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L'autocoscienza

Pietro Perconti: Cosa resta di noi

Nella fattoria abbandonata

La sensazione della propria consapevolezza ha una solida base intuitiva. Ciascun individuo sa di essere autocosciente in maniera istintiva e diretta, considerandola una propria caratteristica. Le intuizioni più comuni riguardanti l’autocoscienza fanno parte degli strati più profondi dell’immagine che ognuno ha di sé stesso e sono sfidate da diversi scienziati contemporanei della mente.

Pensiamo alla vita mentale che sperimentiamo come qualcosa che accade sulla scena del nostro io. Io ho le mie rappresentazioni, come credenze ed emozioni e sono io a decidere cosa desidero o temo. Una delle domande che ci si pone è se l’autocoscienza sia una sensazione ingannevole, allucinata.

I dubbi avanzati nel corso della filosofia riguardavano il modo in cui l’io viene dato nella nostra esperienza quotidiana mentre oggi il problema fondamentale riguarda la coesione tra l’immagine intuitiva di se stessi e i risultati sperimentali della nuova scienza della mente. Uno dei neuroscienziati più influenti, Michael Gazzaniga, ritiene che sia un compito delle neuroscienze cognitive quello di spiegare che l’Io non è altro che un’illusione. Quando pensiamo a noi stessi, ci immaginiamo come i nocchieri di una nave. Al contrario, dovremmo immaginarci come spettatori degli automatismi del cervello. Mentre crediamo di essere i registi di ciò che facciamo, in realtà il cervello ha già deciso per noi e ci inganna, facendoci credere di esser stati noi a comandare. La nostra testa è piena di automatismi che determinano i nostri comportamenti e sono loro a comandare.

Daniel Dennett giunge a conclusioni analoghe e prospetta la fine dell’immagine della mente che chiama "Teatro Cartesiano" ovvero la mente è una specie di teatro. Dennett conclude che non esiste un luogo centrale (il Teatro Cartesiano appunto) dove tutto converge per essere esaminato da un osservatore e, per elaborare una buona teoria sulla coscienza bisogna abbandonare il concetto di soggetto. Bisogna far apparire la mente cosciente come una fattoria abbandonata piena di macchinari dove non ci sarebbe alcun testimone a osservare gli automatismi del cervello.

La mente automatica

Generalmente, le parole consapevolezza e automaticità sono usate come contrari. Se un comportamento è automatico viene considerato inconsapevole. Ad esempio, quando il medico colpisce il nostro ginocchio col martelletto agiamo senza volontà e ci sentiamo vittime del nostro corpo.

È possibile immaginare creature che fanno tutto in maniera automatica, come gli zombie del cinema. Gli zombie (diversi da quelli del cinema) della filosofia sono del tutto identici alla gente comune perché non provano nulla. Nell’accezione filosofica sono importantissimi per determinare l’eventuale vantaggio che c’è nell’essere consapevoli di sé stessi. Se, ad esempio, uno zombie fosse indistinguibile dal suo doppione consapevole, ci si potrebbe chiedere se essere consapevoli serva a qualcosa.

L’impressione zombica è un problema difficile per la psicologia computazionale e per tutte le teorie che dipingono la mente come una fattoria abbandonata perché gli approcci computazionali allo studio della mente tralasciano l’aspetto centrale di cosa vuol dire essere consapevoli di se stessi. La mente è molto più automatica di quanto immaginiamo. Piuttosto che essere degli zombie immaginari, siamo abitati da migliaia di zombie reali che "abitano" nel nostro cervello.

Oltre ai movimenti involontari vi sono movimenti che vogliamo eseguire che rimangono al di fuori della nostra consapevolezza ed è stato dimostrato come il cervello processi l’informazione necessaria a compiere questi movimenti prima che questo dia luogo ad un’esperienza cosciente. In un esperimento, ad un soggetto veniva chiesto di pronunciare un suono mentre cercava di afferrare un input nella maniera più rapida possibile. Quando il soggetto era costretto ad una correzione del movimento volto ad afferrare il bersaglio, la risposta vocale subentrava 350 millesimi di secondo dopo che la correzione aveva avuto luogo. La risposta vocale (che segna la consapevolezza dell’azione) appare dopo che l’azione è iniziata e sembra quindi che il movimento sia eseguito inconsapevolmente.

