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Giovanni Sartori: pluralismo, multiculturalismo ed estraneo

Parte prima: pluralismo e società libera

La società aperta: di quanto?

Popper afferma che la società deve essere aperta e non chiusa. Per aperta si intende che non deve autodistruggersi come società, ma è importante chiarire che questo tipo di società non è senza frontiere. Le frontiere sono spostabili ma ce ne sarà sempre qualcuna. Questo tipo di società è stato teorizzato da Popper nel suo scritto La società aperta e i suoi nemici. Il primo nemico, secondo Popper, è Platone. Secondo Popper, gli elementi caratteristici di questa società sono:

  • Razionalismo critico
  • Libertà individuale
  • Tolleranza

Quindi si può affermare che la società aperta è quella intesa dal liberalismo, cioè una visione di Stato che protegge il bene comune e limita ugualmente la libertà dei cittadini. Per individuare cosa vuol dire società aperta, occorre individuare un codice genetico che viene individuato nel pluralismo, in quanto esso codifica i meccanismi che hanno prodotto la società libera e la città liberale.

Pluralismo e tolleranza

Il concetto di pluralismo è un concetto difficile da comprendere in quanto è pieno di diversi significati. Secondo alcuni autori, la parola è soggetta al notivismo, cioè la smania di essere originali. Questo termine è diventato abusato e trivializzato, occorre quindi ricostruirlo e restaurarlo. L'idea di pluralismo implica il concetto di tolleranza, ma tuttavia i due concetti sono totalmente diversi ma connessi. Il pluralismo presuppone la tolleranza e quindi un pluralismo intollerante è un falso pluralismo. La differenza sta nel fatto che la tolleranza rispetta i valori altrui, mentre il pluralismo afferma un valore proprio in quanto dissenso e diversità arricchiscono l'individuo e la sua città politica. Molti reputano che ciò sia dovuto alla teoria del puritanesimo e il suo più importante esponente è stato Lindsay, il quale afferma che nel puritanesimo parole come democrazia e libertà erano ideali spregevoli. Tuttavia, questa teoria ha rotto il nodo tra la sfera di Dio e quella di Cesare, contribuendo alla depoliticizzazione della società con la creazione di associazioni in cui il legame interno prevale su quello tra individui e Stato. Fin dal XVII secolo si riteneva che la diversità fosse causa di discordia negli stati. I despotismi, le autocrazie e gli imperi sono portatori di una visione monocromatica, mentre la democrazia è multicolore.

Pluralismo partitico

I partiti vengono denominati tali perché la politica è fatta di parti ed è bene che sia così; esse si sono affermate storicamente nel tempo. Ciò sottintende che i partiti hanno sempre lottato tra di loro; anticamente erano chiamati fazioni. Il cambiamento da fazioni a partiti deriva da Burke, il quale li definisce come un corpo di persone unite per promuovere gli interessi nazionali. Le fazioni quindi rappresentano una lotta meschina per ottenere posti di prestigio, mentre i partiti vengono definiti come onorevoli connessioni. Secondo Burke, i partiti erano il superamento delle fazioni. I partiti erano contemplati da Hobbes e non ritenuti necessari da Rousseau. I partiti vengono in essere solo quando si ha la visione che un mondo molteplice sia migliore di un mondo monocromatico.

L'impoverimento del concetto

Il concetto di pluralismo si è sviluppato nel tempo a partire dall'intolleranza che si trasforma in tolleranza, poi in rispetto del dissenso e poi nel credere nel valore della diversità. I pluralisti inglesi del primo '900 derivarono la loro dottrina dal tedesco Gierke, riducendo il pluralismo ad una teoria multigruppo che nega il primato dello Stato. Ciò costituisce un impoverimento del concetto. Bentley contribuì con le sue teorie ad un ulteriore impoverimento del concetto, ipotizzando che il pluralismo è una rivendicazione di interesse, e negli anni sessanta si è identificato il pluralismo come qualcosa presente sempre e ovunque.

Livelli di analisi

Sartori evidenzia tre livelli di analisi:

