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Fondamenti di filologia e linguistica romanza - Appunti

Appunti di Fondamenti di filologia e linguistica romanza per l'esame della professoressa Anna Radaelli. Nello specifico gli argomenti presi in esame sono i seguenti: introduzione alla linguistica romanza, cos'è la linguistica romanza e brevi cenni di storia, le lingue romanze di oggi, la variazione diatòpica: dialetti e varietà regionali, la... Vedi di più

Esame di Fondamenti di filologia e linguistica romanza docente Prof. A. Radaelli

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Linguistica Romanza

Corso introduttivo

Alberto Varvaro

metodo che permettesse una sistemazione scientifica delle ricche conoscenze

in questo campo.

È l’acquisizione del metodo comparativo elaborato dalla linguistica

indoeuropea a fornire la consapevolezza che le corrispondenze devono essere

regolari, costanti e verificabili. Ciò permette al tedesco Diez di produrre una

grammatica comparata delle lingue romanze e poi un vocabolario etimologico

della famiglia.

Nella seconda metà dell’800 si realizza un gran numero di edizioni scientifiche

di testi letterari e non letterari medievali; parallelamente si sviluppa

l’attenzione ai dialetti parlati soprattutto ad opera del goriziano Isaia Ascoli.

Tra il 1866-1868 il tedesco Schuchardt mise in rilievo la complessità dei

rapporti con il latino, indagando di questa lingua non i testi normalizzati dalla

letteratura, ma le innumerevoli deviazioni della norma documentale degli

scritti più umili o rozzi. Ci si rendeva così conto che le lingue romanze non

sono lo sviluppo dell’uso scritto di Cicerone odi Virgilio ma del complesso

delle forme del latino parlato nell’impero romano. Egli metteva in rilievo

l’importanza della variazione continua e della diffusione della innovazioni

nello spazio e sottolineava il peso della mescolanza linguistica.

Diventò così centrale il problema dell’esistenza o meno di confini linguistici

sul terreno, problema che dette la spinta alla realizzazione di atlanti linguistici

basati su inchieste dirette. Il francese Jules Gilléron fu autore del primo

atlante linguistica nazionale, nasce così la geografia linguistica.

Alla metà del novecento la linguistica romanza soffre molto il trionfo della

linguistica strutturale che si richiama a Saussure. La linguistica romanza

ormai si è comunque estesa a tutti i paesi romanzi europei ed extraeuropei, e

alla maggior parte di quelli non romanzi.

Le lingue romanze oggi

Parte B

3 GEOGRAFIA ED IDENTITÀ DELLE LINGUE ROMANZE ATTUALI

Oggi le lingue romanze occupano, in primo luogo, un’area geografica continua

nell’Europa occidentale, ad ovest di una linea che va dal Canale della Manica

al mare adriatico. A occidente di questo confine, all’interno dell’area romanza,

ci sono sparse isole linguistiche alloglotte, soprattutto in Italia. Ma vanno

segnalate soprattutto due cospicue aree: la Bretagna francese è in parte di

lingua celtica, vi sono poi zone basche nel sud della Francia e in Spagna. In

queste aree, come nelle isole alloglotte minori, la maggior parte della

popolazione è bilingue e non mancano coloro che non parlano la lingua locale.

Le grandi lingue romanze sono il portoghese, lo spagnolo, il francese e

l’italiano, ma alcune lingue come il catalano, il galego e l’asturiano hanno

riconoscenza romanza.

In Europa esiste però un’altra importante area romanza, ad oriente del

confine che abbiamo tracciato e senza continuità con l’aria principale. Nei

Balcani c’è una massa compatta che copre gran parte della Romania e della

Repubblica Moldava, ambedue di lingua romena.

Fino ai primi anni del novecento c’era nei Balcani un’altra parlata romanza,

un linguaggio ibero-romanzo degli ebrei espulsi nel 1492 dalla Spagna e

rifugiatisi nell’impero Ottomano. Le stragi della seconda quella mondiale, nel

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Balcani e l’immigrazione in Israele hanno fatto quasi scomparire questa

varietà romanza dalla nostra area.

In America vi è una vastissima area romanza, così come in Africa, dove nessun

paese è propriamente di lingua romanza, ma la maggior parte degli stati di

recente indipendenza ha conservato come ufficiale la lingua dell’antico

colonizzatore perché non c’è una lingua locale dominante. In Asia vi sono delle

piccole aree portoghesi e spagnole, mentre in Oceania usano il francese solo

alcuni gruppi di isole.

Non è facile alla luce di tutto ciò dire quanti siano i parlanti di lingua

romanza. In ogni caso non meno di mezzo miliardo di persone. Delle lingue

principali il più diffuso è lo spagnolo, seguito dal portoghese, dal francese e

per ultimo l’italiano.

4 POLITICHE LINGUISTICHE IN AREA ROMANZA

Per politica linguistica si intende tutte quelle decisioni prese a livello

governativo e simili che interessano l’ambito della lingua di un paese.

Nella storia delle lingue romanze alcune di queste decisioni sono rimaste

memorabili.

Nell’anno 813 un concilio di vescovi dell’impero carolingio, riunito sulla Loira

decise che nelle chiese dell’Impero, mentre la liturgia rimaneva in latino, le

omelie dovessero essere formulate in lingua volgare, romanza nelle aree

romanze e germanica in quelle germaniche, affinché i fedeli potessero

intenderle. Questa decisione dava soprattutto legittimità alle lingue volgari

modificandone quindi non la diffusione ma lo status.

Nel 1539 il re di Francia Francesco I con l’ordinanza di Villers-Cotterêts segnò

un altro storico momento. Per evitare gli equivoci e le difficoltà che nascevano

dall’uso del latino nei tribunali del regno il re decise che fosse obbligatorio

l’uso del francese. Questa norma era fatta per agevolare tutti quanti

disconoscevano il latino ma di fatto assegnò al francese uno status che

riduceva quello di tutti gli altri dialetti del regno. Da qui ha inizio una politica

di unificazione linguistica della Francia che sarà portata alle estreme

conseguenze dalla Rivoluzione, per cui l’uguaglianza tra i cittadini implica

l’uso di una stessa lingua, il francese.

La storia del Ducato di Savoia, e quindi del Piemonte, ebbe una svolta quando

dal 1560 in poi il duca Emanuele Filiberto adottò l’italiano

nell’amministrazione e nella giustizia della parte italiana dei suoi

possedimenti

Il decreto de Nueva Planta, emanato nel 1707 ed esteso nel 1716 ai paesi

catalani dal re di Spagna Filippo V (il primo della dinastia dei Borboni)

introduceva l’obbligo dello spagnolo nell’uso dell’amministrazione e

giudiziario, risolvendo a sfavore delle altre parlate del regno, soprattutto del

catalano.

Non meno importanti in campo di politica linguistica sono le fondazioni di

associazioni cui si assegna il compito di regolare l’uso linguistico; come ad

esempio l’Accademia della Crusca,fondata nel 1582, l’Académie Française,

del 1636, e la Real Accademia de la lengua, del 1714.

Nel mondo romanzo attuale solo in Francia è considerato normale che il

governo intervenga sull’uso linguistica, non solo combattendo l’introduzione

di termini stranieri, ma anche stabilendo che le insegne dei negozi debbano

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essere in francese e perfino legiferando su usi grafici come la dieresi o

l’accento circonflesso.