Questo caso mostra che ci sono molte attività che immaginiamo consapevoli, elaborate in realtà in maniera inconscia. Per spiegare questi fenomeni ci si serve dell’idea che esista una dissociazione tra due sistemi visivi: un sistema semantico (ventrale) associato a rappresentazioni coscienti che individuano gli oggetti, ed uno pragmatico (dorsale) che è rivolto al controllo visivo dell’azione e che non danno luogo ad una consapevolezza. L’esistenza di due diversi sistemi visivi è provato dall’esistenza di casi di doppia dissociazione (uno dei due sistemi è danneggiato). Ad esempio una giovane donna scozzese non è in grado di capire la differenza tra un forchetta e un coltello ma è in grado di afferrarli correttamente (pragmatica/dorsale). Il sistema dorsale sembra avere più funzioni oltre all’elaborazione visivo­motoria: relazione spaziale tra oggetti e immagazzinare schemi motori necessari a usare attrezzi o utensili.

La coscienza non svolge un ruolo determinante quando evitiamo un ostacolo, ma dobbiamo essere soddisfatti di essere così perché si tratta di un modo per essere efficienti. In certi casi, l’accuratezza dell’azione è più importante della sua consapevolezza, d’altronde l’azione può essere eseguita ugualmente inconsciamente. Il cervello ha bisogno di tempo per fornirci la sensazione di aver agito in maniera consapevole e, a volte, non c’è abbastanza tempo affinché questa sensazione abbia luogo.

La visione cieca e altri ossimori

La percezione sembra consapevole per definizione. Ci sono cose che sono indipendenti dal fatto di essere rappresentate da una mente, e cose che invece non esisterebbero se qualcuno non le contemplasse.

In una scena percettiva, vediamo più elementi di quanto siamo consapevoli di vedere come nel caso del filmato di Simons e Chabris. La nostra attenzione si concentra sui passaggi della squadra bianca e non ci accorgiamo di un uomo vestito da gorilla che balla come Michael Jackson. Dopo aver visto il filmato ci chiediamo come sia possibile non esserci accorti di una fatto talmente vistoso. Questi elementi possono però, esercitare il loro effetto sul nostro comportamento. Con metodi come il priming è stato dimostrato come il nostro cervello può vedere un colore, un volto o una forma, senza però essere fornire la sensazione consapevole di averli visti. Altri fenomeni che mostrano come l’informazione percettiva possa essere elaborata senza consapevolezza riguarda la visione cieca.

Negli anni Settanta è stato scoperto che individui colpiti da una lesione al cervello (incapaci quindi di vedere una regione dello spazio), conservavano qualcosa della loro vista. Ai pazienti veniva chiesto di indicare un punto luminoso nella zona in cui non vedevano niente e, nel 99% dei casi, i pazienti riuscivano a indicare il punto luminoso posto nella regione cieca. Possiamo però affermare che, in un certo senso, tutti soffriamo di visione cieca. Supponiamo di guidare un macchina e conversare con un amico di fianco a noi. Siamo concentrati sulla discussione e ne siamo consci e, allo stesso tempo, affrontiamo il traffico, evitiamo marciapiedi e pedoni e seguiamo le indicazioni stradali senza esserne consci. Non è la stessa cosa, ma l’analogia tra questi due casi suggerisce che la consapevolezza non sia necessaria per l’elaborazione di informazioni visive. Sia la visione cieca che il neglect contrastano l’idea comune secondo cui i processi coscienti sarebbero un fenomeno unitario.

