Filosofia sociale
Max Horkheimer
Nasce a Stoccarda il 14 febbraio 1895 in una famiglia della ricca borghesia ebraica e muore a Norimberga il 7 luglio 1973. Nella sua vita, dopo aver ripreso gli studi (che era stato costretto a lasciare per lavorare nella ditta del padre), ottenne post-laurea la prima cattedra in filosofia sociale, diventando poi uno dei maggiori esponenti della cosiddetta Scuola di Francoforte (una scuola filosofico-sociologica di orientamento neo-marxista).
Fu proprio Horkheimer ad adottare la Teoria Critica: egli era convinto che bisogna diagnosticare le dinamiche sociali, in modo da non assumere che l’uomo interagisca solo con il fine di prevalere sull’altro. Le dinamiche capitalistiche infatti tendono ad assuefarci e tendiamo a dare quindi per scontati fattori come l’ingiustizia; per questo nasce la teoria critica per tutte le sfere di interdisciplinarietà (intima, sociale, economica, sessuale, scientifica,…) grazie all’istituzione della scuola sociologica fondata.
A questo proposito Herbert Marcuse (Berlino, 19 luglio 1898 - Starnberg, 29 luglio 1979) asseriva che lo studio del pensiero di Freud è utile non soltanto per lo psicanalista ma anche per lo scienziato sociale. Difatti è quando iniziamo a dare per scontato il male che vi è al mondo che dobbiamo applicare la teoria critica ed iniziare a chiederci il perché del nostro e dell’altrui comportamento e pensiero nei confronti della determinata situazione.
«La psicologia non può staccarsi dalla filosofia della quale non deve, sotto molti aspetti, amministrare l’eredità» → Horkheimer vede la psicologia come la nipote della filosofia, dalla quale deve tener conto per completare la sua base. (Eredità di tipo antropologico)
Se il sociologo tende a chiedersi come è fatta l’autostrada, la domanda che si pone il filosofo è invece perché l’uomo ha bisogno di quella autostrada.
«L’eredità della filosofia, quale l’ha assunta la sociologia, non si esaurisce in tale riflessione della società su se stessa» → per Horkheimer l’eredità è una difesa contro la ricaduta nell’oppressione totalitaria. Per lui, nel 1959 era fondamentale l’organizzazione umana della vita, ovvero organizzare la vita in modo che sia una vita umana.
Lisistrata
È una commedia di Aristofane in cui Lisistrata convoca numerose donne di Atene e di altre città per discutere un importante problema: a causa della guerra del Peloponneso gli uomini delle poleis greche sono perennemente impegnati nell'esercito e non hanno più il tempo di stare con le loro famiglie. Lisistrata propone allora di fare uno sciopero del sesso affinché gli uomini non firmeranno la pace. Dopo un momento di sbigottimento e di rifiuto, le donne si dicono favorevoli e fanno un giuramento occupando l’acropoli allo scopo di privare gli uomini dei mezzi finanziari per proseguire la guerra.
Le donne hanno molta difficoltà a mantenere il patto e inventano varie scuse per tornare a casa dai mariti, ma Lisistrata concede solo a Mirrina la possibilità di incontrare il marito Cinesia allo scopo di stimolare le voglie dell'uomo, per poi scappare e lasciarlo insoddisfatto.
L'astinenza si fa sentire anche nelle altre città greche: arriva un araldo da Sparta per trattare la pace, col fallo palesemente eretto, ed incontra Cinesia, le cui voglie sono altrettanto evidenti. I due si mettono d'accordo: Sparta manderà ambasciatori pronti a firmare la pace, mentre Cinesia informerà le istituzioni ateniesi. Questo smorza decisamente le tensioni: i vecchi e le vecchie del coro, dopo qualche resistenza, riescono a riconciliarsi, e lo stesso fanno gli ambasciatori spartani e ateniesi davanti a Lisistrata. Quest'ultima si lancia allora in un discorso pacifista che ricorda le radici comuni di tutti i popoli greci, ma tale discorso degenera presto in un profluvio di allusioni e doppi sensi sessuali da parte degli uomini, felici per la raggiunta riconciliazione. In un tripudio di danze e banchetti si celebra il ritorno delle donne dai loro mariti.