Il campo più importante della politica linguistica è sempre stato la scuola

perché è il luogo in cui bisognerebbe insegnare ai giovani come si scrive e si

legge. In Italia, dall’unità (1861) in poi, salvo brevi periodi nelle scuole il

dialetto è stato sanzionato, obbligando i bambini all’uso dell’italiano.

5 LA VARIAZIONE

L’unita linguistica non è la condizione naturale della lingua. La variazione è

del tutto normale non solo tra le diverse comunità ma all’interno di ciascuna

di esse ed è limitata soltanto dalla necessità di comunicare.

Già Dante aveva osservato che in una stessa città non si parla in tutti i rioni

alla stessa maniera e che la lingua del passato era certamente diversa da

quella del presente. I dialettologi dell’800 assumevano che in ogni località

esistono usi linguistici sostanzialmente omogenei e prendevano in esame solo

pochi campioni, ma quando le inchieste sul terreno si espansero fu inevitabile

constatare che non era così. La prima spiegazione fu affidata al passare del

tempo, ipotizzando che la lingua originale fosse quella degli abitanti più

anziani, mentre i giovani la cambiavano col passare del tempo. Furono quindi

presi in esame solo gli abitanti più anziani, dando per scontato che almeno in

una famiglia l’uso linguistico fosse omogeneo. Successivamente risultò invece

che i parlanti studiati differivano gli uni dagli altri nel modo di parlare a

seconda del sesso, dell’età, dell’occupazione.

Ritenendo necessario non rinunciare all’idea di omogeneità linguistica, i

linguisti si convinsero che essa esistesse almeno all’interno di un singolo

idioletto,

individuo. Più tardi fu ripreso il concetto con il termine di con cui si

indica l’insieme degli usi linguistici propri del singolo parlante.

Ma essendo la variazione un carattere intrinseco della lingua, di ogni lingua,

anche l’uso linguistico di un singolo parlante risulta incostante e ricco di

variazioni.

Le dimensioni della variazione sono molteplici. Le principali sono la

diatòpica

diatòpica, diafàsica, diastràtica e diacronica. Per variazione si

intende quella che si realizza nello spazio. Tale variazione include sia la

differenza tra le famiglie linguistiche, che può essere grandissima, sia quella

tra le parlate dei rioni di una stessa città, che può essere minima. Per

diastràtica

variazione intendiamo quella che si realizza all’interno di una

comunità sociale in rapporto al variare delle condizioni sociali stesse. Per

diafasica

variazione si intende quella che si realizza in rapporto ai registri

diacronica

espressivi. Per variazione si intende quella che avviene nel

tempo, per esempio quella che è avvenuta in italiano tra l’800 e il 900.

6 :

LA VARIAZIONE DIATÒPICA I DIALETTI E LE VARIETÀ REGIONALI

La forma più evidente di variazione linguistica è quella diatòpica, che si

realizza nello spazio. Queste varietà vengono detti dialetti. Nella Romània

antica i dialetti sono in linea di principio la continuazione diretta del latino

parlato nella stessa area, trasmesso di generazione in generazione. In ogni

caso è errata la convinzione diffusa che i nostri dialetti siano forme corrotte

della lingua nazionale, al contrario essi derivano direttamente dal latino,

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proprio come le lingue romanze, le quali per altro si sono formate sulla base di

un dialetto.

Se si prende ad esempio la città di Siviglia, essa è rimasta per secoli in mano

ai musulmani e alla fine di questa dominazione la popolazione era in

maggioranza araba. Il Sivigliano moderno non è dunque lo sviluppo del latino

in Italica ma la conseguenza della Reconquista e del ripopolamento della città

con immigrati.

Nello spazio la variazione è costante ma in genere modesta: gli abitanti di

una località sono quasi sempre in grado di comprendere il dialetto usato nelle

località circostanti; solo ad una certa distanza la somma delle differenze da

luogo alla convinzione che sia intervenuta una differenziazione più radicale.

I dialetti regionali presentano fenomeni di convergenza: usandoli i parlanti

evitano fenomeni strettamente locali, che sono generalmente considerati più

rustici. I dialetti locali vengono così sottoposti all’influsso livellatore dei

dialetti regionali e a quello della lingua di cultura. Essa è ritenuta

indispensabile per acquisire uno status sociale alto e per accedere ad una

serie di attività professionali, specialmente se si lavora fuori dal luogo di

origine. Chi parla solo il dialetto è condannato all’emarginazione.

In Francia questo processo è iniziato prima ed è molto avanzato. I patois

resistono solo in zone e strati sociali molto marginali, soprattutto se non sono

originariamente affini dal francese. In Italia i dialetti sono molto più forti che

in Portogallo, Spagna o Francia, ma da tempo se ne paventa la morte. In

realtà questo inarrestabile processo di variazione non si arresta, ma cambia, si

italiani regionali.

formano così quelli che vengono chiamati Nella fonetica

spesso si distinguono ad esempio la presenza o l’assenza del raddoppiamento

fonosintattico, ma anche nella sintassi possiamo riscontrare piccole variazioni

a seconda delle diverse regioni.

Sono numerosi anche i geosinonimi, cioè le parole che in aree diverse

esprimono lo stesso concetto.

7 :

LA VARIAZIONE DIATÒPICA I PIDGINS ED I CREOLI

Un caso estremo di variazione diatòpica si è realizzata negli empori

commerciali creati dall’espansione oceanica degli europei dal medioevo in poi

e più tardi nelle colonie basate sul lavoro degli schiavi. Nel primo caso, piccoli

gruppi di europei, soprattutto portoghesi e poi spagnoli e francesi, quasi

esclusivamente maschi, gestivano sulle coste dell’Africa e dell’Asia stazioni

commerciali. Gli europei avevano limitate necessità di contatto linguistico con

gli indigeni e non imparavano la lingua di costoro, ma semmai ricorrevano alla

mediazione di servitori locali. A questo fine si creavano lingue semplificate,

pidgins,

dette caratterizzate da una grammatica ridotta all’essenziale e da un

lessico funzionale ai rapporti commerciali e a forme ridotte di convivenza. La

stabilità di un pidgins è limitata: esso nasce e muore in rapporto al bisogno di

comunicazione.

Alcuni di questi empori rimasero attivi per secoli e vi si creò una mini-società

gli europei si univano a donne indigene e i figli nati da queste unioni erano

detti meticci. Il pidgins diveniva così la lingua materna. A questo punto, però,

creolo

non parliamo più di pidgins ma di privo di limitazioni funzionali alle

relazioni commerciali ed è appunto lingua materna e spesso unica.

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Nelle colonie commerciali non mancavano schiavi ma la situazione cambia

quando la richiesta continua di braccianti genera la tratta. Le masse razziate

sulle coste e nell’interno venivano concentrate negli empori costieri d’africa e

poi imbarcate per la traversata. In questa fase gli indigeni venivano mescolati

e dovevano così adottare una nuova lingua per comunicare tra loro e con i

padroni; questa era di norma una lingua creola..

Le lingue creole, romanze e non romanze, sembrano costituire una categoria

linguistica ben individuabile. Tutte hanno una grammatica molto

semplificata, tendenzialmente di tipo isolante. Caratteristica è la morfologia

verbale: il tempo e l’aspetto sono espressi non da desinenze ma da particelle

che precedono il morfema lessicale del verbo. Ne diversi creoli le particelle

cambiano, ma il sistema è analogo.