Sempre con un po' di ritardo

I processi automatici sono solitamente veloci. Nel libro Mind Time, Libet illustra la sua scoperta secondo cui alla mente, serve del tempo per diventare cosciente. Secondo Libet, affinché il cervello produca una sensazione cosciente, occorre mezzo secondo tempo noto come il "Libet". Nel 1965, due ricercatori hanno scoperto che circa 800 millesimi di secondo prima dell’inizio di un movimento controllato nel cervello si registra un’onda che serve, presumibilmente, a prepararlo (potenziale di preparazione).

Libet, nel suo lavoro, ha approfondito l’idea che nel cervello succede qualcosa prima di diventare consapevoli. Applicando delle scariche elettriche alla corteccia cerebrale, si aspettava che i pazienti sentissero una stimolazione non sulla corteccia ma sulla superficie della pelle. La ragione di questa aspettativa risiede nel cosiddetto Homunculus di Penfield, ovvero una mappa dei luoghi della corteccia cerebrale in cui vengono rappresentate le varie parti del corpo. Basandosi su questa mappa, Libet si aspettava che la stimolazione sulla corteccia avrebbe prodotto una sensazione periferica.

Aspettativa corretta ma, il resoconto del paziente non era immediato e occorreva circa mezzo secondo prima che il paziente potesse avvertire la stimolazione. I qualia, le qualità soggettive dell’esperienza cosciente, sono una porzione di mente che va assolutamente spiegata. Libet affermava che se si vuole studiare la coscienza bisogna occuparsi di quella sensazione oggettiva. Se le cose stanno come dice Libet, viviamo con mezzo secondo di ritardo rispetto al nostro cervello, viviamo in "differita". Senza l’adeguatezza neuronale nessun individuo sarebbe in grado di sperimentare una sensazione consapevole.

Libet non ritiene, in seguito alle sue scoperte, che l’uomo sia un automa nelle mani del suo cervello. È proprio quel mezzo secondo necessario per produrre la coscienza che preserva la possibilità del libero arbitrio. Durante quel periodo, è possibile inibire l’azione che il cervello ha iniziato automaticamente. Le sue ricerche dimostrano come vi sia uno scarto temporale tra la sensazione della consapevolezza di un movimento e il movimento stesso e dimostrano quanto sia sbagliata l’immagine secondo il quale il nostro io è qualcosa che dà ordini al cervello e al resto del corpo. Libet non mette in discussione il libero arbitrio e siamo sempre responsabili delle nostre azioni. Il nostro cervello è automatico ma noi siamo liberi e la nostra libertà si trova nell’interazione con il mondo sociale.

Il nostro io che viene fuori

L’idea che la libertà si trovi nella società piuttosto che nel cervello è affascinante ma, considerando la natura delle relazioni umane, nascono altri motivi per dubitare delle intuizioni sulla nostra vita interiore. Per molti scienziati, l’identità di un individuo è il riflesso della sua vita sociale. I fattori esterni di natura socio-culturale dell’individuo avrebbero la priorità su quelli interni di natura bio-psichica.

Gli scienziati sociali ritengono l’individuo, in questa prospettiva, non è che l’insieme dei ruoli sociali che svolge nella rete di relazioni in cui si trova. Secondo alcuni antropologi ci sono culture in cui l’identità personale è costruita in maniera relazionale ed è preferibile parlare di dividualità invece di individualità. Se l’identità di un individuo dipende da fattori esterni, allora anche gli oggetti, finiscono per essere elementi essenziali. Per esempio, il riso per chi vive in Giappone può sembrare un elemento imprescindibile per l’identità personale.

Esiste davvero

Coscienza e autocoscienza

Per decenni, dove in psicologia imperava il comportamentismo ovvero mente, coscienza e tutti i suoi derivati venivano visti come inutili, l’autocoscienza è stata un tabù scientifico. Rispetto agli inizi del Novecento le cose sono cambiate e i progressi delle scienze cognitive sono celebrati. Con l’accumularsi delle conoscenze, è diventato possibile affrontare il tabù che gravava sulla coscienza e, studiarla in modo scientifico è stato presentato come l’ultimo baluardo sulla strada della piena comprensione della vita mentale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/02 Logica e filosofia della scienza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MFallout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della mente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Perconti Pietro.
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