Socrate
Nasce nel 470-469 a.C. ad Atene e muore nel 399 a.C. conosciuto come padre fondatore dell’etica viene riconosciuto per il contributo che ha dato nella storia del pensiero filosofico consistente nel suo metodo d’indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell’elenchos (confutazione) applicandolo prevalentemente all’esame in comune di concetti morali fondamentali.
Egli non scrisse mai nulla, e ciò che ci è pervenuto è frutto del racconto di Platone, suo allievo. Platone racconta ad esempio di quando Fedro invitò Socrate per una passeggiata fuori dalla città, cosa che il maestro non era solito fare. I due si sedettero sotto un albero e Socrate iniziò a ammirare estasiato la natura, sotto lo sguardo sorpreso di Fedro, che lo paragona ad uno straniero o un forestiero che non aveva mai guardato il verde. A questa provocazione il saggio gli risponde che lui ama imparare e che gli alberi non gli vogliono insegnare nulla, mentre la città sì.
Qui notiamo il suo distacco dai filosofi presocratici che osservavano la natura essenziale del mondo, ricercando il principio delle cose ed il metodo della loro origine/scomparsa.
Da dove nasce la filosofia?
La domanda che innesta la riflessione psicologica è causa della meraviglia data dall’incommensurabilità delle cose. Infatti gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia (tò thauma) [Aristotele, Metafisica].
Thèa = visione
Tháuma come sorpresa, spaesamento
Di fronte allo spettacolo del mondo noi siamo totalmente spaesati, ma l'uomo si interroga anche sulla morte. La posizione filosofica è una posizione mediana tra chi rinuncia a conoscere e chi crede di sapere; il filosofo si interroga continuamente grazie ad una situazione di spaesamento.
Mythos e théatron
- Théatron: Da un lato abbiamo il teatro che serve alla catarsi (purificazione, scarico emotivo), scegliendo di rappresentare la realtà del mondo cambiando prospettiva. I greci, soprattutto nella tragedia, mettono in scena la morte (ma anche nella commedia vedi Alcibiade) attraverso non solo parole ma soprattutto immagini e scenografie attraverso la narrazione del mito per ridurre al minimo lo spaesamento.
- Théoria: Dall’altro lato abbiamo la teoria che ci permette, estrapolando una piccola realtà, di studiare un piccolo aspetto alla volta, grazie anche all’aiuto degli altri (Pharmacon = antidoto) perché a loro volta studieranno un altro piccolo aspetto. Socrate l’antidoto in questione è aiutarci di fronte alla vita. Socrate in punto di morte affida i propri allievi alla cura reciproca (questo al fine di riuscire a creare una poleis giusta senza smania di potere).
Non si può fare filosofia senza accettare di non sapere e senza accettare lo spaesamento.
Mito e logos
Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; Ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in un certo senso, filosofo: il mito infatti è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia [Aristotele, Metafisica].
I filomiti sono coloro che amano un mito e riconoscono di non sapere poiché anche esso è costituito da cose che destano meraviglia.
Il precetto di Delfi
La prima domanda per Socrate è quella incorporata in questo precetto: “conosci te stesso" qui il soggetto della domanda è colui stesso che la pone.
Conoscenza dell’anima
Dialogo (essenza dell’uomo) (metodo) Conoscenza di sé (fine)
Anima = psiche = soffio vitale Nefésh Nfr Psyché Anima (simbolo geroglifico) nfr
Il simbolo geroglifico che rappresenta l’anima è una trachea che trapassa un cuore. Per l’uomo greco l’anima è fatta di tre parti:
- Logos: È la ragione, quella che ci porta alla realtà a cui apparteniamo
- Thýmos: È il desiderio dell'onore, localizzato nel petto
- Epithýmia: Desiderio, sfera dei bisogni fondamentali, localizzata dallo stomaco in giù (comprende la fame ed il sesso)
Socrate e la questione della giustizia
A Socrate preme la questione della giustizia, senza di essa la vita non ha valore. Nel dialogo con Menone Platone egli paragona Socrate alla torpedine marina poiché egli mette sempre tutto in dubbio, e da una scossa ai suoi interlocutori, mettendo in discussione le cose. Lui afferma che sì, fa dubitare gli altri, ma solo perché è il primo ad avere quei dubbi (definendosi una torpedine intorpidita).
Non si può quindi conoscere se stessi senza accettare la scossa, ovvero senza mettersi in discussione.