Il lessico è formato per la maggior parte da parole della lingua europea anche

se modificate nella forma, quindi un creolo è differente dall’altro ma le forme

grammaticali presentano somiglianze anche se non sembrano in relazione con

la stessa lingua europea di base.

Di norma il creolo può accrescere o diminuire l’incidenza della lingua di base

e al limite può essere riassorbito da questa.

Considerare i creoli come generati dalla lingua romanza di cui portano il nome

(il creolo di haiti come neo-francese così come il francese è neo-latino) non è

possibile, perché i due processi di formazione sono differenti. Ma è

ugualmente inadeguato considerare i creoli come risultato di mescolanze

linguistiche perché l’apporto delle lingue non europee risulta modestissimo e

marginale.

8 LA VARIAZIONE DIASTRÀTICA

In Italia, più che negli altri paesi romanzi, la prima forma di differenza

nell’uso linguistico è quella tra chi usa il dialetto e chi usa lingua. Fino al

pieno ‘800 la maggioranza degli italiani apparteneva al primo gruppo; De

Mauro ha calcolato che gli italiani che parlavano italiano erano il 2.5% degli

abitanti.

Con i successivi rilevamenti statistici compiuti fino alla fine del ‘900 si

constata che il numero dei dialettofoni aumenta tra le persone di condizione

bassa rispetto a quelli di condizione medio alta, tra gli anziani rispetto ai

giovani,nei piccoli centri rispetto alle città. Ecco perché possiamo dire che

l’opposizione tra uso della lingua e dialetto diventa correlativa di una

stratificazione sociale. Più in generale, parlando di stratificazione sociale

dell’italiano, si è elaborato nei decenni scorsi il concetto di italiano popolare,

una varietà che rappresenterebbe il livello socio linguistico basso della nostra

lingua e che sarebbe influenzata dall’area regionale di provenienza del

parlante.

Vi sono inoltre differenze sistematiche tra il parlato e lo scritto; il congiuntivo,

ad esempio, è raro nel parlato piuttosto che nello scritto; in francese il parlato

usa quasi esclusivamente il passato prossimo, o il futuro composto, la

negazione semplice e l’interrogazione espressa dal tono di voce. Lo scritto

invece utilizza il passato remoto, il futuro semplice, la doppia negazione,

l’inversione interrogativa. Stratificazioni analoghe esistono in tutti i paesi

romanzi, in forme diverse ma del tutto comparabili.

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9 : ,

LA VARIAZIONE DIAFÀSICA DIFFERENZE DI SESSO ETÀ E PROFESSIONE

Tra le forma di differenziazione diafasica ci sono anzitutto quelle collegabili al

sesso e all’età del parlante. Si ha spesso l’impressione che le donne usino la

lingua non esattamente come gli uomini. Non è stato facile per gli studiosi

definire in cosa consista il linguaggio femminile, gli autori di ricerche sul

terreno tendono a ritenere che la lingua delle donne sia più conservatrice di

quella degli uomini. In passato questa caratteristica sarebbe stata associata

alla minore mobilità della donna che aveva meno contatti con estranei.

In verità, per quanto riguarda la Francia alcuni studi hanno portato alla

conclusione opposta, nelle aree occitane e franco-provenzali le donne sono

passate all’uso del francese abbandonando il dialetto prima e con più

attenzione alla correttezza rispetto agli uomini.

Assai più netta è la specificità della lingua dei giovani. In realtà si tratta

sempre di innovazioni lessicali di vitalità effimera. Nelle sue forma più spinte

il linguaggio giovanile diventa un gergo cioè una forma linguistica usata da un

gruppo con la specifica finalità di non essere compresi da chi non fa parte del

gruppo. Il gergo è un fenomeno antico, specialmente nei gruppi che hanno

specifiche ragioni per non farsi comprendere. Esso incide in generale soltanto

sul lessico e presenta una forte differenziazione nel tempo e nello spazio. Una

caratteristica del lessico gergale è la ricchezza di sinonimi per le parole

chiave. Il gergo più anticamente documentato è quello furbesco usato dalla

malavita. jargon argot,

In Francia il gergo, chiamato e poi è documentato fin dal

medioevo, in particolare si conosce bene nel 400 quello dei coquilards. Il

lessico dei coquilards è registrato in atti processuali. Oggi l’argot, dopo aver

contribuito al francese popolare, è in via di estinzione.

Dal gergo alle lingue speciali quelle legate ad una specifica professione, il

passo a volte è breve. Anche in questo caso si tratta soprattutto di fenomeni

lessicali che danno origine a neo formazioni.

10 : ,

LO STUDIO DELLA VARIAZIONE GLOSSARI VOCABOLARI E GRAMMATICA

La coscienza della variazione è nel mondo romanzo assai antica, intrinseca

all’esperienza dei parlanti. Il più antico segno di una attività culturale legata

alla variazione è l’attività di glossatura, cioè la pratica di accompagnare un

testo in una lingua poco familiare con annotazioni interlineari o marginali

che rendono una o più voci della lingua del testo con parole di un’altra lingua

più familiare a chi scrive.

La pratica delle glosse è diffusissima e molto produttiva. essa era normale per

la bibbia, sia in ambiente ebraico che latino, e produceva migliaia di voci, che

spesso era comodo utilizzare senza ricominciare da capo la lettura, si capisce

dunque come sia nata l’idea di staccare le glosse dai testi e raggrupparle in

glossari che fossero sistematici.

La più elementare forma di organizzazione dei glossari è quella ideologica, in

cui le parole sono raggruppare per campi concettuali. Ciò rende difficile la

ricerca di una parola, si passa così al glossario alfabetico che in una prima

fase raggruppa le parola solo in base alla lettera iniziale, poi assume un

ordinamento propriamente alfabetico.

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Solo con la dialettologia moderna, dalla fine dell’800 e soprattutto nel 900,

appaiono vocabolari dialettali di concezione diversa. Basati sulla varietà di

piccoli centri o di aree molto vaste, essi mirano a raccogliere l’intero lessico di

un dialetto per permetterne non la traduzione ma la conoscenza, e quindi in

tutta la sua varietà formale e semantica.

Dalla stessa esigenza nascono, già nel medioevo, le prime descrizioni

grammaticali del francese ad uso di chi era di lingua madre inglese. Una

lingua può essere descritta affinché sia parlata correttamente oppure affinché

chi non la conosce ne apprenda almeno i rudimenti.

11 :

LO STUDIO DELLA VARIAZIONE DIALETTOLOGIA ED ETNOLINGUISTICA

Tradizionalmente, lo studio dei dialetti mirava a dimostrare che la loro dignità

linguistica non era minore di quella delle lingue letterarie del tempo. Si tratta

dunque di grammatiche normative che definiscono come si dovrebbe scrivere

in dialetto e non descrivono come si parlava effettivamente.

La dialettologia moderna invece, (dalla seconda metà dell’800) è descrittiva.

Essa non si concentra sullo studio di un dialetto in particolare, ma sulla sua

metodologia. È basata sulla raccolta diretta, sul terreno, dei dati da parte

dell’autore; i dati sono di norma tratti dal parlato e non dallo scritto o dalla

letteratura dialettale.

Lo studioso, dopo aver scelto la zona da analizzare, vi si reca per svolgere

inchieste personale, trascrive il dialetto locale attraverso risposte alle sue

domande o alla conversazione spontanea e poi studia e sistema i dati così

raccolti.

