Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Klein ritiene che nella società politica essere libero vuol dire essere pienamente uomo, in

quanto vincolato dalle sole leggi della ragione. Egli sostiene che è proprio il senso di giustizia che

suscita nel cittadino l'inclinazione morale a soddisfare la propria obbligazione giuridica verso la

collettività.

Difatti Klein sottolinea la contraddizione logica tra dovere e coercizione perché la coazione

costringe soltanto ma non obbliga, mentre il criterio pufendorfiano cogere-obbligare rappresenta il

sogno utopico di Klein: una società pensata senza Stato; Stato che come forza coercisce, come

valore obbliga.

Per realizzare questo ideale il legislatore dovrebbe abituare i cittadini alla spontanea

osservanza dell' ordine giuridico ed ogni cittadino dovrebbe agire come se non esistesse alcuna

autorità che lo costringa a fare il proprio dovere. In tale contesto sarebbe impossibile il verificarsi

della coercizione.

Il sogno di Klein non va però inteso alla stregua di un ideale anarchico perché in ogni ramo

dell'amministrazione la giustizia rimane comunque il primo dovere del sovrano. Klein interpreta la

salus pubblica come il benessere di tutti coloro che integrano lo Stato sicchè, essendo incentivati a

promuovere il loro benessere, i cittadini rispettano le leggi ed assolvono i propri obblighi ad i quali

corrispondono l'assegnazione di ampi diritti. Partendo da questi presupposti la rappresentanza della

nazione non è altro che l'artifizio volto a realizzare l'ideale di sovranità popolare.

Klein è del parere che quanto più uno Stato sia grande e sprovvisto di forze, tanto più esso

dovrà fare affidamento sulla buona volontà dei cittadini.

Secondo Klein il tratto qualificante della società civile è da ravvisarsi nella presenza di

obblighi civili, conversione dei preesistenti obblighi sociali, attinenti alla natura dell'uomo. Sentirsi

vincolato ai fatti costituisce per Klein l'autentico cemento della società civile. Nella sua visione

anche il comportamento del regnante verso la collettività deve essere guidato dall'idea di dovere.

Al pari dei cittadini il sovrano deve eseguire i suoi obblighi come se fosse vincolato da un

contratto. In tal modo la figura del Sovrano esemplifica quella della "persona dello Stato".

Questa scissione tra Stato e società conduce alla libertà civile, ma non alla libertà politica.

Per Klein il dovere del Sovrano consiste nel far rispettare i vicendevoli doveri dei cittadini ai quali

sarà concesso di realizzare, nella società civile, il lato etico-materiale della giustizia (rispetto delle

leggi). La libertà civile si definisce nel porre le condizioni del benessere personale del cittadino

4

(libertà esterna) le quali consentano lo sviluppo della sua natura finalistica (libertà interna).

La libertà civile è frutto di quella dinamica dei doveri che sostanzia il rapporto politico:

mentre il cittadino deve attenersi al principio di subordinazione, il sovrano deve conformarsi

all'obbligo di tutela della libertà civile, preservando l'eguaglianza tra le sfere giuridiche individuali

senza mai interagire in esse.

Per Klein la funzione politica del cittadino deve risolversi all'interno della società civile, in

uno spazio lontano dallo Stato. Il ruolo di controllo istituzionale svolto dalla partecipazione politica

può essere compensato dall'autolimitazione, su basi morali, del potere sovrano, teso a realizzare gli

scopi della libertà e dell'eguaglianza.

La sfera della politica è definita e giustificata mediante un criterio etico sociale attraverso il

quale Klein giunge ad una moralizzazione della politica all'interno della quale il dovere sociale si

configura come l'essere vincolati alla validità. La costruzione teorica di Klein si pone sulla linea

della tradizione del pensiero politico tedesco, dove obbligo e persona sono inevitabilmente

collegati. 5

Cap. 2

Il dovere come principio razionale di armonizzazione delle passioni di Schann

Adam Bergk

La dialettica obbligo-coazione di Bergk si fonda sul primato dei diritti umani fondamentali. Nel

giacobinismo berghiano la categoria di dovere mira a rafforzare la tutela dei diritti dell'uomo e del

cittadino consentendo la loro interazione sul piano politico.

