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Introduzione

La filologia romanza è lo studio delle lingue romanze, tutte quelle lingue, cioè, che derivano dal latino (matrice comune). Con “romanzo” si intende quella variante linguistica del latino che, già sul finire dell’Impero romano, si diffuse largamente in quel territorio che oggi chiamiamo “Romània”. Questa variante “bassa” del latino classico si è differenziata in molteplici “volgari” nel corso del Medioevo e del Rinascimento. Per “volgare” si intende quella lingua “del popolo” che si contrappone al latino. I volgari, col passare del tempo e sempre più diffusi tra i parlanti romanzi a discapito del latino, sono diventati delle lingue ufficiali vere e proprie.

Aree romanze

Così distinguiamo diverse aree romanze in cui si parlano vari idiomi:

  • Area ibero-romanza (in cui si parla il galego, il catalano, lo spagnolo o castigliano e il portoghese);
  • Area gallo-romanza (in cui si parla il francese e idiomi minori come il provenzale e i patois, parlate prive di prestigio sociale);
  • Area italo-romanza (in cui si parla il romancio e l’italiano);
  • Area romanza occidentale (in cui si parla il romeno).

La filologia studia non solo le lingue romanze, ma anche i dialetti romanzi, proprio perché si parte dal presupposto che tra lingua e dialetti non vi siano differenze, se non di prestigio sociale. I dialetti, infatti, così come le lingue ufficiali, hanno una loro storia, tradizione e dignità linguistica.

Inoltre, la filologia studia anche le lingue antiche, pure quelle che si sono estinte e non hanno avuto più continuazione. Tutto questo per fornire un quadro socio-linguistico più dettagliato possibile. Il concetto di “dominio romanzo” è un concetto strettamente linguistico e non riguarda le realtà sociali (razze, etnie, etc.).

Infatti un popolo, a seguito di fenomeni quali l’emigrazione o il colonialismo, può mutare la propria identità linguistica, adottando una nuova lingua e, nel corso di qualche generazione, dimenticare completamente l’idioma madre.

Filologia e linguistica

Al concetto di “filologia”, si affianca quello di “linguistica”. La linguistica è lo studio del linguaggio umano e, in particolare, delle manifestazioni linguistiche della lingua parlata (e dei meccanismi articolatorio-percettivi). Tutto ciò che accompagna la lingua parlata come, ad esempio, i fenomeni linguistici non verbali (i gesti, le icone, etc.) sono campo d’indagine della semiotica.

Oggetto di studio della linguistica romanza sono i meccanismi linguistici che riguardano non solo le lingue romanze vive, ma anche il loro sviluppo storico (linguistica storica). Il termine “filologia” vuol dire letteralmente “amore per la parola” (dal greco). Da questo primo significato se ne possono derivare almeno altri tre:

  • È la somma di due discipline: la linguistica e la letteratura;
  • Lo studio linguistico di documenti letterari e non;
  • I meccanismi di trasmissione dei testi e la loro storia per costruire un apparato critico.

In Italia, la filologia si occupa soprattutto dello studio di quei testi medievali che segnano la consapevolezza della nascita di una lingua (romanza) diversa dal latino (si pensi al Placito Capuano). Quindi filologia e linguistica vanno di pari passo: non si può studiare e analizzare un testo senza una delle due discipline.

Se la filologia studia un tipo particolare di scrittura adottato, le tipologie del testo antico, i supporti scrittori e le caratteristiche del “libro”, la linguistica si occupa di individuare e definire i caratteri linguistici e morfo-sintattici del testo in questione.

Nel corso dell’Ottocento, grazie agli studi dello storico della scienza Thomas Kuhn, è stato applicato alla filologia romanza il concetto di “paradigma”, cioè quell’insieme di risultati acquisiti che permette agli studiosi di continuare una determinata ricerca. Possiamo individuare per la filologia tre paradigmi:

  • Paradigma classico, nato nella cultura greco-romana e portatore di una visione statica della lingua, finalizzata a costituire un canone assoluto;
  • Paradigma storico-comparativo, nato all’interno della cultura romantica, in cui si privilegia la dimensione storica della lingua e della letteratura;
  • Paradigma strutturale, nato a partire dalle riflessioni linguistiche di de Saussure, e privilegia lo studio sincronico e immanente della lingua.

