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impulsi sensibili, sottraendosi al governo morale della ragione, per cui diviene necessaria la

guida specificamente politica della coazione. Nel campo del diritto l’uomo deve essere

ricondotto anche per via coattiva, ad un comportamento secondo ragione. L’essere umano

necessita, cioè, della regola di razionalità esterna, fornita dal diritto. Nella condizione socio-

politica, a realizzare il criterio di reciprocità è la legge dell’eguaglianza universale, posta dal

diritto oggettivo. Per Bergk il diritto soggettivo come potere morale di obbligare è

coadiuvato dalla forza legittima dello Stato, solo nell’ipotesi in cui si verifichi un’ingiustizia,

per ripristinare la libertà violata. E’ perciò inimmaginabile un diritto esterno senza la facoltà

di coercire. Nella visione di Berk il ricorso alla forza va mantenuto entro i limiti della

legittimità: in primo luogo deve colpire solo il trasgressore, tenendo comunque rispetto della

personalità morale di quest’ultimo; in secondo luogo non può mai essere più ampia di

quanto richiede la sicurezza dei cittadini: ogni costruzione superflua è un’ingiustizia. Bergk

distingue il concetto di coazione come la facoltà di un individuo di coercire su base legittima

che proviene dal diritto romano, dal concetti di dovere giuridico di natura moral-razionale,

ossia una legge data da Dio. La scienza giuridica si differenzia dalla dottrina morale non

tanto per i loro diversi doveri, quanto per la diversità della legislazione. Per Bergk è per

mezzo della legislazione interiore che le obbligazioni giuridiche vengono convertite in quelle

che Kant qualifica come doveri indirettamente etici. La teoria politica bergkiana riconosce il

movente morale del dovere in uno specifico sentimento del diritto: l’adempimento

spontaneo.

Sulla natura divergente del dovere e del diritto emergono due sequenze teoriche: la prima

sequenza, dovere-rispetto-libertà, è per Berk il dovere produttivo delle azioni libere,

alimentato dalla libertà, che può fiorire unicamente in un regime di libertà garantito dal

diritto; la seconda sequenza, diritto-timore-coazione, si dipana sul piano della sensibilità: per

Bergk è inimmaginabile un diritto esterno senza la facoltà di coazione legittima, al

soddisfacimento di un bisogno sensibile. In tal senso Bergk avvalora la tesi

giusnaturalistica secondo cui la legge può sortire la sua efficacia solo se ha la forza di

obbligare moralmente: per Bergk la legge civile è sempre imperativa o proibitiva. In tale

quadro i diritti soggettivi derivano la loro natura dal collegamento con la personalità morale

dell’uomo. La configurazione bergkiana dimostra la prevalenza della prima sequenza sulla

seconda, dunque del dovere sul diritto, prevalenza confermata nella costruzione bergkiana

della libertà civile o della libertà politica nel rapporto verticale tra cittadini e istituzioni

(Stato).

La prevalenza teorica della pflichtenlemre sulla klugheitslemre nel ‘700 tedesco

Alla fine del ‘700 la filosofia politica venne designata come saggezza pratica per il mondo e

suddivisa in due discipline: il diritto natura, costituito come teoria dei doveri naturali, e la

dottrina della prudenza, che coincideva con la politica in senso stretto. Il primo indicava i

doveri da eseguire nella comunità politica, la seconda i mezzi per adempirvi, creando così la

dominanza della morale sulla politica. Accanto alla politica morale degli specula principis si

profila la teoria della prudentia, da intendersi come politica empirica fondata sulla

distinzione tra prudenza (utile-disutile) e saggezza (giusto-ingiusto). Bergk notò che

l’antichità possedeva al massimo una conoscenza della politica, ma non della saggezza, per

cui le leggi erano politiche, ma non giuridiche, dunque Bergk stabilisce la netta

predominanza della legge della ragione sui comandi politici. Per questo nella visione

bergkiana tutte le forme di governo e politiche in generale devono essere opera della

saggezza e della prudenza. Molti giusnaturalisti fecero critiche a Machiavelli, tra cui anche

Bergk che paragonò il Principe al più animalesco fra i despoti dove gli uomini obbediscono

al sovrano non per senso del dovere, ma perché costretti dalla forza; dunque per illuministi

come Bergk il machiavellismo rappresenta il male radicale della politica. La prudenza

politica è d’ausilio alla saggezza per l’attivazione degli scopi morali in quanto si riesce a

discernere il giusto, che caratterizza la politica morale, dall’utile, che contraddistingue la

politica empirica.

