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Uno sguardo al dibattito attuale: la riabilitazione della filosofia pratica

Introduzione

Tra la metà del secolo scorso e l'inizio di quello attuale c'è stato un processo di rivalutazione della filosofia pratica, in particolare in Germania. È importante evidenziare il pensiero di quattro autori: Perelman, Arendt, Rawls e Habermas. I quattro autori possono essere divisi in due filoni: Neo-aristotelico (Perelman, Arendt) e neo-kantiano (Rawls e Habermas).

La teoria dell'argomentazione di Chaim Perelman

Perelman pone come cardine della sua filosofia la critica al monismo metodologico di matrice cartesiana che assume il modello dell'evidenza come unico paradigma del sapere. Ciò ha condotto a relegare nella dimensione irrazionale tutte quelle forme di prassi come l'agire morale oppure le conoscenze che ad esso non possono essere ricondotte. Si è verificata quindi un'eliminazione della tecnica dell'argomentazione come tecnica del discorso filosofico che favorisce l'irrazionalismo escludendo la parte più considerevole e significativa dell'esperienza umana, portando alla rinuncia della filosofia pratica.

Considerando la razionalità nel senso cartesiano si finisce per togliere alla ragione la possibilità di attuare la ragion pratica creando lo scetticismo. Lo scetticismo e l'irrazionalismo fanno parte di un pluralismo metodologico che riconosce non solo il paradigma della razionalità ma anche quello dell'agire umano. La teoria dell'argomentazione si rifà alla dialettica socratica evidenziando un tipo di razionalità che pur non dando dimostrazioni scientifiche è comunque dotata di un suo rigore.

Tuttavia, questa teoria non è la certezza assoluta in quanto le conclusioni a cui perviene non sono definitive e sono oggetto di revisione continua. Le tecniche usate sono quelle della persuasione usate nel confronto tra soggetti che vogliono chiarificare il loro agire. L'argomentazione viene spesso usata nelle controversie quando si usano delle ragioni pro e contro, quando si obietta o si confuta un qualcosa. Perelman sostiene che è nell'argomentazione che bisogna ricercare la via verso la logica dell'azione e dei giudizi di valore che manca alla filosofia contemporanea.

La razionalità di tipo argomentativo implica il riconoscimento dei limiti della ragione, ma nello stesso tempo evidenzia la sua capacità di giungere a conclusioni plausibili mediante il confronto di opinioni. Ammettere una giustificazione razionale implica l'ammissione di un uso pratico della ragione non solo per dimostrare o calcolare un qualcosa ma bensì per presentare delle ragioni pro o contro un qualcosa.

Quindi si può considerare l'argomentazione come una via di mezzo tra la sfera dell'evidenza e quella dell'irrazionale. Tuttavia, la teoria dell'argomentazione, opponendosi a un esito irrazionalistico, tenta di definire una razionalità limitata ma che motivi le proprie conclusioni. Viene quindi rifiutata una fondazione metafisica e assoluta della verità ma anche la rigorosità del metodo scientifico e la scelta irrazionalistica della filosofia odierna.

In sintesi, Perelman propone un tipo di filosofia razionale privata delle sicurezze e certezze incrollabili, che ha come punto cardine il dialogo così come dovrebbe avvenire in una democrazia, che viene giudicata dall'autore come miglior contesto per l'esercizio di una ragion pratica semplicemente ragionevole.

La teoria della politica come spazio pubblico della parola: Hannah Arendt

Il pensiero di Hannah Arendt è costituito da un radicale ripensamento della figura del politico. L'autrice fa riferimento alla polis greca che lei ritiene come l'essenza dell'ambito del politico in quanto è costituita dall'azione nello spazio pubblico. Chi era fuori dalla polis era fuori da un mondo in cui il discorso aveva senso e in cui i cittadini avevano come attività fondamentale parlare tra di loro.

L'attività della politeustai consiste nel dedicarsi entro le mura della città e sotto la protezione delle leggi a tutto ciò che concerne il bene comune, in quanto ogni individuo esponendosi in pubblico porta il proprio contributo alla risoluzione dei problemi comuni. Ciò avviene attraverso il confronto basato sulla persuasione, l'agire politico infatti è una prassi che persegue finalità di interesse collettivo mediante l'esposizione delle proprie opinioni per dar luogo a decisioni fondate su un'intesa ottenuta con un metodo dialogico relazionale ed esclude quindi ogni principio di coercizione.

