Linguistica romanza corso introduttivo
Alberto Varvaro
Introduzione
Che cosa è la linguistica romanza
La linguistica romanza studia in ogni loro aspetto tutte le parlate che hanno origine da una evoluzione della lingua latina. Proprio per questo le lingue romanze si chiamano anche neolatine. Secondo la distinzione delle lingue che risale a August Wilhelm Schlegel, si possono distinguere lingue isolanti, agglutinanti e flessive. Le prime sono le lingue in cui ogni parola corrisponde ad uno e un solo morfema, le agglutinanti sono quelle in cui in una parola si combinano più morfemi invariabili e ben distinguibili tra di loro, le lingue flessive sono quelle in cui ogni parola combina più morfemi non necessariamente distinti e di forma variabile, come accade per il latino.
In realtà i tre tipi isolante, agglutinante e flessivo non si trovano mai in forme pure; le lingue reali si approssimano più ad uno o ad un altro, ma con gradazioni molto sottili. Tutte le lingue romanze rientrano con modalità varie nel tipo flessivo, ma l’identificazione di tali lingue non è tipologica, bensì genealogica: si fa riferimento ad una famiglia linguistica, che ha a capo una lingua madre.
All’inizio del XIX secolo fu riconosciuta la fondamentale affinità di un gruppo assai cospicuo di lingue che include il latino, il greco, il tedesco, il russo, l’albanese, l’armeno, il persiano e il sanscrito. Questa affinità fu dimostrata non sulla base di evidenze, ma di rigorose corrispondenze tra morfemi e suoni. Essa fu spiegata con la comune origine di tutte queste lingue da un capostipite unico: l’indoeuropeo. Postulando cioè una lingua di cui non si ha alcuna traccia, ma è l’unico strumento possibile per spiegare tali affinità. Poco a poco la metafora genealogica fu utilizzata anche per ipotizzare fasi intermedie anch’esse scomparse, per spiegare la somiglianza tra loro di alcuni gruppi di lingue indoeuropee rispetto alle altre.
Le lingue romanze sono dunque una ramificazione particolare della famiglia indoeuropea; il solo caso conosciuto e documentato in cui da una lingua ben attestata come il latino sia nata un’intera famiglia. Può accadere però che i dati siano contraddittori. Accade che ci siano lingue in cui il lessico è in maggioranza romanzo ma il sistema grammaticale no. Come accade per l’inglese, considerata per questo lingua germanica. Analogo è il caso del romeno che consideriamo lingua romanza anche se gran parte del suo lessico non è latino.
La linguistica romanza include dunque lo studio di ogni aspetto, antico e moderno, delle lingue romanze. Essa ha un versante diacronico ed uno sincronico, oltre ai settori tradizionali come la fonetica, la morfologia, la sintassi e la lessicologia, include anche la dialettologia, la sociolinguistica, la pragmatica e la tipologia delle lingue romanze di ieri e di oggi.
Cenni di storia della linguistica romanza
Conosciamo già dal medioevo riflessioni sulle lingue romanze. I collezionatori sei e settecenteschi di campioni di lingue non avevano riconosciuto però l’appartenenza al gruppo romanzo di numerose varietà europee. Mancava un metodo che permettesse una sistemazione scientifica delle ricche conoscenze in questo campo.
È l’acquisizione del metodo comparativo elaborato dalla linguistica indoeuropea a fornire la consapevolezza che le corrispondenze devono essere regolari, costanti e verificabili. Ciò permette al tedesco Diez di produrre una grammatica comparata delle lingue romanze e poi un vocabolario etimologico della famiglia.
Nella seconda metà dell’800 si realizza un gran numero di edizioni scientifiche di testi letterari e non letterari medievali; parallelamente si sviluppa l’attenzione ai dialetti parlati soprattutto ad opera del goriziano Isaia Ascoli. Tra il 1866-1868 il tedesco Schuchardt mise in rilievo la complessità dei rapporti con il latino, indagando di questa lingua non i testi normalizzati dalla letteratura, ma le innumerevoli deviazioni della norma documentale degli scritti più umili o rozzi. Ci si rendeva così conto che le lingue romanze non sono lo sviluppo dell’uso scritto di Cicerone o di Virgilio ma del complesso delle forme del latino parlato nell’impero romano. Egli metteva in rilievo l’importanza della variazione continua e della diffusione dell'innovazione nello spazio e sottolineava il peso della mescolanza linguistica.
