Filosofia politica: analisi dello stato moderno
Antichità
- Con Platone, Aristotele, Ellenismo
Medioevo
- Patristica, Agostino, Tommaso, Lutero
Modernità
- Con Hobbes, Locke, Rousseau, Kant, Hegel, Rawls
La questione della società civile
- Con Constant, Tocqueville, Mill, Hegel, Marx
Il dibattito politico contemporaneo
- Rivoluzioni ottocentesche, liberalismo, socialismo
Analisi dello stato moderno
Lo stato e la sua fondazione
La politica pre-moderna
Lo Stato è l'istituzione nata in Europa e nell'epoca moderna, che ormai è diventata la base indiscussa di ogni sistema politico nel mondo e la principale fonte del diritto per ogni società. Come Max Weber si impegnò a definirlo, per Stato si intende il monopolio della forza di coercizione legittima, il potere politico che accentra in sé tutte le legittimità particolari che si possono creare all'interno di una società.
Nel mondo pre-moderno i poteri erano infatti diffusi all'interno di tutto il territorio e distribuiti su vari livelli. Non esisteva una capitale in cui si decideva qualunque cosa: il centro del potere politico era nella città di residenza del re, ma tutti i sistemi di diritto mercantile, agricolo, amministrativo, eccetera, erano affidati sempre a enti intermedi e spontanei. Nella così detta entropia medievale, il potere politico dell'impero era una funzione sociale tra le altre, quella funzione che per sua stessa definizione ha il compito di coordinare gli altri diritti particolari dall'alto. Non interveniva nel contenuto dei diritti particolari.
Politica e religione nel medioevo
Nel Medioevo soprattutto il potere politico si poneva come perno di certe sfere di influenza ed era indipendente da altre. Per esempio, non c'era una reale distinzione tra influenza politica e religiosa: il principe locale poteva benissimo essere un vescovo, oppure un laico, e il suo popolo in generale era tenuto a venerare come religione comune il credo particolare del capo. L'eretico era a maggior ragione visto come un pericolo sociale vero e proprio: quando la Chiesa scomunicava un uomo, era sempre l'impero a giustiziarlo e ad organizzare le Inquisizioni.
L'imperatore doveva sempre chiedere di farsi incoronare dal papa, quindi era in qualche misura una figura sacra; dall'altra parte, la Chiesa possedeva eccome dei territori su cui esercitare potere politico a sua volta. La cristianità del Medioevo non è altro che unione indissolubile tra influenza religiosa (cristiana) e coercizione politica. Si può dire che l'impero si chiamasse così per ragioni storiche, per imitare l'impero romano, ma che fosse più una manifestazione del città degli uomini, del Regno dei Cieli in Terra.
Diversa distribuzione del potere politico
Weber scrive che la coercizione politica poteva avvenire ad arbitrio del signore solo nei confronti di schiavi o plebei, cioè verso coloro che dipendevano materialmente da lui e non avevano a loro volta la possibilità di comandare su nessuno. Con l'avvento dello Stato, che dev'essere costitutivamente monopolio e supremazia del potere politico, la coercizione può essere esercitata – in alcuni casi ben stabiliti da una legge impersonale – su chiunque, anche su chi potenzialmente potrebbe essere una fonte di diritto particolare. La modernità vide nascere perciò, per la prima volta nella storia, aggregazioni sociali con pieno potere politico e aggregazioni sociali prive di potere politico (come la famiglia) – nonché l'emancipazione della sfera politica da quella religiosa.
La legittimazione del potere politico
Secondo Max Weber, finora la storia ha mostrato tre modi diversi di legittimare il potere politico:
- Potere tradizionale, fondato sull'autorità del re e della famiglia reale, quindi sul fatto che il sistema politico è sempre andato avanti così per tradizione.
- Potere carismatico, fondato sulla personalità e sul consenso ispirato dal re come individuo.
- Potere legale-razionale, fondato sull'oggettività e sulla razionalità di un diritto universale e impersonale, codificato ufficialmente e quindi fondato dallo stesso potere politico che sceglie in tale maniera di vincolare le sue decisioni.