La Arendt afferma che essere politici nella polis voleva dire decidere tutto mediante la persuasione, in quanto nella concezione greca costringere qualcuno con la violenza era un modo di trattare tipico dei barbari e della loro organizzazione sociale dispotica. Quindi la politica esclude la coercizione come suo modus operandi tendendo a qualificarsi come luogo privilegiato della comunicazione tra i cittadini. Infatti, nell'antica Grecia essere liberi voleva dire non essere sotto il comando di nessuno e quindi vi era una maggiore libertà.

Questo porta a un'evidente distinzione tra pubblico e privato. Quest'ultimo è una sfera in cui vengono espletate le attività del lavoro, che si divide in lavoro e opera, che rappresentano momenti inferiori e subordinati della condizione umana. Nel primo caso la condizione è confinata all'ambito ristretto dei bisogni elementari legati alla conservazione della vita. Nell'opera invece l'agire umano non oltrepassa la dimensione dell'utilità e permea tutto il mondo delle relazioni umane a livello economico.

La consuetudine delle poleis di ammettere ad occuparsi degli affari pubblici solo quelle persone non direttamente impegnate in attività lavorative evidenzia il fatto che la maggiore indipendenza individuale consente un'azione autentica che è finalizzata al bene di tutto. Quindi l'agire politico si presenta come spazio della libertà e dell'uguaglianza ma anche come luogo imparziale. La progressiva decadenza delle poleis porta a un totale impoverimento della politica identificata come la sfera del monopolio da parte dello stato ottenuta con la forza, questo porta a cercare la libertà nella dimensione privata.

Attualmente il luogo della libertà è la società civile in cui si svolgono i rapporti, innanzitutto economici, ciò rende la condizione umana limitatamente libera. Inoltre, la politica finisce per assumere un ruolo prevalente strumentale a servizio dell'economia in quanto la crescita di grandi apparati tecnico-amministrativi ha facilitato la tirannia dello Stato.

Tuttavia, la posizione della Arendt è stata criticata anche da filosofi vicini alla sua posizione evidenziando l'eccessiva unilateralità della teoria e l'astrattezza nell'agire politico. Ad esempio, Habermas critica il concetto di prassi comunicativa affermando che alcuni aspetti presenti nella politica non potranno mai essere eliminati poiché elementi strategici (coercizione, successo nella competizione contro gli avversari).

La teoria dell'agire comunicativo di Habermas

Habermas nei suoi scritti effettua una critica serrata al positivismo in particolare evidenziando il fatto che la crisi della ragion pratica abbia portato al trionfo dell'irrazionalismo e del decisionismo sia in etica che in politica, portando a un accrescimento dell'irrazionalità, che porta a un decisionismo perlopiù irrazionale dei valori. Secondo Habermas la prassi è collegata alla teoria e la conoscenza è connessa agli interessi che la dirigono.

Egli distingue tre tipologie di interessi cognitivi: teorico, pratico, emancipativo; essi si riferiscono a una specifica sfera dell'attività umana cioè alla conoscenza volta alla disposizione tecnica dei processi oggettivati, all'interazione, all'autoriflessione, dando origine a una forma di sapere distinto. L'interesse teorico è collegato allo sviluppo della scienza per il dominio della natura, l'interesse pratico è connesso all'azione comunicativa e l'interesse emancipativo fa riferimento allo studio dei saperi a livello di comprensione verificando regolarità nell'agire sociale oppure rapporti di dipendenza ideologicamente irrigiditi ma in principio modificabili.

In questo caso diviene centrale il concetto di autoriflessione e di interesse all'emancipazione. Quest'ultimo può essere riconosciuto e fondato a priori mediante il linguaggio poiché esso porta inclusa in sé l'essenza dell'emancipazione in quanto conoscenza e interesse si saldano mediante la riflessione. Questo è il punto di partenza per la teoria dell'agire comunicativo che si basa su tre elementi fondamentali: l'agire comunicativo, il discorso pratico e la situazione discorsiva ideale.