Divenne così centrale il problema dell’esistenza o meno di confini linguistici sul terreno, problema che dette la spinta alla realizzazione di atlanti linguistici basati su inchieste dirette. Il francese Jules Gilléron fu autore del primo atlante linguistico nazionale, nasce così la geografia linguistica.
Alla metà del novecento la linguistica romanza soffre molto il trionfo della linguistica strutturale che si richiama a Saussure. La linguistica romanza ormai si è comunque estesa a tutti i paesi romanzi europei ed extraeuropei, e alla maggior parte di quelli non romanzi.
Geografia ed identità delle lingue romanze attuali
Oggi le lingue romanze occupano, in primo luogo, un’area geografica continua nell’Europa occidentale, ad ovest di una linea che va dal Canale della Manica al mare adriatico. A occidente di questo confine, all’interno dell’area romanza, ci sono sparse isole linguistiche alloglotte, soprattutto in Italia. Ma vanno segnalate soprattutto due cospicue aree: la Bretagna francese è in parte di lingua celtica, vi sono poi zone basche nel sud della Francia e in Spagna. In queste aree, come nelle isole alloglotte minori, la maggior parte della popolazione è bilingue e non mancano coloro che non parlano la lingua locale.
Le grandi lingue romanze sono il portoghese, lo spagnolo, il francese e l’italiano, ma alcune lingue come il catalano, il galego e l’asturiano hanno riconoscenza romanza. In Europa esiste però un’altra importante area romanza, ad oriente del confine che abbiamo tracciato e senza continuità con l’area principale. Nei Balcani c’è una massa compatta che copre gran parte della Romania e della Repubblica Moldava, ambedue di lingua romena.
Fino ai primi anni del novecento c’era nei Balcani un’altra parlata romanza, un linguaggio ibero-romanzo degli ebrei espulsi nel 1492 dalla Spagna e rifugiatisi nell’impero Ottomano. Le stragi della seconda guerra mondiale, nei Balcani e l’immigrazione in Israele hanno fatto quasi scomparire questa varietà romanza dalla nostra area.
In America vi è una vastissima area romanza, così come in Africa, dove nessun paese è propriamente di lingua romanza, ma la maggior parte degli stati di recente indipendenza ha conservato come ufficiale la lingua dell’antico colonizzatore perché non c’è una lingua locale dominante. In Asia vi sono delle piccole aree portoghesi e spagnole, mentre in Oceania usano il francese solo alcuni gruppi di isole.
Non è facile alla luce di tutto ciò dire quanti siano i parlanti di lingua romanza. In ogni caso non meno di mezzo miliardo di persone. Delle lingue principali il più diffuso è lo spagnolo, seguito dal portoghese, dal francese e per ultimo l’italiano.
Politiche linguistiche in area romanza
Per politica linguistica si intende tutte quelle decisioni prese a livello governativo e simili che interessano l’ambito della lingua di un paese. Nella storia delle lingue romanze alcune di queste decisioni sono rimaste memorabili.
Nell’anno 813 un concilio di vescovi dell’impero carolingio, riunito sulla Loira decise che nelle chiese dell’Impero, mentre la liturgia rimaneva in latino, le omelie dovessero essere formulate in lingua volgare, romanza nelle aree romanze e germanica in quelle germaniche, affinché i fedeli potessero intenderle. Questa decisione dava soprattutto legittimità alle lingue volgari modificandone quindi non la diffusione ma lo status.
Nel 1539 il re di Francia Francesco I con l’ordinanza di Villers-Cotterêts segnò un altro storico momento. Per evitare gli equivoci e le difficoltà che nascevano dall’uso del latino nei tribunali del regno il re decise che fosse obbligatorio l’uso del francese. Questa norma era fatta per agevolare tutti quanti disconoscevano il latino ma di fatto assegnò al francese uno status che riduceva quello di tutti gli altri dialetti del regno. Da qui ha inizio una politica di unificazione linguistica della Francia che sarà portata alle estreme conseguenze dalla Rivoluzione, per cui l’uguaglianza tra i cittadini implica l’uso di una stessa lingua, il francese.
