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Es. L’ideologia “democrazia” e l’ideologia “oligarchia” considerate singolarmente sono corrotte nel senso che portano

un pensiero di parte e quindi erroneo.

L’ordine della polis emerge dal confronto tra partiti contrapposti che si polarizzano nei due estremi.

Questi estremi sono ugualmente distanti dall’armonico riconoscimento della costituzione naturale ([katà physin])

delle differenze.

La polarizzazione fra questi 2 estremi si esplica nella vita politica come conflitto delle parti entro l’intero ([stàsis],

dissidio) , che come tale si distingue dalla guerra [pòlemos]) perché nella guerra non si riconosce comune

appartenenza ad una medesima comunità politica.

Politica, V, 1301 a 25 – 1301 b 4

Bisogna in primo luogo stabilire come punto di partenza che si sono formate molte costituzioni perché tutti sono

d'accordo sul giusto, nel senso che è un'uguaglianza proporzionale, ma errano nell'applicare tale nozione, come s'è

detto anche prima. Così la democrazia nacque dall'idea che quanti sono uguali per un certo rispetto, siano

assolutamente uguali (e in realtà per il fatto che sono tutti ugualmente liberi pensano di essere assolutamente uguali),

l'oligarchia dalla supposizione che quanti sono disuguali sotto un certo rispetto siano del tutto disuguali (e in realtà

essendo diseguali nel possesso della proprietà suppongono di essere assolutamente diseguali). Perciò gli uni, essendo

uguali, ritengono giusto partecipare in ugual misura di ogni cosa, mentre gli altri, essendo diseguali, cercano di aver

sempre di più, e il di più è diseguale.

La politica è conflitto.

La politica concreta si serve dei modelli ideali come strumento interpretativo, da cui trarre indicazioni per il

giudizio circa il giusto politico

La consapevolezza di questa distanza fra i modelli ideali e la realtà conflittuale della politica consente di

comprendere le ragioni della patologia politica (ribellione)

Quindi, tutte queste forme di costituzione hanno un qualche elemento di giusto, ma, parlando assolutamente, sono

false. E per tale motivo, quando gli uni e gli altri si trovano a partecipare alla costituzione non secondo l'idea che si

sono formati, scoppiano le ribellioni. Potrebbero ribellarsi con pienissimo diritto quelli che eccellono per virtù, anche

se non ci pensano affatto, perché sarebbe del tutto ragionevole che solo costoro fossero assolutamente diseguali. Ci

sono poi alcuni i quali, essendo superiori per nascita, non si ritengono degni di uguali diritti proprio per questa

differenza; credono, infatti, che sono nobili quanti hanno eccellenza di antenati e ricchezza.

I virtuosi non sono disposti per loro natura ad esporsi nel conflitto politico. Si espongono altresì coloro i quali si

ritengono superiori per nascita (nobili).

21/03/2018

Aristotele respinge l’idea di uno schema fisso e ripetitivo per i fatti della politica:

il conflitto delle parti dà luogo ad una vicenda che resta nelle sue determinazioni particolari affatto imprevedibile

Critica alla (supposta) tesi di Platone sulla ciclicità delle forme di costituzione. [critica alla teoria dell’anaciclosi].

Politica, 1316a 1-1316b 26, pp. 197-199

non vi è alcun ordine storico predeterminato nei cambiamenti degli ordini politici.

L’ordine è piuttosto logico e costituisce la griglia concettuale entro la quale sistemare le diverse costituzioni

storicamente esistenti.

Aristotele asserisce che Socrate (ovvero Platone, vero autore delle opere di Socrate) dica il falso quanto asserisce che

le forme di governo si succedano secondo un ciclo sempre uguale. Il ritmo di successione delle costituzioni non è

precostituito, e quindi non è regolare e predeterminabile.

I cambiamenti sono legati ai conflitti fra le parti che si contendono il dominio della città. Aristotele indica che la vera

politica si svolge nelle forme corrotte e non corrette. Infatti, la vera politica è quella nella quale i partecipanti

asseriscono i propri interessi particolari e nel confronto tra questi emerge l’indirizzo di governo. Poiché l’interesse che

agisce è particolare, la forma politica è corrotta.

Il tentativo di Aristotele è di dare una griglia concettuale per comprendere le diverse costituzioni.

Aristotele è l’ultimo filosofo della Grecia classica

Dopo Aristotele il pensiero politico greco deve misurarsi col paradosso della comunità politica ellenistica.

Il carattere paradossale della comunità politica ellenistica:

questa è una comunità, nella quale i rapporti comunitari sono venuti meno,

sicché coloro che sono detti cittadini si trovano a pensare e ad agire spesso come tali, pur sapendo in effetti di non

averne realmente le prerogative.