Capitolo 1 – Il dominio romanzo

Il dominio romanzo comprende una zona continua di stati (Portogallo, Spagna, Francia e Italia) a cui si collega la Romania. Le lingue romanze europee non sono altro che la continuazione del latino dell’Impero romano (d’Occidente). Il latino non è continuato in tutte quelle aree colonizzate dall’Impero romano, che oggi costituiscono la cosiddetta “Romània perduta”, cioè: l’Africa del nord; l’area che si estende dall’arco alpino fino al Danubio; i territori al di là del Reno e la Gran Bretagna.

All’interno dell’area romanza, tuttavia, sono molte le isole linguistiche non romanze, chiamate “enclaves”. Ciò è dovuto, con molta probabilità, a fenomeni di emigrazione che hanno coinvolto l’area romanza nel corso del tempo. Infatti, proprio intense ondate emigratorie dall’Europa all’America hanno determinato la nascita della cosiddetta “Romània nuova”, cioè quell’insieme di territori non latinizzati ma soggetti alla diffusione di lingue romanze nei secoli successivi alla caduta dell’Impero romano. Si tratta dei territori americani colonizzati da spagnoli e inglesi a partire dal XV secolo.

Oggi i parlanti delle lingue romanze sono, in tutto il mondo, circa 646 milioni. Le lingue ufficiali parlate nella penisola iberica sono: portoghese, galego, spagnolo (o castigliano) e catalano. L’identità linguistica della penisola iberica è da ricercare nell’invasione araba avvenuta dal 711 al 720. A quel tempo, quasi l’intera parte centrale e meridionale della penisola era in mano ai musulmani, fatta eccezione del Nord, rimasto cristiano e in cui vi erano: il regno di Navarra, il regno di León, il regno d’Aragona e la contea di Barcellona.

Da regno di León, intorno al X secolo, si staccò prima la Castiglia (riunita ad esso nel 1230) e poi il Portogallo. Le lingue parlate nei regni cristiani del Nord erano: il galego-portoghese, l’asturo-leonese, il castigliano, il catalano e l’aragonese. Invece gli idiomi parlati nelle zone colonizzate dagli arabi vengono chiamati “mozarabici”.

Con la Reconquista, il dominio arabo nella penisola spagnola è stato debellato e, soprattutto, a partire dalla metà del ‘500, il castigliano ha avuto una grandissima diffusione, divenendo, accanto al Portoghese, lingua nazionale. Solamente a partire dagli anni ’80 del ‘900, il catalano e il galego sono state riconosciute lingue autonome. Il portoghese inizialmente era più o meno la stessa cosa con il galego, con cui formava il galego-portoghese. Dopo la separazione dal regno di León, tuttavia, le due lingue si sono differenziate ed il portoghese, inizialmente lingua letteraria, è poi divenuta lingua ufficiale del Portogallo. Il portoghese si è diffuso in molte ex-colonie, soprattutto in Brasile.

Il galego, come già detto, dapprima formava un unico blocco con il portoghese. A partire dal Due-Trecento, esso fiorisce come lingua della cultura e della letteratura, ma subisce una notevole riduzione nel ‘500 a causa dell’affermazione del castigliano, divenendo una lingua regionale. Conobbe una ripresa letteraria nel corso dell’800 e negli anni ’80 del ‘900 viene riconosciuta lingua ufficiale della Galizia. Lo spagnolo è la lingua romanza più parlata al mondo: conta più di 350 milioni di parlanti in ben 21 Paesi. Lo spagnolo letterario era inizialmente diffuso in una piccola area del Nord.

Dopo la Reconquista, non solo ha debellato la presenza musulmana, ma ha anche ridotto il prestigio delle altre lingue nazionali, affermandosi come la lingua più diffusa e parlata. Lo spagnolo si è diffuso notevolmente nel Sud America a partire dalla fine del XV secolo e, in Europa, in seguito alla cacciata degli ebrei sefarditi. Il fatto che lo spagnolo sia stato parlato, nel corso del tempo, da un numero sempre crescente di persone, ha determinato una notevole semplificazione del sistema fonologico.

Il catalano ebbe la sua fioritura tra il XIII e il XV secolo nella corte d’Aragona. Tuttavia, dopo qualche tempo, fu prima sopraffatto dallo spagnolo e poi represso sotto il regime fascista di Franco. Solo sul finire degli anni ’70 del ‘900, il catalano è stato riconosciuto come lingua ufficiale ed autonoma. È parlato da circa 7 milioni di persone e vi si distinguono due aree dialettali: una occidentale e una orientale.

