Finanza strategica e statica finanziaria
La finanza aziendale
La finanza aziendale si occupa di rilevare il valore di qualsiasi investimento, caratterizzato da incassi ed esborsi futuri di cassa, e con un valore attuale netto (VAN), che sconta gli effetti di tutte le decisioni aziendali strategiche ed operative. La sostanza della finanza aziendale sta, quindi, nell’orientamento al futuro e nella sua concezione dinamica dell’economia in termini di rischio e rendimento.
Sotto tale profilo, la finanza aziendale introduce due importanti concetti: il primo è la dimensione temporale dell’impresa, vista come progetto e come realizzazione; il secondo, invece, è il concetto di costo opportunità, definito come la rinuncia economica da sopportare affinché un progetto si realizzi, in certe condizioni di tempo e di rischio.
Nella finanza aziendale, la formula della creazione di valore è preferita a quella della creazione di ricchezza, che riguarda la produzione materiale dei beni. Infatti, mentre il valore creato può facilmente essere condiviso, sotto forma di remunerazioni e sulla base di un’adeguata partecipazione al rischio economico e finanziario dell’impresa, la creazione di ricchezza, invece, resta di regola proprietà degli azionisti.
Così, si individuano due separate vie per l’analisi del valore: la prima strada, che prende il nome di teoria della proprietà (property theory), considera l’impresa come una proprietà degli azionisti (detti soggetti semplici), i quali beneficiano dei redditi e dei flussi di cassa netti, cioè si ripartiscono i dividendi; la seconda via, che prende il nome di teoria dell’entità (entity theory), invece, considera l’impresa come un’entità economica, il cui soggetto complesso è costituito dall’insieme di tutti coloro che beneficiano dei redditi e dei flussi di cassa operativi netti, i quali sono coesi nella fase di creazione del valore aggiunto e non coesi nella fase della sua ripartizione.
L’idea guida della teoria dell’entità (entity theory), quindi, è che, oggi, l’impresa costituisce un insieme di interessi economici che coinvolgono non solo gli azionisti (shareholders), che forniscono le risorse finanziarie di base (capitale di rischio), ma anche tutti gli altri soggetti (stakeholders) che scommettono sul futuro dell’impresa: come creditori; come dipendenti; come manager; ma anche come fornitori e clienti.
Tutti questi soggetti, quindi, sono compartecipi del rischio aziendale, del valore creato, sia perché lo condividono sia perché ne godono gli effetti identificabili nei miglioramenti di funzionalità e di capacità dell’impresa; della risultante etica dei loro comportamenti e, quindi, si trovano in situazione di corresponsabilità.
La finanza aziendale, quindi, ha importanza come interconnessione tra le problematiche del valore e le scelte di investimento e di finanziamento, ossia si tratta di finanza di tipo strategico, dove per strategia, nel linguaggio aziendale, si intende il modo di porsi dell’impresa nei confronti dell’ambiente.
Una strategia è necessaria a tre livelli: a livello di intera impresa (e, in questo caso, si parla di strategia globale); a livello di singola area d’affari (e, in questo caso, si parla di strategia competitiva); a livello di una certa funzione (e, in questo caso, si parla di strategia funzionale). Una strategia globale presuppone e condiziona sia le strategie competitive che quelle funzionali.
La finanza strategica
La finanza strategica è una disciplina scientifica che nasce agli inizi del 1900 e che ha come compiti quello di orientare l’intera vita delle imprese e quello di partecipare alla formulazione delle strategie imprenditoriali, individuando il miglior equilibrio tra le fonti disponibili in azienda e gli impieghi su cui investire per poter raggiungere una gestione efficace ed efficiente.
Il governo dell’impresa, effettuato dalla finanza strategica, assume tre aspetti: l’aspetto istituzionale; l’aspetto strategico, legato alla creazione di valore; l’aspetto funzionale.
