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input nella maniera più rapida possibile. Quando il soggetto era costretto ad una correzione del movimento volto ad afferrare il

bersaglio, la risposta vocale subentrava 350 millesimi di secondo dopo che la correzione aveva avuto luogo. La risposta vocale (che

segna la consapevolezza dell’azione) appare dopo che l’azione è iniziata e sembra quindi che il movimento sia eseguito

inconsapevolmente.

Questo caso mostra che ci sono molte attività che immaginiamo consapevoli, elaborate in realtà in maniera inconscia. Per spiegare

questi fenomeni ci si serve dell’idea che esista una dissociazione tra due sistemi visivi: un sistema semantico (ventrale) associato a

rappresentazioni coscienti che individuano gli oggetti, ed uno pragmatico (dorsale) che è rivolto al controllo visivo dell’azione e che

non danno luogo ad una consapevolezza. L’esistenza di due diversi sistemi visivi è provato dall’esistenza di casi di doppia

dissociazione (uno dei due sistemi è danneggiato). Ad esempio una giovane donna scozzese non è in grado di capire la differenza

tra un forchetta e un coltello ma è in grado di afferrarli correttamente (pragmatica/dorsale). Il sistema dorsale sembra avere più

funzioni oltre all’elaborazione visivo­motoria: relazione spaziale tra oggetti e immagazzinare schemi motori necessari a usare attrezzi

o utensili.

La coscienza non svolge un ruolo determinante quando evitiamo un ostacolo, ma dobbiamo essere soddisfatti di essere così perché

si tratta di un modo per essere efficienti. In certi casi, l’accuratezza dell’azione è più importante della sua consapevolezza, d’altronde

l’azione può essere eseguita ugualmente inconsciamente.

Il cervello ha bisogno di tempo per fornirci la sensazione di aver agito in maniera consapevole e, a volte, non c’è abbastanza tempo

affinché questa sensazione abbia luogo.

3. La visione cieca e altri ossimori

La percezione sembra consapevole per definizione. Ci sono cose che sono indipendenti dal fatto di essere rappresentate da una

mente, e cose che invece non esisterebbero se qualcuno non le contemplasse.

In una scena percettiva, vediamo più elementi di quanto siamo consapevoli di vedere come nel caso del filmato di Simons e Chabris.

La nostra attenzione si concentra sui passaggi della squadra bianca e non ci accorgiamo di un uomo vestito da gorilla che balla

come Michael Jackson. Dopo aver visto il filmato ci chiediamo come sia possibile non esserci accorti di una fatto talmente vistoso.

Questi elementi possono però, esercitare il loro effetto sul nostro comportamento. Con metodi come il priming è stato dimostrato

come il nostro cervello può vedere un colore, un volto o una forma, senza però essere fornire la sensazione consapevole di averli

visti. Altri fenomeni che mostrano come l’informazione percettiva possa essere elaborata senza consapevolezza riguarda la visione

cieca.

Negli anni Settanta è stato scoperto che individui colpiti da una lesione al cervello (incapaci quindi di vedere una regione dello

spazio), conservavano qualcosa della loro vista. Ai pazienti veniva chiesto di indicare un punto luminoso nella zona in cui non

vedevano niente e, nel 99% dei casi, i pazienti riuscivano a indicare il punto luminoso posto nella regione cieca.

Possiamo però affermare che, in un certo senso, tutti soffriamo di visione cieca. Supponiamo di guidare un macchina e conversare

con un amico di fianco a noi. Siamo concentrati sulla discussione e ne siamo consci e, allo stesso tempo, affrontiamo il traffico,

evitiamo marciapiedi e pedoni e seguiamo le indicazioni stradali senza esserne consci. Non è la stessa cosa, ma l’analogia tra questi

due casi suggerisce che la consapevolezza non sia necessaria per l’elaborazione di informazioni visive.

Sia la visione cieca che il neglect contrastano l’idea comune secondo cui i processi coscienti sarebbero un fenomeno unitario.

4. Sempre con un po’ di ritardo

I processi automatici sono solitamente veloci. Nel libro Mind Time, Libet illustra la sua scoperta secondo cui alla mente, serve del

tempo per diventare cosciente.