Lo Stato moderno s'è potuto affermare quando i pensatori politici della modernità sono riusciti a diffondere proprio quest'ultima visione della legittimazione del potere politico, che ha reso la classe al governo anche la fonte esclusiva del diritto in società.
I pensatori della statalità
Jean Bodin
Lo Stato francese diede il la a tutti i futuri Stati d'Europa. Non a caso, vi visse il primo pensatore moderno che codificò in una filosofia politica tale sistema, Jean Bodin (1529-1596). Secondo Bodin, il governo deve affermarsi su base territoriale ed entro confini ben definiti, entro i quali il potere politico possa legittimarsi come supremo e assoluto. Lo Stato, su quel territorio, dev'essere l'unico principio e l'unica condizione dell'ordine sociale e della sua forma. Era proprio Bodin che Ugo Grozio sembrava richiamare quando scriveva che lo Stato dovrebbe essere la garanzia del quieto vivere degli uomini anche se Dio non esistesse.
Hobbes
Da Bodin e Grozio quasi tutti i filosofi politici moderni che si sono susseguiti hanno detto qualcosa che potesse fornire nuovi strumenti per costruire il sistema statale come lo conosciamo noi oggi. Lo Stato come istituzione deve molto a Hobbes, per cominciare. L'autorità dello Stato moderno è pensata infatti come potenzialmente assoluta, anche se tutti i sistemi politici successivi hanno sempre sentito di dover pensare a delle limitazioni per un potere così efficiente eppure così pericoloso. Hobbes portò anche avanti la concezione della politica come una disciplina totalmente amorale: il governo serve unicamente alla funzionalità della società. È tipicamente moderna anche la sua concezione del contrattualismo, compatibile con un bene comune fondato sui diritti individuali. Nel Medioevo, il suddito partecipava al bene comune consegnando idealmente tutta la sua personalità – espressa nella fede e nella morale – al potere politico. L'impero si riservava di confiscare la proprietà di un eretico o di un criminale, in caso di bisogno. Invece, da Hobbes in poi, in forma più o meno effettiva la politica si fonda sempre e solo sul consenso individuale.
Locke
John Locke fu l'avversario di Hobbes e non a caso fu quel pensatore moderno che finì per essere la base ideologica della Rivoluzione Americana, quel momento storico in cui una società moderna cercò di emanciparsi dai sistemi delle altre società moderne. L'uomo per Locke riconosce negli altri individui dei diritti basilari: vita, libertà, possedimento. Il compito del governo dev'essere esclusivamente quello di garantire queste proprietà contro la potenziale usurpazione da parte di qualcun altro. L'autorità per Locke non può essere assoluta perché non ha senso che nasca per danneggiare i suoi sottoposti: ecco l'idea di fondare dei freni per il potere politico, circoscrivendone funzioni e obiettivi. La sua legittimazione è unicamente il consenso costante da parte dei cittadini. Politica è cercare un compromesso per garantire la convivenza proficua di persone che non hanno necessariamente rapporti intimi “naturali” tra di loro. Ogni movimento all'interno di una società così regolata avviene tramite contratti tra privati liberi ed eguali.
Kant
Kant pensò alla concezione moderna della repubblica in Per la pace perpetua. La pace e la civiltà, secondo il filosofo, sono possibili solo presupponendo un diritto universale garantito a qualunque società nascente da esplicite Costituzioni. Egli fu il grande teorico dello Stato di diritto, completando il percorso cominciato dagli Illuministi. Il centro del potere politico poteva garantire la giustizia ponendosi come lo stesso autore, razionale e impersonale, di tutte le norme del diritto. La politica di Kant si rivolge a qualunque cittadino, a prescindere dalla sua moralità ed efficienza. Ogni uomo, poiché razionale, nasce libero e avente diritto come gli altri a prescindere da qualunque condizione – a differenza di quanto accadeva nel Medioevo, in cui ogni uomo nasceva degno o non degno a seconda della sua posizione sociale, salvo poi al massimo poter conquistare con le sue forze la propria libertà. Lo Stato di Kant è per tutti, e tutti hanno il dovere morale di entrare nello Stato.
