ANALISI DEI TESTI
Tanto gentile e tanto onesta pare (Dante, Vita Nova/Rime)
I testi danteschi come noi li leggiamo oggi sono plausibili ma non certi, perché non esistono manoscritti
autografi di Dante; inoltre nei manoscritti medievali si scriveva secondo regole grafiche diverse rispetto a
oggi (ex. no punteggiatura, scriptio continua, problemi di grafia che non corrisponde alla pronuncia). A parte
alcuni fenomeni grafici (ex. gli/li occhi, no la po'/no°lla può, spirto/spirito), questo sonetto sembra
abbastanza semplice: ci sono tuttavia alcune parole che non utilizzeremmo oggi o che useremmo
diversamente (ex. v.2 altrui, v.3 ogne, deven, v.4 l’ardiscon, v.5 si va, laudare, v.6 vestuta, v. 8 miracol e altri
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esempi, v.9 mostrasi , v.10 core, v.12 de la, labbia, mova, v.13 un) e che ci parlano di due fenomeni, un
fenomeno linguistico-storico, per cui Dante non poteva fare a meno di usare certe forme perché al suo
tempo si diceva così (il che segna la distanza che separa l’italiano dei tempi di Dante e il nostro: alcune
forme linguistiche sono del tempo di Dante e non più del nostro), e un fenomeno stilistico, che si riferisce a
scelte linguistiche fatte generalmente per il rispetto della metrica, la necessitas metri, o della rima (ex.
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quand’ella, laudare, labbia) .
Per molti secoli della cultura europea i testi potevano e dovevano essere parafrasati, soprattutto quelli che
sembrano più imparafrasabili. La parafrasi non è una semplice riduzione a un linguaggio prosastico, ma
un’operazione di servizio che serve a misurare meglio quel che fa della poesia la poesia. Nella parafrasi
si parte dal verbo perché quel che rende una proposizione tale è il predicato verbale, dal quale si capisce
anche il soggetto. La dispositio verborum (= disposizione delle parole) spesso nella poesia non coincide
con quella della prosa: infatti nella poesia abbiamo generalmente l’ordo artificialis, ma proprio la parafrasi ci
consente di passare all’ordo naturalis.
Gianfranco Contini spiegava che in questo sonetto forse nessuna parola, all’apparenza semplice, ha lo
stesso significato che osserviamo nell’italiano moderno. Il primo caso di non coincidenza con l’italiano
moderno è il verbo “pare”, che qui non ha il significato di “sembrare”, ma “apparire” o, meglio ancora,
“manifestarsi (agli occhi di tutti)”, “far vedere (quel che è veramente)”. È più un “pareo” latino: si tratta
quindi di una differenza di ordine etimologico tra italiano antico e moderno, perché quello delle origini
era più vicino all’etimo latino. Anche “donna” va inteso nel senso di “domina”, “padrona”, colei che
signoreggia il cuore del poeta, che ha il dominio di lui. “Tanto gentile e tanto onesta”, due complementi
predicativi del soggetto, vanno intesi rispettivamente come nel latino “gentilis”, cioè “nobile, di buona
stirpe”, e “onestus”, cioè che si comporta in maniera decorosa e onorevole. “Altrui” è un esempio di uso
diverso tra italiano antico e moderno: mentre oggi è un aggettivo, all’epoca era un pronome indefinito che
significava “qualcuno”. Qui “saluta” ha in parte il significato che ha oggi di rivolgere un cenno di saluto a
qualcuno, ma porta anche un significato semantico oggi andato perso, dal latino “salvus”, cioè “salvezza”,
quindi fa un riferimento spirituale, nel senso che Beatrice porta la salvezza spirituale; la parola è quindi
caricata di significato ulteriore. La manifestazione della grazia di Beatrice è tale che le persone
ammutoliscono e abbassano lo sguardo.
“Laudare” è la forma più vicina al latino “laus” e ha anche un significato quasi tecnico, perché non indica
solo la lode, ma quello che è il compito della poesia secondo Dante in quel momento, cioè cantare lo
splendore della donna amata. “Benignamente” (= benevolmente) indica il fatto che Beatrice non si
insuperbisce, il che è un segno di una grande virtù spirituale secondo il cristianesimo (non secondo gli
antichi greci e latini), cioè l’umiltà. Segue “d’umiltà vestuta”, un esempio della figura retorica più
caratteristica della poesia, la metafora, per la quale un testo poetico non vale solo per quel che dice alla
lettera (definita “similitudine senza come”, un cortocircuito logico che sfrutta uno strato di irrazionalità) e
che secondo Jacobson identifica il linguaggio poetico (perché il poeta, a differenza del parlante quotidiano,
1 Riflessivo enclitico; oggi resiste solo in espressioni come “vendesi”, “affittasi”, di cui però abbiamo perso la sensibilità e la
consapevolezza grammaticale. Ai tempi di Dante erano invece le forme correntemente utilizzate.