Per un verso ancora a lungo nelle coscienze resta forte l’identità comunitaria del periodo classico e si mantengono

formalmente gli istituti politici delle polis,

ma d’altro canto i diritti di cittadinanza attiva si riducono a forme prive di contenuto e prevale la supremazia

dispotica dei nuovi monarchi.

Il momento storico di Aristotele è quello in cui emerge un nuovo modo di pensare alla politica. La teoria

dell’anaciclosi si incontra nei testi di Polibio (storico), il quale l’aveva sviluppata per giustificare il dominio di Roma

sulla Grecia. Infatti, egli era uno storico/intellettuale greco al servizio dell’impero romano. La sua teoria si rifà all’idea

platonica secondo cui tutti gli esseri si rifanno ad un movimento circolare. Poiché Aristotele era inizialmente discepolo

di Platone, aveva intuito una possibilità di sviluppare tale teoria sulle forme di governo.

Alla dolorosa esperienza della morte della polis come centro di effettive decisioni politiche la filosofia politica

risponde con una nuova antropologia.

L’estinzione dello spazio pubblico, che si è così realizzata, costringe a pensare la relazione politica come una

dimensione non più necessaria per l’uomo.

Non ne deriva il rovesciamento del primato della comunità nel primato del singolo uomo, ma piuttosto una

separazione che conserva il senso della perdita.

Il singolo mantiene il sentimento di appartenenza alla comunità politica,

ma l’identità pubblica perde la sua importanza rispetto all’identità privata.

Tuttavia, questo atteggiamento di separazione è ben diverso dall’individualismo dei moderni che farà dipendere la

sfera pubblica dalla sfera privata.

Quello che accade dopo il 388 (Battaglia di Cheronea) è la fine della polis e quindi la fine del modo di pensare della

greca classica che era costituito lungo la modalità sociale della polis. Un’interessante autrice americana, Marta G., ha

scritto un libro dedicato al periodo della filosofia greca post classica intitolato “la terapia del dolore” ovvero il dolore

della perdita della comunità politica. La perdita si costituisce dall’estinzione dello spazio pubblico all’interno del

quale i cittadini si sentivano tali nonché appartenenti. Con la battaglia di Cheronea i greci capiscono che il loro modo

di pensare costruito lungo la modalità politica della polis perde le sue basi.

La scomparsa della realtà della polis avviene in modo “subdolo”: i macedoni lasciano l’apparenza

dell’amministrazione invariata permettendo ai greci di continuare le pratiche precedenti solo per non creare

malcontento una semplice rappresentazione scenica. Il governo è detenuto dal monarca macedone. Il rapporto tra

monarca e sudditi è quel rapporto indicato dai greci nei Barbari e avevano definito come rapporto di servitù.

L’uomo greco in questo periodo:

 Vede la realtà della polis greca come un’immagine che sta scomparendo.

 Vive una contrazione della propria coscienza: prima era orientata alla piazza ora è sempre più chiusa nella

dimensione particolare. È l’emergere di una chiusura nella privatezza che è la negazione di ciò che l’uomo

greco chiamava “il proprio modo specifico di essere ed essere uomo” (la dimensione pubblica della piazza).

Ora il sentimento di appartenenza alla comunità si esprime come sentimento di perdita dell’appartenenza alla

comunità. Vi è un senso di impotenza. Emerge un senso di identità privata. Questo segue l’emergere dell’idea di

individuo.

Dopo la battaglia di C (338 a.C.)

HERONEA

La dissoluzione progressiva dello spazio pubblico nella Grecia classica, unito alla politica culturale alessandrina,

aperta alla fusione della cultura greca con quella orientale,

Si afferma nell’età ellenistica una concezione non politica della libertà, legata all’idea dell’autosufficienza del

saggio (idea che contrasta con l’idea aristotelica di politicità):

- non più libertà nella polis,

- ma libertà interiore

Questa nuova idea di libertà si può anche proiettare nella polis (come accade per gli STOICI) ovvero realizzarsi solo

col ritiro dalla politica (come negli EPICUREI),

ma in ogni caso si esplica come pratica interiore dell’autocontrollo in vista di un fine “individuale” di virtù, come

«terapia del desiderio»

Il greco essendo stato invaso da popoli orientali, viene inondato dalla cultura orientale.

L’uomo greco si chiude in una dimensione non politica, la libertà diventa quella interiore. Tali teorie lasciano spazio al

pensiero Stoico (proiezione pubblica anche se dolorosa) o quello Epicureo (no proiezione pubblica perché crea

dolore).

Il disimpegno epicureo non significa rifiuto dell’ordine politico come tale,

ma piuttosto estraneità dal filosofo alla questione della giustizia politica.

