METAMORFOSI DELLA PAURA
Come una sorta di città assediata, oggi l'Europa si sente minacciata, a sud e a
est, da un'immigrazione che percepisce come una invasione dei barbari:
Escobar si è messo alla ricerca delle radici profonde di questa nuova paura.
Inscindibile da quanto di misero e di grande è nell'uomo, la paura ne
costituisce il fondo buio; La paura che costruisce confini, erige barricate,
esplode in violenza contro gli «invasori». Finita l'appartenenza legata alle
ideologie, si va diffondendo un'appartenenza etnica, minima, localistica;
riemergono i meccanismi più arcaici e premorali che fondano e regolano il
sentimento d'identità, dei gruppi come dei singoli. Gli uomini intesi come
animali senza artigli, sprovvisti di strumenti istintuali adeguati per
sopravvivere; gli uomini vivono sul margine del disordine; per vincere
questa precarietà, i gruppi si chiudono in confini, materiali ma anche e
soprattutto rituali e simbolici, ed espellono la paura rovesciandola in odio
per il nemico esterno o - che è lo stesso - lo straniero interno: immigrato,
nero, ebreo, zingaro.
La parola comunità, di per sé, emana una sensazione piacevole, qualcosa di
familiare. L’interno della comunità è un “luogo” dove possiamo rilassarci,
senza grossi pericoli; dove è garantita la comprensione reciproca, dove
nessuno risulta essere estraneo ma piuttosto persona di cui ci si può fidare.
Semmai esistesse realmente una comunità così concepita, questa
significherebbe la perdita di libertà in cambio di servizi, erogati o promessi.
L’assenza di comunità è assenza di sicurezza come, del resto, la presenza di
comunità fa emergere, invece, una mancanza di libertà. L’insicurezza è
l’endemica incertezza che attanaglia tutti noi in un mondo dove concetti
come flessibilità e liberalizzazione sembravano fuori luogo solo alcuni anni
fa. Cerchiamo l’individuale, la soluzione personale a problemi che invece
sono comuni; il nostro io ci appare l’unico punto fisso in uno spazio
mutevole.
La conseguenza è quindi la spasmodica ricerca di sicurezza come rimedio ai
disagi della nostra incertezza interiore che si estende, a partire dal nostro
corpo, verso l’esterno: la nostra casa, il quartiere dove viviamo, la nostra
città, lo Stato.
Escobar sottolinea come “questa paura nuova, o che tale ci appare, si
manifesta nell’immaginario diffuso come rischio incombente che il mondo
perda la sua forma, che l’Est venga a Ovest, che il Sud salga al Nord… la
nostra percezione dei confini s’è fatta angosciosa... l’esclusione che non ci
riesce verso l’esterno deve essere spostata all’interno: nelle coscienze,
nell’immaginario, nella mente sociale.”
Escobar, a tale proposito, chiarisce come “tali confini hanno infatti poco di
materiale, sembrano essere più simili a barriere psicologiche, rituali e
simboliche, che dovrebbero difenderci dallo straniero sempre più “interno”,
sempre più tra noi.”
Ogni persona estranea al nostro mondo personale da un lato rappresenta una
minaccia e l’incarnazione stessa dell’incertezza, dall’altro è un punto
concreto su cui focalizzare le nostre paure, altrimenti indefinite. Si parla ben
poco di incertezza esistenziale ma moltissimo di minacce alla sicurezza delle
strade, delle case e della gente. La percezione condivisa rispetto alla
comunità urbana è quella di un mondo pericoloso in cui la misura più
urgente da prendere è quella di eliminare estranei invadenti e forieri di
potenziali pericoli.
Il “vivere assieme” nella città globale, così come prospettata da Escobar,
spesso si riduce a meri gruppi eterogenei di esseri umani in circolazione. Via
via che tale massa diventa sempre più eterogenea cresce il dubbio di non
essere in grado di decifrare i messaggi contenuti in visioni a noi non
familiari. Di qui a proiettare le nostre paure su coloro che le hanno scatenate
il passo è breve. La “pericolosità” della vita urbana sta, per l’appunto, nella
sua eterogeneità, vista spesso come minaccia all’”ordine sociale”, o meglio a
una “società ordinata”, a dirla con Escobar.
