La linguistica romanza
Cosa è la linguistica romanza
La linguistica romanza studia tutte le parlate che hanno origine dalla lingua latina, motivo per cui si chiamano anche lingue neolatine. La linguistica romanza è parte di un campo più ampio che è la linguistica. Essa opera una delimitazione di tipo genetico e quindi di tipo storico. Le lingue possono essere suddivise e classificate per tipi. Questo tipo di classificazione è stata attuata da August Wilhelm Schlegel nel 1818 per la distinzione tra le lingue isolanti, agglutinanti e flessive. Le lingue isolanti sono le lingue in cui ogni parola corrisponde ad un solo morfema; le lingue agglutinanti quelle in cui in una parola si combinano più morfemi che sono ben individuabili; le lingue flessive quelle in cui ogni parola combina più morfemi, non necessariamente distinti, come accade in latino. Tutte le lingue romanze rientrano nel tipo flessivo.
Il concetto di famiglia linguistica rientra nella metafora genealogica per cui fanno parte di una famiglia linguistica tutte le parlate che derivano dalla stessa lingua madre. Prima di essere formulato, ne era pienamente consapevole Dante Alighieri, ma il concetto come lo conosciamo noi venne formato tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo; quando fu riconosciuta l’affinità di un gruppo cospicuo di lingue che include il latino, il greco, il tedesco, il russo, l’albanese, l’armeno, il persiano e il sanscrito. Questa affinità fu dimostrata anche su corrispondenze tra morfemi e suoni. Il capostipite unico fu l’indoeuropeo, che venne ricostruito. Vennero individuate anche delle fasi intermedie che spiegano come determinate lingue (della stessa famiglia) assomigliano di più ad alcune e meno ad altre. Questo permette di postulare una sottofamiglia di lingue germaniche, lingue slave, lingue celtiche che comprendono sia lingue vive che lingue morte.
Le lingue romanze sono una ramificazione della famiglia indoeuropea; questo è l’unico caso in cui da una lingua ben attestata, come il latino, è nata un’intera famiglia. Questo non è il caso del greco antico che ha una forma moderna, ma non ha una famiglia linguistica. Una lingua è un sistema costituito da diversi elementi e può capitare che siano contraddittori. L’inglese ad esempio è una lingua germanica, ma presenta molte parole che derivano dal latino. Nonostante questo però i termini maggiormente usati nell’uso quotidiano derivano dal germanico. Questo avviene anche per il maltese e per il romeno. La linguistica romanza include lo studio di ogni aspetto: diacronia, sincronia, fonetica, morfologia, sintassi, lessicologia, dialettologia, sociolinguistica, pragmatica, tipologia. L’unico problema che si presenta è quello del passaggio dal latino alle lingue romanze in forma scritta in quanto per ricostruire una lingua non ci si può basare solo sulla lingua scritta, ma principalmente sulla lingua orale (di cui però non possiamo sapere nulla). I testi scritti documentano gli usi linguistici dei singoli alfabeti e solo nella specifica forma che lingua assume nello scritto. L’enorme maggioranza degli enunciati è stata ed è orale.
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Brevi cenni di storia della linguistica romanza
- 1300: Dante, “De Vulgari Eloquentia”: aveva riconosciuto la fondamentale unità, individuandola attraverso coincidenze lessicali.
- Dal 300 al 500: si infittiscono le trattazioni grammaticali delle singole lingue, calcate sulla tradizione della grammatica latina, contenendo anche osservazioni sul rapporto tra il latino e il volgare.
- Dal 400 al 700: formulate le prime improbabili ipotesi storiche.
- Primi dell'800: il francese Francois Raynouard sostiene che il provenzale medievale fosse il gradino intermedio tra il latino e le lingue romanze, ma non c’è nessun fondamento.
- Solo con l’acquisizione di un metodo comparativo, ripreso dalla linguistica indoeuropea, si possono formulare delle vere e proprie ipotesi.
- 1836 - 1843: Grazie a questo, il tedesco Friedrich Diez può produrre una grammatica comparata delle lingue romanze (ordine i fenomeni romanzi in relazione alle corrispondenti forme latine).
- 1853: può produrre un vocabolario etimologico della famiglia linguistica (cerca di stabilire l’origine, in gran parte latina).