  • Pluralismo come credenza: corrispondenza tra monismo e secolarizzazione. A livello di credenze, la cultura pluralistica è tanto genuina quanto più richiama a sé il principio della tolleranza rispettando il contesto multiculturale in cui si trova. Il pluralismo promuove una società aperta che riflette un ordine spontaneo, assicurando la pace interculturale in cui vi è un riconoscimento specifico. Secondo Wohlin, il nuovo pluralismo si riferisce ad azioni involontarie di sesso o razza che conducono ad un'etichetta. Un pluralismo che rivendica una secessione culturale viene considerato anti-pluralismo.
  • Pluralismo sociale: le società sono differenziate tra di loro quindi pluralisticamente, tuttavia questo non vuol dire differenziazione sociale.
  • Pluralismo politico: diversificazione del potere in gruppi che non sono esclusivi ma indipendenti. Il punto centrale del pluralismo non è né il conflitto né il consenso ma la dialettica del dissentire. Il consenso però è rilevante specialmente quando riguarda la risoluzione dei conflitti. Il consenso pluralistico si fonda su un processo di aggiustamento tra menti e interessi dissenzienti. Un altro punto importante consiste nel rapporto tra pluralismo e regola maggioritaria. Nel caso di minaccia di tirannide, il pluralismo la rifiuta, tuttavia se la regola maggioritaria viene usata come legittimazione del rispetto dei diritti della minoranza. Un altro aspetto riguarda il nesso tra pluralismo e politica della pace, in quanto esso nega che il principe e il Papa abbiano una pretesa totale su di noi, questo porta ad una tutela della sfera privata dell'esistenza tale che le vicende politiche non mettano più in pericolo la vita dei contendenti. Un ultimo punto riguarda la configurazione strutturale del pluralismo; è importante chiarire che una società frammentata non è pluralismo e che società di associazioni multiple non sono pluralismo, in quanto queste associazioni devono essere volontarie e aperte ad affiliazioni multiple. Il pluralismo funziona dunque quando le linee di demarcazione dette cleavages sono neutralizzate da affiliazioni; in questo caso la pace è assicurata da elite consociative.

Tolleranza, consenso e comunità

Per comprendere il pluralismo, occorre fare riferimento a tre concetti fondamentali:

  • Tolleranza: la tolleranza non è indifferenza, né presuppone indifferenza. È vero, come spesso si sostiene, che la tolleranza presuppone un relativismo. Ma la tolleranza è tale (lo dice il nome) proprio perché non presuppone una visione relativistica. Chi tollera ha credenze e principi propri, li ritiene veri, e tuttavia concede che altri abbiano il diritto di coltivare "credenze sbagliate". Il punto è importante perché stabilisce che il tollerare non è, né può essere, illimitato. "La tolleranza è sempre in tensione e non è mai totale. Se una persona tiene a qualcosa, cercherà di farla accadere; altrimenti è difficile ritenere che davvero ci tenga. Ma non cercherà di farla accadere con qualsiasi mezzo, a ogni costo." Il secondo criterio coinvolge l'harm principle, il principio di non far male, di non danneggiare. Insomma, non siamo tenuti a tollerare comportamenti che infliggono danno o torto. E il terzo criterio è sicuramente la reciprocità: nell'essere tolleranti verso altri ci aspettiamo, a nostra volta, di esserne tollerati.
  • Consenso: distinzione tra consensus e consent che porta a precisare che il consenso può essere un concorrere generalizzato passivo, quindi esso è un condividere che in qualche modo lega.
  • Comunità: anche essa è un condividere che in qualche modo lega, in particolare si fa riferimento allo Stato-Nazione che ha come punto importante la comunità. Lo Stato-Nazione è un'identità di sangue, un'entità organica fondata e rinforzata dalla rivoluzione Francese. Tanto più la comunità Nazionale si indebolisce, più occorre ritrovare il concetto di comunità. Ogni volta che una sovrastruttura (la nazione, l'impero o altro) si disgrega, noi torniamo inevitabilmente alla infrastruttura primordiale che i greci chiamavano koinonía, e risorge il bisogno di ritrovare una Gemeinschaft, un collante che «sentiamo» e che ci collega e ci lega. Gemeinschaft (comunità) era il concetto che Tönnies contrapponeva a Gesellschaft (società). La prima era, per lui, un «organismo vivente», mentre la società era soltanto un aggregato meccanico non più fondato su un immediato idem sentire ma su mediazioni di scambio e di contratto. Tönnies resta, sul concetto di comunità, il classico di riferimento. Ma la sua Gemeinschaft era soltanto, o comunque soprattutto, il «gruppo primario». Ora, non nego che il significato forte del concetto si dispieghi nei gruppi simbiotici. Ma di comunità si dà anche un significato più debole che si estende al contesto che Cooley chiamava «gruppo secondario». Riformulo così: la comunità di Tönnies è la comunità concreta, al di là della quale si dà anche la comunità astratta. Pertanto, riprendendo il mio filo, non sto dicendo che dobbiamo tornare al piccolo, e che «il piccolo è bello». È vero che le comunità del passato (la polis greca, i comuni medievali, la democrazia di villaggio) erano micro-collettività che operavano faccia a faccia. Ma se la comunità non è concepita come un corpo operativo, ma come un identity marker, un comune sentire nel quale ci identifichiamo e che ci identifica, allora non occorre che una comunità sia piccola. Importante è la contrapposizione schmittiana tra Freund e Feind, tra amico e nemico. Nemmeno riesco a credere, all'altro estremo, alla diffusa apertura cosmopolitica auspicata dall'ultimo Dahrendorf. Parlare di comunità mondiale vuol dire svalutare il concetto di comunità. Ogni comunità implica clausura, un raccogliersi assieme che è anche un chiudere fuori, un escludere. Un «noi» che non è circoscritto da un «loro» non ha luogo d'essere.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher r.greco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Gatti Roberto.
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