Punto di partenza dell’argomentazione degli EPICUREI è che il fine della felicità, diversamente da quanto era stato

in Aristotele, consiste nell’assenza di turbamento,

non conciliabile come tale con la lotta e le ansie connesse alla ricerca di onori e di fama nella sfera pubblica, né con

la fatica ed i rischi di un impegno virtuoso per realizzare una maggiore giustizia politica.

Il saggio epicureo deve ricercare un moderato uso dei piaceri volto a minimizzare il dolore. Il piacere Epicureo si

trova nell’evitare qualsiasi dolore; se non si può avere un ruolo rilevante nel dibattito politico ci si deve astenere. Tale

teoria del desiderio è dominante nel pensiero ellenistico, porta l’uomo greco ad estraniarsi dalle questioni della

giustizia politica.

La questione della felicità era stata affrontata da Aristotele il quale la individuava nella ricerca della conoscenza del

saggio. La saggezza degli epicurei è la capacità di perseguire l’assenza di turbamento, “non si deve ricercare troppo

altrimenti viene l’ansia”. L’immagine epicurea è quella di amici che discutono in un giardino ristretto, recintato, con

un numero di persone amiche tra le quali non vi è confronto tra opinioni (poiché tutti hanno la stessa opinione), in un

luogo armeno, lontano dalle passioni dirompenti della politica. Tutta questa prudenza può portare al suicidio.

A differenza degli Epicurei, gli STOICI assumono come punto di partenza della loro argomentazione il riferimento ad

una ragione universale, che si manifesta nella coscienza senza la necessità del confronto nello spazio pubblico.

Il saggio stoico si riferisce ad una comunità non politica, ma ideale, nella quale tutti gli uomini che si adeguano alla

divina razionalità sono uniti in un rapporto di uguaglianza.

Per gli stoici cadono le distinzioni del diritto di cittadinanza e quindi le esclusioni ma anche i vincoli di

appartenenza a una comunità politica determinata.

Questa comunità universale priva di confini determinati (kosmopolis), che ha la sua collocazione propria nella

coscienza dei saggi, non implica attribuzioni di diritti né richiede pratiche politiche;

si può per questo affermare che la sua dimensione resta privata, anche se ne derivano doveri di carattere pubblico.

La comunità universale è un luogo in cui tutti gli uomini sono partecipi in quanto uomini indipendentemente dal

confronto pubblico. Il saggio Stoico conserva un’idea di comunità politica ideale composta da uomini che partecipano

alla ragione e che con essa possono rinnovarsi. Il pensatore stoico vive la vita della propria comunità, non come se

fosse l’unica dimensione possibile ma come conseguenza a questa universalità (non essendoci più una cittadinanza

[carattere inclusivo ed esclusivo]si è tutti parteci della vita pubblica).

Il pensatore stoico divinizza la “ragione”, la quale è il carattere inclusivo comune a tutti gli uomini. Questa

caratteristica permette l’apertura della vita in comunità a tutti (poi si può liberamente scegliere di non parteciparvi. La

vita nella comunità non è l’unica dimensione possibile ma è la conseguenza dell’applicazione della razionalità

universale. La comunità particolare è la manifestazione contingente di quello che il pensiero stoico considera una

cosmopolis. È una comunità di saggi che vivono dentro di sé l’appartenenza dentro una comunità senza bisogno di un

vero dibattito, è una comunità senza conflitti.

Il saggio stoico se per qualche ragione non può compiere la sua ragione si deve ritirare. Se costretto a non perseguire il

proprio fine il saggio stoico sa sempre che può morire. La pratica del suicidio è l’aspetto tragico di tale condizione

dell’uomo ellenistico.

La Constitutio Antoniniana di Caracalla del 212, che attribuiva a tutti i cittadini dell’impero romano il diritto di

cittadinanza, può essere considerata il punto culminante del processo storico, nel quale l’identificazione esclusiva

del cittadino dell’età antica viene a perdere ogni significato.

Si tratta di una transizione durata secoli con cui si erano poste le basi per un nuovo significato dell’identità,

dell’appartenere e del differire.

Durante l’età ellenistica la visione politica dominante appare improntata all’indifferenza, il suddito imperiale

sostituisce il cittadino e le coscienze ripiegano in una ricerca di identificazione privata, sostenuta dall’aspettativa

soteriologica delle religioni misteriche.

Nel Pantheon della Roma imperiale tutti i molteplici culti dell’Impero trovano indistinta accoglienza, purché

accettino di convivere col culto del numen (o genio) dell’imperatore:

il ritrarsi della filosofia dall’esperienza politica lascia spazio alle pretese del potere ed alla sua ideologia che

dissolve ogni identificazione etnico-religiosa.

La religione in Grecia

Dimensioni:

Pubblica:

 È caratterizzata dal culto degli Dei olimpici.

 È riservata ai soli cittadini.

 Gli Dei olimpici sono la proiezione sul piano divino dell’appartenenza ad una comunità politica. Es. Atena è

la dimensione divinizzata di Atene.

