Introduzione: carattere antropogenetico del lavoro e riproduzione sociale
Un'opera di sistemazione e sviluppo
I temi centrali che Rossi Landi si propone di analizzare all'interno di questa sua opera sono fondamentalmente due, l'ideologia e il lavoro. Questi due concetti, inoltre, permettono di comprendere il funzionamento della produzione nell'attuale società globalizzata, dove la comunicazione, tra i tre momenti del ciclo produttivo, non attiene soltanto a quello centrale, cioè quello dello scambio; infatti, la stessa produzione si realizza anche come comunicazione, così come l'ultimo momento del ciclo produttivo, il consumo.
Il fulcro centrale dell'attuale sistema di produzione globale, quindi, è costituito dalla comunicazione, alla quale è collegato, sotto forma di programmi o progettazioni, qualsiasi comportamento individuale o collettivo. La comunicazione, inoltre, investendo tutti e tre i momenti del ciclo produttivo, rappresenta anche l'elemento propulsore della produzione e del consumo, mentre a un livello più generale possiamo dire che, dal momento che l'intero ciclo produttivo ha come obiettivo la produzione, esso avrà come fine anche la comunicazione: produzione per la produzione, ovvero comunicazione per la comunicazione.
Lavoro in generale e lavoro alienato
Nel suo testo, Rossi Landi evidenzia prima di tutto la difficoltà di analizzare, in termini strutturali, il concetto di "lavoro in generale". Considerato nella sua accezione moderna e attuale, il lavoro è inteso come qualcosa che "si cerca", "si ha", "si offre", che viene retribuita e che si misura "in ore". Assumendo una prospettiva storica, invece, il lavoro è da intendersi come lavoro-merce, comparso relativamente di recente, all'interno di una determinata forma sociale di produzione.
Il lavoro che si vende e che si compra si ha a partire dal capitalismo manifatturiero e non è altro che il risultato del processo storico della separazione del lavoro dalle sue condizioni oggettive e della sua liberazione dai vincoli feudali. Il concetto di "lavoro in generale", in realtà, è stato originariamente preso in esame da Marx, nella sua analisi della merce e della società capitalistica. Quest'ultima, infatti, nonostante le sue trasformazioni, resta caratterizzata dal fatto che il lavoro è venduto prima di tutto come merce.
Lavoro come capacità umana specie specifica
Considerando la tesi marxiana e basando su di essa il suo lavoro di analisi, Rossi Landi afferma anche che, nel momento in cui si parla di lavoro, si deve necessariamente parlare anche di lavoro alienato, poiché l'astrazione lavoro si è formata storicamente proprio quando il lavoro è diventato merce in maniera generalizzata, dando luogo a una determinata forma sociale di produzione.
Tuttavia, anche se nella realtà lavoro e lavoro alienato stanno quasi sempre insieme, è possibile considerare il lavoro in generale indipendentemente dal lavoro alienato, intendendolo come capacità trasformativa specificamente umana. Tematizzare il lavoro alienato presuppone la capacità di vedere le cose e di rapportarsi ad esse al di là della situazione di fatto. Questo significa che lavoro e alienazione sono effettivamente collegati, ma non in maniera necessaria.
La situazione alienata, infatti, sebbene sia il risultato del lavoro, può essere superata o divenire punto di partenza della produzione, della progettazione o anche del desiderare una situazione nuova e diversa. Il lavoro, dunque, al di là di come si presenta storicamente e del significato che assume all'interno di una forma sociale determinata, come lavoro-merce, è la capacità di non stare alle cose così come sono, ma di assumerle come modificabili, come non necessariamente coincidenti con quello che sono, e di intervenire su di esse. Il lavoro, pertanto, è la capacità propria di ogni uomo di inventare, produrre diversi mondi possibili.
Rossi Landi, però, si occupa più specificamente del lavoro in generale, in quanto esso non è limitato al "lavoro che si vende e che si compra", ma al lavoro che contiene anche il lavoro alienato, il lavoro inconsapevole ecc. Il lavoro in generale, quindi, non si limita al cosiddetto "lavoro materiale", ma comprende anche il cosiddetto "lavoro linguistico". Questi due tipi di lavoro sono necessariamente interconnessi, dal momento che non esiste una civiltà solo materiale né tantomeno una società solo linguistica.