- Seconda metà dell'800: gran numero di edizioni scientifiche di testi letterari e non letterari medievali; questo arricchisce la conoscenza delle varietà antiche. Si sviluppa l’attenzione anche verso i dialetti parlati, ad opera del goriziano Graziadio Isaia Ascoli. Si cercano anche dei dialetti le forme più arcaiche e si studia il rapporto con il latino. La dialettologia mostra l’importanza e la dimensione della variazione nello spazio, oltre che nel tempo.
- 1866 - 1868: il tedesco Hugo Schuchardt mise in evidenza la complessità dei rapporti con il latino, mostrando la differenza tra le forme più rozze e quelle più elevate. Le lingue romanze non sono lo sviluppo dell’uso scritto di Cicerone o Virgilio, ma delle forme parlate durante l’impero romano.
- 1880: i Neogrammatici tedeschi formulano il principio della legge fonetica. Tutto ciò fu combattuto come falso da Schuchardt che invece metteva in rilievo la variazione continua nello spazio e pone maggiore attenzione nelle lingue creole.
- Inizio 900: la dialettologia occupa un posto centrale, grazie al francese Jules Gilliéron, autore del primo atlante linguistico. Nasce, così, la geografia linguistica. Quest’ultima viene recuperata anche dallo svizzero Walther von Wartburg per studiare l’etimologia della famiglia linguistica.
- Metà del 900: la linguistica romanza soffre molto a causa dell’emergere della linguistica strutturale da parte di Ferdinand de Saussure e poi della grammatica generativa da parte di Noam Chomsky.
- Ultimi 100 anni: la linguistica romanza non è più solo una scienza tedesca, francese, italiana e anglosassone, ma si estende anche al resto dei paesi europei e alla maggior parte dei paesi non romanzi.
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Geografia ed identità delle lingue romanze attuali
Oggi le lingue romanze occupano un’area geografica molto vasta, continua nell’Europa Occidentale, ad ovest di una linea che va dal Canale della Manica al mar Adriatico. Questo confine inizia a Gravelines, prosegue verso sud fino a St. Omer, dal nord di Lille taglia quasi orizzontalmente il Belgio (lasciando fuori Bruxelles che è bilingue) fino a Visé. Scendendo verso sud include qualche villaggio del Lussemburgo e le città Longwy e Metz. Continua poi fino al confine svizzero e a Délémont; dal Monte Cervino il confine segue la cresta delle Alpi: sono romanzi il Canton Ticino e parte del Canton Grigioni (non lo è l’Alto Adige). Il confine linguistico poi prosegue per le Alpi Carniche fino al confine politico tra l’Italia e la Slovenia fino a Gorizia (romanza come Trieste). Da Gravelines a Villaco troviamo le lingue germaniche, da Villaco all’Adriatico lingue slave.
Il confine è stabile da secoli fino al Carso triestino. A partire dal 1945 le città dell’Istria e del Quarnero non hanno più una parlata romanza, così come le isole adriatiche orientali. La popolazione di lingua romanza era molto numerosa e apparteneva alle classi più elevate. Da Veglia fino a Ragusa fino alla fine dell’800 si parlava una varietà romanza locale, il dalmatico, scomparso nel 1898.
A Occidente di questo confine, sempre nell’area romanza, ci sono delle isole linguistiche alloglotte, soprattutto in Italia. Le due più grandi però sono: la Bretagna francese dove si parla una lingua celtica (a occidente di una linea che va da Plouha a Ambon); dipartimenti francesi a sud-ovest, le province basche e la Navarra settentrionale sono di lingua basca. In entrambe le aree la popolazione è bilingue e non mancano persone che non parlano la lingua locale.
Sono di lingua romanza anche: le isole Normanne della Manica (Bretagna), le Azzorre e Madeira (Portogallo), Canarie (Spagna), le Baleari (Catalogna), la Corsica, la Sardegna, la Sicilia (comprese Pantelleria e Lampedusa e nell’Adriatico le Tremiti). Esclusa invece Malta e Gozo.