Ispirato da Kant ed influenzato dalla Rivoluzione Francese, il diritto naturale

dell’illuminismo tedesco si valse contro l’assolutismo illuminato: esso propagò l’illimitata

validità dei diritti umani nello Stato, richiedendo la divisione dei poteri e l’introduzione di

una costituzione normativa. Tutto questo in un più generale clima di interesse politico dove

il concetto moral-razionale di dovere assume per la prima volta una valenza politica. Libertà

civile e libertà politica entrano nella sfera politica tedesca come qualità del singolo e non più

di un intero popolo. Come libertas civis si intende il potere sovrano, ma dal 1780 si denota

come libertà naturale dell’individuo. Parallelamente la libertà politica perde il significato di

sovranità dello Stato per assumere la nuova accezione di facoltà di partecipazione di tutti

(democrazia) o di alcuni (aristocrazia) all’amministrazione dello Stato. Per Pufendorf il

concetto di libertà opera come capacità morale di agire o non agire su base razionale; per

Walff, identicamente, risiede nell’autonomia della decisione razionale della volontà.

Entrambe le nozioni di libertà civile e politica si raccordano con il concetto di dovere.

Nel modello dicotomico stato di natura-stato civile, lo stato di natura svolge il compito di

evidenziare tutti i vantaggi della condizione politica come stato razionale. Nella concezione

bergkiana il diritto innato deve esprimere la facoltà di spettare ad ogni uomo in funzione

della sua umanità, così Bergk introduce la nozione di personalità morale. I diritti innati ed

inalienabili dell’individuo sono le specifiche facoltà di agire al di fuori di sé che favoriscono

la formazione del carattere: in tal modo vengono strappati alla condizione politica e legati

alla natura morale dell’uomo. La visione dello stato di natura è da riportarsi alla diretta

influenza di Walff per il quale si configura come la condizione di reciproca operatività degli

obblighi naturali. Per Rousseau, invece, lo status naturalis è costruito come un modello

(coercitivo) critico-normativo da contrapporre alla realtà politica esistente. Nella visione

bergkiana lo stato di natura ricopre la funzione dell’uso pratico della ragione: lo Status

naturalis si riveste di tratti utopici trasformandosi in ideale di una società completamente

morale senza Stato. Per Bergk lo status naturae coincide con la società interamente morale

nella quale gli individui tendono senza posa all’adempimento della loro destinazione terrena,

ossia alla graduale realizzazione dell’umanità sempre perfettibile dell’essere umano. Berhk

delinea il processo senza fine con il quale l’uomo si innalza alla prima moralità, data dalla

guida autonoma della ragione. In tale progresso la ragione seguirà il declino dello Stato non

appena l’uomo sarà moralmente maggiorenne ed in grado di governarsi da solo.

L’abolizione dello Stato è per Bergk il processo nel quale la politica eccede nella morale

(razionalizzazione).

Per Rousseau rinunciare alla libertà vuol dire rinunciare alla propria qualità di uomo. Dato il

tratto fortemente utopico assunto dallo Stato di natura il contratto sociale non può essere

reputato come fatto storicamente avvenuto, né può assolvere la funzione mediatica tra

condizione pre-politica e condizione politica. Il movente antropologico che spinse gli

uomini a riunirsi nelle società civili fu per Bergk il bisogno, quello che Pufendorf denomina

imbecillitas. Per il singolo individuo assumere la veste di cittadino significa sottoporsi alla

legge; l’ingresso nella società civile è segnato innanzitutto dall’assunzione di obblighi verso

gli altri. La società civile è contraddistinta dal sentimento morale di essere vicendevolmente

vincolati, caratteristica che assume la veste di un contratto di tutti con tutti. Il contratto

sociale è per Bergk un’associazione di uomini per tutelarsi reciprocamente nell’uso dei loro

diritti. Il diritto soggettivo implica l’espansione dell’io desiderante in uno spazio esterno alla

persona, mentre il dovere produce la restrizione moral-razionale dell’agire. Il contenuto,

ossia il fine morale del contratto sociale, è dato dalla garanzia dell’uso libero ed eguale delle