 Gli uomini davano attestazione di culto e non di fede. Infatti il rapporto con gli Dei è di appartenenza ovvero

d’appartenenza ad una determinata comunità della quale la divinità è la personificazione divina.

 Es. Quando Socrate viene accusato di corrompere i giovani, si difende asserendo di aver fatto sacrifici e non

dicendo “che ci crede”.

 Es. Importare nuovi Dei significa “alto tradimento” poiché equivale a riconoscersi parte di un'altra comunità

Privata

 Religione misterica.

 Coinvolge tutti gli appartenenti ad una comunità.

 Si sviluppa, ad esempio, andando a fare sacrifici al tempio di Delfi. Un esempio della nuova religione si trova

alla piazza del Pantheon a Roma.

La religione a Roma

 Un esempio lampante dell’utilizzo della religione in età imperiale è la costruzione del Pantheon che è una

chiesa circolare, fatta dall’imperatore Romano per una finalità politica precisa.

 L’impero romano poiché coinvolge diversi popoli, trova al suo interno diverse religioni. Le religioni sono

attestazioni di ubbidienza ad una determinata divinità.

 L’imperatore allora fece costruire il Pantheon dove i muri sono circolari e vi sono diversi altari dedicati alle

diverse che sono confluite nell’impero romano. Infatti, nell’Impero, almeno inizialmente, è aperto al culto

religioso di diversi dei.

 Al centro, c’è un altare che è del genio dell’imperatore o meglio della divinità specifica che rappresenta la

proiezione divina della personalità dell’imperatore.

 I sudditi che vanno a pregare il Dio della propria religione, sono in un certo senso costretti a rivolgersi anche

verso l’altare posto al centro che è quello dedicato appunto all’imperatore.

 L’imperatore è quindi la massima divinità riconosciuta all’interno dell’impero a cui tutti devono osservare

ubbidienza.

 La religione è mista ancora una volta alla politica. Nello stesso modo in la palla di Atena era la proiezione

divina della comunità.

È significativo che il pantheon sia circolare, l’unico Dio comune è il genio dell’imperatore. In tutta l’antichità non c'è

l’idea di una divinità universale.

Il centro della verità nell’età antica era dato dalla ricerca del vero e del giusto politico nel confronto dialettico che

avveniva nell’agorà. La verità assumeva una dimensione politico/ pubblica. La verità era parresia ovvero Il diritto-

dovere di dire la verità, dire apertamente la propria opinione sul vero e confrontarsi pubblicamente.

La rivoluzione nel modo di pensare avverrà con il cristianesimo dove il punto di partenza non sarà più la piazza e il

confronto al suo interno ma sarà il nuovo concetto di individuo. Il centro dell’elaborazione politica non sarà più la

piazza ma l’individuo. Es. se prima del cristianesimo si vedeva la morte come elemento conclusivo della propria vita e

la si guardava con rimpianto, con un senso di mancanza; con il cristianesimo tale prospettiva si rovescia. La vita dopo

la morte diventa la vera vita, nella quale si può realizzare ciò che non si è potuto realizzare in questo mondo.

Il concetto moderno di individuo si sviluppa a partire dalle caratteristiche che gli sono proprie e non in virtù di una

relazione con altri simili. L’individuo è tale poiché essendo un’entità singolare ha delle caratteristiche proprie che lo

identificano.

26/3/2018

“L’appartenenza ultramondana”

Il Cristo ha portato un messaggio di salvezza aperto a tutti gli uomini in quanto tutti figli di Dio. Tale messaggio pone

gli uomini in una uguale condizione di partenza. “I chiamati” sono tutti gli uomini poiché ciascuno singolarmente è

responsabile della recezione del messaggio salvifico e di seguire la verità che è ivi espressa.

“Il luogo della verità non è il discorso pubblico”

I vangeli sono:

 Sinottici: sono tre e furono scritti in Aramaico.

 Non sinottico: quello di Giovanni. È scritto in greco.

Le idee di libertà sono 2:

 Quella antica ovvero l’appartenenza ad una determinata comunità politica.

 Quella moderna rivolta al singolo.

Nell’ottica moderna, il peccato è la non consapevolezza/ non accoglienza del messaggio di salvezza che Dio

attraverso le parole di Cristo trasmette agli uomini.

Tale messaggio di salvezza si esplica in un altro mondo che prima del pensiero cristiano non c’era. Questi due mondi

sono in contrapposizione tra loro.

L’idea di una salvezza individuale dopo la morte (vita ulteriore dopo la morte), quella di una vita più vera e felice di

quella che si vive in questo mondo, non c’è nel pensiero ebraico fino al 2 secolo A.C. Furono infatti i Farisei a

proporre una vita individuale dopo la morte facendo nascere l’idea che Dio avrebbe salvato il popolo giudaico.