Secondo Libet, affinché il cervello produca una sensazione cosciente, occorre mezzo secondo tempo noto come il ‘’Libet’’. Nel 1965,

due ricercatori hanno scoperto che circa 800 millesimi di secondo prima dell’inizio di un movimento controllato nel cervello si registra

un’onda che serve, presumibilmente, a prepararlo (potenziale di preparazione).

Libet, nel suo lavoro, ha approfondito l’idea che nel cervello succede qualcosa prima di diventare consapevoli. Applicando delle

scariche elettriche alla corteccia cerebrale, si aspettava che i pazienti sentissero una stimolazione non sulla corteccia ma sulla

superficie della pelle. La ragione di questa aspettativa risiede nel cosiddetto Homunculus di Penfield, ovvero una mappa dei luoghi

della corteccia cerebrale in cui vengono rappresentate le varie parti del corpo. Basandosi su questa mappa, Libet si aspettava che la

stimolazione sulla corteccia avrebbe prodotto una sensazione periferica.

Aspettativa corretta ma, il resoconto del paziente non era immediato e occorreva circa mezzo secondo prima che il paziente potesse

avvertire la stimolazione.

I qualia, le qualità soggettive dell’esperienza cosciente, sono una porzione di mente che va assolutamente spiegata. Libet affermava

che se si vuole studiare la coscienza bisogna occuparsi di quella sensazione oggettive. Se le cose stanno come dice Libet, viviamo

con mezzo secondo di ritardo rispetto al nostro cervello, viviamo in ‘’differita’’. Senza l’adeguatezza neuronale nessun individuo

sarebbe in grado di sperimentare una sensazione consapevole.

Libet non ritiene, in seguito alle sue scoperte, che l’uomo sia un automa nella mani del suo cervello. E’ proprio quel mezzo secondo

necessario per produrre la coscienza che preserva la possibilità del libero arbitrio. Durante quel periodo, è possibile inibire l’azione

che il cervello ha iniziato automaticamente.

Le sue ricerche dimostrano come vi sia uno scarto temporale tra la sensazione della consapevolezza di un movimento e il

movimento stesso e dimostrano quanto sia sbagliata l’immagine secondo il quale il nostro io è qualcosa che dà ordini al cervello e al

resto del corpo. Libet non mette in discussione il libero arbitrio e siamo sempre responsabili delle nostre azioni. Il nostro cervello è

automatico ma noi siamo liberi e la nostra libertà si trova nell’interazione con il mondo sociale.

5. Il nostro io che viene fuori

L’idea che la libertà si trovi nella società piuttosto che nel cervello è affascinante ma, considerando la natura delle relazioni umane,

nascono altri motivi per dubitare delle intuizioni sulla nostra vita interiore.

Per molti scienziati, l’identità di un individuo è il riflesso della sua vita sociale. I fattori esterni di natura socio­culturale dell’individuo

avrebbero la priorità su quelli interni di natura bio­psichica.

Gli scienziati sociali ritengono l’individuo, in questa prospettiva, non è che l’insieme dei ruoli sociali che svolge nella rete di relazioni

in cui si trova. Secondo alcuni antropologi ci sono culture in cui l’identità personale è costruita in maniera relazionale ed è preferibile

parlare di dividualità invece di individualità.

Se l’identità di un individuo dipende da fattori esterni, allora anche gli oggetti, finiscono per essere elementi essenziali. Per esempio,

il riso per chi vive in Giappone può sembrare un elemento imprescindibile per l’identità personale.

Esiste davvero

2. 1. Coscienza e autocoscienza

Per decenni, dove in psicologia imperava il comportamentismo ovvero mente, coscienza e tutti i suoi derivati venivano visti come

inutili, l’autocoscienza è stata un tabù scientifico.

Rispetto agli inizi del Novecento le cose sono cambiate e i progressi delle Scienze Cognitive sono celebrati. Con l’accumularsi delle

conoscenze, è diventato possibile affrontare il tabù che gravava sulla coscienza e, studiarla in modo scientifico è stato presentato

come l’ultimo baluardo sulla strada della piena comprensione della vita mentale. Oltre a poter studiare la coscienza, siamo in

condizione di studiare un residuo di vita mentale, importante quanto la coscienza, come l’autocoscienza.