Il primo principio si riferisce ai processi di comunicazione in cui le norme vengono riconosciute come parametri di comportamento senza essere ulteriormente discusse. Il secondo principio si riferisce al processo secondo il quale le regole vengono discusse in relazione alla loro normatività per ottenere un consenso razionale. Il terzo concetto enfatizza la tematica dell'argomentazione e in particolare la simmetria tra i partecipanti che permette l'interscambiabilità dei ruoli nel dialogo.

La situazione discorsiva ideale è quindi una supposizione reciprocamente avanzata di discorsi che si basa su delle regole che devono essere rispettate. Tuttavia, nessuna società storica rispecchia perfettamente questo concetto che oscilla tra dimensione normativa e trascendentale. La comunicazione deve essere libera da distorsioni e deve essere in grado di offrire lo spazio per attuare la dimensione dei fini, dei bisogni e degli interessi dei cittadini.

L'obiettivo è una società di uomini dialoganti che hanno una comunicazione consapevole e devono diventare soggetti in grado di agire. Il discorso è comunque regolato dalle norme che incorporano un interesse comune e dei giudizi imparziali che devono essere accettate da tutti gli interessati. Questo è un principio ponte verso l'etica del discorso secondo il quale una norma ha valore solo se tutti raggiungono un accordo sulla sua validità.

Interessante è la sua analisi sulla democrazia analizzando il nesso tra libertà individuale dei privati e autonomia pubblica dei cittadini. Questi due aspetti sono collegati tra di loro quindi lo stato non può esistere senza democrazia ed è importante che le due forme di autonomia sopracitate siano garantite. Inoltre, la libertà individuale può essere goduta solo se i soggetti privati hanno determinato la loro autonomia civica e i criteri per i loro interessi, tuttavia essi possono regolamentare la loro autonomia solo come cittadini dello Stato.

In "Fatti e Norme" Habermas evidenzia che per elaborare una teoria discorsiva della democrazia occorre differenziare principio morale e principio di discorso in cui le norme devono essere approvate in base a discorsi razionali. Queste norme si differenziano in regole morali in cui il principio del discorso ha carattere universale e regole giuridiche che devono essere approvate da tutti i consociati ad un processo giuridicamente costituito.

Il principio morale funziona da regola argomentativa per le questioni morali, mentre il principio morale dà per scontato il fatto di poter decidere per le questioni pratiche. Le norme morali inoltre sono conformi alla giustizia mentre le norme giuridiche si limitano a regolare i rapporti tra i cittadini appartenenti ad una comunità giuridica. Inoltre, il momento costruttivo presente nel campo della morale ha un maggiore peso anche giuridico: le ragioni che giustificano le regole morali ci conducono ad un consenso mentre la fondazione delle regole giuridiche è in funzione di un accordo razionalmente motivato.

In conclusione, questo tipo di modello evidenzia un tipo di politica in grado di connettere le diverse forme di comunicazione non solo attraverso l'etica ma anche attraverso il bilanciamento degli interessi e della morale della coerenza giuridica.

La teoria della giustizia di Rawls

Rawls opera un'importante distinzione tra bene, ovvero il mostrare ciò che rende inattuabile un intento normativo della filosofia politica, e giusto, ovvero i principi di accordo raggiunti da persone morali. Questa distinzione si articola in tre motivazioni:

  • Pluralismo delle visioni del bene: la neutralità politica verso le idee del bene si presenta come condizione imprescindibile per salvare l'unità statuale e la convivenza pacifica. Questo risultato si è raggiunto mediante una strategia giuridico-costituzionale che è stata resa indipendente dalle posizioni religiose e morali consentendo una cooperazione tra uomini con visioni di vita completamente diverse. L'origine del liberalismo politico trae le sue origini dalle controversie religiose del 600 e 700. Il successo del costituzionalismo liberale ha infatti rappresentato la scoperta di una nuova possibilità sociale ovvero quella di una società pluralistica ma stabile.
  • Autonomia della persona: ogni persona ha diritto di perseguire i propri obiettivi di vita e di coltivare i propri interessi in piena libertà nell'ambito dei principi di giustizia accettati. Questi principi devono derivare da una concezione del bene. Sandel afferma che la società è governata meglio quando ci sono principi che non presuppongono nessuna particolare concezione del bene poiché in caso contrario non ci sarebbe il rispetto della persona come esseri capaci di scelta.
  • Costruttivismo: persone razionali soggette a condizioni ragionevoli adottano principi che regolano la struttura di base della società. Le concezioni del bene sono radicate nella scelta individuale mossa dal sentimento e dall'emozione ma non dalla dimensione razionale. Ad ognuno è consentita un'uguale libertà purché non violi i requisiti della giustizia, adeguando le concezioni del bene alla propria situazione.