1) Per quanto riguarda il primo aspetto, con il termine istituzione si intende una realtà immateriale, che ha bisogno di regole comportamentali: sono istituzioni, ad esempio, lo Stato, l’Università e l’impresa. Per l’impresa, le regole comportamentali sono rappresentate dalle leggi, dai regolamenti interni ed ai principi di azione non scritti, ma basati sulla coscienza dell’uomo: in quest’ultimo caso, si parla di deontologia, ossia la dottrina dei doveri relativi ad una certa condizione sociale o professionale.
2) Oltre alle regole comportamentali, però, è necessario anche prendere decisioni strategiche, finalizzate alla creazione di valore. Una decisione è strategica quando il prenderla o meno bene incide sull’efficacia e sull’efficienza dell’azione imprenditoriale: la strategia è, quindi, un’azione congiunta di efficacia e di efficienza. Un’azione si dice efficace quando i suoi effetti sono compatibili con quelli voluti dall’impresa, mentre l’efficienza si ha quando l’impresa riesce ad ottenere gli effetti voluti con costi minimi.
L’efficacia e l’efficienza possono essere positivi (+) o negativi (–), per cui è possibile costruire una matrice di quattro quadranti: EFFICACIA – + EF + Dinamica Dinamica F eccellente inerziale ICIEN Dinamica Dinamica Z emergente involutiva A.
Se l’efficacia e l’efficienza sono positivi, si ha una dinamica eccellente, che permette di avere la maggiore qualità aziendale, per cui consente l’affermazione e la rimanenza a lungo sul mercato. Se l’efficacia è negativa e l’efficienza positiva, si ha una dinamica inerziale: in questo caso, l’impresa non ha autonomia decisionale, ma deve sottostare a qualcuno di maggior potere.
Se l’efficacia è positiva e l’efficienza negativa, si ha una dinamica emergente, che è il caso delle imprese giovani le quali, se migliorano il loro status, passano in una dinamica eccellente, altrimenti vanno verso una dinamica involutiva, che si ha quando l’efficacia e l’efficienza sono negativi e che comporta l’uscita immediata dal mercato, essendoci la peggiore qualità aziendale.
3) L’ultimo aspetto del governo dell’impresa è l’aspetto funzionale, detto anche aspetto delle competenze professionali, che riguarda le diverse funzioni aziendali, ognuna delle quali comprende le persone con le più adeguate competenze professionali: quindi, ad esempio, ad un ingegnere o ad un esperto di marketing non posso fargli fare l’organizzazione dell’impresa.
La finanza, nell’aspetto funzionale, rappresenta una interfunzione o funzione condivisa, che porta due contributi: il primo è quello di far evolvere la cultura finanziaria dell’azienda; il secondo contributo, invece, è il linguaggio del valore, molto semplice al fine di far collaborare tutte le funzioni d’impresa alla creazione di valore.
Valore e comunicazione finanziaria
Il valore rappresenta, quindi, l’obiettivo della finanza strategica, che si occupa di due aspetti: in primo luogo, la finanza è il management del valore, cioè un’attività direzionale dell’impresa; in secondo luogo, invece, la finanza studia le problematiche del management finanziario, per migliorare e sviluppare il valore dell’impresa, attraverso l’esperienza, le teorie e le riflessioni.
Per l’analisi del valore si individuano tre separate vie: la prima è la conservazione del valore; la seconda strada, invece, è la creazione del valore, ottenuta guardando al rapporto tra l’impresa e l’ambiente di riferimento, formato da fornitori, clienti, finanziatori, manager e lavoratori; la terza strada, invece, è la diffusione del valore, attraverso alcuni strumenti in possesso del management, come la presentazione del programma dell’impresa e la comunicazione finanziaria tra gli analisti finanziari, per promuovere l’affermazione del valore creato nel mercato dei capitali.
Creare valore significa aumentare il capitale economico di qualsiasi investimento, attraverso la massimizzazione della ricchezza aziendale. Diffondere il valore, invece, significa far conoscere in tempo, a tutto il pubblico dei risparmiatori e degli investitori, quale dovrebbe essere il valore di un titolo, indicando due concetti di valore: il primo è quello di valore intrinseco o fair value, che esprime, all’occhio dell’analista finanziario, le capacità economiche e finanziarie dell’impresa; il secondo concetto, invece, è quello di valore di presunta quotazione, che è quello di acquisto e di vendita conveniente.