Alcune di queste parlate hanno una fisionomia netta in quanto hanno una tradizione letteraria, una grammatica ben attestata e sono lingue ufficiali. Queste lingue sono: il portoghese, lo spagnolo, l’italiano e il francese. Il catalano ha una tradizione minore, ma viene sempre considerato come lingua ufficiale moderna così come il gallego e l’austariano. In Francia il provenzale ha una gloriosa tradizione medievale a oggi è solo un dialetto. Sono dialetti “romanzi” anche il corso, il sardo, il friulano, il ladino. Nella Confederazione Svizzera sono lingue ufficiali insieme al tedesco anche l’italiano e il francese; il reto-romanzo invece è lingua nazionale. In Europa esiste anche un’altra area romanza che copre gran parte della Romania e della Repubblica Moldava (ambedue di lingua romena), Istria, Macedonia, Albania e Grecia. Nei Balcani fino ai primi anni del 900 c’era anche un’altra parlata romanza: il giudeo-spagnolo, il linguaggio iberico-romanzo dei Sefarditi (espulsi nel 1492 dalla Spagna e rifugiati nell’Impero Ottomano). Questa lingua era parlata dal Marocco all’Anatolia, in molte isole dell’Egeo e anche in molte città dei Balcani (Salonicco, Sarajevo e Bucarest). La seconda guerra mondiale e l’immigrazione in Israele hanno fatto scomparire questa varietà romanza dalla nostra area. Oggi si trova in Israele e in molte comunità americane.
La Romania europea si differenzia dalla Romania nuova. È romanzo: il Quebec, il continente a sud del Rio Grande (tranne il Belize e il Surinam). Sono spagnoli: il Messico, il Guatemala, il Costa Rica, il Salvador, il Nicaragua... È portoghese il Brasile, francese la Guyana, Haiti, mentre è di lingua spagnola la Repubblica Dominicana, Cuba e Portorico. In Africa nessun paese è propriamente di lingua romanza ma la maggior parte degli stati di nuova indipendenza hanno conservato come lingua ufficiale la lingua del colonizzatore. Non è facile dire quanti siano i parlanti di lingua romanza anche se se ne contano 180 milioni. Delle lingue principali la più diffusa è lo spagnolo, segue il portoghese, francese e italiano.
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Politiche linguistiche in area romanza
La situazione d’uso di una lingua non è determinata solo dalle dinamiche inconsce di un popolo, ma anche da dinamiche politiche. Nel caso dell’Africa “romanza” non sono stati i popoli a scegliere di mantenere il francese, ma i loro governi. Questo dimostra che nella diffusione di una lingua contribuiscono decisioni coscienti. Si parla quindi di politica linguistica. Nella storia delle lingue ci sono stati molti eventi importanti che hanno portato alla diffusione:
- 813, concilio di Tours (vescovi carolingi) stabiliscono che la liturgia rimane in latino, ma le omelie devono essere fatte in lingua volgare;
- 1539 re di Francia Francesco I, con l’ordinanza di Cottereret segna un momento importante nella storia del francese: stabilisce che nei tribunali del regno si doveva scrivere in francese per evitare disguidi generati dal latino. Questa norma era pensata a vantaggio di chi non conosceva il latino, ma di fatto assegnò al francese uno status molto importante; togliendo valore ai dialetti del regno (occitano, bretone, fiammingo, basco). Da qui in poi si ha una politica di unificazione linguistica della Francia che prosegue anche durante la Rivoluzione.
- Evento importante anche in Italia, nel ducato di Savoia (Piemonte) dal 1560 in poi, il duca Emanuele Filiberto adotta l’italiano nell’amministrazione e nella giustizia nella parte italiana dei suoi regni. Nel 1707 e poi esteso nel 1716, è importante il decreto “de Nueva Planta” deciso dal re di Spagna Filippo V ed esteso a tutti i paesi catalani. Esso introduceva l’obbligo dello spagnolo nell’uso amministrativo e giudiziario, a danno delle altre parlate del regno come il catalano. Atti, non meno importanti, sono le formazioni delle Accademia:
- Italia: Accademia della Crusca (1582), gode della protezione dei Granduchi di Toscana, non è proprio una istituzione pubblica, ha esercitato la sua ambizione di normatività sul lessico e non sulla grammatica;
- Francia: Académie française (1636), ebbe il compito di dare al francese una norma lessicale e grammaticale, basata sull’uso di corte;
- Spagna: Real Academia de la lengua (1714) determina, ancora oggi, cosa è corretta e che cosa non lo è.