Al binomio obbligo-coazione, si sostituisce quello dovere-diritto. L'essere umano è pensato

come una creatura appartenente a due mondi, quello sensibile e quello moral-razionale, e quindi

sottoposto alle leggi della causalità morale e della libertà ed è la ragione umana a farvi da ponte di

collegamento.

Dall'interagire di esse scaturisce il concetto di libertà morale, la capacità, cioè, di

determinare se stessi a favore o contro la legge etica.

Dalla ragione che detiene la sovranità su tutte le altre manifestazione dello spirito umano

nasce il concetto di dovere, definito come la necessaria sottoposizione del desiderio alla ragione

pratica, dove per desiderio si intende la tensione al soddisfacimento del nostro impulso egoistico.

La religione esemplifica per Bergk la quintessenza delle verità morali alla quale spetta solo

il compito morale di rinsaldare nell'individuo il senso del dovere, ma non può essere considerata

come un bisogno che accomuni tutto il genere umano altrimenti coinciderebbe con il dovere.

Secondo Bergk la destinazione terrena dell'uomo come persona morale sta nella

realizzazione delle finalità pratiche per cui il principale elemento distintivo della personalità è

l'autonomia.

Il diritto scaturisce dalla conformità del dovere all'imperativo razionale. Nella filosofia

berghkiana il diritto esterno oggettivo funge da parametro moral-razionale in base al quale deve

orientarsi il comportamento sociale degli individui nel vantare diritti ed adempiere doveri.

Il diritto soggettivo si identifica con tutto ciò che si adegua alla legge della" ragione pratica,

cioè il comando del diritto esterno oggettivo che si configura come il criterio razionale limitativo

dell'interagire dei diritti soggettivi ma qui entra in gioco un legislatore più alto: la coscienza, dinnanzi

alla quale nulla è moralmente indifferente.

La natura del diritto soggettivo consiste nella tensione al soddisfacimento del nostro impulso

egoistico caratterizzando si come lecita aspirazione all'appagamento dei desideri individuali.

6

Mentre il dovere esibisce una natura moral-razionale, il diritto ne presenta una sensibile,

entrambe correlate. Ciò che muta nei due concetti è il punto di vista: dal punto di vista del dovere si fa

riferimento all'operare della ragione che disciplina gli impulsi naturali; dal punto di vista del diritto

soggettivo si accentua il movimento opposto del desiderio che non può sottomettersi alla legge della

ragion pratica.

All'interno della vita socio-politica il diritto non è pensabile senza il dovere. Con la teoria

decisiva della nuova filosofia politica del '700 tedesco, per la quale ad ogni obbligo al quale si adempie

corrisponde un diritto, Bergk riduce la classica ripartizione dei doveri (l erga Deum; 2 erga seipsum; 3

erga alias) ad una bipartizione escludendo i primi.

Nel giusnaturalismo moderno autori come Pufendorf connotano gli obblighi perfetti, quelli di

natura giuridica, in condizioni di coesistenza politica e obbligazioni imperfette di natura etica, nella

coesistenza sociale. Bergk estende questa distinzione anche alla classe dei doveri classificando perfetti

quelli di natura giuridica, in condizioni di coesistenza politica, e obbligazioni imperfette, di natura etica,

nella coesistenza sociale.

Per Bergk il fine pratico che caratterizza gli obblighi imperfetti è lo sviluppo delle proprie

inclinazioni, comune alla nozione di illuminismo che per Bergk risiede nella facoltà dell’essere umano

di sviluppare in maniera autonoma tutte le sue predisposizioni naturali, sensibili, razionali.

Bergk non considera l’illuminismo come un modo di pensare, ma lo intende con il concetto di

cultura, come una delle forme espressive dell’edificazione interiore.