Per diffondere il valore, gli analisti finanziari formano dei rapporti, che sono a supporto della loro opinione sul valore di un titolo, che influenza gli investitori e, quindi, l’andamento del mercato dei capitali: tale influenza è chiamata riflessione o comune influenza.
L’analisi finanziaria (AF), perciò, influenza anche gli operatori interni all’impresa, per cui l’analisi finanziaria è presente sia nell’impresa sia nel mercato dei capitali, il cui scopo è, appunto, quello di diffondere, nel pubblico, un’idea più oggettiva possibile del valore, con la quale, il pubblico stesso, può confrontare la propria idea del valore, verificando se la loro ricchezza migliora o peggiora.
La diffusione del valore può essere elevata o minima: se è elevata, si ha l’iperdiffusione, che corrisponde alla sopravvalutazione dei titoli; se, invece, è minima, si ha l’ipodiffusione, derivante dalla sottovalutazione dei titoli.
Il mercato
Il mercato, in generale, è il luogo fisico dove avvengono transazioni tra i diversi soggetti intervenenti ed è detto perfetto quando è rappresentativo e trasparente: essere rappresentativo significa offrire l’idea di tutto ciò che è negoziato; essere trasparente, invece, significa che tutti i soggetti possono beneficiare, in tempo reale, delle informazioni relative a tutte le transazioni che avvengono nel mercato.
Il mercato perfetto ricerca l’efficienza, ma non raggiungerà mai quella massima perché è rallentato da alcune forze innovative, tra cui l’innovazione tecnologica, l’innovazione di comportamento e l’innovazione finanziaria, che rende difficile la trasparenza dell’informazione.
Se, invece, il mercato è inefficiente, possono verificarsi due situazioni: la prima è che il mercato sopravvaluta i titoli; la seconda, invece, è che il mercato sottovaluta i titoli.
Ci sono diversi tipi di mercati: il mercato reale (domestico o internazionale), come quello turistico, in cui troviamo beni e servizi scambiati; il mercato finanziario, dove si hanno finanziamenti a medio-lungo termine e dove troviamo titoli, che rappresentano una proprietà di un bene o di un servizio; il mercato monetario, dove si hanno finanziamenti a breve termine e dove ci sono titoli rappresentativi di un’anticipazione di cassa (come i BOT) e le operazioni che riguardano il sistema bancario (come l’apertura e la chiusura di un credito); il mercato dei capitali, dove il trasferimento delle somme di denaro avviene attraverso la sottoscrizione di titoli di proprietà, come le azioni e le obbligazioni.
Valore e misura del valore
La finanza è, quindi, una disciplina che si esprime in termini di valore, interpretato come qualità importante dell’equilibrio finanziario dinamico e come una qualità evolutiva strutturale, influenzata da tre elementi: la modernizzazione dell’economia; gli effetti dell’economia sul tasso di profitto operativo delle imprese; le correlazioni tra redditività e liquidità, che garantiscono l’effettiva sopravvivenza delle imprese.
Il valore è immateriale e non va confuso con la misura del valore (cioè la moneta), perché il valore riguarda il futuro, mentre la misura del valore fa riferimento al presente. La misurazione del valore non è la stessa per diversi soggetti, ognuno dei quali ha, quindi, una propria qualità effettiva.
Di conseguenza, ci sono varie precisioni delle misure del valore: le precisioni matematiche, che sono millimetriche e, quindi, quasi precise; le precisioni statistiche, che sono approssimative; le precisioni contabili, che sono convenzionali, in quanto il valore cambia a seconda del criterio contabile applicato (metodo FIFO, metodo LIFO o metodo CMP); le precisioni delle valutazioni economiche, ancora più approssimative e imprecise rispetto alle altre, perché si deve considerare che l’impresa è una realtà complessa.