Il francese, invece, conta più di 78 milioni di parlanti in tutto il mondo, di cui 45 milioni solamente in Francia. Nel XII secolo, la lingua di Parigi ha cominciato ad influenzare i testi letterari e non, raggiungendo nel corso dell’800 un dominio assoluto su tutta la regione. I dialetti antichi, quindi, si sono ridotti a patois. I più importanti dialetti parlati nel Medioevo erano: il franciano, il picardo, il vallone, il normanno, il champenois, il borgognone e l’anglo-normanno. Questi dialetti settentrionali costituiscono il gruppo della “lingua d’oil”.

Il francese si distingue in: francese antico (XII-XIV), francese intermedio (XIV-XVI) e francese moderno (XVI - …). Il francese moderno ha mantenuto la grafia antica e, per questo, è la più complessa delle lingue romanze. Il francese, nel ‘600, ha incominciato a diffondersi in tutta Europa, raggiungendo il suo massimo splendore nell’800. Il provenzale o occitanico è la lingua parlata nel Sud della Francia ed è la prima lingua che ha raggiunto un elevatissimo prestigio culturale e letterario. È chiamata anche “lingua d’oc”.

Oggi il provenzale è ridotto ad un insieme di patois locali. È riconosciuto come lingua regionale ed è meno evoluto del francese sul piano fonetico. Una serie di parlate sud-orientali della Francia, inoltre, formano il gruppo “franco-provenzale”, una serie di patois di regioni molto lontane e politicamente divise nel Medioevo. Oggi il franco-provenzale comprende solo dialetti rustici, appunto i patois.

Capitolo 2 - Il paradigma classico

Il pensiero filosofico occidentale culmina nel IV sec. a. C. con Aristotele, il quale, nelle sue opere, instaura un profondo legame tra linguistica e logica, sostenendo che il linguaggio è il riflesso del pensiero. Questo stretto legame tra linguistica e logica fu ripreso tra il III e II sec. a. C. dagli Alessandrini, i quali applicarono questo tipo di procedimento ai testi letterari della cultura greca. Proprio gli Alessandrini costituiranno la prima grammatica del greco, che sarà ripresa poi dai romani.

La cultura greca antica, tuttavia, era fortemente ellenocentrica, un tipo di cultura, cioè, che escludeva a priori i contatti con le lingue e le culture di popoli differenti (non a caso chiamati "barbari"). Il compito degli Alessandrini era quello di studiare a fondo i testi letterari per spiegarli, commentarli e correggerli in caso di corruzioni. Per questo motivo, la lingua scritta veniva reputata superiore a quella parlata, proprio perché più affidabile e meno soggetta al cambiamento.

Per avere le prime grammatiche delle lingue romanze bisogna aspettare il XIII secolo. Esse nacquero quando già da molto tempo le lingue romanze circolavano sulle bocche dei parlanti, e questo perché il latino aveva ancora un grande prestigio. Le prime furono scritte nel Duecento, quando la poesia provenzale raggiunse il suo apice letterario, ed erano destinate ai poeti italiani e catalani che volevano comporre liriche in lingua d'oc nella "dreicha maniera de trobar" (nella maniera corretta del poetare).

Anche il francese era parlato, soprattutto nell'Italia settentrionale; tuttavia, poiché usato per generi letterari popolari, il suo prestigio era assai inferiore rispetto a quello del provenzale. Per questo motivo, in Italia non furono prodotte grammatiche del francese, a differenza dell'Inghilterra. La prima grammatica del volgare italiano, in ambito strettamente letterario e lirico, compare nel XIV secolo con il De vulgari eloquentia di Dante. Egli rivendica la dignità del volgare italiano e il suo carattere sopramunicipale, contrapponendolo non solo al latino ma a tutti gli altri volgari romanzi.

Il criterio di analisi di quest'opera è puramente estetico: Dante passa in rassegna tutti i volgari della penisola, scartandoli uno ad uno per trovare il migliore, che possa diventare lingua della poesia e di comunicazione fra i dotti. Per questo motivo, l'analisi dantesca non ha fini linguistici, bensì puramente letterari e poetici. Successivamente, nel corso del '400, gli Umanisti italiani incominciano a riflettere sull'origine del volgare italiano. Dante sosteneva che le lingue romanze avessero una matrice linguistica comune che, tuttavia, non era il latino, invenzione artificiosa dei dotti.

Primo fra gli umanisti, Bruni sostiene che l'italiano sia la continuazione del latino cosiddetto "volgare", rifiutando la tesi di Dante per cui il latino sia un'invenzione recente. Altri umanisti ritengono che il volgare derivi dalla corruzione della lingua latina determinata non solo dalle invasioni barbariche, ma anche dalla sterminata grandezza dell'impero romano, che racchiudeva al suo interno tantissimi popoli di natura linguistica assai eterogenea. Altri importanti intellettuali che riflettono sull'origine delle lingue romanze sono: Flavio, Varchi, Gilles Ménage, Friedrich Diez.