Pufendorf, invece, facendo coincidere il concetto di cultura con l’attività di edificazione

interiore dell’individuo, forgia un diverso concetto che mira al dominio dell’individuo sulla natura,

all’eliminazione dell’ignoranza, alla sovranità della ragione.

Nel pensiero pufendorfiano il significato di cultura si converte in quello di lavoro con ciò egli

fissa la categoria di cultura come perfezionamento della personalità che introduce nell’area tedesca

variazioni nel modo di concepire il modello politico.

Bergk innesta il suo “concetto dinamico di cultura” su un’antropologia di tipo finalistico;

dove, il destino dell’uomo non è la felicità, ma la formazione interiore attraverso l’infelicità, la fatica

e le preoccupazioni le quali producono nella sua interiorità una soddisfazione che nessuna tempesta

distrugge.

Anche a livello socio-politico Bergk promuove il valore positivo della lotta e della competizione

allo scopo di tutelare le espressioni dell’attività autonoma degli individui.

Bergk rileva che la volontà dell' essere umano non sia necessariamente determinata dagli

imperativi razionali a causa della sua imperfezione soggettiva, ed è solo lo sviluppo di tutte le energie

individuali a forgiare l'identità morale dell'essere umano, sebbene esso sia l'unico dovere che non

compie con piacere. 7

L' adeguamento del comportamento al dettame della ragione è motivato dal rispetto per la legge

etica assoluta, autonomamente prodotto dal concetto razionale di legge.

La configurazione bergkiana del dovere restituisce la struttura razionale costante. La prospettiva

aperta da Kant, invece, sta nell'aver posto il problema teoretico dei limiti di conoscibilità del dovere.

8

Cap. 3

I diritti come strumenti di realizzazione del dovere

Dal carattere del dovere Bergk trae l'inalienabilità, difatti l'obligatio non può essere alienata senza

negare allo stesso tempo la sua natura umana. Bergk suddivide i diritti soggettivi in alienabili, che

possono essere trasferiti ad altri, ed inalienabili, quelli la cui non utilizzazione sarebbe contraria al

dovere perché sono quelle facoltà per mezzo delle quali l'uomo interagisce con il mondo.

Essi circoscrivono la "possibilità di agire al di fuori di sé". Proprio a causa della loro funzione

strumentale essi vengono costruiti da Bergk come facoltà innate non cedibili ad altri.

La distinzione tra i diritti innati e quelli acquisiti sta nel fatto che quelli acquisiti non sono

immediatamente legati alla personalità morale dell'uomo. Dunque la moralità umana non può agire se

non servendosi dei diritti innati inalienabili che Bergk riconduce alla libertà, il diritto che contiene in

sé tutti gli altri.

La forza legittima dello Stato assiste i diritti inalienabili convertendoli in coercitivi. Con ciò

Bergk fissa la prevalenza teorica del dovere sul diritto "non si può concepire un diritto senza che

sia prima dato un dovere".

Bergk distingue i doveri della virtù verso gli altri in perfetti ed imperfetti. I doveri imperfetti

della “virtù erga alias” risiedono nel procurare all'altro i mezzi della sua felicità. Tali doveri instaurano

una relazione tra debitore e creditore e presuppongono nell'uomo sentimenti di benevolenza da un lato e

gratitudine dall'altro, alle finalità di vita del proprio simile: sono cioè animati dall'amore per il prossimo,

costantemente mitigato dal rispetto verso l'altro che avviene in base al principio di reciprocità.

Questo dovere, da Bergk reputato come il "supremo" fra tutti gli obblighi erga alias, presenta

un'analogia con il dovere del neminem laedere. Entrambi gli obblighi si configurano come afficia

debiti, contraddistinti da un sentimento di tipo particolare, il rispetto che consente l'armonico esplicarsi

delle libertà individuali. Mentre l'amore implica una immedesimazione nell'altro, il rispetto comporta

un riconoscimento dell'alterità morale mediante la distanza fra gli individui.