La storia del Ducato di Savoia, e quindi del Piemonte, ebbe una svolta quando dal 1560 in poi il duca Emanuele Filiberto adottò l’italiano nell’amministrazione e nella giustizia della parte italiana dei suoi possedimenti. Il decreto de Nueva Planta, emanato nel 1707 ed esteso nel 1716 ai paesi catalani dal re di Spagna Filippo V (il primo della dinastia dei Borboni) introduceva l’obbligo dello spagnolo nell’uso dell’amministrazione e giudiziario, risolvendo a sfavore delle altre parlate del regno, soprattutto del catalano.
Non meno importanti in campo di politica linguistica sono le fondazioni di associazioni cui si assegna il compito di regolare l’uso linguistico; come ad esempio l’Accademia della Crusca, fondata nel 1582, l’Académie Française, del 1636, e la Real Accademia de la lengua, del 1714. Nel mondo romanzo attuale solo in Francia è considerato normale che il governo intervenga sull’uso linguistico, non solo combattendo l’introduzione di termini stranieri, ma anche stabilendo che le insegne dei negozi debbano essere in francese e perfino legiferando su usi grafici come la dieresi o l’accento circonflesso.
Il campo più importante della politica linguistica è sempre stato la scuola perché è il luogo in cui bisognerebbe insegnare ai giovani come si scrive e si legge. In Italia, dall’unità (1861) in poi, salvo brevi periodi nelle scuole il dialetto è stato sanzionato, obbligando i bambini all’uso dell’italiano.
La variazione
L’unità linguistica non è la condizione naturale della lingua. La variazione è del tutto normale non solo tra le diverse comunità ma all’interno di ciascuna di esse ed è limitata soltanto dalla necessità di comunicare. Già Dante aveva osservato che in una stessa città non si parla in tutti i rioni alla stessa maniera e che la lingua del passato era certamente diversa da quella del presente. I dialettologi dell’800 assumevano che in ogni località esistono usi linguistici sostanzialmente omogenei e prendevano in esame solo pochi campioni, ma quando le inchieste sul terreno si espansero fu inevitabile constatare che non era così.
La prima spiegazione fu affidata al passare del tempo, ipotizzando che la lingua originale fosse quella degli abitanti più anziani, mentre i giovani la cambiavano col passare del tempo. Furono quindi presi in esame solo gli abitanti più anziani, dando per scontato che almeno in una famiglia l’uso linguistico fosse omogeneo. Successivamente risultò invece che i parlanti studiati differivano gli uni dagli altri nel modo di parlare a seconda del sesso, dell’età, dell’occupazione.
Ritenendo necessario non rinunciare all’idea di omogeneità linguistica, i linguisti si convinsero che essa esistesse almeno all’interno di un singolo idioletto, individuo. Più tardi fu ripreso il concetto con il termine di con cui si indica l’insieme degli usi linguistici propri del singolo parlante. Ma essendo la variazione un carattere intrinseco della lingua, di ogni lingua, anche l’uso linguistico di un singolo parlante risulta incostante e ricco di variazioni.
Le dimensioni della variazione sono molteplici. Le principali sono la diatopica, diafasica, diastratica e diacronica. Per variazione diatopica si intende quella che si realizza nello spazio. Tale variazione include sia la differenza tra le famiglie linguistiche, che può essere grandissima, sia quella tra le parlate dei rioni di una stessa città, che può essere minima. Per variazione diastratica intendiamo quella che si realizza all’interno di una comunità sociale in rapporto al variare delle condizioni sociali stesse. Per variazione diafasica si intende quella che si realizza in rapporto ai registri espressivi. Per variazione diacronica si intende quella che avviene nel tempo, per esempio quella che è avvenuta in italiano tra l’800 e il 900.