Socrate e Ippocrate
Socrate: «Il sofista, Ippocrate, non sembra forse una specie di negoziante o venditore delle merci di cui si nutre l’anima? Credo che sia qualcosa di simile.»
Ippocrate: «Di cosa si nutre l’anima?»
Socrate: «Di conoscenze, certamente. Fai però attenzione, mio caro, che il sofista, lodando quello che vende, non ci truffi […] coloro che portano le conoscenze in giro per le città e le vendono a chi di volta in volta le richiede, lodano tutto quello che vendono, ma forse qualcuno mio caro, ignora cosa sia utile e cosa sia dannoso per l’anima, tra le cose che vendono. Ora se riesci a sapere quali tra questi insegnamenti risulti utile o dannoso, potrai tranquillamente comprarli da Protagora o da chiunque altro. Al contrario, caro amico, stai attento a non mettere a rischio e a giocare a dadi quanto vi è di più chiaro.»
Socrate non vieta quindi a Ippocrate di ascoltare e pagare il discorso dei sofisti, ma gli richiede di distinguere l’utile dal dannoso, ma di non gettare il pensiero critico che lui stesso ha insegnato ai suoi allievi.
Gorgia e la parola-droga
Nel dialogo di Platone viene analizzata da Socrate la pericolosità della parola-droga. Alcuni discorsi affliggono, altri rallegrano; alcuni terrorizzano, altri imbaldanziscono gli uditori; altri con una cattiva persuasione drogano l’anima e la stregano. Questa parola può quindi guarire o far ammalare.
Come curare l’anima?
L’anima si cura con certi incantesimi che sono poi i discorsi belli, in virtù dei quali nell’anima si genera la saggezza. Per Gorgia si parla di bellezza vera, mentre per i sofisti si tratta di una bellezza apparente; se vi carichiamo perché loro ci fanno sentire intelligenti è lì che abbiamo gettato la nostra capacità critica. I discorsi belli di Socrate sono quelli che ti danno davvero la conoscenza, il dubbio, l’analisi, accettare la mortalità.
Sapienza e saggezza
La sapienza è la conoscenza totale, il sapere tutto; gli unici che possono legittimamente dirsi sapienti sono gli dei. La saggezza è la capacità di ragionare in maniera giusta. Per diventare saggi bisogna aprirsi al confronto con gli altri, imitare i comportamenti saggi per farli propri.
La democrazia di Atene aveva di innovativo che aveva due grosse istituzioni (boulè = deliberazione). L’Assemblea deve legiferare e le leggi devono passare al vaglio dell’assemblea. Il flusso di potere non va solo dall’alto verso il basso, ma anche viceversa. Se le leggi non passano al vaglio vengono rimandate nuovamente alla boulè.
Per l’uomo greco deliberare significa pesare le ragioni. Per Socrate il momento in cui dobbiamo prendere una decisione e siamo combattuti è un momento costruttivo. Assemblea significa sedersi insieme, alla pari, e ragionare su quale sia la scelta migliore da prendere.
I capi di accusa di Socrate
- Corrompere i giovani: li riuniva, faceva sì che avessero idee proprie e che diventassero scomodi per lo stato
- Non credere agli dei della città: il che non era assolutamente vero, egli parlava con il suo daimon, ma anche perché l’ateismo comporterebbe la certezza di non credere e questo non sarebbe socratico, ma Socrate insegnava a mettere in dubbio ciò che ci era stato insegnato. Questo non andava bene allo stato perché faceva traballare le credenze comuni
I giudici cercano di convincere i suoi allievi a far scappare Socrate (solo perché come martire sarebbe stato peggio), quindi uno di essi la notte prima si intrufola nel carcere per far fuggire Socrate, ma egli rifiuta.
La pedagogia di Socrate
Socrate riesce a far dubitare gli altri perché lui stesso è il primo a dubitare. Socrate è maestro di sapere proprio perché ama imparare non perché parte da una presunzione di sapere.