forze umane. Il fine dell’uomo sulla terra risiede nella cultura, nel dovere di edificazione

della personalità, la quale determina lo scopo della società civile. Ogni forma di governo

deve quindi essere misurata sullo scopo terreno dell’uomo. Lo scopo dello stato è da un lato

negativo e consiste nell’astenersi dall’intervenire nella società civile; e dall’altro è positivo e

consiste nella tutela coercitiva dei diritti violati. La costrizione statale può colpire le azioni

dell’intelletto e della coscienza, per tanto se applicasse leggi coercitive esterne a ciò che

ricade fuori dal proprio ambito d’azione esso si tramuterebbe in un organizzazione

dell’ingiustizia. Bergk ritiene che lo stato vada qualificato come un istituto di sicurezza e

puntualizza che la sicurezza non è un diritto, ma una conseguenza del libero uso dei diritti

inalienabili del cittadino. Sul piano politico istituzionale, il contratto donativo ideale

presuppone che l’uno sia debitore dell’altro; tale affermazione fa si che in Bergk si delinei

un modello tipicamente tedesco dell’organizzazione della sfera pubblica, che si denota anche

come accordo fra debitori.

Bergk per primo propone un modello di democrazia rappresentativa fondata sulla divisione

dei poteri, con legislativo eletto a suffragio universale maschile e femminile. La repubblica

democratica si offre come la sola forma di Stato che rispetti pienamente l’autonomia morale

degli individui, secondo il principio per cui “tutto ciò che è un prodotto dell’attività umana

deve sottoporsi all’esame di tutti”. La rappresentazione democratica non soltanto ottempera

alle esigenze razionali del diritto, ma è anche la forma regiminis maggiormente conforme ai

dettami della prudenza. Bergk asserisce che in una costituzione morale la separazione dei

poteri è un dovere e si configura come il principio fondamentale introdotto dalla

costituzione. Accanto ai tre classici poteri BErgk ne contempla un quarto: il potere

organizzativo il cui obiettivo principale è tutelare la suprema legge dell’eguaglianza sociale;

in secondo luogo ha il compito di intervenire con la coercizione fisica per riportare

l’equilibrio sociale. Perfettamente utilitaristico è per Bergk il principio giustificativo della

separazione dei poteri anche per evitare la degenerazione dispotica dello Stato: la scissione

fra le svariate funzioni di esso fa sì che ognuno dei poteri sorvegli gelosamente l’altro.

Bergk è del parere che l’uomo abbia dei diritti, il cittadino altri, in quanto i diritti umani

sono disciplinati dal tribunale della coscienza mentre i diritti inalienabili del cittadino

cadrebbero sotto una legalità universale e necessaria alle azioni esterne. Nel democraticismo

bergkiano l’azione dello Stato deve limitarsi alla difesa dei diritti inalienabili del cittadino,

che vengono distinti da Bergk in tre categorie: nell’indipendenza come uomo, nella libertà

come cittadino e nell’eguaglianza come suddito. Klein è del parere che l’equità della legge

possa fornire l’unica sicura garanzia della libertà civile, mentre la libertà politica ricopre un

ruolo ausiliare allo sviluppo morale della prima: essa è vista come partecipazione dei

cittadini al governo dello Stato e alla legislazione. Nel liberalismo di Klein il consenso

politico si scioglie nella concordanza fra ragione individuale e forma razionale di una legge

creduta giusta (adesione morale alla legge); viceversa, nel democraticismo bergkiano il

consenso viene espresso dai cittadini nel corso del processo di formazione della volontà

pubblica.

La relazione di eguaglianza in quanto suddito può riferirsi soltanto alla legge che deve

essere uguale per tutti, il che determina un rapporto di reciprocità fra i cittadini per cui

ciascuno di essi non deve riconoscere nessuno nel popolo come suo superiore, se non colui

che “io” ho il diritto di vincolare e da cui sono a mia volta obbligato a buon diritto. Il

concetto di eguaglianza in Bergk risiede nella reciprocità dell’obbedienza alla legge.

