simbolopoiesi che

è la formazione degli eventi ad opera dell'azione riflessiva del pensiero. Possiamo affermare, quindi,

che se l'uomo da una parte è un animale come tutti gli altri, dall'altra ha un'individualità psicologica

che è frutto dell'innesto di parti provenienti da altri individui, che lo precedono nel mondo e che nel

mondo lo accolgono, che formano il substrato di cui l'individuo apprenderà tutto il sistema di

codici, simboli, linguaggi, sensi comuni e nel quale incomincerà a declinare la propria esistenza, di

modo che è possibile affermare con l'autore che “essere” corrisponde ad “essere in relazione con”.

L'uomo di affranca dalla condizione animale proprio in quanto il suo obiettivo non è legato

unicamente all'evitamento della morte, individualmente o relativamente alla specie. L'esistenza

dell'uomo si caratterizza fin da subito per la sua connotazione all'interno di una cultura che è al

contempo culla e percorso. Culla in quanto l'uomo non potrebbe sopravvivere senza accudimento e

percorso in quanto i codici, i sensi, i linguaggi che il cucciolo d'uomo apprende sono destinati a

ricevere quell'impronta di originalità che ha il duplice risultato di differenziarsi psicologicamente

dagli altri individui e di mutare il proprio apporto con un proprio senso personale con il proprio

punto di vista, la stessa cultura in cui l'uomo vive e si relaziona. Mentre l'identificazione asservisce

una necessità di sopravvivenza, consentendo all'individuo di conoscere gli strumenti per vivere che

sono propri della sua cultura, la creatività esce dal circuito esistenziale per divenire fondamento e

strumento originale attraverso cui l'individuo rinnova il mondo con significati propri e vi lascia una

sua personale impronta. Ciascun individuo dovrebbe emergere, durante l'adolescenza, alla ricerca

difficile e dolorosa di stralci del proprio sé con cui aprirsi al mondo. La sofferenza psicologica

insorge quando ciò non accade. Quando non si è in grado di trasgredire le proprie matrici culturali,

gli insegnamenti del proprio nucleo familiare, allora possiamo andare incontro alla psicopatologia

intesa come incapacità di riconcepirsi rispetto ad un mondo che ci ha concepito. L'uomo nasce e

cresce in un mondo collettivo che lo abbraccia e lo penetra fondando la sua gruppalità interna, gli

insegna codici culturali e affettivi, emotivi e relazioni ma per diventare adulto deve accedere alla

curiosità e al nuovo. Solo in questo modo si può parlare di esistenza come possibilità di essere

altrimenti c'è il rischio di rimanere chiusi tra le maglie soffocanti delle proprie matrici

transpersonali. Il fondamento della “sanità” sta in un delicato ma fecondo equilibrio tra “l'idem”

inteso come identità identificatoria e “l'autòs” intenso come attitudine generativa. L'idem

rappresenta gli insegnamenti tramandati, le nozioni elementari e gli strumenti per pensare che sono

messi a disposizione dal nucleo antropologico in cui il bambino si muove. E' ciò che in un primo

momento rende il bambino un uomo tra gli uomini. Su questa base si muove l'autòs: esso è il nucleo

della creatività, del riconcepimento delle verità trasmesse, il luogo delle proprie invenzioni e delle

matrici culturali. Per mezzo dell'identificazione l'identità si compone inizialmente di relazioni

interiorizzate che formano quella gruppalità interna, quell'essere in relazione con che è fondamento

dell'esistenza di ogni individuo, questa rete o matrice gruppale è fondamento storico dell'esserci e

oggetto di sfondamento ad opera dell'espressività simbolopoietica.

3 Il Transpersonale

Ciò che si dice cultura in altri ambiti trova in gruppoanalisi una specifica elaborazione teorico-

clinica nel concetto di transpersonale: questo lega lo psichico, il biologico, il sociale e

l'antropologico alla fondazione della mente e al suo funzionamento. Il transpersonale è definibile

secondo due accezioni: come sostantivo o come attributo e in questo secondo caso ci si riferisce alla

qualità di un processo psichico che riguarda l'individuo, la famiglia, la collettività e l'umanità intera.

Uno dei primi autori a fare uso del concetto è stato Foulkes che disse che come i raggi x nella sfera

del corporeo i processi mentali passano dritti attraverso l'individuo componendo una rete.

Menarini lo definisce come l'impersonale collettivo che attraversa la nostra identità più intima senxa

che il nostro potere cognitivo possa minimamente concettualizzarlo.

