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Fondamenti di analisi del testo letterario 23/9/20

Tanto gentile e tanto onesta pare (rime della vita nuova)! nel testo di wikiquote di barbi il sonetto di

dante era tratto dalle “Rime” e non dalla vita nuova, il sonetto sta sia nelle rime che nella vita nuova e

questo pone dei problemi perché vuol dire che il testo ha avuto due storie diverse. Nel testo della vita

nuova diretta da Santagata c’è una differenza marcata, nell’altro testo c’era scritto “che ‘ntender no la può

chi no la prova, spirto soave, li occhi” qui invece c’è scritto “gli occhi, che ‘ntender no lla può chi no lla

prova, spirito”. La disciplina che si occupa di stabilire il testo e che ci mette a disposizione un testo

affidabile è la filologia, il problema dei filologi è capire quale sia un buon testo. Il filologo ci deve un testo

che risponde alla volontà dell’autore. Un filologo cerca tra i manoscritti e vuole restituirci la redazione del

testo più vicina a quella che l’autore aveva scritto, quindi cercano manoscritti scritti direttamente dall’autore,

il problema di dante è che non ci sono manoscritti. Noi non sappiamo che cosa realmente dante Abbia

scritto, non sappiamo se dante ha scritto “li occhi vs gli occhi”, i filologi hanno riscostruito il testo a seconda

di diversi manoscritti e a seconda delle ipotesi più plausibili. I testi danteschi che noi leggiamo sono testi

plausibili ma non sappiamo con certezza cosa egli abbia scritto. Se guardiamo un manoscritto medievale

non scrivevano come noi, i segni di interpunzione non li usavano e c’era spesso la scriptio continua, cioè

scrivevano le parole attaccate. Questo puntino unisce le due parole che hanno una doppia L per la

pronuncia, questa grafia rende sulla carta la pronuncia di un parlante toscano, è un modo grafico per

rendere un fatto reale. Ci sono problemi di grafia perché non sempre la grafia corrisponde alla pronuncia

oppure qui si cerca di adeguare la grafia alla pronuncia infatti si scrive “no lla” perché un parlante toscano

direbbe nolla. La prima operazione davanti a un testo è linguistica, fare un censimento delle parole che si

conoscono e non, questo testo non sembra presentare grandissime difficoltà di ordine linguistico, non ci

sono tante parole lontane dall’uso contemporaneo.

“quand’ella altrui saluta”! altrui esiste ma non vuol dire quello che vuol dire altrui oggi, è un faux amis,

non è una parola che conosciamo, noi non metteremmo l’apostrofo.

Ch’ogne! diremmo “che ogni” deven! diremmo diviene, c’è un dittongo che manca,

c’è di nuovo “no” al posto di non l’ardiscon! invece diremmo lo ardiscono. Mostrasi! in mostrasi

c’è un fenomeno, si tratta di un riflessivo enclitico, si invece di essere messo prima “si mostra” viene messo

dopo appiccicandolo alla parola.

Ci stiamo confrontando col fatto che la lingua di dante è marcata dai segni del tempo, ai tempi di dante

“mostrasi” era proprio il modo in cui normalmente si diceva, viceversa oggi no, tanto è vero che quando si

usano forme analoghe come “vendesi” al posto di “vendonsi” gli italiani fanno capire che non capiscono

cosa stanno dicendo e che la forma non è più adatta. “che ‘ntender no lla può chi no lla prova” qui c’è il

maggiore insieme di fenomeni grafici lontani dall’italiano moderno, c’è un aferesi.

Ci sono una serie di fenomeni linguistici che riguardano la forma delle parole e che ci parlano di due

fenomeni diversi: un primo fenomeno è un fenomeno storico cioè il fatto che alcune forme linguistiche sono

del tempo di dante e non più del nostro, quindi “mostrasi” anziché “si mostra” è una cosa che parla

dell’italiano di fine 200 inizio 300. La prima cosa che bisogna misurare è una distanza storica. Un’altra

differenza riguarda delle scelte di dante, all’epoca di dante si diceva “mostrasi” ma altre cose sono una

scelta sua come laudare anziché lodare, labbia l’ha scelto lui di usare. Ci stiamo confrontando con due

problemi diversi: uno è di ordine linguistico e riguarda la lingua tra 13 e 14esimo secolo e lì dante non

aveva molta scelta, l’altro campo di problemi è di ordine stilistico, cioè dante lì ha scelto lui di scrivere certe