In passato si mirava a raccogliere e studiare il dialetto nella sua forma più

pura e arcaica; a questo fine si selezionavano soggetti quanto più anziani e

incolti possibile, senza esperienza di altre parlate. Poi ci si è resi conto che il

dialetto “puro” è inesistente, poiché da nessuna parte esiste perfetta

omogeneità. Il dialettologo mira dunque a raccogliere tutte le modalità di una

parlata locale, sia in funzione dello studio della variazione diatòpica che di

quelle diafàsica e diastràtica. Così la dialettologia diventa sempre di più

sociolinguistica. Mentre quest’ultima era nata come studio della varietà nelle

parlate urbane e l’altra si occupava dei piccoli paesi e dei villaggi, ora le

metodologia convergono.

I dialettologi non trascurano quasi mai il lessico, anche se non hanno come

scopo la confezione di un vocabolario, ma poiché il fine dello studio è

evidenziare le variazioni, queste sono sottolineate con maggiore rilevanza nel

lessico. In ogni caso la descrizione di una rete di dialetti porta alla

constatazione di differenze e somiglianze che permettono di tracciare delle

isoglosse.

aree geografiche separate la linee dette La constatazione di una

rete di dialetti permette di tracciare un gran numero di isoglosse, ma si

constaterà che assai di rado esse si sovrappongono.

Lo studio dei dialetti non investe solo le forme, ma anche i loro usi. Se si

considera ad esempio il caso dei pronomi personali le cui forme nei dialetti

regionali non presentano molte particolarità, si trova interessante, invece, il

loro uso ad esempio come allocutivo che varia a seconda delle regioni: nella

zona appenninica si usa quasi sempre il “tu” anche con persone del rango

superiore, mentre nel sud Italia si usa il “voi”.

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Lo studio del lessico dialettale può avere un altro sviluppo, quello

etnolinguistico. Spesso, infatti, per tradurre una parola non basta specificarla

con un’altra parola della lingua standard, a volte sono necessarie ulteriori

definizioni che concernono questa parola o in alcuni casi disegni. Questo tipo

di studio fu sviluppato all’inizio del Novecento nel metodo “parole e cose” e

poi esteso a termini che designano cose astratte che illustrano ideologie e

valori di una cultura.

Si è così realizzata una dialettologia che ricostruiva non solo le forme di

espressione ma anche i contenuti della cultura di una comunità contadina e

artigiana, assai diversa dalle culture urbane e borghesi. Si tratta dunque di

una linguistica etnografica, non molto diversa da quella che si suole realizzare

quando si descrivono lingue e culture extraeuropee di popolazioni “in via di

sviluppo”.

12 :

LO STUDIO DELLA VARIAZIONE GLI ATLANTI LINGUISTICI

Verso la fine dell’800 si pensò in Germania che la soluzione del problema

dell’esistenza o meno di confini dialettali precisi potesse essere travata in

indagini sistematiche che accertassero la distribuzione nello spazio di

determinati fenomeni linguistici. Su questa base fu elaborata più tardi la

tecnica di produzione degli atlanti linguistici.

Un atlante linguistico è una raccolta di carte il cui fondo è costante: la

rappresentazione schematica e muta (senza nomi di località, monti, fiumi..)

dell’area studiata, con la sola indicazione dei punti d’inchiesta, cioè le località

nelle quasi è stata condotta la ricerca. Le carte sono onomasiologiche, basate

cioè su concetti e non su parole, ed ogni concetto corrisponde ad una

domanda fatta in modo analogo in tutti i punti d’inchiesta sulla base di un

questionario predeterminato. Una singola carta può riportare forme diverse di

una stessa parola, oppure forme diverse di parole diverse. I concetti sono

scelti in modo che le parole che si ottengono documentino la variazione

fonetica, morfologia, lessicale e qualche volta sintattica.

La preparazione di un atlante implica una scelta di domande che dovranno

comporre il questionario, i concetti da indagare devono essere tali da

corrispondere alla cultura del luogo e da illuminare il maggior numero

possibile di fenomeni linguistici. Preparato il questionario si scelgono i punti

di inchiesta, in un primo momento si sceglievano le località più isolate e fuori

mano, alla ricerca delle forme più arcaiche, poi ci si è accorti che anche i

grandi centri e le vie di comunicazione erano importanti. In ogni punto

bisogna scegliere più soggetti, quanto più ampio è un atlante e ricco il suo

questionario, più diventa necessario utilizzare più soggetti. Il soggetto

dovrebbe conoscere bene il dialetto ed essere poco o per niente influenzato da

altre varietà. Una volta fatto il questionario, le domande verranno trascritte

con un alfabeto fonetico adatto e spesso foto e disegni di oggetti faranno parte

della documentazione.

Fin dai primi atlanti, le carte hanno mostrato che le isoglosse che dividono

l’area in cui un fenomeno si realizza dall’area in cui questo non si realizza in

genere non si sovrappongono. Viene così confermata l’ipotesi dell’inesistenza

di netti confini dialettali e dell’esistenza di un continuum. Si intravede che il

mutamento linguistico si diffonde non solo nello spazio ma nello stesso luogo,

da parola a parola, fino a diventare generale.

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Si vede, in Francia, che il quadro dialettale è fortemente influenzato dal

prestigio, e quindi dalla capacità di diffusione delle innovazioni non sempre

avviene da una località a quelle vicine, bensì dalla località di maggiore

prestigio ad una di prestigio intermedio.

Esistono oggi atlanti nazionali, ma si prediligono quelli regionali per la

possibilità di prendere in analisi un numero maggiore di punti.

13 :

LO STUDIO DELLA VARIAZIONE LA SOCIOLINGUISTICA

Dopo il 1950 è stata costituita la sociolinguistica, volta allo studio delle

variazioni nei grandi centri urbani. Le prime indagini adottarono il metodo

delle sociologia, distinguendo inchieste macro (che interessavano un largo

numero di individui) e inchieste micro (più approfondite su una cerchia

ristretta di individui analizzati). Nel primo caso il campione studiato deve

rappresentare adeguatamente l’universo corrispondente: i soggetti esaminati

devono proporzionalmente rispettare le caratteristiche della popolazione nel

suo insieme. Un tipo di ricerca esemplare è stata condotta dai coniugi Milroy, i

quali hanno dimostrato l’importanza delle reti di relazioni sociali di ogni

individuo per quanto riguarda le variazioni linguistiche: le comunità a

relazioni forti (in cui gli individui sono in continuo contatto tra di loro) sono

più restie alle innovazioni rispetto a quelle comunità con relazioni deboli. Gli

studi anglosassoni hanno poi influenzato lo studio di alcune città italiane,

come Napoli, nella quale si trovano diverse variazioni diastràtiche.

Si è così giunti alla conclusione che la sociolinguistica non è in una posizione

antagonistica rispetto agli studi linguistici romanzi, anzi essa può essere utile

nell’integrarsi con la dialettologia tradizionale.

Per uno studio sociolinguistico non occorre un questionario; bisogna tener

conto di tutte le forme di uso parlato in tutti i ceti sociali ed in tutte le località

dell’area studiata, possibilmente nella loro espressione spontanea, raccolta

mediante registratore, senza che i soggetti si rendano conto di essere

osservati e limitino la loro spontaneità di espressione. Il tentativo di inserire

negli atlanti tradizionali la dimensione diastràtica, è limitata appunto alla

bidimensionalità della carta stessa che non permette di esprimere tutti gli

approfondimenti degli studi.