Hegel
Nella storia della filosofia politica i due grandi filoni sono stati quello di Hobbes da una parte, secondo cui il governo è fondato su una sovranità assoluta e fine a sé stessa, e quelli di Kant e Locke nelle loro differenze dall'altra, secondo cui il governo è fondato invece su regole precise delle quali bisogna assicurare il rispetto. Hegel compose la sintesi ideale tra queste linee di pensiero: lo Stato compiuto è qualcosa di più della convivenza tra individui, quindi le regole e la sovranità non sono sufficienti per rendere dignitosa la loro esistenza e contemporaneamente funzionale l'istituzione. Lo Stato conquista la libertà quando si realizza come spirito etico. Lo Stato etico incarna una volontà manifesta, un insieme di norme e concezioni che si manifesta spontaneamente nell'operato della società civile in sé stessa. Ecco che lo Stato è l'unica cosa che può garantire l'effettiva realizzazione delle pratiche sociali: il prezzo per fare ciò è che il cittadino sintetizzi la sua coscienza personale con l'eticità dello Stato, esprimendo una volontà identica a quella della popolazione nel suo complesso in quanto parte integrante della società civile. La fondazione dell'eticità che restituisce l'individualità all'individuo dissolto nello Stato è il diritto stesso.
Il rapporto col potere ideologico
Il ruolo della costituzione
Lo Stato moderno, nella sua Costituzione, chiarisce i presupposti ideologici che orientano il suo tentativo di garantire alla società due pilastri del bene comune: libertà e uguaglianza. L'espediente della Costituzione è un grande freno alla possibilità che un potere politico assoluto e supremo come quello dello Stato possa diventare dittatoriale e venire meno ai suoi stessi compiti. I governi odierni si pongono per tanto di lavorare nella sola razionalità entro i limiti che si sono prefissati. Non può più avvenire, come succedeva nel Medioevo, che il potere politico tentasse di emanciparsi nella società stravolgendo i suoi fondamenti teorici. Il potere moderno può crescere cercando razionalmente di codificare delle mosse che lo facciano entrare il più possibile nelle grazie della popolazione, che fomentino il consenso.
I fondamenti della costituzione
Si capisce che le Costituzioni cerchino di sfruttare la loro ricerca di fondamenti teorici in una direzione che possa favorire la coesione sociale intorno a principi condivisi. Ecco perché, nonostante i filosofi politici del Seicento avessero concordato sull'amoralità della politica e sulla laicità assoluta del governo terreno, praticamente tutte le Costituzioni moderne citano Dio nel proprio preambolo. Nel Novecento, in modo analogo, è più comune veder parlare invece di rispetto per i diritti umani o simili. La Costituzione della Polonia ha un preambolo interessante che mette in mostra la ricerca da parte dello Stato di principi comuni: ...noi, Nazione Polacca – cittadini tutti della Repubblica, credendo in Dio, fonte di verità, giustizia, bontà e bellezza, o non condividendo questa fede ma gli stessi valori universali sgorganti da altre fonti, uguali nei diritti e nei doveri verso il bene comune...
Assioma di Böckenförde
Lo Stato secolarizzato moderno poggia su dei presupposti – la limitazione del proprio potere assoluto e la fondazione sul consenso popolare – che esso stesso non può garantire per sua natura: è supremazia del potere politico che tende alla supremazia e all'emancipazione in mancanza di confini concreti. Questa contraddizione si dice assioma di Böckenförde: lo Stato ha bisogno di reintrodurre la religione da cui voleva emanciparsi per poter fondare la solidarietà sociale di cui vive. Vive di influenza ideologica ma ha dovuto rifiutarla esplicitamente alla nascita per poter staccarsi dal mondo medievale e dall'influenza della Chiesa. Lo studio di questo aspetto della politica moderna si dice teologia politica.