cose come “deven, par, ‘ntender” ha tolto la vocale finale per il rispetto della metrica perché se ci fosse

stata una vocale in più non tornavano i conti, questa cosa si chiama necissitas metri, un altro fenomeno di

necessitas metri è il fatto che usi “core” al posto di cuore per farlo rimare con amore, anche vestuta che

deve rimare con venuta. Le licenze poetiche non esistono. Se uno scrive vestuta anziché vestita perché ai

suoi tempi si poteva dire vestuta, usa le forme che esistono nella lingua per i suoi scopi. Sono forme che

esistevano ai loro tempi, è l’uso di una forma consentita dalla lingua. Per moltissimi secoli della cultura

europea tutti i testi potevano e dovevano essere parafrasati, tant’è vero che molti poeti prima scrivevano in

prosa e poi in poesia come alfieri con le sue tragedie, in secondo luogo perché in poesia a partire dalla

seconda metà dell’800 è vero che esistono dei testi che non si possono parafrasare però si può capire

questo solo se si prova a parafrasarli. La parafrasi va fatta sempre. L’operazione di parafrasi serve per

capire meglio quel testo nella sua specificità, è un’operazione di servizio che serve a misurare ancora

meglio quello che fa della poesia la poesia e che non può passare nella prosa. Per fare la parafrasi si parte

dal predicato perché è quello che rende una proposizione una proposizione è un predicato verbale o

nominale, cioè il verbo. Non si deve partire dal soggetto perché questo lo capiamo dal verbo. Se il verbo è

transitivo si cerca il complemento oggetto, se il verbo è intransitivo si cerca il complemento indiretto.

Parafrasi! tanto gentile e tanto onesta pare! non c’è nessuna parola che non si di uso comune oggi però

hanno un significato diverso rispetto a quello attuale. Gianfranco contini, grande critico e filologo dantesco,

spiegava che forse addirittura in tanto gentile e tanto onesta pare nessuna parola ha il significato che ha

oggi. Il verbo principale è pare che oggi vuol dire sembra. Quindi dante sta dicendo che la sua donna

sembra tanto gentile e tanto onesta? Quindi se sembra non lo è, pare non ha significato di sembrare,

senno dante starebbe dicendo che beatrice è una che inganna perché sembra tanto gentile e tanto onesta

ma poi non lo è. Questo è un primo caso di non coincidenza tra italiano antico e moderno, qui pare vuol

dire si manifesta, si dimostra. Pare vuol dire si manifesta a noi, si fa vedere. Nell’italiano di dante “pare” ha

un significato molto positivo perché vuol dire si manifesta noi.

Donna mia! spesso la distanza delle parole di dante dalla nostra lingua è di ordine etimologico, cioè le

parole antiche sono più prossime al latino di quanto non lo siano oggi. Beatrice non era la ragazza di dante

perché nel medioevo ci si fidanzava e ci sposava, non c’erano le ragazza. Non c’era una relazione

sentimentale e erotica che c’è tra un ragazzo e una ragazza e tra dante e beatrice, perché 1- si trattava di

una relazione platonica, lui la guardava e basta, 2- non stiamo parlando di questo tipo di relazione. Qui

donna vale per “signora” in senso forte, in latino “domina” che è l’etimologia di donna vuol dire signora,

colei che ha il dominio di me. Quindi qui “donna” vuol dire colei che ha il dominio di me. Tanto gentile e

tanto onesta sono complementi predicativi del soggetto. In latino “gentilis” vuol dire che appartiene ad una

famiglia illustre, quindi vuol dire nobile. Onesta è vicina all’etimo latino e vuol dire che si comporta in

maniera decorosa e onorevole.

Altrui saluta! altrui non funziona come in italiano moderno perché in ita moderno altrui è un aggettivo che

vuol dire “di altri”, qui altrui è un pronome indefinito che vuol dire “un altro”, qualcuno. Questo saluto non è

semplicemente un atto con cui si saluta qualcun altro, qui saluto ha a che fare con l’etimologia, in latino

salus da cui deriva salutare vuol dire salvezza ed è una nozione di ordine spirituale e religiosa. Perché

quando beatrice saluta lei comunica la salvezza spirituale. Qui saluta vuol dire e non vuol dire quello che

significa oggi. Qui non è più un fatto della lingua del 2-300 è un fatto che beatrice per dante porta salvezza,

qui la parafrasi registra l’intensità di significato che dante dà alle parole.