L’autocoscienza è l’aspetto introspettivo e riflessivo della coscienza. Per Jackendoff, linguista americano, essere coscienti è qualcosa

relativo agli oggetti esterni, mentre essere autocoscienti è qualcosa che è relativo a se stessi.

L’idea che l’autocoscienza sia il lato riflessivo della coscienza è diffusa. Per David Chalmers l’Autocoscienza fa riferimento alla

capacità di pensare a noi stessi, alla consapevolezza della nostra esistenza come individui. Ned Block la definisce come il possesso

di un concetto di sé e l’abilità di usare questo concetto quando si pensa a se stessi. In questa prospettiva l’autocoscienza è una

modalità in cui la coscienza si produce.

Vi sono due modi per considerare il rapporto tra coscienza e autocoscienza: si può ritenere che ogni coscienza implichi una

corrispondente autocoscienza o che ci sono vari stati mentali consapevoli che producono anche la sensazione di

autoconsapevolezza e quindi la coscienza è una condizione di possibilità dell’autocoscienza.

2. L’uomo che si sentiva funzionare

La storia dell’uomo che si sentiva funzionare riguarda la storia di un uomo che nel ’28 si presento in ospedale sostenendo che ogni

volta che apriva gli occhi sentiva dentro di sé un forte fruscio. Anche i medici potevano sentire lo strano fruscio quando apriva gli

occhi. Nella parte posteriore del suo cervello si era annidato un groviglio di vasi sanguigni che si era trasformato in una ‘’macchina

rumorosa’’. Quando l’uomo vedeva e veniva attiva la parte occipitale del cervello l’aumento del flusso sanguigno produceva quel

fruscio.

L’uomo di Boston poteva usare il fruscio per evidenziare la sua autocoscienza visiva: per riflettere sul fatto che guardava qualcosa

poteva badare al suo fruscio interno.

Se potessimo sentire il rumore di ogni nostra funzione cerebrale potremmo controllarle e per sapere se stiamo, ad esempio,

ascoltando qualcosa potremmo ascoltare il fruscio corrispondente. Per ispezionare la nostra vita interiore però basta riflettere su noi

stessi, in maniera spontanea. Il ronzio che ci accompagna nella nostra quotidianità non dipende da un groviglio anomale ma è una

cosa assolutamente normale, il nostro flusso di coscienza.

La genuinità dell’autocoscienza può essere mostrata ricorrendo a due tipi di argomenti: il primo, di tipo introspettivo, consiste

nell’idea che la sensazione di essere autocoscienti è una caratteristica della mente umana. In filosofia le caratteristiche si

distinguono in accidentali ed essenziali: senza una caratteristica essenziale una cosa non sarebbe ciò che è mentre quelle

accidentali possono variare. L’autocoscienza è una caratteristica ESSENZIALE della mente umana in quanto la mente non sarebbe

ciò che è senza questa sensazione.

Il secondo argomento a sostegno della genuinità dell’autocoscienza, riguarda l’architettura funzionale della mente e si basa sul fatto

che essere autocoscienti dà luogo a una rappresentazione.

Per contemplare esempi di pensieri autocoscienti bisogna rivolgere l’attenzione verso pezzi di vita quotidiana abbastanza complesse

da coinvolgere gli strati più profondi della vita interiore, come quando ci troviamo in dormiveglia e riusciamo a condurre i nostri sogni

o, quando guidiamo o camminiamo da soli. In questi momenti non siamo impegnati in nessuna situazione sociale e, la forma dei

nostri pensieri hanno una forma quasi dialogica.

Ad esempio, se dobbiamo fare un regalo ad una nostra amica ci facciamo diverse domande come: che reazione avrà? e ai diversi

modi in cui l’amica potrebbe reagire.