Lo Verso invece, lo definisce come il dato costitutivo, sul versante antropopsichico, della nascita

psichica e quindi della personalità umana. In questa definizione il transpersonale è qualificato come

dato, come un insieme di fatti accertati, di elementi, di presupposti, di nozioni, di cui l'inconscio, la

memoria, il corpo e le istituzioni sono i depositari-trasmettitori, i quali sono dati, offerti, e destinati

alla persona. Il dato transpersonale si trasmetti da una generazione all'altra in un ambiente

relazionale familiare, insegna l'essere umano ed è predisposto ad insegnare all'essere umano,

esercitando su di lui una forza intenzionante con finalità culturale. Essendo l'esito di un'esperienza

dell'essere umano il dato transpersonale è sottoposto a continue interpretazioni e reinterpretazioni

da parte dell'individuo, della famiglia, dell'etnia e di tutta la specie. L'essere umano si confronta con

il dato transpersonale e ad esso non si sottomette passivamente: è come se si trattasse di un testo con

cui l'essere umano entra in rapporto e all'interno del quale ciascuno traccia la propria soggettività. Il

transpersonale è caratterizzato da cinque qualità: è interiorizzabile dall'essere umano, è

sovraindividuale e quindi attraversa i soggetti, è intenzionante, ovvero è una forza che dirige e

significa le emozioni, i comportamenti e le scelte dell'oggetto, si lascia trasformare ed è inconscio.

Il transpersonale può essere considerato come un sapere inconscio che l'essere umano ha del mondo

da lui creato e ricreato in continuazione nell'ambito della relazione con l'ambiente naturale-culturale

su cui insiste. E' stato convenzionalmente suddiviso in 4 livelli a cui ne sono stati aggiunti 2:

-Biologico-genetico: si riferisce al processo evolutivo della specie, a ciò che è stato inscritto nel

corredo genetico di ogni uomo dal rapporto natura-cultura e dall'evoluzione in rapporto con

l'ambiente. In esso sono già presenti sedimenti di carattere storico-ambientale e in esso si verifica l

massima comunanza fra uomini.

-Etnico-antropologico: comprende gli aspetti macroantropologici e le macroistituzioni. Si tratta di

fattori storicizzabili e comuni a grandi masse di uomini come miti, religioni, linguaggi: tale livello

definisce un ambiente mesoantropologico. E' possibile inoltre pensare che da questo livello si

dipartano dei micro-macro livelli antropogico-culturali. Alle ulteriori suddivisioni in micro-macro

del mesoambiente etnico-antropologico vanno inscritte le tradizioni di un popolo, ma anche di una

piccola comunità.

-Transgenerazionali:è la sede del transpersonale familiare nelle sua declinazioni micro e macro, in

quanto i genitori sono stati a loro volta figli e hanno anch'essi gruppi interni che sono entrati in

rapporto tra loro modificando retroattivamente il passato e i ricordi. Sono incluse in questo livello

anche le reti di parentele e ambientali, con cui il nascente entra in contatto.

-Istituzionale: si riferisce agli aspetti psicosociali del vivere umano. A questo livello ascriviamo fatti

come i codici operazionali, gli insegnamenti, l'apprendimento di ruoli, gerarchie e gruppi di

appartenenza di riferimento.

-Sociocomunicativo: in questo livello si inseriscono i modi relazioni che riguardano la

comunicazione e le influenze che essi hanno sulla formazione dell'identità. La trasmissione del dato

transpersonale avviene all'interno dei setting che inconsciamente sono stati deputati a questa

funzione dall'essere umano, creando le migliori condizioni perchè tale trasferimento avvenga. In

passato si è visto come la narrazione delle fiabe rappresentasse un particolare setting per la

trasmissione di contenuti valoriali da adulti a bambini. Questo specifico setting era possibile in virtù

dell'esistenza di strutture sociali che favorivano il processo. Assistiamo oggi alla progressiva

scomparsa di queste strutture, sostituite in misura sempre maggiore dalla televisione e da nuovi

sistemi di comunicazione di massa. Attraverso le nuove tecnologie è oggi possibile abitare

contemporaneamente luoghi e tempi molto diversi, viaggiando costantemente, virtualmente e

fisicamente come mai si era potuto fare in precedenza. Dal punto di vista delle emozioni e

dell'affettività ciò implica che le cose e le situazioni che riguardano non sono più strettamente

confinate allo spazio-tempo personale e alla comunità di riferimento ma il mondo intero è diventato

in modo sempre meno reversibile comunità di riferimento obbligata.

-Politico-ambientale: la fenomenologia politica non è altro che una realizzazione di un processo

transpersonale. Da un lato essa ha origine nel modo in cui le persone organizzano i propri rapporti,

dall'altro è contemporaneamente interna ed esterna all'individuo e attraversa a vari livelli gruppi e

organizzazioni. Il livello politico-ambientale è la proposizione di una teoria della comunità,

all'interno della quale soggetti diversi pensano e realizzano trasformazioni nello stato delle cose

presenti.

4 Neotenia

Il termine neotenia deriva dalla parola tendo. Darwin utilizzò questo costrutto per spiegare i salti e i

buchi nell'evoluzionismo dei salti maggiori. Il costrutto di neotenia è stato ripreso in ambito

gruppoanalitico da Nucara, Menarini e Pontalti i quali ne hanno collegato i carattere biologico alla

creatività che contraddistingue la matrice fondamentale nell'ottica di Foulkes. La dimensione

neotenica umana sarebbe qualificata da quattro ordini di fattori:

-Aspetto fisico-morfologico: l'uomo adulto presenta una morfologia fisica determinata dal

trattenimento nell'evoluzione filogenetica e ontogenetica umana. Gehlen definì l'uomo come essere

biologicamente determinato da carenze intese come inadattamenti biologici.