La complessità dell’impresa è dovuta per due motivi principali: prima di tutto, per il fatto che l’impresa è sia materiale che immateriale; in secondo luogo, per il fatto che l’impresa è proiettata al futuro e utilizza le informazioni note del passato.
Il passato è, quindi, visto come prevalentemente noto e vero, in quanto caratterizzato da un rapporto di causa-effetto tra gli eventi. Il futuro, invece, può essere solo pensato e immaginato, per cui è una valutazione soggettivistica e, per questo, ci sono tanti avvenire quanti sono i soggetti che esprimono un’opinione sul futuro o lo programmano.
La programmazione del futuro viene effettuata attraverso gli investimenti, che, per la finanza, sono delle distribuzioni temporali future di uscite e di entrate monetarie, tali che la scadenza finanziaria media delle uscite preceda quella delle entrate: ciò vuol dire spendere dei soldi per poi averne altri. Gli investimenti sono diversi dai finanziamenti e possono essere: elementari, se non si completano l’uno con l’altro; complementari, se, invece, si completano sia nel tempo che nello spazio.
L’opinione sul futuro, invece, per essere un giudizio responsabile (che consente ad un soggetto di giustificare il proprio agire) necessita di: un’adeguata informazione; una corretta elaborazione dei dati percepiti; un’appropriata catalogazione delle informazioni del passato, cioè una buona memoria.
I soggetti interni all’impresa
Un altro motivo per cui l’impresa è complessa è per il fatto che, al suo interno, sono presenti vari tipi di soggetti, per cui esistono relazioni aziendali di particolare valenza etica in cui si manifesta il rischio di non coscienza, come: le relazioni con i creditori e, in particolare, gli intermediari finanziari; le relazioni con i lavoratori; le relazioni con i manager; le relazioni con gli azionisti.
1) Le relazioni con i creditori e gli intermediari finanziari comportano problemi di correttezza comportamentale quando si trattano operazioni importanti, come l’emissione di titoli di credito sul mercato dei capitali: in questi casi, il diritto del creditore può essere tutelato dall’emissione di giudizi di rating da parte di agenzie indipendenti, specializzate nell’analisi e nella valutazione del rischio finanziario.
2) Le relazioni con i lavoratori, invece, sono incentrate sul rapporto di lavoro dipendente, sulle rappresentanze sindacali e sulle regolamentazioni sociali, come lo statuto dei lavoratori e la contrattazione collettiva.
Le relazioni di lavoro, però, sono in crisi per: l’avvento di forme di lavoro temporaneo; l’intenso ricorso all’outsourcing; la crisi del sistema pensionistico pubblico; il lavoro nero che si sviluppa dall’economia sommersa e l’immigrazione extracomunitaria.
Occorre, quindi, un rinnovamento nella cultura aziendale, per sviluppare principi etici più adatti ai tempi d’oggi.
3) Le relazioni con i manager, invece, sono utili perché hanno il compito di condurre l’impresa, assumendo decisioni che migliorano il suo complessivo valore effettivo.
Le relazioni manageriali possono essere indagate dalla teoria dei costi di agenzia, secondo la quale il comportamento dei manager d’impresa può comportare oneri per gli azionisti dell’impresa stessa, a causa di asimmetrie informative che causano differenze di obiettivi e di conseguenti scelte gestionali.
L’incarico delicato dei manager, invece, richiede la comprensione e la condivisione degli obiettivi, ma anche una valutazione delle possibilità e della capacità di realizzarli.
4) Nelle relazioni con gli azionisti o portatori di titoli emessi sul mercato dei capitali, invece, sono previste cautele istituzionali nel campo della trasparenza contabile e dell’informativa societaria sottoposta a vigilanza delle autorità: nonostante ciò, per un azionista è molto difficile valutare la convenienza ad acquisire, mantenere o vendere azioni di una certa società, soprattutto oggi che il mercato dei capitali è soggetto a ricorrenti fluttuazioni, a causa delle bolle speculative, che fanno emergere un’eccessiva volatilità dei prezzi e, quindi, un...
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