La teoria bergkiana dei doveri, vede l'individuo determinare il proprio arbitrio in base agli impulsi

sensibili, sottraendosi al governo morale della ragione, per cui diviene necessaria la guida

9

specificamente politica della coazione. Nel campo del diritto l'uomo deve essere ricondotto anche per

via coattiva, ad un comportamento secondo ragione. L'essere umano necessita, cioè, della regola di

razionalità esterna fornita dal diritto.

Nella condizione socio-politica, a realizzare il criterio di reciprocità è la legge

dell'eguaglianza universale, posta dal diritto oggettivo. Per Bergk il diritto soggettivo come potere

morale di obbligare è coadiuvato dalla forza legittima dello Stato, solo nell'ipotesi in cui si verifichi

un'ingiustizia, per ripristinare la libertà violata. E' perciò inimmaginabile un diritto esterno senza la

facoltà di coercire.

Nella visione di Bergk il ricorso alla forza va mantenuto entro i limiti della legittimità: in

primo luogo deve colpire solo il trasgressore, tenendo comunque rispetto della personalità morale di

quest'ultimo; in secondo luogo non può mai essere più ampia di quanto richiede la sicurezza dei

cittadini: ogni costruzione superflua è un'ingiustizia.

La scienza giuridica si differenzia dalla dottrina morale non tanto per i loro diversi doveri,

quanto per la diversità della legislazione. Per Bergk è per mezzo della legislazione interiore che le

obbligazioni giuridiche vengono convertite in quelle che Kant qualifica come doveri indirettamente

etici. La teoria politica bergkiana riconosce il movente morale del dovere in uno specifico

sentimento del diritto: l'adempimento spontaneo.

Sulla natura divergente del dovere e del diritto emergono due sequenze teoriche: la prima

sequenza, dovere-rispetto-libertà, è per Bergk il dovere produttivo delle azioni libere, alimentato

dalla libertà, che può fiorire unicamente in un regime di libertà garantito dal diritto; la seconda

sequenza, diritto-timore-coazione, si dipana sul piano della sensibilità: per Bergk è inimmaginabile

un diritto esterno senza la facoltà di coazione legittima, al soddisfacimento di un bisogno sensibile.

In tal senso Bergk avvalora la tesi giusnaturalistica secondo cui la legge può sortire la sua

efficacia solo se ha la forza di obbligare moralmente: per Bergk la legge civile è sempre imperativa

o proibitiva. 10

Cap. 4

La prevalenza teorica della pflichtenlenre - doveri - sulla klugheitslemre -

prudenza - nel '700 tedesco

1. FILOSOFIA POLITICA TEDESCA COME TEORIA DEI DOVERI

Nei due precedenti capitoli si sono illustrati i fondamenti filosofico-morali della teoria politica di

Adam Bergk, trascurando i quali essa sarebbe non pienamente comprensibile.

Alla fine del '700 la filosofia politica venne designata come – practische Weltweisheit - saggezza

pratica per il mondo e suddivisa in due discipline: il diritto natura, costituito come teoria dei

doveri naturali – naturliche (Pflichtenlehre ), e la dottrina della prudenza (Klungheitslehre), la

quale, invece, coincideva con la politica in senso stretto.

Il primo, il diritto naturale indicava quali fossero i doveri da eseguire all’interno della

comunità politica; viceversa, la seconda, la dottrina della prudenza dava istruzioni su come

soddisfare i doveri nella sfera pratica, perseguendo così nella maniera più vantaggiosa i fini morali

che ci si era proposti.

In tal quadro, accanto alla politica morale, che continua la tradizione medioevale degli

specula princips, [ nella quale il sovrano, al pari dei sudditi, ottempera spontaneamente ai suoi

doveri, vale a dire motivato dal solo obbligo morale di diritto naturale], si profila, con ruolo del

tutto subordinato e strumentale rispetto alla prima, la “teoria della prudentia”, da intendersi come

politica empirica, la quale – basata sulla conoscenza politica dell’uomo – risponde alle esigenze di

quella più antica dimensione della politica.