Rawls mette in evidenza che per motivare razionalmente i principi della giustizia occorre seguire una logica di tipo contrattualistico, cioè i principi del giusto devono essere considerati come il risultato di un patto tra persone morali, libere, uguali e autonome, poste nelle condizioni più idonee per giungere ad un'intesa vincolante che richiede la presenza del velo di ignoranza, cioè una condizione di parità nel non sapere quale posizione sociale si occuperà. Esso è la base per prendere decisioni imparziali difendendo uno status avvantaggiato e mutandone uno svantaggiato.

Egli postula due principi per poter attuare una distribuzione equa:

  • Primo principio: ogni persona ha diritto al più ampio sistema totale di eguali libertà per tutti.
  • Secondo principio: le ineguaglianze economiche e sociali devono essere per un maggior beneficio degli svantaggiati e avere uguali opportunità. Rawls ipotizza due regole di priorità: i principi di giustizia devono essere rafforzati e limitati solo in nome della libertà stessa:
  • Una libertà meno estesa deve rafforzare il sistema totale di libertà condiviso da tutti.
  • Una libertà inferiore deve essere accettabile per chi è in condizioni di svantaggio.

Una seconda regola è quella della priorità secondo la quale:

  • Occorre accrescere le opportunità di chi è svantaggiato.
  • Un risparmio eccessivo deve ridurre l'onere di chi sopporta privazioni.

Riassumendo, i tre punti principali della teoria di Rawls sono:

  • Distinzione tra bene e giusto.
  • Concetto del velo di ignoranza.
  • Fondamento teorico della società o di una particolare forma di governo.

Filosofia politica tra ragionevolezza e verità

L'obiettivo di questi autori è quello di riabilitare la filosofia pratica. Ciò si riconduce a un tentativo unitario di individuare una forma di razionalità diversa da quella scientifica. Si tratta di un tipo di razionalità aperta, non costrittiva ma democratica, in cui non si impone niente a nessuno tenendo comunque conto del contributo di tutti (Arendt). Si tenta quindi di ricostruire un rapporto tra etica e politica riscattando la prima dall'irrazionalismo e la seconda dal decisionismo. Gli autori esaminati si muovono nel campo della ragionevolezza (Perelman, Rawls), oltre che ad un tipo di giustizia globale (Habermas). È importante che la filosofia politica sia una valutazione morale delle istituzioni, delle regole, delle scelte collettive. Tuttavia, può essere limitante asserire che questo compito fornisca lo sfondo migliore per la cooperazione o per la comunicazione razionale tra gli esseri umani.

Capitolo 2: Natura umana e ordine politico

Premessa

La filosofia implica come parte integrante un'antropologia filosofica, cioè una concezione dell'uomo che lo spinge verso la politica. I filosofi che si sono occupati di politica a partire dall'epoca della Grecia Classica hanno posto interrogativi costanti che riguardano: l'origine dell'ordine politico, il suo fine, il principio di legittimità dell'ordine politico, il miglior regime possibile, significato e ruolo della filosofia nella politica. Quando questi punti sono stati oggetto di discussione, la filosofia politica ha dovuto affrontare un passaggio di complessa ridiscussione.

Ordine dell'anima e ordine delle città secondo Platone

Secondo Platone, la polis nasce dall'insufficienza dei singoli a provvedere ai propri molteplici bisogni. Poiché nessun individuo è in grado di svolgere da solo tutti i compiti richiesti, questo comporta la coabitazione politicamente organizzata e la divisione delle attitudini e dei talenti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher r.greco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Gatti Roberto.
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