2 È per questo che si può dire che le cosiddette licenze poetiche non esistono: un poeta semplicemente usa una forma che esiste
nella lingua per i suoi propri scopi, non è che inventi o storpi parole per i suoi fini. In ogni caso la lingua delle origini è molto più
flessibile e soggetta a cambiamento. 1
usa le metafore con consapevolezza e ricchezza) e ne garantisce la vita. Beatrice mostra quindi la propria
natura miracolosa.
Dante chiama Beatrice “cosa”, segno del fatto che Beatrice non è semplicemente umana, ma sta diventando
qualcosa di più, quindi ci vuole una parola più indeterminata e imprecisa rispetto a “persona”. In generale la
poesia è spesso fatta di parole comuni riscattate dal loro uso quotidiano e arricchita per un effetto
paradossalmente più poetico rispetto a quello dato dall’impiego di parole più complesse. Tanto è vero che il
termine “piacente”, che oggi è riferito a fattezze e modo di fare, quindi a qualcosa di molto corporeo, qui è
più spirituale. Beatrice si rivela così piena di bellezza spirituale che dà grande dolcezza al cuore attraverso
gli occhi (per dal francese “par” = attraverso) che non può intenderla chi non ne fa esperienza. Si osserva
l’anafora di “e par che” ai vv. 7 e 12 e un altro francesismo al v. 12, “de la”, dove si usa “de” per l’italiano
“da”. Qui “labbia” sta per “labbra”, ma a volte indica il tutto, cioè il viso. Lo “spirito” del v. 13 va incontro
a personificazione, è cioè trattato come una creatura che si muove e agisce come una persona; questa parola
fa pensare a un fenomeno indistinto, insieme fisico e spirituale, un soffio vitale, ed è quindi in primo
luogo il fiato che lei emette parlando ma anche le parole che rivolge all’anima di chi l’ascolta, facendola
sospirare. È la caritas, l’amore divino, ispirato da Dio per Dio e per gli altri esseri umani, che solleva gli
esseri umani e li induce a sospirare. Il sospiro può essere anche dovuto a un senso di beatitudine non
completamente appagato e/o a un senso di mancanza della patria vera che Beatrice fa balenare davanti ai
nostri occhi, cioè il Cielo.
La parafrasi ci permette quindi di mettere in luce significati nascosti e possibili senza esaurirli e di far
fruttare la ricchezza del testo. Dante ha scritto tutto questo in poesia e non in prosa perché scriverlo in poesia
richiede un lavoro più arduo e quindi lo rende più speciale e non poteva scriverlo in prosa.
Lessicalmente è un testo che non crea problemi, soprattutto all’epoca di Dante, quando era percepito come
un testo leggero, in particolare a confronto coi testi retoricamente complicati in voga nella generazione
precedente. Il testo presenta la partizione strofica obbligata del sonetto, 2 quartine e 2 terzine, una forma
all’epoca molto recente e tipicamente italiana (secondo la leggenda è stata inventata da Iacopo da Lentini e
non esisteva quindi in nessuna delle due letterature modello, la letteratura provenzale d’oc e la letteratura
latina), che però non imponeva uno schema metrico specifico (l’importante era che fosse ben strutturato). Lo
schema rimico è quindi ABBA ABBA per le quartine, uno schema piuttosto frequente che permette di legare
le due strofe, e CDE EDC per le terzine, uno schema un po’ più inconsueto.
All’età di Dante e Petrarca la rima era strettamente collegata alla poesia, tanto che spesso per “rime” si
3
intendevano i testi poetici; solo successivamente cadde la rima (versi sciolti ). La rima è l’identità di due
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parole a partire dalla vocale tonica , ma non tutte le rime hanno la stessa qualità: le rime facili sono quelle
per cui in italiano ci sono tante parole e le rime difficili quelle per cui in italiano ci sono poche parole. Degli
esempi di rima facile sono la rima desinenziale, in cui cioè rimano le desinenze dei verbi, e le rime
derivative (ex. passa ripassa); per quanto riguarda le rime difficili si tratta perlopiù di nessi consonantici,
che quindi si impongono molto dal punto di vista sonoro, di rime inclusive (ex. arte – parte – Marte) e di
rime leonine (ex. guardare – laudare). Se un poeta usa rime difficili significa che lavora duramente sulle
rime. Si devono anche distinguere la rima baciata (AA BB CC), la rima alternata (ABAB), la rima
incrociata (ABBA).