Jaweh è il Dio che apparteneva alla comunità giudaica nello stesso modo in cui Atena apparteneva ad Atene. Non è il

Dio di tutti.

Il messaggio di Cristo è sovversivo per la corrente Ebraica:

 L’idea di una vita dopo la morte è estraneo alla cultura ebraica. Anche dopo il II secolo c’è una corrente del

pensiero ebraico (sadducei) la quale respingeva tale idea dicendo che la promessa di Dio fatta ad Israele era al

popolo e non ai singoli individui, la promessa era quella di instaurare un regno di Israele e non di salvare il

singolo.

 È eversivo poiché estraneo al concetto di appartenenza ad una comunità.

Concilio di Gerusalemme

 Il quid era se il messaggio cristiano di salvezza avrebbe dovuto essere diffuso solo agli Ebrei o anche ai gentili

(i “barbari” dei greci).

 Paolo voleva diffondere il messaggio cristiano a tutti, per questo L’apostolo Paolo viene identificato come

vero fondatore del Cristianesimo inteso con la sua valenza internazionalistica.

 Il messaggio di Paolo è che ognuno in quanto singolo è destinatario del messaggio di Salvezza. La differenza

si determina:

 Fra coloro che accolgono il messaggio di salvezza e la verità li libera

 Coloro i quali non accolgono il messaggio di salvezza e per loro responsabilità individuale non

possono conseguire ciò che nel messaggio di salvezza è promesso.

Il pensiero moderno è universalistico.

La condizione per cui si realizzi la libertà è il riconoscimento del messaggio di Cristo. In questo senso il potere

politico deve permettere la salvezza nell’altro mondo, è strumentale a tale fine e quindi è subordinato alla salvezza

nell’altro mondo. Il potere politico è veramente quello che è solo se agisce in maniera strumentale al fine cui è

destinato.

“Il senso della verità si connette al senso di libertà”

Si parla di libertà del fedele dal peccato, quest’ultimo è il riconoscimento del messaggio di salvezza.

Contesto politico:

Gerusalemme aveva a nord lo stato satellite romano di Erode, a sud aveva il regno diretto dei romani.

Gli Ebrei non volevano essere sottoposti al dominio di un altro popolo ovvero ad una comunità politica che non era la

loro. Tale concetto è espresso attraverso il pagamento dei tributi. L’imposizione delle tasse e la mancanza di una

propria libertà politica era opprimente per il popolo Ebreo.

Gerusalemme aveva i suoi partiti:

 Sadducei: destra, vedevano i romani come un’opportunità per lucrare.

 Pubblicani: destra, coloro i quali anticipavano i soldi delle tasse per poi riscuoterle ai cittadini con gli

interessi.

 Membri dei Sinedrio: coloro i quali detenevano il potere, che avevano un ruolo nell’amministrazione ebraica.

Questi appoggiavano o sostenevano i dominio romano poiché ne avevano un vantaggio (i romani non

avrebbero mai accettato la presenza di nemici al suo interno.), erano odiati dalla grande massa. Erano gli

sfruttatori fiscali.

 Farisei: dissidenti intellettuali, non propensi ad un’azione militare ma criticavano l’atteggiamento romano.

Questi volevano capire la natura del messaggio di salvezza.

 Zeloti (Sicarii): Dissidenti politici violenti (sinistra). Coloro i quali volevano reagire ai romani, espellendoli i

romani con la lotta armata. Facevano incursioni notturne negli accampamenti romani per sgozzare i soldati (il

coltello che usavano si chiamava “sicario”). Tale partito vede una speranza nella predicazione di Cristo che

vedevano come Messia: “capo armato” . Molti si unirono ai discepoli di Cristo pensando che il suo messaggio

di salvezza fosse rivolto al mondo dei vivi. Uno di questi probabilmente fu Giuda Iscariota.

Giuda Iscariota è un unicum, si suppone che il suo nome possa essere una retrotraduzione, ovvero “Giuda Sicario”

ritradotto in “Giuda Zelò”. La sua figura è quella del traditore per delusione poiché il Messia non ha rovesciato il

regno romano.

Dire che “si deve pagare il tributo ai romani” equivaleva a schierarsi dalla parte dei membri del Sinedrio. Quindi se

Cristo avesse detto di pagare il tributo a Cesare sarebbe stato odiato dal popolo.

[Crocifissione: pena di morte tipica del non cittadino romano.]

Sulle monete romane veniva coniata moneta con l’immagine dell’imperatore, la moneta è d’oro. Cristo si fa dare la

moneta e chiede chi c’è effigiato. Ebbene asserisce di dare a Cesare ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio a Dio.