Ciò ha portato a nuove necessità di studio, scaturite dalla coscienza che in

tutte le comunità linguistiche non esiste omogeneità, ma bisogna tener conto

che in una identità individuale entrano in gioco anche fattori sociali.

La correlazione tra debolezza delle reti di relazione e propensione per un

mutamento chiarisce perché le parlate sono molto stabili dove esiste stabilità

demografica, mentre i grandi fenomeni migratori facilitano il mutamento

linguistico: chi rimane nel gruppo originario ha legami forti con la famiglia,

chi si sposta ha sempre difficoltà a creare nuove relazioni altrettanto solide.

Ecco perché la dove i dialetti romanzi continuano la parlata di insediamenti

antichi e stabili, il dialetto è più conservativo e le differenze diatoniche sono

più forti, mentre nelle aree di nuovo popolamento ed in tutte le situazioni

coloniali il dialetto è più innovativo e meno differenziato. In Italia, per ragioni

simili i dialetti siciliano sono meno differenziati di quelli peninsulari.

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14 ’

DIGLOSSIA E LINGUE IN CONTATTO ALL INTERNO DELLA FAMIGLIA ROMANZA

Si è già visto che è molto raro che una comunità usi compattamente una sola

varietà linguistica. La situazione più comune è quella in cui più varietà, della

stessa famiglia o di famiglie differenti, sono usate in concorrenza o con una

ripartizione sistematica delle rispettive funzioni. Nel prendere in analisi le

diverse varietà appartenenti tutte alla famiglia linguistica romanza, bisogna

innanzitutto distinguere due concetti: diglossia e bilinguismo.

diglossia

La è un fenomeno sociale in cui si attribuiscono a due varietà

linguistiche funzioni comunicative di livello diverso, vale a dire un particolare

ambito comunicativo; una delle varietà di solito è legata agli usi bassi, l’altra

bilinguismo

agli usi alti. Il è, invece, un fenomeno individuale e si manifesta

quando un individue è in grado di usare due o più varietà.

Alla luce di questa distinzione è chiaro quindi che possono esserci sia

situazioni di compresenza di entrambi i fenomeni, che situazioni di assenza.

Può inoltre essere presente solo uno dei due: si ha diglossia senza bilinguismo

là dove i gruppi sociali che usano le due varietà sono nettamente divisi, come

accadeva nelle colonie europee in cui il bilinguismo era assente e per la

comunicazione tra gli europei e gli indigeni ci si serviva di un ristretto numero

di traduttori; si ha bilinguismo senza diglossia là dove vi sono parecchie

persone che conoscono due o più varietà, ma non esiste una differenziazione

sistematica del loro uso.

Quest’ultima situazione, di solito presente nelle comunità a mobilità sociale, è

quella dell’Europa romanza di epoca moderna.

I casi più studiati sono forse quelli dei conflitti tra castigliano e catalano in

Catalogna e francese e occitano nella Francia meridionale. Sia il catalano che

l’occitano hanno goduto nel medioevo di prestigio paritario rispetto alle

varietà che sono poi diventate le loro antagoniste. Ma in epoca moderna

hanno perso terreno sia sul piano sociale che in quello culturale; le classi alte

della Catalogna e della Francia hanno preferito il castigliano ed il francese. Il

processo si realizza a livello collettivo, come affermazione di una varietà

sull’altra in un dominio dopo l’altro e, a livello individuale, porta al cambio di

lingua. La conseguenza del processo è talvolta la scomparsa totale della

varietà privata di prestigio. I casi analoghi non sono pochi, spesso anche al di

fuori dell’Europa.

Sono simili, infondo, le dinamiche che si realizzano in Italia, dove la lingua

standard si trova di fronte ai suoi dialetti. Il veneziano, il napoletano, il

siciliano, avevano prestigio nell’uso amministrativo e letterario, eppure, ai

confronti con l’italiano anch’essi sono scivolati verso le funzioni basse, sempre

più limitati ad usi informali e familiari.

In questo processo, però, si è determinata di rado una vera e propria

situazione diglottica, cioè con distribuzione sistematica delle funzioni e dei

domini. Il parlante non produce più enunciati solo in una delle due varietà, ma

le mescola continuamente, in ragione delle sue capacità, dell’ascoltatore,

dell’argomento, del luogo. Un insieme di enunciati si dispone così in un

basiletto,

continuum di gradazioni da una lingua all’altra. Si parla allora di

acroletto,

varietà linguistica considerata di livello più basso, e varietà

linguistica considerata di livello più alto. Quando un parlante passa da una

varietà all’altra avviene quello che si chiama “commutazione di codice”,

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Alberto Varvaro

questo si intende all’interno di uno stesso enunciato o discorso. Nel caso

dell’italiano, il dialetto si identifica con il basiletto, la lingua standard come

acroletto.

Il parlante cercherà di dirigersi maggiormente verso l’acroletto, non solo per

sentirsi meno rozzo, ma anche quando, nel dover comunicare con una persona

che non appartiene allo stesso dialetto, cerca di rendersi più comprensibile.

15 LINGUE ROMANZE E NON ROMANZE IN CONTATTO

Le lingue romanze non sono in contatto solo con altre lingue romanze, nel

mondo contemporaneo, così come in quello medievale e moderno, esse hanno

rapporti con numerose altre lingue che appartengono a famiglie differenti.

Non si tratta solamente di rapporti orizzontali, ovvero di tipo adstratico, ma

anche di veri e propri casi di diglossia, in cui la lingua romanza gioca il ruolo

di varietà alta. A loro volta però, in alcuni gruppi come quello daco-romanzo,

funzionano come varietà basse.

Il bretone attuale, varietà celtica, è conseguenza dell’immigrazione delle

popolazioni celtiche dalla Gran Bretagna al ducato di Bretagna, in Francia. Il

ducato comprendeva tanto zone abitate da popolazioni bretoni, tanto zone di

lingua francese. Pertanto il bretone rimase sempre la parlata dei contadini,

fino ad epoca moderna, senza produzione letteraria né normalizzazione e con

forti differenze dialettali. Tra i secoli X e XIII la frontiera linguistica è

arretrata verso occidente ma poi è rimasta sostanzialmente stabile. Essa

divide una Bretagna brétonnante (di dialetto bretone) e una Bretagna gallo (di

dialetto francese). In realtà anche nella prima zona il francese è usato da

quasi tutti i parlanti e gode di prestigio sociale superiore.

Un caso diverso si trova nelle Fiandre, fino al 1900 il francese era considerato

varietà alta rispetto al fiammingo, mentre a partire dal 1900 da un lato il

Belgio fiammingo ha avuto un fiorente sviluppo demografico, dall’altro la zona

francese ha subito una crisi economica. Il fiammingo ha dunque acquisito

maggior prestigio sociale e funzioni alte. Oggi nelle città delle Fiandre sembra

più diffuso il bilinguismo fiammingo-inglese che non quello fiammingo-

francese.