Questo sonetto appartiene a uno dei generi più importanti della poesia occidentale sin dai tempi dei greci, la
poesia lirica, il cui tema privilegiato è quello amoroso ( l’altro è la poesia epica, un genere
eminentemente narrativo che racconta fatti occorsi ad altri, di cui sono esempio e modello l’Iliade e
l’Odissea). In generale i generi hanno sia delle forme che dei temi d’elezione, quantomeno fino al
Romanticismo, quando questa netta distinzione inizia a franare (soprattutto nel ‘900).
Il testo è in versi endecasillabi, che vengono spesso erroneamente definiti come versi di 11 sillabe: questa
definizione è sbagliata innanzitutto perché non è detto che un endecasillabo abbia 11 sillabe e perché è
3 Vs versi liberi, cioè versi di varia misura che compariranno molto più tardi di Dante e Petrarca nella tradizione italiana.
4 Su questa base le rime possono essere piane, tronche o sdrucciole.
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parziale in quanto lascia pensare che il principio secondo cui si costruiscono i versi italiani è solo sillabico,
mentre invece è sillabico e accentuativo.
Nella maggior parte dei versi del testo le sillabe metriche non coincidono con le sillabe grammaticali: nel
computo delle sillabe metriche si usano figure come la sinalefe (= incontro tra due parole) e la sineresi (=
all’interno di una sola parola), cioè l’incontro di 2 vocali consecutive, e i loro opposti, la dialefe (= incontro
tra due parole) e la dieresi (= all’interno di una sola parola). Ad esempio la parola “poeta” può essere letta
come bisillabica ( sineresi) o come trisillabica ( dieresi). Ora, il verso italiano non è solo sillabico, ma
sillabico accentuativo: questo vuol dire che quello che conta non è solo il numero delle sillabe in base a
quelle figure, ma anche dove cade l’accento. Quindi il verso endecasillabo è un verso la cui ultima sillaba
tonica è la decima, ma a parte questa e un’altra regola, è un verso abbastanza plastico, che consente una
certa varietà ritmica, il che ha fatto la fortuna di questo verso nella tradizione italiana. Complesso è però
capire dove cadono gli accenti: la scuola di pensiero più comune è che gli accenti dovrebbero essere quasi
sempre le sedi in cui naturalmente cadrebbe l’accento quando le parole non sono in versi. Questo significa
che generalmente l’accento cade laddove dovrebbe cadere naturalmente; va comunque tenuto conto del
fatto che non portano mai accento alcuni monosillabi e in generale parole semanticamente deboli, come
preposizioni e articoli. Secondo alcuni è impossibile che in poesia si susseguano 3 sillabe senza accento, ma
in realtà non è sempre indispensabile.
Inoltre un endecasillabo non può avere accento sulla quinta sillaba. Sappiamo che i versi italiani,
compreso l’endecasillabo, presentano l’ultimo accento sulla penultima sillaba (ex. senario sulla 5°, ottonario
sulla 7°, etc): questo è dovuto alla natura intrinseca della maggior parte delle parole italiane, che sono piane,
hanno cioè l’accento sulla penultima. È anche per questo che si dice erroneamente che l’endecasillabo è un
verso di 11 sillabe, perché sono 11 sillabe metriche nella clausola (= fine, uscita) piana, che è effettivamente
quella più diffusa nelle parole italiane; tuttavia ci possono essere casi in cui il verso ha 10 o 12 sillabe
metriche e l’ultimo accento sulla 10° ed essere un endecasillabo (tronco o sdrucciolo, molto infrequente in
letteratura italiana; ex. for se e ra ver, ma non pe rò cre di bi le). Esistono poi due grandi famiglie di
endecasillabi, quelli che hanno l’accento sulla 4° sillaba, gli endecasillabi a minore, dopo i quali si fa una
pausa detta cesura, e quelli che hanno l’accento forte sulla 6°, gli endecasillabi a maiore. Questa
terminologia si deve al fatto che gli endecasillabi vengono pensati come l’unione di versi più piccoli, un
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quinario e un settenario o al contrario . Si pensano i versi dopo l’endecasillabo come divisibili in versi più
piccoli, in parti dette emistichi, perché i versi lunghi hanno bisogno di una pausa interna di respiro, ma in
modo tale da scandirlo in maniera armonica. Tuttavia osserviamo che nei primi due versi del testo l’accento
cade sia sulla 4° che sulla 6° sillaba il che ci fa capire che non è una distinzione poi così rigida, quanto
piuttosto un suggerimento per l’esecuzione. In ogni caso, l’accento non deve cadere sulla 5°, altrimenti
sarebbe un endecasillabo sbagliato.