Ch’ogne lingua deven tremando muta! proposizione consecutiva, conseguenza. Lei si manifesta così

nobile e decorosa che nessuno riesce a parlare. La manifestazione della grazia di bea è tale che le

persone ammutoliscono.

E gli occhi no l’ardiscon di guardare! ardiscono vuol dire osano, hanno il coraggio. Quindi la grazia che

bea manifesta è talmente potente che di fronte a lei la gente ammutolisce e abbassa lo sguardo.

2° verso: ella si va sentendosi laudare benignamente d’umiltà vestuta! ella non si usa più perché suona

arcaico. In ita lei e lui possono essere usati come soggetti solo se sono marcati. Ella è bea. Laudare e non

lodare perché è la forma più prossima all’etimologia latina. Laudare ha un significato quasi tecnico perché

nella vita nuova dante elabora tutta una poetica intorno alla lode della donna, quindi qui laudare non è solo

la lode generica ma è qualcosa di specifico che ha a che fare con la natura della poesia di dante in questo

momento cioè cantare lo splendore della donna amata. Laudare riguarda il compito che dante attribuisce

alla poesia. Benignamente vuol dire benevolmente, dante dice che beatrice non si insuperbisce nonostante

tutti la lodino. Questa benevolenza è un segno di una grande virtù spirituale secondo il cristianesimo che è

l’umiltà, per il cristianesimo essere umili è una grande virtù. Quindi l’umiltà di bea è questa virtù cristiana.

Ma letteralmente non si può essere vestiti di umiltà, è una metafora, la metafora secondo jakobson

identifica il linguaggio poetico. La metafora è una figura per cui le cose non valgono alla lettera. Un testo

poetico non vale mai solo per quello che dice alla lettera ma vale anche per qualche cos’altro. La

similitudine è più analitica perché spiega di più le cose mettendoci il come “hai i capelli come l’oro”, invece

la metafora è un cortocircuito logico perché dice subito “hai i capelli d’oro”, qui emerge un altro elemento

del linguaggio poetico che sfrutta un certo quoziente di irrazionalità del linguaggio e ne fa uno dei suoi

elementi di forza, uno non può avere i capelli d’oro. Un poeta sfrutta con ricchezza queste figure retoriche,

per un peota il linguaggio che usa è una specie di oscillazione tra razionalità e irrazionalità, c’è sempre

qualcosa che non torna con la logica di tutti i giorni.

E par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare! par che sia una cosa venuta, se oggi

noi diciamo che qualcuno è una cosa lo stiamo svilendo, in dante non ha questo significato di

abbassamento ma ha un significato astratto e indefinibile, dante qui dice cosa perché non può dire donna,

perché qui bea sta diventando qualcosa di più, il modo più proprio per renderlo nel linguaggio di oggi è

entità nel senso di creatura, di qualche cosa che non può essere definito come un essere umano e quindi

ci vuole una parola più vasta e indefinita. Il linguaggio poetico spesso è fatto da parole comuni che

acquisiscono qualche cosa in più.

3° verso mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per gli occhi una dolcezza al cuore che ‘ntender no lla

può chi no lla prova! piacente è un participio, però è un aggettivo che noi usiamo in senso di piacevolezza

fisica, è un attributo corporeo, qui invece non si sta parlando del piacere fisico ma del piacere spirituale, la

bellezza che beatrice ha non è solo fisica, dante non usa questo aggettivo in senso mondano ma in senso

spirituale. Mira qui vuol dire qualcosa di più di guarda, è quasi ammirare, contemplare, qui questo guardare

fissamente indica un atteggiamento di rapimento perché questi ammutoliscono, abbassano gli occhi e poi

contemplandola sentono nel cuore una certa dolcezza.

4° verso e par che (anafora, riprendo le stesse parole nella stessa posizione) de la(francesismo) sua

labbia (spesso in dante non vuol dire semplicemente labbra ma vuol dire tutto il viso) si mova un spirito

soave e pien d’amore che va dicendo all’anima: Sospira! la difficoltà è nel capire cosa sta dicendo. Le

figure retoriche che hanno a che fare col senso ci aiutano a capire il significato. Se questo spirito si muove

e parla all’anima viene trattato come se fosse una creatura che si muove, quindi è una personificazione.