L’autorità che esercita potere politico deve permettere di conseguire la via della verità. In questo senso,

l’atteggiamento politico non è di per sé dotato di un senso autonomo, ha una funzione strumentale, lo scopo è

permettere la salvezza in un altro mondo. A Cesare va il compito di chi deve tenere l’ordine a Dio va il compito della

salvezza.

[La promessa di Dio ha un valore universale che non patisce limitazioni, si realizza nell’altro mondo. ]

In questo modo si pone qualcosa di nuovo nel pensiero politico: nasce la questione della legittimità del potere.

Il potere politico può essere:

 Giusto

 Legittimo: non esiste nel mondo antico. In epoca moderna dove la legittimità deriva dal popolo, il potere

legittimo è quello che ha il consenso popolare.

Il governo legittimo che fa delle leggi che qualcuno reputa ingiuste non rende il governo ingiusto.

La legittimità dell’agire di Dio eccede la realtà politica. Cesare ha un potere legittimo solo nella misura in cui adempie

alla sua funzione. Dio è il termine di riferimento ultra politico che determina se il potere è legittimo o meno.

27/03/2018

“il rapporto fra questo mondo e l’altro mondo”

Il potere è legittimo se la sua esistenza è giustificata da una ragione.

 Es. Italia: “il potere appartiene al popolo”: il popolo legittima l’esistenza del potere.

La ragione di legittimazione è diversa dalla ragione di giustizia, il popolo può sbagliare riguardo alla scelta della

forma di governo.

La funzione di governo si legittima quando è funzionale al raggiungimento della salvezza nell’altro mondo per gli

individui che ne sono destinatari.

Il potere politico:

 Per essere riconoscibile deve riferirsi ad un fondamento che lo giustifichi.

 Si giustifica per un fine limitato che è strumentale alla realizzazione del piano di Dio.

 Es. Cesare non deve essere necessariamente dello stesso “partito” di Dio, o in piena sintonia con lui.

Ma basta che garantisca la pace in questo mondo. Quest’ultima è condizione necessaria per la

salvezza.

Le finalità dei due mondi sono diverse. L’ordine di questo mondo richiede la pace, l’altro mondo richiede l’adesione al

progetto di Dio e riconoscimento della verità del suo messaggio.

L’uomo è sospeso tra i due mondi: quello dei vivi e quello dei morti. L’individuo cristiano non si riconosce più per

l’appartenenza ad una determinata comunità politica. Ma attraverso la promessa di salvezza, l’individuo Cristiano può

capire la sua collocazione nei due mondi: in questo mondo il cristiano è sulla strada per arrivare alla salvezza e questa

strada comporta il superamento di prove ovvero le prove della fede e il potere politico deve sostenere gli individui in

questo percorso. Il potere politico può non identificarsi coi messaggio di salvezza dei cristiano. L’individualismo

cristiano è tutto giocato sulla vicenda interiore di questa salvezza.

“Da ciò l’origine dell’individualismo critiano”

L’uomo non può disporre della propria vita nei termini del suicidio poiché è una scorciatoia rispetto il proseguimento

della propria vita.

Il Cristiano deve “bere fino infondo l’amaro calice”

La promessa di salvezza individuale costituisce la ragione della complessità del pensiero cristiano. Tale prospettiva

individualista provoca una tensione che esploderà con la riforma protestante, ove vi sarà la nascita dell’individualismo

moderno.

“DA questa promessa derivano 2 conseguenze politiche”

L’idea dell’universalismo cristiano si costruisce dalla promessa di salvezza che è indirizzata da Dio a tutti gli uomini

indistintamente. Quindi tutti gli uomini sono tutti ugualmente destinatari del messaggio. In questo senso sono tutti

facenti parte di una comunità che cancella le distinzioni presenti nelle precedenti comunità.

Paolo di Tarso è considerato da molti il vero fondatore del pensiero cristiano, nel passo di cui sopra tratto dalla lettera

ai Galati contiene un’affermazione emblematica per un nuovo modo di pensare l’uguaglianza.

Egli afferma che non ha più valore la distinzione che si faceva tra Ebrei e non Ebrei. In altre parole il criterio di

identificazione di sé a partire dall’appartenenza ad una comunità politica non ha più valore. In quest’ottica non esiste

più la distinzione tra schiavo e libero o tra uomo e donna poiché tutti sono riconducibili ad uno che è Cristo.

In modo non ortodosso Paolo sembrerebbe asserire un’uguaglianza “qui ed ora” che però avrebbe creato un grande

disordine agli occhi dell’ortodossia cristiana. Infatti, lo stesso Paolo asserisce anche che “la moglie deve essere

sottoposta al marito” in riferimento a questo mondo ma nell’altro mondo questa condizione di subordinazione non ha

più senso, in questo mondo anche lo schiavo non cessa di essere schiavo ma viene trattato con più dignità in vista della

salvezza ultramondana.