Anche se tradizionalmente si dice che nella poesia lirica l’io poetico parla di sé e delle proprie esperienze,
qui il soggetto grammaticale non è l’io, ma la donna, che occupa l’intera scena: l’io emerge praticamente
solo in “mia”. Affinché l’io acquisisca davvero la centralità della scena si dovrà aspettare Petrarca, in cui
muta di segno anche proprio il linguaggio poetico.
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, Petrarca (Canzoniere/Rerum Vulgarium Fragmenta)
Come si può vedere nel sonetto di Petrarca “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi”, l’elemento di continuità
con Dante è dato dal fatto che la donna non è puramente umana, ma una figura spirituale; tuttavia, a
differenza di Dante, l’io è al centro e si nomina nei punti nodali. Qui Petrarca sta parlando di Laura in un
momento in cui è malata e quindi la sua bellezza non risplende come quando era sana, ma non per questo lui
la ama di meno o le è meno fedele. Dopo la similitudine al v. 1 (capei d’oro), si riscontra una forma aulica
provenzale, “a l’aura”, per dire “all’aria”, che è un senhal, una parola provenzale che significa “segnale” e
5 Misura ipotetica e ideale, perché quinario + settenario possono andare incontro a sinalefi e sineresi.
3
indica un gioco di parole, un’allusione criptica all’identità della donna. Il termine “vago” in italiano
moderno vuol dire “impreciso”, ma in italiano antico significava “bello”. Il pallore a cui si fa riferimento nei
vv. 5 e 6 non è solo un effetto della malattia (che suscita in lui pietà), ma potrebbe anche essere Laura che
rivolge uno sguardo pietoso al poeta, ragione per cui lui mette in dubbio quello che vede. Ai vv. 7-8,
“l’esca” è oggi associata alla pesca, ma all’epoca era anche una specie di acciarino, quindi lui in petto aveva
quell’elemento messo dall’amore che sarebbe divampato appena avesse visto Laura; dato questo, non c’era
motivo di stupirsi se appena lei ha posato il suo sguardo pietoso su di lui, lui ha bruciato subito d’amore.
Se uno è ferito da un arco, anche se l’arco non è più teso come prima questo non vuol dire che la ferita
faccia meno male: si tratta di un’immagine che serve a dire che anche se lei è malata, non per questo lui la
ama di meno. Quest’immagine è chiaramente un riferimento a Cupido.
Quel che conta non è solo celebrare la bellezza angelica della donna, ma raccontare gli effetti che lei
produce nel poeta. Inoltre, mentre Dante parla di una situazione completamente atemporale, qui Petrarca fa
riferimento al tempo vissuto da lui, che ha un effetto su Laura (perché la fa ammalare) e su Petrarca
(perché gli chiede fedeltà nei confronti di lei nonostante lei sia malata), ed è un tempo sia vissuto che
psicologico. Siamo di fronte ad una dimensione pressoché assente in Dante, una dimensione psicologica
legata alla persona di Petrarca.
Il testo di Petrarca è più complesso di quello di Dante, sia dal punto di vista lessicale, che sintattico (ex.
nessi sintattici difficili da ricostruire), che metrico (ex. rime difficili con nesso consonantico –rs-): è quindi
una poesia di tono diverso rispetto a Dante, più elaborata e artificiosa, che parla di un’esperienza
privilegiata, che in pochi possono vivere. Petrarca sta configurando un linguaggio poetico fisso,
estremamente selettivo e lontano da quello quotidiano e della prosa, in cui la materialità è totalmente
assente a favore dell’astratto. Questi processi fanno sì che la poesia che diventa sempre più un linguaggio
separato da quello comune, quella che Coleridge e Wordsworth hanno chiamato poetic diction, una dizione
poetica separata dal modo di parlare comune. Que
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