Ciò che è importante tenere a mente è che dal '500 in poi, l'idea che le lingue romanze derivino dal latino si impone su tutte le altre teorie in circolazione. Tuttavia, la metodologia è ancora incerta, per cui non si conoscono bene i meccanismi linguistici di derivazione. Proprio nel corso del '500 nascono i primi dizionari e grammatiche dedicati alle lingue romanze.

In Italia, la prima grammatica viene redatta da Leon Battista Alberti tra il 1435 e il 1441: si tratta di una grammatichetta di poche pagine, non molto sistematica e approfondita. In Francia, Joachim du Bellay sostiene l'eccellenza della lingua nazionale rispetto al latino e al greco. In Spagna, nel 1492 si ha la "Gramatica de la lengua castellana" di Antonio de Nebrija, la prima grammatica completa di una lingua romanza. In Portogallo si ha la prima grammatica con Joao de Barros nel 1530. Solamente nel 1757 appare la prima grammatica romena di Brasov.

Il più importante vocabolario romanzo del Rinascimento è italiano, il "Vocabolario degli Accademici della Crusca" del 1612. Durante l'Umanesimo e con la riscoperta dei classici, si ha l'inizio di un intenso lavorìo filologico mirante al recupero di tutte quelle opere rimaste "sepolte" in archivi e biblioteche e alla correzione di quei testi che, benché circolanti da tempo, erano stati manomessi e presentavano numerosi errori di copiatura e interpolazioni varie.

I filologi umanisti utilizzarono due tecniche che diedero inizio alla vera e propria filologia testuale (o critica del testo), e cioè alla ricostruzione del testo nella sua forma originale: l'intervento congetturale (emendatio ope ingenii) e la collazione dei codici più autorevoli (emendatio ope codicum). Inoltre, grazie alle teorie arcaizzanti di Bembo, il volgare letterario ebbe un grandissimo successo e diffusione, assumendo come punti di riferimento Dante, Boccaccio e, soprattutto, Petrarca.

Capitolo 3 - Il paradigma storico

All'inizio dell'Ottocento, con la corrente del Romanticismo, si mette in discussione l'idea che le culture classiche possano fornire modelli da imitare, considerati sempre validi. Gli intellettuali romantici, assumendo l'ottica dello Storicismo, ritengono che, solamente studiando il mutamento e lo sviluppo di un'istituzione, si può conoscere la sua vera essenza (concetto che rompe con la tradizione classica, che vedeva nel mutamento una forma di corruzione).

Nasce così la linguistica storico-comparativa: storica perché prende in esame la lingua nel suo evolversi nel corso del tempo, comparativa perché mette a confronto le lingue affini in famiglie e definisce i rapporti che intercorrono tra esse. Grazie a questo nuovo metodo, si è riusciti a stabilire che molte lingue europee ed alcune asiatiche discendono dalla medesima lingua originaria, e cioè l'indoeuropeo.

Nel 1816, Franz Bopp, padre dell'indoeuropeistica ottocentesca, pubblica lo studio che inaugura il nuovo metodo storico-comparativo. Il metodo storico-comparativo può essere applicato a domini linguistici diversi (romanzo, germanico, slavo, etc.) e parte dal presupposto che, in una lingua, gli stessi suoni si trasformano nello stesso modo in tutte le parole con una certa regolarità, qualunque sia il loro significato. Proprio in virtù di tale regolarità dei fenomeni è stato possibile formulare delle leggi fonetiche che descrivono i cambiamenti.

Il punto di partenza è il latino volgare, quello d'arrivo è la forma romanza. In italiano, ad esempio, le vocali toniche latine ī e ē danno e chiusa. Il metodo storico-comparativo opera in questo modo, in base agli esiti fonetici: 1) c'è una regola generale per cui ī e ē danno e chiusa, 2) c'è un'altra regola, più particolare, condizionata dal contesto (detta anafonesi), per la quale ī e ē danno i davanti ai gruppi consonantici -nj, -lj, -skj, -nc, -ng, 3) ci possono essere delle eccezioni. Si può dire che la regola più generale (1) è comune a quasi tutte le lingue romanze, mentre quella più particolare (2) riguarda soltanto il...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/09 Filologia e linguistica romanza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Punzi Arianna.
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