Si è sempre dato per scontato come la presenza di “estranei” sul territorio dei
“locali” sia stato un problema dei paesi ospitanti, così come descritto, ai
quali si prospettavano due alternative:
una soluzione antropofagica, altrimenti definita assimilazione e
sostenuta pressoché da tutti gli stati nazionali;
o una soluzione antropoemica, che si esplica nel rigettare tout court lo
straniero.
Ma, se in epoche precedenti, perseguire l’una o l’altra delle vie poteva avere
un senso, oggi, nella società globale dove, con la compressione spazio-
tempo, il “dentro” e il “fuori” non è più il presupposto, tali vie sembrano
ampiamente superate. Viviamo in una società dove nessun modello culturale
può proclamarsi superiore. Dobbiamo semmai porre attenzione affinché
l’insicurezza, sia tra autoctoni sia tra stranieri, non trasformi il
“multiculturalismo” in “multicomunitarismo”, come Escobar sostiene.
In questa nostra epoca del disimpegno dobbiamo far sì che la “differenza”
non diventi “indifferenza”, barricata dietro le mura difensive delle diversità
culturali. C’è bisogno di superare il concetto di cultura attraverso la volontà
di una ricerca di umanità comune nell’altro, visto non più solo come
culturalmente diverso ma soprattutto come umanamente uguale.
La tesi di fondo di questo saggio è che l’età globale, quale fase radicale dello
sviluppo della modernità, condivide con quest’ultima una strutturale
ambivalenza. In particolare, sul piano del legame sociale, essa appare
caratterizzata da una doppia ambivalenza. In primo luogo, infatti, il
processo di globalizzazione genera da un lato la crisi, e dall’altro il
ricostituirsi del legame sociale in forme regressive e distruttive. Si assiste
cioè ad una sorta di nuova polarizzazione che vede da un lato l’emergere di
un individualismo narcisistico (omologazione, indifferenza, perdita di
comunità), dall’altro il configurarsi di un comunitarismo tribale (ritorno
della comunità in forme distruttive ed esclusive). In secondo luogo, l’età
globale presenta tuttavia potenzialità emancipative iscritte in prima istanza
nella struttura antropologica degli individui. Essa contiene in altri termini
un’inedita chance di legame sociale planetario tra individui accomunati, pur
nelle loro irriducibili differenze, da una universale debolezza e da un uguale
destino. A dispetto delle sue patologie, l’Io globale sembra essere guidato, in
virtù della propria debolezza, da un bisogno di comunità che si deposita
simbolicamente in nuove forme di reciprocità (il dono), a partire dalle quali
è possibile ripensare la rinascita della solidarietà tra individui appartenenti
ad uno stesso genere umano.
Uno degli aspetti ancora poco illuminati nel ricco e crescente dibattito sulla
globalizzazione è quello relativo agli effetti che essa produce sulla
costituzione dell’identità individuale e sulle forme del legame sociale, sulle
trasformazioni dell’Io e sui vincoli di solidarietà. Si stenta cioè a trasferire in
una prospettiva globale una problematica che di per sé occupa invece, da
tempo, parte dell’attenzione della riflessione contemporanea sulla modernità
e sulle sue “conseguenze”, più o meno radicali.
Da quando, alcuni decenni fa, si denunciavano il “declino dell’uomo
pubblico” e il trionfo dell’homo psychologicus sull’homo politicus della
prima modernità, prospettive interpretative anche molto diverse tra loro
hanno trovato di fatto un punto di convergenza nella critica della società
postmoderna, caratterizzata appunto da una deriva soggettivistica
responsabile della crisi del legame sociale e della disaffezione alla vita
pubblica.
Uno dei temi di fondo è indubbiamente la denuncia di un deficit di
solidarietà e di una perdita di comunità che impone un ripensamento
dell’intero progetto della modernità e l’individuazione di adeguate strategie
normative tese a correggerne gli effetti patologici.
L’Io postmoderno, insistono sia pure con linguaggi diversi, alcuni autori, è
caratterizzato da una vocazione autoaffermativa illimitata nella quale sembra
affievolirsi quella tensione etica e societaria che ancora guidava l’agire
dell’individuo della prima modernità, prometeicamente responsabile del
futuro e razionalmente disponibile al patto e all’intesa.