L'introduzione della società civile
A partire dall'Ottocento si introdusse in politica il concetto di società civile: la politica non è più un affare tra individuo e Stato, ma lo Stato serve gli individui cercando di interpretare la volontà della società civile. Nella storia più recente accadde spesso che il potere politico si sovrappose ai ruoli del potere ideologico proprio con la scusa di varare leggi a favore della società civile. Per esempio, a fine Ottocento Bismark fece della Germania una monarchia protestante che varava leggi contro i Cattolici, in accordo con la maggioranza della popolazione. Bismark non aveva creato un totalitarismo religioso, perché non sarebbe stato tollerato, ma fuse dei motivi ideologico-religiosi con una struttura statale liberale che prometteva libertà religiosa e individuale. Nel Novecento, è il caso delle democrazie cristiane, che volevano adagiare alla forma dello Stato liberale moderno un contenuto ideologico in accordo con la maggioranza della popolazione in quanto società civile.
Antichità
La tradizione greca
La polis
Una delle prime forme politiche civili di cui l'Occidente ha memoria è la polis greca. La polis era una comunità delle dimensioni all'incirca di una città, completamente indipendente e in cui tutti i cittadini maschi adulti – di norma – avevano assolutamente pari diritto. Le decisioni erano prese alla luce del sole (nell'agorà), a votazione democratica e con la partecipazione di tutti. Mancava però un'istituzione statale che codificasse le decisioni pubbliche, esisteva unicamente una piccola forza esecutiva: la boule, un consiglio di 500 membri sorteggiati a turno.
La cittadinanza nella polis
L'uguaglianza davanti alla legge riguardava sì tutti i cittadini, ma non tutte le persone che vivevano nella polis erano automaticamente dei cittadini. La cittadinanza era lo status sociale dei membri della comunità (ekklesia) considerati:
- Persone capaci di pieno potere decisionale – erano esclusi schiavi, barbari, donne e bambini
- Coloro che partecipavano attivamente all'opinione pubblica e alla vita dell'agorà e finché vi partecipavano
Al venir meno di queste condizioni, era possibile eccome perdere i propri diritti nella polis. Chi sceglieva liberamente di vivere in modo appartato era tagliato fuori dalla società comunitaria, ma chi ci rimaneva doveva sperimentare una completa pubblicizzazione della sua vita privata: presso i Greci, anzi, non c'era una vera e propria distinzione tra vita pubblica e vita privata, piuttosto tra vita civile e vita selvaggia.
La nascita delle leggi
Un'introduzione del mondo greco fu la pratica di mettere per iscritto le leggi con la consapevolezza che ciò le poteva rendere imparziali ed efficienti attraverso il tempo. L'introduzione della legge scritta causò la nascita proprio nella Grecia classica di professioni di autentica temperanza politica: l'oratore, l'avvocato, il logota... Non è un caso, dunque, che la Sofistica sia iniziata in quella terra. Si iniziò in quel momento a discutere dei problemi legati alla politica: l'ostruzionismo, la corruzione, la disinformazione. Tutte le costituzioni e le loro degenerazioni trovarono così espressione e sistemazione teorica.
L'origine del diritto
Nel mondo greco la filosofia e il diritto emersero allo stesso tempo. La prima derivò dalla pratica del mito, mentre il secondo fu la conseguenza delle aggregazioni sociali nate in seno a comunanze più che altro religiose e folkloristiche. Ovviamente, questa coincidenza favorì delle riflessioni, in Grecia, che puntassero a far rientrare lo stesso diritto nella filosofia. I grandi giuristi del mondo greco in questo senso furono Platone e Aristotele, nelle loro differenze. Entrambi operarono per separare la politica dall'ambito sacrale e per esprimerne la potenzialità umanistica, ma lo fecero in modi diversi: Platone basava la sua riflessione su una ferrea teoretica, mentre Aristotele ne fece risaltare il lato empirico, pratico.
L'apporto dei sofisti
Furono proprio i Sofisti di Atene a legittimare filosoficamente la democrazia per primi, anche in una forma controcorrente per il loro tempo. Protagora e Trasimaco, in diverse direzioni, sono padri dell'idea secondo cui il giusto e lo sbagliato in politica non siano assoluti, ma decisi arbitrariamente dalla città e portati alla validità dal consenso popolare. Ne consegue che non è umanamente necessario vivere una vita moralmente e politicamente corretta, perché il bene è deciso dal potere – solo che un uomo che si presta a concordare con la comunità politica può vivere i pregi della civiltà.
Platone
Introduzione
Fu Platone, su lezione di Socrate, il primo a schierarsi contro l'idea sofista
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.