Queste due concezioni della politica comportavano, fra l’altro, distinti criteri di giudizio

dell’esistente: mentre la prudenza era radicata sul binomio utile-disutile, la saggezza era

contraddistinta dalla coppia concettuale giusto-ingiusto; quest’ultima, ovviamente, prevalente sul

primo. Bergk notò che l'antichità possedeva al massimo una conoscenza della politica, ma non

della saggezza, per cui le leggi erano politiche, ma non giuridiche, dunque Bergk stabilisce la

netta predominanza della legge della ragione sui comandi politici di volta in volta emanati dallo

Stato. Per questo nella visione bergkiana tutte le forme di governo e politiche, in generale, devono

essere opera della saggezza e della prudenza. 11

Nell’opinione di Bergk, l’azione politica deve sempre svolgersi entro i binari razionali

segnati dall’imperativo morale, proprio perché le leggi politiche vanno sottoposte e proposte alla

legge etica.

Pertanto, la prudenza deve essere sempre subordinata alla saggezza, affinché l’astuzia,

l’inganno e la viltà non regnino in luogo dell’onestà, della franchezza e del patriottismo.

LA NUOVA FUNZIONE POLITICA DEL DIRITTO NATURALE

2. A partire dall’ultimo ventennio del secolo XVIII che in Germania il diritto naturale,

quale teoria dei doveri, acquista una notevole capacità di incidenza sulla prassi politica del tempo.

Esso subisce, cioè, una sorta di “giuridicizzazione”, tendendo a svolgere una funzione analoga a

quella che avrebbero assunto nel secolo successivo le “carte costituzionali”.

Sulla base di questi presupposti la dottrina giusnaturalistica dei doveri si definisce

come coerente teoria politica liberale o anche, in alcuni rari casi – come ad esempio in Bergk -,

democratica.

Infatti, ispirato da Kant, ed influenzato nei contenuti della teoria politica inglese e francese

e dalla Rivoluzione francese, il più recente diritto naturale dell’illuminismo francese si volse

contro l’assolutismo illuminato, difendendo le visioni politiche liberali e, di quanto in quanto, anche

democratiche.

In tal modo, esso affermava l’illimitata validità dei diritti umani nello Stato, richiedendo

l’osservanza della divisione dei poteri e l’introduzione di una costituzione normativa.

Il concetto moral-razionale di dovere nelle teorizzazioni giusnaturalistiche come quelle

di Klein o di Bergk, si carica per la prima volta di una specifica valenza politica.

In altri termini, esso si correla strettamente con le due basilari categorie di libertà civile e di

libertà politica, le quali proprio in questo scorcio di Settecento fanno il loro primo ingresso nella

consapevole riflessione tedesca sulla politica, affermando il concetto del tutto nuovo di qualità del

singolo individuo, e non più di un intero popolo.

In questo momento storico, cioè, si pone pressantemente il problema di rendere

compatibile la libertà individuale con le facoltà ed i poteri specificatamente attribuiti alle

istituzioni politiche.

In sintesi, segnando una svolta radicale rispetto alla tradizione giusnaturalistica

precedente, le due nozioni di libertà civile e di libertà politica – che la filosofia popolare interpreta

come attributi essenziali degli individui – si raccordano strettamente con il concetto di dovere.

12


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

21

PESO

92.46 KB

AUTORE

Sara F

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia Politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Borrelli Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia politica

Pufendorf e autolimitazione razionale - Filosofia politica
Appunto
Riassunto esame di filosofia politica prof.ssa Vanda Fiorillo, libro consigliato ''Autolimitazione razionale e desiderio. Il dovere nei progetti di riorganizzazione politica dell’illuminismo tedesco''
Appunto
Filosofia politica – Domande d'esame
Esercitazione
Filosofia politica – Giusnaturalismo
Appunto