Se osserviamo il caso dell’America latina, è bene ricordare che il castigliano e

il portoghese sono in contatto con un centinaio di lingue amerindiane, quasi

sempre rilegate ai più bassi livelli sociolinguistici. Ci sono però due eccezioni

rilevanti. La prima è quella del Paraguay che ha una storia fondata sulle

missioni dei gesuiti dei sei-settecento; lo status che aveva la lingua indigena (il

guaranì) ha fatto si che esso sia parlato dalla maggioranza della popolazione,

in tutti i ceti sociali, e sia considerato un tratto distintivo dell’identità

nazionale. Da qualche tempo il guaranì è affiancato allo spagnolo, lingua

dell’istruzione, ma questo è parlato spesso male, con forti influenze del

guaranì. Diversa è la situazione del quechua in Perù. La lingua è legata al

ricordo del glorioso passato degli Inca ed è parlato da milioni di persone, ma il

tentativo di renderlo paritario con lo spagnolo, anche nell’insegnamento, fallì

nel 1970.

Più in generale, il rapporto con l’inglese è oggi in tutto il mondo la più

rilevante forma di contatto tra lingue romanze e non romanze. L’uso

dell’inglese come lingua universale di molte scienze, della tecnologia, della

politica e del commercio, producono nelle lingue romanze un altissimo

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numero di prestiti lessicali, spesso neppure adattati alle consuetudini della

lingua romanza che li accoglie. Per non dimenticare, poi, gli influssi sul

sistema delle lingue romanze: grazie ai prestiti è diventata normale l’uscita

consonantica delle parole (gol, film), sono diventati accettabili i nessi

sostantivo + sostantivo (conferenza stampa, musica jazz) e si ammette un

ordine capovolto determinante + determinato (radiocronista, nordeuropeo).

16 ,

PRAGMATICA TRADIZIONI DISCORSIVE E TRADIZIONI TESTUALI

La moderna pragmatica studia la lingua nei suoi contesti ed in relazione con le

circostanze del suo uso, e soprattutto con le dinamiche relazionali. La filosofia

analitica inglese di Austin e Searle, ai quali risale l’intera teoria degli atti

linguistici, considera gli enunciati non in rapporto alla loro grammaticalità ma

come azione governata da regole tanto linguistiche che socioculturali. A

seconda della sua natura un atto linguistico può essere realizzato in enunciati

diversi, con diverse modalità linguistiche.

Si osservi la distinzione tra enunciati constativi, che descrivono o constatano

(e che quindi possono essere veri o falsi come “oggi fa caldo” “l’idraulico ha

finito il suo lavoro”) ed enunciati performativi, che compiono essi stessi

l’azione: la frase “la proclamo laureato in lettere” non può essere valutata

vera o falsa, è la frase stessa che compie l’azione di trasformare lo studente in

laureato. Chi pronuncia enunciati performativi non asserisce qualcosa, ma la

fa. Naturalmente ci sono casi in cui l’azione non riesce o non sono sinceri.

Pragmaticamente queste frasi sono diverse da quelle semplicemente

constative, che posso essere vere o false. illocutoria:

Più in generale, gli enunciati hanno una forza se il parlante

compie un atto del genere, ad esempio un’affermazione, gli ascoltatori gliene

attribuiscono la responsabilità e ne attendono la coerenza; se invece il

parlante produce degli effetti sugli interlocutori, come avviene quando si da

perlocutorio.

un ordine, si parla di atto

Una ricerca interessante è anche quella che mira a definire le condizioni in cui

si realizza una conversazione: secondo il filosofo americano Grice la logica che

governa la conversazione è fondata sul principio di cooperazione.

deissi

Un aspetto molto importante del parlato è la cioè l’insieme dei

riferimenti allo spazio, al tempo e alle persone. Già la differenza tra i pronomi

e gli aggettivi dimostrativi è di carattere deittico: “questo” si riferisce a cosa o

persona vicina a chi parla, “quello” si riferisce a cosa o persona lontana da chi

parla. Deittica è anche la differenza tra gli articoli determinativi o

indeterminativi, in quanto i primi si riferiscono ad una cosa o persona nota

all’ascoltatore, mentre gli indeterminativi ad una cosa sconosciuta.

Questa distinzione ci porta a contrapporre due concetti molto importanti per

l’analisi pragmatica del discorso: dato e nuovo, di solito l’analisi procede per

aggiunta progressiva di elementi nuovi a quelli già conosciuti. La distinzione

si sovrappone parzialmente ad un’altra: quella tra tema e rema (topic e coda).

I nostri enunciati sono costruiti su qualcosa, in genere dato, che ne costituisce

il tema, di cui si afferma qualcos’altro, che in genere è nuovo. Il tema non

deve per forza coincidere con il soggetto, ma in italiano, grazie ad un processo

chiamato dislocazione a sinistra, di solito si trova all’inizio della frase.

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Sotto questo profilo di analisi, gli enunciati orali sono considerati ed analizzati

come quelli scritti. Un testo orale o scritto si definisce in ragione della sua

coerenza rispetto ai codici linguistici ed extralinguistici.

La linguistica testuale studia i fenomeni di testualità, cioè le regolarità e le

condizioni che trasformano una serie di frasi in una successione coerente che

chiamiamo testo. Rientra qui anche lo studio dei generi letterari, che sono

una specifica categoria di testi per i quali sono state già individuate delle

specifiche caratteristiche.

17 CORPORA DI TESTI ORALI E SCRITTI

La variazione non si può studiare nel suo aspetto macro, perché sarebbe

necessaria una quantità molto vasta di materiale. Si ricorre allora ad alcuni

insiemi di testi (enunciati tanto orali che scritti), che forniscono il materiale

per ricerche di taglio svariato, senza che ogni volta sia necessaria la raccolta

personale del materiale di base. Fin dagli accademici della Crusca, i lessici e

le grammatiche sono stati basati su un corpus di testi considerati autorevoli.

La raccolta di enunciati orali e la loro archiviazione è stata resa possibile

dall’invenzione di forme di registrazione della voce (il grammofono, il

registratore).

Per la realizzazione di un “corpus” si è cominciato dai più semplici “corpora”

letterari; in Italia l’opera canonica è ormai la LIZ (letteratura italiana

Zanichelli), un cdrom in cui sono raccolti oltre 800 opere di letteratura

italiana.

Una prima limitazione di tali corpora è rappresentata dalla finezza dell’analisi

informatica dei testi stesi e dalla funzionalità dei motori di ricerca: se un testo

è rimasto grezzo, pura trascrizione della pagina a stampa,l’analisi che se ne

può fare sul disco o sulla rete è sostanzialmente la stessa che è permessa dal

libro. Dall’altro la raccolta non ha opere letterarie che non siano di pubblico

interesse, anche se molto ricche dal punto di vista linguistico.

Il Centro dell’Opera del Vocabolario del nostro Consiglio Nazionale delle

Ricerche, riprendendo i precedenti lavori dell’Accademia della Crusca, sta

realizzando un vocabolario dell’italiano antico basato su un corpus

tendenzialmente completo di testi anteriori al 1379.

Molto più complesso è il problema dei corpora di lingua parlata. Anche se

accettiamo di produrre un corpus che rifletta il parlato di una sola località le

difficoltà sono alte. Di fatto finora ci si accontenta di corpora di parlato

rappresentativi di situazioni particolari. In conclusione, è molto probabile che

la linguistica venga a dipendere sempre più dalla disponibilità di corpora.

18 TIPOLOGIA DELLE VARIETÀ ROMANZE

La linguistica moderna, come abbiamo già detto, ha sviluppato molto l’analisi

tipologica. Da molto tempo, ad esempio, si è osservato che i principali

elementi costitutivi della frase, cioè il soggetto (S), l’oggetto (O) e il verbo (V)

nelle diverse lingue si dispongono reciprocamente in maniera diversa e che

questo ordine è connesso ad altre caratteristiche della lingua.