Pensieri di questo tipo sono frequentissimi nella nostra esperienza interiore. La nostra sensazione di autocoscienza si nutre della

capacità di manipolare e monitorare una parte dei nostri stati interni, una sensazione primitiva che costituisce un elemento definitorio

dell’esperienza mentale. Se non avessimo questa sensazione non avremmo il genere di mente che abbiamo. Avremmo la mente

come quella di un calcolare o un pipistrello.

La sensazione dell’autocoscienza è ESSENZIALE al genere di mente che abbiamo: magari non lo è il fatto di essere autocoscienti,

ma lo è la sensazione di esserlo e vi è l’esigenza di spiegare come funziona questa sensazione dalla ricerca scientifica. Ma, finora,

disponiamo solo di teorie eccentriche della mente.

Secondo la Psicologia Computazionale, avere un mente vuol dire che pezzi del nostro cervello sono configurati in maniera tale da

essere connessi causalmente con pezzi del mondo e con il nostro comportamento, in modo da produrre comportamenti intelligenti e

appropriati. La mente non è diversa dal corpo ed è semplicemente quello che è il corpo fa e quindi, sparisce il mistero del rapporto

mente/corpo. Per la Psicologia computazionale è l’organizzazione della materia e il ruolo di questi pezzi che permette ad un pezzo di

materia di pensare. Ciò che fa il cervello potrebbe farlo anche un’altra porzione di materia come un calcolatore in quanto, ciò che

conta è l’organizzazione giusta della materia a produrlo e non il materiale usato. Come le altre teorie contemporanee della

mente però, anch’essa rimane una teoria eccentrica della mente.

3. Esame di coscienza per calciatori

Negli ultimi vent’anni sono state formulate tre diverse ipotesi sulla forma del pensiero consapevole e che genere di rappresentazione

ci vuole per essere consapevoli di se stessi: la teoria rappresentazionale della coscienza, la teoria del monitoraggio di livello

superiore e la teoria del monitoraggio dello stesso livello. – UNO STATO MENTALE E’ CONSAPEVOLE SOLO E SE

TEORIA RAPPRESENTAZIONALE DELLA COSCIENZA

RAPPRESENTA NEL MODO GIUSTO.

Se siamo consapevoli che il vino è alcolico abbiamo uno stato mentale che rappresenta sia che ‘’il vino è alcolico’’ che noi stessi.

SONO NECESSARIE DUE DISTINTE

TEORIA DEL MONITORAGGIO DI LIVELLO SUPERIORE –

RAPPRESENTAZIONI: UNA CHE RAPPRESENTA IL CONTENUTO E LA SECONDA LO STATO MENTALE DI BASE IN MODO DA

GENERARE LA SENSAZIONE DELLA CONSAPEVOLEZZA. DUE STATI MENTALI CHE INTRATTENGONO UNA

TEORIA DEL MONITORAGGIO DELLO STESSO LIVELLO –

RELAZIONE E SONO DIPENDENTI L’UN L’ALTRO.

Quest’ultima teoria si pone in una posizione intermedia: la consapevolezza è generata da uno stato meta­rappresentazionale, ma lo

colloca allo stesso livello di ciò che sta rappresentando. Queste teoria esercitano la loro influenza anche nel campo

dell’autocoscienza.

I requisiti che sembrano distinguere uno stato mentale autocosciente da uno di cui siamo semplicemente consapevoli sono

l’attribuzione di qualche conseguenza alla consapevolezza di avere una data rappresentazione e l’esperienza di un certo tono

emotivo.

Ragionamento riflessivo ed emotività si dispiegano nello stesso corso. Essere autocoscienti vuol dire attribuire una qualificazione al

fatto di intrattenere consapevolmente certe rappresentazioni. Essere autocoscienti è uno stato mentale di secondo ordine rispetto

all’essere coscienti, in quanto presuppone quest’ultima condizione e fa leva su di essa.

Le due componenti dell’autocoscienza

3. 1. Riconoscimento di sé e ragionamento riflessivo

La percezione della propria consapevolezza (fenomeno tutto­o­niente) avviene in maniera immediata e unitaria. Se siamo

autocoscienti lo si è in modo pieno, altrimenti non si è consapevoli di qualcosa. Se siamo consapevoli di noi stessi tutta la vita

mentale (responsabilità morale, capacità di calcolare) ha luogo, al contrario non siamo responsabili di nulla. Questo modo di

ragionare identifica la consapevolezza di sé con la lucidità.