Spirito propriamente significa soffio, è collegato al respirare, quindi in 1 luogo lo spirito che si muove è il

fiato che lei emette parlando o respirando. Qui sta descrivendo un fenomeno che è insieme fisico e

spirituale perché nel modo in cui dante vede i fenomeni questi due aspetti fisico e spirituale non sono

distinti, lei respirando o pronunciando delle parole fa uscire qualcosa che è pieno d’amore e entra dentro

l’anima, parla con l’anima e la invita a respirare. Prima descriveva gli effetti sulla vista di bea e ora sull’udito

e sul mondo spirituale di chi l’ascolta, lei parla o respira il suo fiato e le sue parole arrivano nelle orecchie di

chi le ascolta, alla sua anima, e a questo punto l’anima di chi ha sentito bea parlare è indotta a sospirare.

Uno ascoltando bea si mette a sospirare perché 1- sospira d’amore, è un amore spirituale perché bea non

è una creatura mortale quindi è un amore che è caritas, cioè l’amore che ci viene ispirato da dio verso gli

altri esseri umani, qui si tratta di un amore per dio nel senso che lei solleva gli esseri umani e li induce a

sospirare di amore divino, si sospira per un senso di mancanza, nostalgia qui si sente la mancanza della

nostra patria vera cioè la vita ultraterrena. Si sospira perché attraverso lei noi vediamo che la nostra vera

vita è quella ultraterrena.

Attraverso la parafrasi quello che abbiamo misurato è la pluralità dei significati, è uno strumento per far

vedere quante cose possibili ci sono in un testo senza esaurirlo, la parafrasi serve per far fruttare la

ricchezza del testo. Dante scrive queste cose in poesia perché scriverle in poesia richiede un enorme

quantità di lavoro rispetto alla prosa, si scrive in poesia perché non si vuole e non si può scrivere in prosa,

si scrive in poesia perché la poesia è un linguaggio speciale, una specie di rito che richiede un di più di

lavoro, si scrive in un modo che non è il modo comune. Si vogliono dire più cose non in modo comune. Il

lavoro che ha richiesto la poesia a dante non è solo quello sui significati, è un testo che lessicalmente non

crea grandi problemi, c’è un lavoro specifico sulle forme.

La signora del mio cuore si manifesta tanto così nobile e così piena di decoro (sta parlando di una nobiltà

spirituale) quando saluta qualcuno che nessuno riesce a parlare e gli occhi non ardiscono di guardarla.

Beatrice se ne va sentendosi lodare vestita benignamente d’umiltà (ricostruzione dal punto di vista della

dispositio verborum cioè disposizione delle parole che in un testo poetico non è quello della prosa, la

parafrasi serve a passare da due cose diverse, in poesia si ha l’ordo artificialis cioè una disposizione delle

parole artificiale, di lì bisogna passare all’ordo naturalis, cioè all’ordine delle parole che gli daremmo

parlando). E si manifesta come una cosa venuta dal cielo sulla terra a mostrare la propria natura

miracolosa. Beatrice si rivela così piena di una piacevolezza spirituale a chi la contempla che dà(bea) una

grande dolcezza al cuore per gli occhi. (questo “per” ha significato di attraverso, qui c’è l’idea medievale di

come si contempla e di come si guarda, cioè che gli occhi siano una specie di tramite, le cose viste entrano

attraverso gli occhi dentro la nostra mente e di lì hanno un effetto, dante usa per nel senso di attraverso

come in francese che par vuol dire attraverso, è un francesismo) che non può intenderla (questa dolcezza)

chi non la prova (solo chi l’ha sperimentata). E sembra che dalle sue labbra si muova uno spirito soave

pieno d’amore il quale va dicendo all’anima di sospirare.

Questa poesia è un sonetto, ha una partizione strofica obbligata, nella forma classica il sonetto è fatto con

2 quartine e 2 terzine. Ha sempre per forza 14 versi. Ai tempi di dante il sonetto era una forma recente. il

sonetto è inventato da un poeta della scuola siciliana, giacomo da lentini, ed era una forma tipicamente

italiana. Fuori dalla letteratura italiana si guardava alla letteratura d’oc e d’oil, tipo di poesia lirica alla quale

dante deve moltissimo, tra i trovatori il sonetto non esiste, essi usano la canzone. Il sonetto è un invenzione

italiana. La letteratura latina era conosciuta da tutti questi litterati. In latino non esistono sonetti. Il

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia_180500 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di analisi del testo letterario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Donnarumma Raffaele.
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