Queste affermazioni non devono portare al “comunismo cristiano”; questo deriva dall’affermazione “le prime

comunità cristiane vivevano in comunione tra loro”.

L’universalismo

Gli uomini sono tutti uguali ma quest’uguaglianza è relativa infatti Egli asserisce la necessità di distinzione tra le

persone cosicché si veda chi ha veramente fede.

Come si fa a sapere che il messaggio così come io lo ho interpretato è correttamente interpretato? Come si fa a sapere

se si è veramente credenti?

Paolo risponde inventando la parola: “eresia” intesa come fede sbagliata, fede che segue una linea di interpretazione

del messaggio erronea, non vera. È bene che esistano coloro che interpretano in modo erroneo il messaggio di

salvezza cosicché quelli che non sbagliano si riconoscano, nella contrapposizione possono capire che loro sono nella

verità sono gli altri a sbagliare.

È il singolo individuo che credendo individualmente si fa libero, chi disconosce la verità credendo scorrettamente non

si salva.

Il problema è la modalità attraverso la quale gli individui possono riconoscere la verità del messaggio ed interpretarlo

rettamente. La distinzione tra ortodossia e eresia viene risolta organizzando la distinzione, rendendola facilmente

riconoscibile regolando, organizzando, stabilendo in modo chiaro l’ortodossia in opposizione all’eresia.

L’idea di Eresia è cristiana, non esiste prima.

Coloro che abbracciano verità non vere o interpretazioni erronee sono nell’eresia. L’etimologia della parola “eresia”

deriva dal verbo greco “aireo” che significa scegliere. È necessario che avvengano queste divisioni tra cristiani così è

chiaro che se c’è questa diversità si avrebbe potuto vedere chi ha scelto bene e chi male.

L’organizzazione della distinzione viene risolto grazie alla chiesa secolare, grazie all’autorità spirituale (il Papa) che

guida la determinazione dell’eresia e della verità.

“In che modo si può affermare che la distinzione fra ”

Tale distinzione può portare ad esiti paradossali.

Il dissidente Cristiano è perseguitato molto di più di coloro i quali seguono un’altra fede.

S. Tommaso espliciterà quanto detto da San Paolo distinguendo le categorie:

 I non fidelis: sebbene commettono peccato poiché seguono un'altra fede, si possono perdonare poiché la loro

organizzazione può fungere da limite del disordine, per qualche bene che derivi o qualche male che possono

arginare.

 Eretici cristiani: vanno eliminati, non possono essere tollerati.

Tutti gli uomini si, stabilendo che quel “tutti” è relativo in quanto non tutti raggiungeranno la salvezza.

Es. durante il periodo coloniale asserirono che gli Indios avevano l’anima ma non i neri.

28/03/2018

“In conseguenza del dualismo dei mondi e della responsabilità individuale della scelta”

La giustizia:

 Nell’età antica ciò che è politicamente giusto è misurato sulla corrispondenza sull’ordine della physis.

 Nell’età moderna è scaricata sul rapporto di rappresentanza. Il governo è legittimo se fa ciò che vogliono i

cittadini.

 In età medievale la giustizia politica è misurata sulla corrispondenza dell’azione politica con il piano divino di

salvezza che necessariamente passa per la realizzazione della pace in questo mondo che è la funzione

specifica del potere politico in questo mondo.

La giustizia politica è quindi svincolata da una comunità particolare e la pace è commisurata al piano salvifico di Dio:

fine del concetto di appartenenza ad una comunità.

Tale riferimento della giustizia al piano salvifico implica anche che ogni individuo e in particolare gli attori politici

siano incaricati della responsabilità individuale di adempiere alla loro funzione specifica.

 Es. In caso di malgoverno, i sudditi sono confortati dal fatto che il cattivo governante andrà all’inferno.

Il potere

 Deve servire a garantire la pace, non necessariamente deve essere esercitato da uno che sia pienamente

identificabile con il piano di salvezza di Dio. Tutto ciò sta dentro i limiti dell’assolvimento della funzione.

 Se eccede i limiti diventa ingiusto. Il criterio della legittimazione non dipende dalla volontà individuale dei

singoli sudditi ma dalla conformità delle funzioni del potere con i fini determinati da Dio per il ruolo di chi

esercita il potere.

Vi è una convivenza fragile ed esposta a conflitto i cittadini potrebbero non rispondere a chi esercita il potere

temporale.

Es. 25/12/800d.C. L’incoronazione dell’imperatore dell’Impero Romano, trasforma il dominio in Sacro Romano

Impero.

Nella storia del cristianesimo vi sono diverse fasi del conflitto. Quella della notte di natale dell’800 stabilizza un

evento particolare: il cristianesimo essendo la religione comune a tutti, compreso il governante, tutti avrebbero dovuto

esser sottoposti ad essa compreso il governante essendo diventato “Sacro romano imperatore”.