La consapevolezza è la principale condizione di possibilità della responsabilità che nutriamo verso il significato delle azioni e senza

di essa non sarebbe presente la responsabilità, sia morale che giuridica.

Il senso comune è indeciso se considerare embrioni, feti, scimpanzé e disabili mentali gravi come autocoscienti e non si considera

l’eventualità che un individuo sia autocosciente solo certi punti di vista. Diversi scienziati abbracciano l’aspetto della coscienza come

fenomeno tutto o niente.

Distinguiamo nel concetto ordinario di autocoscienza due nozioni distinte: da una parte, considerare tutte le capacità che hanno a

che fare col riconoscimento di se stessi, e dall’altra, tutte le manifestazioni di un’autentica e complessa vita interiore. Dividiamo

quindi questi fenomeni in due gruppi:

RICONOSCIMENTO DI SE’

RAGIONAMENTO RIFLESSIVO

Il riconoscimento riflessivo è la forma più semplice di autocoscienza e richiede che il soggetto sia capace di riferirsi a sé stesso

tramite uno schema del proprio corpo. Altre forme di riconoscimento di sé riguardano il riconoscimento della propria voce, parti del

corpo, odore ecc. Pratiche come la rasatura o il truccarsi non sarebbero possibili senza questa forma elementare di

consapevolezza. 2. L’articolazione della vita interiore

Il ragionamento riflessivo è una forma più complessa di autocoscienza. Consiste nel fare inferenze tra concetti che si riferiscono a chi

li intrattiene, ovvero la capacità di considerare il ruolo che un concetto ha all’interno della rete riflessiva in cui si trova.

Il pensiero, oltre che ad essere rivolto verso altre persone e eventi del mondo, può essere rivolto verso se stessi. Possiamo diventare

oggetto del nostro ragionamento, ed è questo il ragionamento riflessivo. Se mi attribuisco una proprietà (rissoso, irascibile,

intelligente), sono condotto ad attribuire altre proprietà che riguardano le proprietà che mi sono attribuito. Il

ragionamento riflessivo è la forma più complessa di attività che la nostra mente può intraprendere.

Si potrebbe dire che il ragionamento riflessivo è autocoscienza autentica, mentre quello di sé è il modo in cui funziona la nostra

mente automatica. A differenza della consapevolezza dell’aspetto della nostra faccia o altro, bisogna distinguere il fatto che uno stato

mentale riflessivo ha delle conseguenze e il fatto che noi gliele attribuiamo, al contrario del primo.

Coloro che ritengono che la vita mentale sia concettuale pensano che anche il riconoscimento di sé abbia questa caratteristica, in

quanto si ritiene che per individuare servano dei criteri di identificazione e quindi far leva su dei concetti, ma ritenere che tutta la

conoscenza proceda per concetti è un errore, in quanto ci sono molte forme di conoscenza che non sono concettuali.

La conoscenza non si basa esclusivamente sulla contemplazione del contenuto di certe frasi, ma anche in numerose abilità

operative come allacciarsi le scarpe. Per padroneggiare un concetto bisogna conoscere le proprietà del concetto stesso e saper fare

un confronto con altre proprietà, altrimenti non siamo in grado di esibire la conoscenza in questione.

La distinzione tra conoscenza concettuale e non concettuale vale anche per l’autocoscienza. Essere consapevoli di se stessi è un

modo per conoscersi. Come esiste una conoscenza concettuale e una non concettuale delle altre persone e del resto del mondo,

vale anche per la conoscenza di se stessi. La conoscenza di se stessi mediata dai concetti è il ragionamento riflessivo, mentre la

conoscenza non concettuale di se stessi è il riconoscimento consapevole. Nel complesso il riconoscimento di sé può darsi senza e

con consapevolezza.


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MFallout

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione: editoria e giornalismo
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MFallout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della mente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Perconti Pietro.

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