- Dialogo: stordimento, accettare di mettere le proprie certezze a rischio, mettendole in discussione, questo stordimento è però benefico perché ci porta al punto successivo
- Senso del limite: consapevolezza della morte
- Saggezza: senso di giustizia, è il requisito necessario per conoscere se stessi, alla portata di tutti, saggezza significa imparare a comportarsi in modo giusto
Socrate e il dialogo
Socrate: «Eppure, se non mi sbaglio, tu e Simmia, vorreste esaminare più a fondo la questione perché mi pare che siete spaventati come dei bambini, quasi che l’anima, appena fuori del corpo, se la portasse via il vento e la disperdesse, specie poi quando ci tocca morire non con tempo sereno ma in mezzo a una gran bufera.» (Platone, Fedone)
Qui l’ironia da parte di Socrate è uno strumento fondamentale che sdrammatizza, e attraverso la sdrammatizzazione pone l’accento sulla questione estremamente seria, ovvero la morte.
(Carpe diem) Cogliere l’attimo significa non solo lasciar scorrere il tempo così come viene e godersi il presente, ma cogliere le occasioni che si presentano per rendere straordinaria la vita.
Cebete: «E tu assicuraci, Socrate, come se noi, effettivamente, avessimo paura o meglio, come se non fossimo noi ad essere spaventati ma quel fanciullo che è in noi. Dunque, fa in modo che questo fanciullo non abbia paura della morte come di uno spauracchio.»
Nell’Eneide si dice che ‘la morte pareggia le erbe del prato’, poiché di fronte ad essa siamo tutti uguali senza distinzioni.
Socrate: «Bisognerebbe fargli ogni giorno gli incantesimi, per liberarlo da questi timori»
Cebete: «E dove andremo a trovarlo un incantatore capace per queste opere, visto che ti ci stai per lasciare?»
Socrate: «Oh, Cebete, la Grecia è grande, e non manca di uomini in gamba; e molti sono anche i popoli barbari. E non risparmiate né spese né fatiche per un tale incantatore, perché voi non potreste spendere meglio il vostro denaro. Ma soprattutto sottomettete voi stessi, è necessario, ad una ricerca reciproca perché è difficile che troviate persone capaci di assolvere questo compito, più che voi stessi.»
Qui l’ironia di Socrate va piano piano sparendo. Vuole sottolineare l’importanza del dialogo.
4 aprile 1968: Robert Kennedy e il discorso bello
In questo momento è senatore e con buone probabilità di diventare presidente. Ha deciso di scendere in politica per permettere ai piacevoli di avere un futuro. Quella sera è a Indianapolis e doveva parlare nel cuore del ghetto nero; appena appreso della morte di Martin Luther King il suo staff si preoccupa. Sarà proprio Kennedy a dare la notizia, non tutti l'avevano ricevuta, ma i pochi che ne erano a conoscenza sapevano che la sua morte era avvenuta per mano di un bianco e sono andati lì per far casino.
Nonostante lo staff cerchi di dissuaderlo, Kennedy vuole lo stesso andare a quel discorso. Nonostante in molti stati americani era scoppiato il casino, quella sera a Indianapolis stranamente non accade nulla, perché il discorso bello aveva impedito moralmente a tutti di agire.
R.K. viene accompagnato su un pick-up, durante il tragitto si era preparato degli appunti su un bigliettino che porta con sé sul palco, ma che non riuscirà a leggere, improvvisando tutto il discorso.
- Tristi notizie per tutti: per prima cosa Kennedy annuncia la morte di Martin Luther King, definendola una triste notizia per tutti coloro che sono cittadini, anche della terra, e amanti della pace nel mondo. Fu rivoluzionario vedere un bianco piangere la morte di un nero. «La linea del colore non è il confine su cui costruire il nostro paese».
- Giustizia vs. Vendetta: sa che in queste situazioni è normale desiderare vendetta, ma bisogna chiedersi che tipo di nazione si desidera essere. Non nega il male, sa che è stato un omicidio razziale e lo dice.
- Sforzarsi di comprendere: dice che possiamo scegliere che strada prendere, se mantenere una separazione tra neri e bianchi o fare lo sforzo che ha iniziato Martin Luther King per comprendere, e rimpiazzare la violenza per arrivare alla compassione e all’amore.
- Lo stesso tipo di sentimento: nonostante Robert Kennedy non avesse mai parlato né in pubblico né in privato della morte del parente. Infatti chi lo conosceva rimase stupito dal fatto che egli si mise sullo stesso piano dei neri che erano sofferenti per la morte di M.L. King, perché provava lo stesso sentimento.
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