-Aspetto temporale dello sviluppo: è il ritardo dello sviluppo dell'individuo. Lo sviluppo umano,

infatti, se paragonato a quello degli altri animali, risulta connotato da un rallentamento. Questa

particolare erocronia è neotenia, cioè il prolungarsi dei caratteri della giovinezza nell'età adulta. Il

ritmo lento produce una conseguenza: una fase infantile prolungata e dunque la necessità di

accudimento da parte del nucleo familiare, il che non ha riscontri in natura.

-Massima plasticità e ricettività delle strutture cerebrali: è in questa fase di dipendenza prolungata

che si verifica il terzo fenomeno di interesse: il lento sviluppo del cervello che richiede una

particolare plasticità e ricettività delle strutture cerebrali. Lo sviluppo del cervello è un processo

esperienza-dipendente.

-Centralità e necessità del nucleo antropologico familiare: la fragilità e la notevole esposizione ai

pericoli del piccolo richiedono una speciale protezione e cura per molto tempo da parte del nucleo

familiare di accudimento, definito peculiare, centrale e necessario luogo neotenico-culturale. E'

proprio la famiglia ha rappresentare un necessario spazio neotenico.

L'uomo risulta essere l'animale non ancora definito, privo della possibilità di sopravvivere in un

ambiente riduttivamente naturale: lo stato di natura umnao non esiste, non c'è alcun buon selvaggio

da contrapporre all'uomo civile secondo Gehlen. E' la cultura la seconda natura dell'uomo il quale la

trasforma attraverso la propria azione venendone a sua volta trasformato.

5 Matrice, rete, plexus

Foulkes si avvale del termine matrice per sviluppare il suo pensiero sui gruppi, considerando la

matrice di gruppo come madre di un individuo, come posto formativo per esso e come un suo

sottofondo. La matrice viene considerata come la rete di tutti i processi mentali individuali. Foulkes

distingue tre livelli di matrice:

-Matrice di base: intesa come ciò che consente la comunicazione all'interno di un determinato

gruppo etnico, dove il substrato comune consente l'immediata comprensione reciproca.

-Matrice dinamica: che si costituisce all'interno della situazione gruppale come fatto peculiare di

quello specifico gruppo, rappresentando la visualizzazione di quanto avviene nel qui e ora in

termini di comunicazione anche inconscia. In tale prospettiva i membri di un gruppo rispondono e

reagiscono come un tutto.

-Matrice personale: riguardante l'individuo a partire dalla sua esperienza di membro appartenente al

gruppo familiare originario, di cui ha incorporato l'intero insieme di rapporti.

Foulkes, inoltre, adottò il concetto di rete o network per la costruzione del modello gruppoanalitico,

intendendola come un intreccio all'interno del quale l'individuo costituisce un punto nodale. Egli è

un punto nodale di una rete che presenta ramificazioni orizzontali rappresentate da quelle trame di

rapporti che compongono il presente in cui vive e ramificazioni verticali costruite dal suo passato

biologico e culturale.

L'autore inoltre parla di rete primaria per riferirsi alla famiglia da lui intesa come quella rete

connessa più intimamente connessa all'individuo e di plexus per le reti dinamiche, attuali, che

concernono la sfera centrale della vita delle persone ma che non comprendono persone che sono

membri della famiglia nel senso comune del termine.

6 Gli spazi in gruppoanalisi

Il setting gruppoanalitico è da intendere come un campo di lavoro psicodinamico in cui alcuni

individui interagiscono tra loro in una situazione di condivisione e di reciproco sguardo. Il gruppo

psicoanalitico è il luogo di una doppia storia transpersonale: quella del gruppo stesso e quella del

soggetto. La gruppoanalisi concepisce il setting come “spazio anzi”, vero e proprio luogo di

simulazione, eppure estremamente reale, in cui si produce il continuo confronto tra esperienza

storica e personale e quella orizzontale del gruppo. Il legame di gruppo rende possibile creazione di

uno “spazio senza”, difficile momento di tristezza e smarrimento che segna la messa in crisi del

sintomo e della maschera fino ad allora indossata e contemporaneamente l'apertura verso

l'inesplorato e il non ancora. Le certezze narcisistiche che avevano prodotto il sintomo sono crollate

insieme all'illusione dell'immobilità infinita ed eterna. Lo “spazio senza” può essere interpretato

come il punto in cui si incontrano l'asse del passato, contrassegnato dalle necessità della coazione

ferrea e indivisibile e l'asse del presente, con i suoi vincoli e le sue opportunità ancora non


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Riassunto per l'esame di Fondamenti di Psicologia Dinamica, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente Fondamenti di Gruppoanalisi di Formica.
Quando pensiamo o conduciamo un gruppo di psicoterapia dobbiamo sempre tenere presenti quattro concetti che costituiscono i pilastri su cui il gruppo si regge. Questi concetti sono: la relazione, la circolarità, la trasformazione e le molteplicità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche ( Facoltà di Scienze della Formazione, di Medicina e Chirurgia e di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali)
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lirva91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Formica Ivan.

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