La variazione diatopica: i dialetti e le varietà regionali
La forma più evidente di variazione linguistica è quella diatopica, che si realizza nello spazio. Queste varietà vengono detti dialetti. Nella Romania antica i dialetti sono in linea di principio la continuazione diretta del latino parlato nella stessa area, trasmesso di generazione in generazione. In ogni caso è errata la convinzione diffusa che i nostri dialetti siano forme corrotte della lingua nazionale, al contrario essi derivano direttamente dal latino, proprio come le lingue romanze, le quali per altro si sono formate sulla base di un dialetto.
Se si prende ad esempio la città di Siviglia, essa è rimasta per secoli in mano ai musulmani e alla fine di questa dominazione la popolazione era in maggioranza araba. Il Sivigliano moderno non è dunque lo sviluppo del latino in Italica ma la conseguenza della Reconquista e del ripopolamento della città con immigrati.
Nello spazio la variazione è costante ma in genere modesta: gli abitanti di una località sono quasi sempre in grado di comprendere il dialetto usato nelle località circostanti; solo ad una certa distanza la somma delle differenze da luogo alla convinzione che sia intervenuta una differenziazione più radicale.
I dialetti regionali presentano fenomeni di convergenza: usandoli i parlanti evitano fenomeni strettamente locali, che sono generalmente considerati più rustici. I dialetti locali vengono così sottoposti all’influsso livellatore dei dialetti regionali e a quello della lingua di cultura. Essa è ritenuta indispensabile per acquisire uno status sociale alto e per accedere ad una serie di attività professionali, specialmente se si lavora fuori dal luogo di origine. Chi parla solo il dialetto è condannato all’emarginazione.
In Francia questo processo è iniziato prima ed è molto avanzato. I patois resistono solo in zone e strati sociali molto marginali, soprattutto se non sono originariamente affini dal francese. In Italia i dialetti sono molto più forti che in Portogallo, Spagna o Francia, ma da tempo se ne paventa la morte. In realtà questo inarrestabile processo di variazione non si arresta, ma cambia, si formano così quelli che vengono chiamati italiani regionali. Nella fonetica spesso si distinguono ad esempio la presenza o l’assenza del raddoppiamento fonosintattico, ma anche nella sintassi possiamo riscontrare piccole variazioni a seconda delle diverse regioni. Sono numerosi anche i geosinonimi, cioè le parole che in aree diverse esprimono lo stesso concetto.
La variazione diatopica: i pidgins ed i creoli
Un caso estremo di variazione diatopica si è realizzata negli empori commerciali creati dall’espansione oceanica degli europei dal medioevo in poi e più tardi nelle colonie basate sul lavoro degli schiavi. Nel primo caso, piccoli gruppi di europei, soprattutto portoghesi e poi spagnoli e francesi, quasi esclusivamente maschi, gestivano sulle coste dell’Africa e dell’Asia stazioni commerciali. Gli europei avevano limitate necessità di contatto linguistico con gli indigeni e non imparavano la lingua di costoro, ma semmai ricorrevano alla mediazione di servitori locali. A questo fine si creavano lingue semplificate, dette pidgins, caratterizzate da una grammatica ridotta all’essenziale e da un lessico funzionale ai rapporti commerciali e a forme ridotte di convivenza. La stabilità di un pidgins è limitata: esso nasce e muore in rapporto al bisogno di comunicazione.
Alcuni di questi empori rimasero attivi per secoli e vi si creò una mini-società; gli europei si univano a donne indigene e i figli nati da queste unioni erano detti meticci. Il pidgins diveniva così la lingua materna. A questo punto, però, non parliamo più di pidgins ma di creolo privo di limitazioni funzionali alle relazioni commerciali ed è appunto lingua materna e spesso unica.
Nelle colonie commerciali non mancavano schiavi ma la situazione cambia quando la richiesta continua di braccianti genera la tratta. Le masse razziate sulle coste e nell’interno venivano concentrate negli empori costieri d’Africa e poi imbarcate per la traversata. In questa fase gli indigeni venivano mescolati e dovevano così adottare una nuova lingua per comunicare tra loro e con i padroni; questa era di norma una lingua creola.
Le lingue creole, romanze e non romanze, sembrano costituire una categoria linguistica ben definita.
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