Le lingue romanze si norma prescrivono l’ordine SVO, ma questa non era la

norma del latino, dove S e O potevano stare in qualsiasi ordine e V era

solitamente alla fine della frase. L’efficienza del sistema dei casi rendeva

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possibile, certamente più in sede letteraria che nel parlato, di separare il

sostantivo dall’aggettivo ad esso coordinato. La perdita delle definizioni

casuali dovette essere in relazione con un irrigidimento dell’ordine delle

parole, perché altrimenti la comunicazione sarebbe stata seriamente

compromessa.

Se nelle proposizioni principali le lingue romanze condividono l’ordine SVO,

non è sempre così negli altri casi. Nelle interrogazioni, ad esempio, il francese

standard richiede l’inversione obbligatoria del soggetto rispetto al verbo. Alla

luce di questa osservazione si possono ricercare altre lingue romanze con

l’obbligo di inversione e creare così un’analisi tipologica.

Si è osservato che nelle lingue romanze delle origini la prima posizione della

frase deve essere occupata da un elemento accentato (un pronome personale

tonico come “me” piuttosto che uno atono come “si”). Questo obbligo si è

attenuato nel corso del medioevo, ma in momenti diversi da lingua a lingua.

Le lingue romanze sono passate lentamente dal tipo che all’inizio della frase

non accettava i pronomi atoni a quello che ammette un attacco atono.

Per l’antico francese e l’antico provenzale è stata avanzata l’ipotesi che si

trattasse di lingue tipologicamente “verb second” ovvero con il verbo

obbligatoriamente nella seconda posizione della frase. In italiano questa

collocazione è stata debolmente obbligatoria. La situazione del francese antico

si può definire come tendenza a mettere ad inizio della frase il tema, cui

seguiva subito il verbo.

Da alcuni secoli il francese non solo ha abbandonato l’obbligo di avere il verbo

in seconda posizione, ma ne ha assunto un altro: il soggetto deve essere

sempre espresso, se non è costituito da un sostantivo, deve esserci almeno un

pronome. Il soggetto è obbligatorio anche se generico.

L’italiano non ha condiviso questa caratteristica né in passato né oggi. Questa

situazione è analoga a quella delle altre lingue romanze standard. Vi è dunque

all’interno della Romània una contrapposizione tra lingue a soggetto

obbligatorio (francese) e lingue a soggetto non obbligatorio (tutte le altre). Il

panorama tipologico, a livello dialettale, è diverso da quello a livello standard

ed il tipo a soggetto obbligatorio è molto più diffuso di quanto si possa

pensare.

Un altro esempio dell’importanza di includere i dati dialettali nel nostro

quadro è quello dell’oggetto marcato. Quando l’oggetto è un essere umano

definito, lo spagnolo lo fa precedere da “a” (Pedro quiere a Dolores – Pedro

ama Dolores). Nulla di simile si ha in italiano o in francese, ma è errato

pensare che lo stagnolo sia un tipo isolato, i dialetti italiani meridionali hanno

infatti lo stesso fenomeno.

Questi esempi ci permettono di capire come la tipologia sia per definizione un

sistema classificatorio senza necessaria relazione con l’origine e la storia delle

lingue interessate. Ma se noi consideriamo congiuntamente tipologia e storia,

viene alla luce un’ulteriore dimensione dinamica della linguistica.

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Alberto Varvaro

La storia delle lingue romanze

Parte C

19 1600 1100

LE LINGUE ROMANZE NEL E NEL

Nell’analisi storica della distribuzione geografica delle lingue romanze

prendiamo in esame due momenti importanti: il 1600 e il 1100. Attorno al

1600 l’isoglossa che separa le lingue romanze da quelle non romanze non

doveva essere molto diversa da quella odierna dalla Manica fino all’Istria, ma

nell’ultima sua parte meridionale includeva anche la fascia dell’Istria ed

almeno una parte di quella della Dalmazia, sino a Dubrovnik. Quest’area,

successivamente passata allo sloveno e soprattutto al croato, usava o il

dalmatica o il veneziano, portatovi dal dominio politico della Serenissima.

Attorno al 1100 l’isoglossa romanzo-germanica era invece diversa. Ad oriente

e a nord rimanevano ancora isole linguistiche romanze, anche se l’antico

confine romano lungo il Reno e il Danubio era stato perduto da tempo. Al

Nord in Germania, Austria e Svizzera; ancora più a nord l’Inghilterra che era

stata conquistata dai Normanni (anglo-normanno). È probabile che alcune

città fossero ancora in parte bilingui e che nelle campagne ci fossero nuclei di

contadini di lingua romanza. La penisola Iberica era dominio arabo e la lingua

romanza era ridotta alla minoranza. Nel levante esistevano stati latini a

seguito delle crociate, in cui il romanzo conviveva con le lingue indigene,

soprattutto arabe. Infine nella Tunisia centrale vi era una parlata afro-

romanzo.

20 S S

LA RICONQUISTA DELLA PAGNA E DELLA ICILIA

Nell’alto medioevo l’espansione rapidissima dell’Islam ha eroso molta parte

della Romània meridionale. L’antica Africa romana, invasa dagli arabi fin dal

sec. VII, sembra aver perduto abbastanza rapidamente l’uso di un afro-

romanzo che certamente era in formazione. Nel sec XII ne rimaneva una

piccola isola attorto a Gâfsa, nella Tunisia centrale interna. In Africa accanto

all’arabo è sopravvissuto il bèrbero, che continua la lingua parlata

anticamente dai Libici e dai Nubidi.

Nel 711 un esercito musulmano, formato da arabi e berberi, traversò lo stretto

che sarà chiamato di Gibilterra e vinse in battaglia l’esercito del re visigoto di

Spagna; il re scomparve in battaglia l’esercito e il regno cedette

completamente agli spauriti ma arditi gruppi di invasori. In circa 20 anni gli

arabi avevano conquistato non solo la penisola iberica, ma avevano lanciato

numerose incursioni nella Francia meridionale; furono fermati solo nel 732 da

Carlo Martello. La Francia rimase così cristiana, malgrado i transitori

insediamenti musulmani in Provenza e nella Alpi. L’Islam avrebbe conservato,

invece, parte della Spagna fino al 1492.

La conquista musulmana non comporto comunque né conversione all’Islam né

la perdita della parlata romanza. Tutto ciò ch imponevano i nuovi padroni era

una tassa, per il resto gli spagnoli si limitavano a vivere la vita di tutti i giorni.

Per chi decideva di convertirsi il solo problema linguistico era che la lingua

del testo sacro da latina diventava araba.

Malgrado ciò la situazione linguistica andò mutando. L’arabo godeva del

prestigio dato dall’essere la lingua del potere e quella di una civiltà divenuta

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splendida in breve tempo, inoltre continuavano a giungere immigrati da tutte

le regioni dell’Islam, soprattutto di lingua araba o berbera. Poiché le

popolazioni cristiane delle montagne del nord della penisola si erano dopo

poco tempo ribellate ai musulmani ed avevano formato i primi nuclei di ciò

che saranno gli staterelli dell’Asturia, Castiglia, Navarra, Aragona e della

Catalogna, i cristiani delle vaste aree dominate dai musulmani avevano anche

la possibilità di emigrare verso nord, ritornando tra i propri connazionali. Chi

restava in paese arabo continuando a professare la religione cristiana veniva

chiamato mozàrabo, continuando a parlare le loro varietà romanze.