Mosso da impulsi ambivalenti, nei quali il sentimento della propria
onnipotenza si coniuga con la percezione del proprio vuoto e della propria
debolezza, esso si ritrae in una sorta di solitudine atomistica che lo separa
dall’altro pur senza isolarlo dal mondo, che egli tende al contrario ad usare
come pura arena di una narcisistica autorealizzazione. Indifferente verso
tutto ciò che non rientri immediatamente nella dimensione autoreferenziale
dell’Io, l’individuo postmoderno appare in prima istanza “estraneo” più che
ostile all’altro; vale a dire non più impegnato in una hobbesiana dinamica
conflittuale che prelude ad una finale, reciproca negoziazione, ma chiuso in
un circuito “immunitario” che lo preserva da ogni attivo coinvolgimento
nella sfera sociale e politica. La crisi dell’autorità e delle strutture che
tradizionalmente la incarnavano (famiglia ecc.) e la perdita di fiducia nelle
istituzioni sempre meno capaci di garantire sicurezza, l’esplodere di una
logica consumistica che sostituisce l’etica “weberiana” del lavoro e della
produzione ed arriva ad invadere zone prima totalmente estranee, come il
corpo e la politica; e ancora, lo sviluppo vertiginoso della tecnologia che
offre possibilità fin qui inimmaginabili, dilatando lo spazio reale e virtuale
dei desideri: sono solo alcune delle cause che concorrono a tracciare una
cesura tra la società primomoderna, capace di autolimitazione e di una
ordinata socialità, e la “seconda” (o “tarda” o “post”) modernità, illimitata e
caoticamente abitata da monadi irrelate, unicamente preoccupate della
propria autorealizzazione.
Ciò vuol dire, vorrei aggiungere, che i due grandi modelli liberali che, sia
pure in una prospettiva puramente strumentale, avevano configurato uno
scenario sostenibile di socialità e di convivenza politica, non sembrano
essere più in grado di “tenere” di fronte all’atomismo dell’Io postmoderno:
né il modello politico contrattualista, fondato sulla presunta razionalità degli
attori sociali da cui scaturisce l’ordine politico-statuale, né il modello
economico della Political Economy smithiana, fiducioso nell’empirico
equilibrarsi dell’interesse pubblico e privato di individui capaci, in ogni
caso, del riconoscimento dell’altro e di una dinamica interattiva.
L’Io edonista e narcisista, l’Io caratterizzato, come è stato detto, dal
“processo di personalizzazione”, che rompe ogni forma di autolimitazione
precedentemente efficace (disciplinare, autorepressiva, autoritaria), appare
incapace persino di quelle forme strumentali di legame e di relazionalità che
avevano contrassegnato la prima fase della modernità, tesa a garantire
progresso, sicurezza, convivenza pacifica, affidandone la gestione allo Stato
o al mercato. Avido di una libertà insofferente di ogni vincolo e privo delle
certezze conferite da istituzioni solide e credibili, esso presenta quella
paradossale coesistenza tra onnipotenza e vuoto da cui trae origine e
alimento la sua struttura ansiosa e desiderante, carente e inappagabile.
Illimitatezza e insicurezza: in questi due aspetti, apparentemente
contrapposti, ma in realtà intrinsecamente speculari, si possono dunque
efficacemente riassumere le patologie dell’Io postmoderno, che si dibatte tra
“minimale” autoconservazione e sconfinata autorealizzazione, tra
ripiegamento autodifensivo e grandiosa affermazione di sé, nell’inquietante
oblio della vita e del bene comuni.
Sarebbe tuttavia fuorviante, come fanno alcuni, vedere in tutto questo un
congedo o un’uscita dalla modernità: se è vero infatti che lo scenario post-
moderno mette in crisi il progetto della modernità (razionalità, ordine,
progresso, conciliazione tra bene pubblico e privato), esso tuttavia non ne
annulla e non ne smentisce i presupposti originari (libertà e sovranità
dell’individuo, autoaffermazione, legittimità dei desideri e delle pretese
soggettive); dei quali l’idea di illimitatezza e di insicurezza fanno
intrinsecamente parte, come scopriamo ad esempio da una lettura anche
superficiale dell’antropologia hobbesiana. Possiamo forse addirittura
affermare che solo nella seconda modernità quelle premesse, risolte fino ad
un certo punto dentro un sistema normativo efficace (sia esso politico à la
Hobbes o economico à la Smith), si disvelano pienamente e giungono ad una
completa attualizzazione, dando origine a nuove patologie e a sfide inedite.