Un imperatore scomunicato non può essere un “Sacro romano imperatore” in quanto non sarebbe capace di condurre i

sudditi verso il messaggio salvifico di Dio. Es. Enrico IV fa di tutto per farsi ricevere dal Papa e revocare la

scomunica.

Questo evento fa riferimento ad una realtà più avanzata che è la società medievale. Si deve stabilire come avrebbero

dovuto essere i rapporti tra cittadini e imperatori quando quest’ultimi non erano cattolici Questi rapporti sono giocati

su un limite nuovo che il cristianesimo pone alla funzione del potere.

Il primo esempio della prima fase è quello trovato nel pensiero di Paolo

“La vicenda nei rapporti fra cristianesimo e potere imperiale nel primo secolo”

L’atteggiamento di Paolo è quello di far recepire il messaggio del Vangelo come messaggio di pace.

I Cristiani devono essere bravi sudditi entro il limite che l’imperatore (che è pagano) non metta in discussione il

perseguimento della salvezza individuale. In questo senso, i Cristiani si rifiutavano di adorare il genio dell’imperatore.

Il libro dell’Apocalisse è il racconto di ciò che accadde nell’epoca in cui è stato scritto. Attraverso allegorie narra ciò

che avviene, ovvero è la narrazione del piano salvifico. Nell’Apocalisse si narra la vicenda specifica della

persecuzione contro i cristiani con un forte giudizio negativo nei confronti degli imperatori non cristiani.

“Con l’emergere delle ragioni di conflitto fra i fini solo mondani”

Per bestia si intende l’Imperatore.

I cristiani che di fronte al pericolo della morte abiurano, venivano timbrati sulla mano e sulla fronte. Tale situazione

consentiva loro di esercitare l’arte del commercio. Avevano la tutela giuridica di mettere in atto lo “ius commerci”. I

Cristiani non abiuranti non potevano avere lo “ius commerci”.

Il potere degli imperatori medievali non è mai stato assoluto poiché non era incondizionato o illimitato, doveva

sottostare a determinate condizioni basate sull’esercizio di una specifica funzione.

Agostino

“l’Individualismo cristiano in Agostino”

S. Agostino è un pensatore che pone nel suo pensiero un accento particolarmente marcato sull’interiorità della

coscienza. Agostino è il punto di riferimento di gran parte della letteratura del 1900 che si rivolge all’indagine della

coscienza interiore.

Le “Confessioni” sono un lungo monologo con Dio, quel titolo verrà ripreso da Rousseau nel suo ultimo libro

incompiuto “Confession”.

Egli ritiene che l’errore stia nell’intenzione erronea del singolo e non nelle cose. In questo senso il problema del

peccato si spiega come un problema di distorsione dell’intenzione.

Se Dio è infinitamente buono come si spiega il male nel mondo? Come si spiega che gli uomini vogliano il male? La

risposta di Agostino è che chi opera il male opera un bene malinteso. Chi lo opera non intende (non ha compreso) la

vera direzione cui deve interessarsi la ricerca del bene. La sua risposta al macarismo [coloro i quali ritenevano

l’esistenza di un Dio buono ed uno cattivo] è che il male è un bene particolare, un bene che colui che lo vuole nella

propria coscienza non riconosce come erroneo poiché preso da sbadatezza. L’atto di chi commette il male è un atto di

volontà deviata verso fini errati originatesi da una coscienza erronea. Il male, quindi, nasce nella coscienza.

Il male è non volere quello che la coscienza vuole per renderti veramente quello che sei.

Il senso di questa vicenda esistenziale dell’uomo come ricerca interiore della verità.

“Il senso della vicenda esistenziale dell’uomo si riassume nella scelta che ciascun uomo deve compiere fra la Città di

Dio e la ”

La verità è la ricerca del vero indirizzata all’unico vero luogo della verità che è Dio. La verità è in stretta connessione

con la giustizia.

L’amore è una propensione dell’anima, della coscienza.

“la città di Dio L, XIV”

Allegoricamente si distinguono due città:

 La città celeste:

 Costruita da Dio come atto di Amore.

 Trova la gloria in Dio.

 È la comunità di coloro che guardano al fine universale della salvezza e quindi a Dio

 La città terrena:

 Si ferma all’utile particolare di chi la vuole, l’interesse resta legato a questo mondo.

 È la comunità di coloro che guardano solo alla realizzazione di un bene particolare e quindi non

guardano a Dio.

Il potere:

 È una funzione condizionata al fine per il quale è stato costituito.

 La prima funzione (città terrena) ama la propria forza particolare.

 La seconda (città eterna) dice “ti amo mio Dio, mia forza”.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso laurea in scienze politiche, studi internazionali, governo delle amministrazioni
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher r.deluchi96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Fiaschi Giovanni.

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