Nel mondo ispanico si osserva anche un importante processo di politica linguistica, che coinvolge anche l’America Latina. Tra il 1810 e il 1820 le colonie americane si erano rese indipendenti e iniziarono a riconoscere alla lingua un valore essenziale per l’identità nazionale. L’Accademia di Madrid si associò con le consorelle americane ed ha accettato nella sua norma l’esistenza di una specificità americana. L’uso di Madrid è naturalmente diverso dall’uso di Buenos Aires e di Ciudad de México. Una situazione analoga si è verificata anche con il portoghese, in quanto la lingua parlata a Lisbona ha sicuramente un uso diverso rispetto a quella parlata in Brasile.
Oggigiorno, solo in Francia è considerato normale che il governo intervenga sull’uso linguistico, esso controlla l’introduzione di termini stranieri; stabilisce anche che le insegnedevano essere in francese e bisogna mantenere l’accento circonflesso e la dieresi. Il campo più importante di politica linguistica è sicuramente la scuola in quanto il luogo dove si imparava la lingua ufficiale. In epoca moderna si è diffusa la scuola pubblica e per questo motivo è il governo a prendere le decisioni per quanto riguarda la lingua da usarvi. Dopo l’Unita d’Italia (1861) nelle scuola il dialetto è sempre stato sanzionato e i bambini erano obbligati all’uso dell’italiano. In precedenza, inoltre, si pensava che i dialetti fossero una corruzione dell’italiano, motivo per cui solo da poco tempo si è ammesso che l’educazione dell’italiano possa partire dai dialetti.
Le decisioni linguistiche dei politici ottengono risultati soprattutto in base alla volontà dei parlanti. in questo caso, prendiamo come esempio lo spagnolo e l’inglese che hanno comunque mantenuto un rapporto con le antiche colonie. In Spagna, Francisco Franco cercò anche di reprimere l’uso del catalano, senza però riuscirci. Il riconoscimento della parlate minore ha permesso l’emergere anche di gruppi più piccoli. Gli studiosi, nel corso del tempo, hanno cercato di rendere le minoranze linguistiche (come ad esempio il ladino o il sardo) delle vere e proprie lingue senza però ancora riuscirci, come anche in Israele con quel che resta del giudeo-spagnolo, cercando di dare una scrittura a queste parlate. Gli studiosi vogliono essere i legislatori di una lingua nuova.
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La variazione
Le decisioni di politica linguistica hanno sempre lo scopo di imporre una norma che si propone come unitaria. L’unità linguistica però non è la condizione naturale della lingua, che tra le popolazioni si presenta molto diversificata. La variazione è del tutto normale sia all’interno delle diverse comunità sia all’interno di ciascuna di esse. È limitata soltanto dalla necessità di comunicare. I parlanti restano all’interno di questi limiti proprio perché hanno questa necessità di capire e farsi capire. Già Dante aveva osservato che in una stessa città, nei diversi rioni non si parla nella stessa maniera, ma vi sono sempre delle variazioni.
I dialettologi dell’Ottocento facevano degli studi molto ristretti e dichiaravano che in ogni località esistessero degli usi linguistici fondamentalmente omogenei. Questo avveniva perché prendevano come campione di studio solo pochi rappresentanti e non espandevano il loro studio. Quando le richieste sul terreno divennero più frequenti allora vennero presi come campione di studi molti più rappresentanti e ci si rese conto che la lingua era tutto tranne che omogenea (in quanto le persone con la leva militare ad esempio si erano spostati nei paesi vicino e avevano acquisito il loro uso. Prendevano come esempio infatti i contadini proprio perché non avevano subito “contaminazioni”); si resero conto che la lingua non era omogenea neanche all’interno della stessa famiglia in quanto cambiava il sesso, l’età, insomma vari fattori. Questo esperimento riguardo la famiglia venne attuato dal francese Rousselot. I linguisti però non volevano rinunciare all’omogeneità linguistica e per questo si convinsero che esistesse almeno nell’individuo. Nel 1948 venne ripreso il termine idioletto, coniato in precedenza da Herman Paul nel 1880. Esso era definito come la somma delle caratteristiche personali di attuazione della lingua da parte di un individuo. Non è sempre chiaro però se con idioletto si intenda il prodotto linguistico concreto oppure il modello astratto della lingua. Fu facile comunque constatare che anche questo concetto non soddisfaceva il bisogno di omogeneità. L’uso linguistico di un individuo non risulta costante in quanto è soggetto a variazioni. Ciascun parlante realizza forme diverse della stessa lingua. Questo vale sia per il parlato che per lo scritto. La variazione è un carattere intrinseco della lingua. Solo le lingue artificiali non sono soggette a variazioni.
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