Vi era dunque una situazione di convivenza tra gente che parlava arabo, gente

che parlava berbero e gente che parlava dialetti mozaràbici. Intanto il

romanzo era rimasto negli stati cristiani del nord, che si erano formati proprio

nelle regioni più marginali, più arretrate, meno latinizzate e meno colte

dell’antica Spagna visigota. Poiché si trattava di una zona montagnosa, in cui

le comunicazioni erano difficili, questi dialetti presentavano differenze.

Si tratta, da occidente a oriente, del galego, dell’asturiano, del leonese, del

castigliano, del navarro, dell’aragonese e del catalano. Tra il castigliano e il

navarro si trova l’area basca, un’area allora più estesa di quella attuale.

I regni cristiani del nord hanno combattuto con gli arabi e a poco a poco sono

riusciti ad espandersi verso sub. La riconquista fu lenta, ma attorno al 1250

agli arabi non restava altro che il piccolo regno di Granada, che sarà

conquistato dai re cattolici nel 1492. I moriscos, musulmani rimasti in terra

cristiana e battezzati furono espulsi solo dopo il 1600.

Poiché la Riconquista avvenne in fasi che corrispondevano allo spostamento

verso sud di uno spazio sostanzialmente disabitato e poiché nel sud la

popolazione cristiana e romanza diminuì sempre più fino a scomparire del

tutto in Andalusia, le parlate romanze dei territori riconquistati non

continuano quelle degli indigeni.

Ne risulta che il tipo linguistico romanzo che finì per dominare fu quello

castigliano. Dalla Galizia si estese verso sud il portoghese; asturiano e

leonese rimasero chiusi nell’area originale, come il navarro; l’aragonese

occupò una striscia di poco spessore dal nord al sud e fu presto invaso di

tratti castigliani; solo il catalano conservò una sua autonomia dai Pirenei fino

ad Alicante.

Il castigliano era il più originale dei romanzi del nord, quello che si distaccava

da tutti gli altri. Si creò così un cuneo linguistico tra i dialetti iberoromanzi

occidentali e quelli orientali, che non erano privi i affinità. Non conoscevano

ad esempio il dittonga mento spontaneo, mentre il castigliano si: [portoghese

novo, catalano nou, castigliano nuevo da latino novu; portoghese e catalano

pedra mentre castigliano piedra da latino petra]; conservavano la f iniziate

latina mentre il castigliano la trasformava in aspirata h e poi in Ø e così via.

In generale i dialetti mozaràbici condividevano i tratti conservatori, ma essi

sono scomparsi ed il tipo castigliano è diventato dominante.

Particolarmente importante è il caso dell’Andalusia, riconquistata tardi e

quando le relative parlate mozarabiche erano ormai scomparse. La

romanizzazione della regione è dunque dovuta ad immigrazione dal nord: si è

determinato un gruppo di dialetto di base castigliana ma non privi di

innovazioni importanti. Poiché l’America fu scoperta nello stesso 1492 ed è

stata colonizzata da spagnoli che potevano partire solo dal porto andaluso di

Siviglia, la lingua romanza che si è diffusa in America è proprio uno spagnolo

di timbro andaluso. Pagina 17 di 38

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Alberto Varvaro

Per quanto riguarda il caso della Sicilia, l’invasione araba dell’isola ha inizio

nell’827 e si conclude con la conquista completa nel 902. L’isola, appartenente

all’impero bizantino, era di lingua greca nella parte orientale e latina in quella

occidentale. Come in Spagna vi furono emigrazioni di cristiani e immigrazioni

di arabi e berberi e soprattutto conversioni. Quando, nel XI secolo i bizantini e

poi i normanni intrapresero la riconquista completata nel 1091, rimanevano

ad oriente popolazioni di lingua greca, specialmente nella zona di Messina, ma

non si è sicuri che ad occidente vi furono popolazioni di lingua romanza.

Alla riconquista solo una parte dei ceti alti musulmani si trasferirono in Africa.

All’immigrazione di nuovi signori si aggiunse quella di numerosi contadini ed

artigiani. Mentre i dominatori erano spesso galloromanzi, questi immigrati

provenivano dall’Italia meridionale ed anche centrale e in buon numero anche

dal nord. Alcune colonie hanno conservato fino ad oggi un dialetto di tipo

settentrionale, come appare a Piazza Armerina e Nicosia.

Nell’isola si è formata una varietà romanza che probabilmente è coagulata

attorno alla parlata degli indigeni, ma con apporto degli immigrati e le

conseguenze di una generale mescolanza. Il dialetto siciliano appare meno

differenziato di quanto ci si possa aspettare in un’isola molto vasta e

montagnosa.

21 COME FURONO SCRITTE LE LINGUE ROMANZE

Tutto quello che sappiamo delle lingue romanze antiche lo apprendiamo dai

testi scritti, dal momento che le varietà parlate sono andate perdute per

sempre. Lo studio delle lingue nel passato deve cercare in primo luogo di

interpretare correttamente i testi scritti e di ricavarne informazioni sul parlato

corrispondente. Sorgono in questo caso alcune problematiche, la prima di

queste riguarda la corretta corrispondenza delle grafie. I primi scrittori

romanzi avevano di certo imparato a scrivere in latino ed è dunque ovvio che

ne seguissero le consuetudini. Il latino utilizza un alfabeto di 23 lettere (A B C

D E F G H I K L M N O P Q R S T V X Y Z) a cui, nell’are anglonormanna si

aggiungeva la W per rendere la bilabiale che esisteva nei nomi anglosassoni. Il

problema della mancata espressione della quantità vocalica non aveva più

importanza, dato che le lingue romanze non sfruttavano le opposizioni di

durata, ma restava l’uso ambiguo di V sia per la vocale [u] che per la

semiconsonante [w]; e di I sia per la vocale [i] che per la semiconsonante [j].

Molto tarda è stata la normalizzazione degli accenti, che risalgono all’apex

che i latini ponevano a volte sulla vocale per indicare che era lunga.

Nella grafia delle lingue romanze (escluso il francese), l’accento segnala solo

quale sia la vocale tonica e viene usato, secondo regole fissate tra il sei e il

settecento, soltanto quando la posizione dell’accento non è quella normale. Il

francese fa invece dell’accento un uso diacritico (per distinguere tra e ed ε

toniche, per indicare che la e atona non è ə, e così via).

La più semplice via di uscita dal problema dei rapporti tra grafia tradizionale

(latina) e lingua evoluta (romanza) era di conservare le grafie, mutandone il

valore.

In francese tutte le u lunghe erano diventate [ʯ] e le u brevi [o]: per la prima

vocale non c’era nessun segno disponibile, ma bastò lasciare la grafia u che

veniva letta come [ʯ]. Pagina 18 di 38


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Fondamenti di filologia e linguistica romanza per l'esame della professoressa Anna Radaelli. Nello specifico gli argomenti presi in esame sono i seguenti: introduzione alla linguistica romanza, cos'è la linguistica romanza e brevi cenni di storia, le lingue romanze di oggi, la variazione diatòpica: dialetti e varietà regionali, la variazione diastràtica e diafàsica, contatto tra lingue romanze e non, storia delle lingue romanze, primi testi e traduzioni romanze, rapporto con latino, greco, arabo, tedesco, inglese, origine delle lingue romanze.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Radaelli Anna.

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