Nella visione di Bergk l’eguaglianza dinnanzi alla legge o eguaglianza giuridica esprime

solo una passività del soggetto morale. A differenza di Pufendor, Bergk è del parere che in

capacità e destrezza nessuno sia uguale all’altro e che tale disuguaglianza non possa essere

eliminata. Difatti nell’antropologia bergkiana l’uomo presenta una natura originaria ed una

acquisita: la prima consiste nella semplice predisposizione ad essere uomo, la seconda

sull’acquisita abilità di far uso delle proprie forze per il conseguimento della finalità umana.

Bergk sostiene che la disuguaglianza conceda all’uomo i più grandi vantaggi perché lo

spinge a non farsi superare da nessuno in abilità, scienze e arti e questa lotta rappresenta,

per Bergk, l’unica via per il pieno raggiungimento dello scopo terreno dell’individuo: la

costruzione della sua singolare personalità morale. In un linguaggio formalizzato, mentre

l’eguaglianza è esprimibile dall’equazione A=B, l’identità può esprimersi con l’equazione

A=A.

Dato che è impossibile che l’intera nazione sia costantemente riunita in luogo per deliberare

su una proposta di legge, allora essa elegge al suo interno dei rappresentanti. E’ questo

l’unico atto di sovranità diretta che il popolo può operare e tali funzionari devono assolvere

le esigenze razionali del diritto e pragmatiche della politica) e devono, inoltre, possedere

caratteristiche quali la ragionevolezza e l’onestà e devono essere cambiati spesso.

Nell’opinione di Bergk solo un intensa circolazione delle elites può condurre alla

formazione di leggi tratte dai bisogni di tutti, leggi, cioè, realizzatrici del benessere. Mentre

per Klein la democrazia diretta era sottesa al timore della tirannide della maggioranza, per

Bergk sta a conferma del dato autonomo a difesa della deontologia democratica. Nel

democraticismo bergkiano tutti sono in grado di acquistare i requisiti intellettuali e morali

per accedere alle cariche amministrative: il diritto-dovere dei cittadini di partecipare alle

questioni pubbliche costituisce il dato maggiormente coesivo che possa albergare tra gli

uomini. Nell’illuminismo radicale bergkiano la facoltà di votare si acquisiva con la

maggiore età (21 anni) e ciò definiva per Bergk la personalità civile. Il diritto di voto nella

tesi kantiana è da “calcolarsi” in rapporto agli averi dei cittadini che pretendono prender

parte alle questioni pubbliche. Tale distinzione appare a Bergk non solo logicamente

scorretta, ma anche in contraddizione con la qualità, propria dell’essere umano, di soggetto

capace di diritti. Su tali bai Bergk arriva a costruire l’idea del suggragio universale maschile

e femminile, proprio facendo perno sul diritto. Nel fare della donna un cittadino a pieno

titolo Bergk finisce per richiedere i diritti del citoyen per tutti gli uomini e le donne

indistintamente dal sesso, dalle proprietà o dalla formazione culturale.

La libertà civile trova riscontro nell’agire “al di fuori di sé” e si presenta come

giuridicamente eguale, infatti l0eguaglianza dinnanzi alla legge o nei diritti rappresenta la

condizione formale su cui riposa la libertà civile che è un diritto inalienabile. Nella teoria di

Bergk la libertà civile riposa sulla rete dei reciproci doveri sociali di rispetto dei diritti altrui.

Nella politica morale Kleiniana, la libertà civile può essere interpretata come

controprestazione dello Stato (con leggi giuste) per l’adempimento del dovere del cittadino.

Bergk dissocia l’idea di Stato dall’idea di giustizia in base alla propensione umana

all’ingiustizia (dei cittadini da un lato e del sovrano dall’altro). Da ciò dipende la necessità

morale che il potere dello Stato venga politicamente limitato attraverso: l’introduzione di una

Costituzione fondata sulla divisione dei poteri; la realizzazione di un codice civile uguale per

tutti; l’abolizione dei privilegi feudali; la rivoluzione come categoria costituzionalmente

contemplata. Nella gerarchizzazione dei tre principali tipi di libertà, morale, civile e politica,

le ultime due di carattere esterno sono da reputarsi funzionali alla prima in quanto si

radicano sulla libertà morale. La concezione radical-democratica di Bergk, incentrata sui

doveri morali positivi di tutela politica dei diritti civili, vede la politica come quel processo

mediante il quale nell’ambito di una qualsiasi convivenza organizzativa, una pluralità di

attori perviene a prendere le decisioni collettive vincolanti finalizzate a dirimere i conflitti

che insorgono nel proprio interno e/o nei rapporti esterni; pertanto le moderne dottrine

tedesche dello stato sono da qualificarsi come pre-politiche piuttosto che come apolitiche.