Ha allora senso parlare, per dirla come Escobar, più che di un congedo dalla
modernità, del manifestarsi delle sue “conseguenze radicali”, poiché ciò
consente di riconoscere le cesure e le trasformazioni senza negare la
continuità; di vedere appunto il fallimento del progetto senza misconoscere
l’attualità ancora rovente delle premesse, sia pure trasformate e riconfigurate
dalla complessità di uno sviluppo sempre meno prevedibile. Questa discrasia
tra progetto e presupposti mi pare particolarmente pertinente per definire
quell’insieme di fenomeni che va sotto il nome di “globalizzazione”: fase
ultima della modernità nella quale l’ambivalente coesistenza di illimitatezza
e insicurezza sembra aver raggiunto proporzioni tali da sfuggire non solo ai
modelli tradizionalmente moderni di progettualità, ma alla possibilità stessa
del progetto, della direzione e del controllo.
La globalizzazione, vorrei in primo luogo sostenere, radicalizza le patologie
del’Io e acuisce la crisi del legame sociale, in quanto moltiplica sia le
ragioni dell’illimitatezza sia i fattori di insicurezza.
I toni apocalittici usati ancora venti anni fa per descrivere lo scenario di una
società ossessionata da “segni premonitori di catastrofe” e dal “senso della
fine”, dalla percezione di disastri incombenti e dalla perdita del futuro, e
spinta per questo ad una sorta di entropia e di strategia della sopravvivenza,
suonano oggi più che mai attuali e profetici. L’insicurezza è diventata la
nostra condizione permanente; e non soltanto perché siamo tutti immersi in
quella che Escobar ha definito la “società (mondiale) del rischio”. Il rischio
infatti (ambientale, nucleare, energetico ecc.) è indubbiamente la
caratteristica più macroscopica ed estrema della generale insicurezza tardo-
moderna, ma è anche, come cercherò di far vedere più avanti, l’aspetto che
paradossalmente può contenere in sé un potenziale emancipativo e
normativo inedito. Prima ancora che nelle minacce e nei rischi globali,
l’insicurezza trae allora origine dallo sgretolarsi di un assetto politico-
economico fin qui relativamente solido e rassicurante cui non sembra
sostituirsi alcun ordine stabile alternativo. Essa prolifera, come ben
sottolinea l’autore, nelle sue molteplici forme di scomparsa della sicurezza
esistenziale, di perdita dei parametri di valutazione e di scelta, di minaccia
della propria sicurezza personale. Basti solo pensare ai due grandi
mutamenti strutturali prodotti dalla globalizzazione, sui quali, nel
controverso dibattito sul tema, sembra esserci non a caso un maggiore
consenso: la deregulation di un mercato che detta comunque su tutto e su
tutti le sue leggi, e la crisi di quel pilastro fondamentale della modernità che
è la sovranità dello Stato-nazione. Si assiste, cogliendo la complementarità
fra i due aspetti, ad una divaricazione tra il potere (che è economico e
globale) e la politica (che è statuale e locale). Alla sconfinata libertà di
movimento del capitale, che è mobile ed extraterritoriale e che è ormai in
grado di svincolarsi da ogni limite, grazie alla “compressione spazio-
temporale” prodotta dalla tecnologia (comunicativa, informatica ecc.),
corrisponde una perdita di potere della politica; che non vuol dire, come
alcuni vorrebbero, la “fine della politica”, ma certo il suo indebolimento, la
perdita delle funzioni tradizionali dello Stato di salvaguardia della vita degli
individui e di garanzia di un ordine, scaturito da un consenso, attraverso la
capacità di limitare, controllare, decidere. Favorito da quella “uccisione della
distanza” che è forse il tratto nevralgico della globalizzazione, il potere
economico fluisce nella dimensione incorporea del cyberspazio, dal quale
detta l’agenda delle priorità e delle decisioni, indifferente alle sorti degli
individui concreti e “territoriali” che ne subiscono le leggi, - o meglio
l’anomia – senza poter contare sulla protezione dello Stato. Incapace di
porre freni alla mobilità accelerata di un potere insofferente di ogni confi
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