La filosofia politica dell’illuminismo tedesco, strutturandosi sul fondamentale concetto di

dovere, si determina come caratteristica teoria del pre-politico.

Dopo la libertà civile e politica la forma più rilevante di libertà attivabile nella critica

pubblica è la libertà di stampa, che consente l’estrinsecazione sul piano fenomenico del

dovere di pensare liberamente. Passaggio indispensabile nella crescita personale è

l’acquisizione della facoltà di pensare in maniera corretta ed autonoma. La libertà di

pensiero è perciò un dovere e, nella visione di Bergk anche la libertà di stampa è un diritto

inalienabile che spetta all’uomo in quanto tale. Questo diritto è specificato da Bergk come la

facoltà di diffondere ogni propria idea e convinzione su Dio, gli uomini e le cose, per mezzo

della stampa e sottoposto al principio del nenimen laedere, secondo cui ognuno può pensare

e scrivere ciò che vuole, se soltanto non ci si rende colpevole di nessun delitto verso gli

altri. Nell’illuminismo bergkiano la libertà di stampa si figura come uno dei più importanti

diritti umani perché unicamente per mezzo del libero scambio delle idee la conoscenza si

arricchisce, favorendo il processo di edificazione interiore, animata dalla ricerca della verità.

Il ruolo politico affidato alla libertà di stampa è quello di dar voce alla sovranità

dell’opinione pubblica. Nella teoria liberale di Klein la pubblicità, come istanza politica, si

pone come facoltà sostitutiva della mancante o eventuale libertà di partecipazione al potere

sovrano; tesi giusnaturalistica fondata sul presupposto della bontà del Principe, secondo cui

solo il cittadino rispettato nella sua libertà di opinione e di stanza obbedisce, non perché vi è

costretto, ma perché l’istituzione politica gli si offre come una condizione di uso della libertà

conforme a ragione, anziché come uno stato XXX.

Il mutamenteo politico è ravvisato in maniera eruttiva, cioè con improvvise esplosioni di

collera e con processi accellerati per i radical-democratici, mentre si ravvisa in maniera

evoluzionistica, ossia con la salvaguardia della continuità per i liberali. Il termine

rivoluzione nasce in campo astronomico per denotare il movimento dei corpi celesti, per poi

venire gradualmente assorbito, nella sua valenza metaforica, dal lessico politico, dove il

termine sta per restaurazione. Bergk attribuisce a questo concetto il dinamismo dell’agire

morale, distinguendo tre tipi di attività rivoluzionaria: la rivoltà, l’insurrezione e la

rivoluzione vera e propria. La differenza fra essere risiede nel diverso numero dei soggetti

politici che vi prendono parte e nel diverso fine pratico che la caratterizza.

La rivoluzione politica come dovere morale

La rivolta è l’opposizione della minoranza dei cittadini a disposizioni legislative non eque o

all’ingiunto esercizio dei poteri esecutivo e giudiziario (tra moralità e legalità). L’azione

contraddice la regola di maggioranza (principio) e la rivolta viene risolta da Bergk

assolvendo il dovere di emigrazione della minoranza da uno stato non più giusto.

L’insurrezione, a differenza della rivolta, è costruita come categoria morale e legale insieme

proprio perché adeguata a quelle forme giuridico-razionali che la Costituzione è tenuta ad

introdurre nello Stato. A tal proposito si delineano due ipotesi:

Se lo Stato viola i diritti inalienabili dei cittadini, l’insurrezione viene costruita da Bergk

come il dovere morale della maggioranza di sollevarsi contro istituzioni politiche che

mettono in pericolo le condizioni di esistenza della società civile;

Se il potere politico danneggia diritti che possono anche essere ceduti (alienabili) allora

l’insurrezione è affidata all’arbitrio di coloro che patiscono l’ingiustizia, essa non è dunque

necessaria, ma meramente possibile sul piano empirico.

Il fine che caratterizza l’insurrezione non è tanto la trasformazione della struttura

costituzionale dello Stato, quanto piuttosto il ricambio forzato del ceto dei funzionari


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia Politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Fiorillo Vanda.

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