Di fatto, però, sia il lavoro linguistico che il lavoro materiale sono stati storicamente intesi come separati, pertanto anche questa definizione di lavoro in generale, comprensiva di lavoro linguistico e lavoro non linguistico, di lavoro materiale e di lavoro immateriale, risulta anch'essa il prodotto di una specifica situazione storica.
Oggi, però, la separazione tra lavoro materiale e lavoro immateriale non esiste più, dal momento che risultano saldamente interconnessi; una prova di questa connessione è rappresentata dal computer, in quanto unità di hardware e software, cioè di lavoro e artefatti materiali e di lavoro e artefatti linguistici.
Secondo Rossi Landi, la caratteristica comune del lavoro linguistico e del lavoro non linguistico è l'articolazione, la capacità combinatoria - quella che Thomas Sebeok chiama "sintassi" e che Morris definisce invece "sintattica" - e che è inseparabile dalle altre due dimensioni del segno, la semantica e la pragmatica. La sintattica, per definizione, consiste nella possibilità di utilizzare il numero finito di elementi per produrre diverse combinazioni.
Nel linguaggio verbale, la sintattica non funziona solo sul piano della sintassi ma anche su quello fonologico, dal momento che in entrambi i casi entrano in gioco l'articolazione, la connessione, la composizione di elementi (fonemi, monemi, morfemi); La sintattica, inoltre, comprende anche il piano semantico, dal momento che quest'ultimo comporta, nell'enunciazione, operazioni di selezione e di connessione su un duplice asse, sintagmatico e paradigmatico.
Considerando l'implicazione del significato e della semantica in senso stretto anche nella dimensione sintattica, inoltre, è necessario tener conto anche di una semantica che comprende la fonologia e la sintassi: il comportamento verbale, infatti, sia nella formulazione che nella comprensione di un'enunciazione, rappresenta un atto interpretativo, pertanto esso ha sempre a che fare con questioni relative al significato.
Noam Chomsky, però, nega, sul piano linguistico, il carattere interpretativo della componente sintattica, relegando l'interpretazione alla sola componente fonologica e semantica. Il significato, quindi, non riguarderebbe la componente sintattica ma la dimensione semantica, cioè la correlazione fra "suono" e "significato", ovvero fra componente fonetica e componente semantica.
In questa direzione, Rossi Landi, nel suo libro, si sposta dall'analisi del linguaggio ordinario a quella del linguaggio comune, cioè del parlare che gli uomini hanno in comune nonostante le diverse lingue di appartenenza.
Cap. 1 - Dimensioni del lavoro
Attività e lavoro
Le nozioni di attività e lavoro si distinguono tra di loro, anche se a un certo punto possono sovrapporsi o intrecciarsi. Una prima distinzione è data da Aristotele, secondo il quale l'attività ha in sé il proprio fine, mentre il fine del lavoro se ne distacca. Hegel, invece, afferma che l'attività che soddisfa il bisogno in modo immediato è preumana, pertanto, affinché l'uomo si formi, è necessario che tra il bisogno e la soddisfazione si inserisca in mezzo il lavoro, in quanto è con quest'ultimo che sorge nell'uomo qualcosa di universale.
Secondo questa prospettiva, quindi, il lavoro forma l'oggetto: mentre l'attività è erogazione senza prodotto, il lavoro, al contrario, mira a un fine; si lavora, cioè, per la realizzazione di un qualcosa, di uno scopo. Una problematica consiste però nel capire in che modo è possibile distinguere tra prodotti del lavoro e le tracce naturali della presenza umana, come ad esempio le impronte lasciate dall'uomo, passeggiando sulla sabbia. Anche quest'ultime, infatti, sono segni, prodotti dell'uomo, in quanto sono il risultato di trasformazioni da lui arrecate su materiali precedenti il suo intervento.
In realtà, però, le impronte non sono prodotti di chi le ha lasciate, ma piuttosto sono prodotti del solo interprete, della sua specifica attività interpretante. Affinché le impronte siano interpretate come prodotti del lavoro umano, è necessario che esse siano lasciate apposta dall'uomo. Alla luce di questo, possiamo dire che la differenza tra lavoro e attività consiste nel fatto che il primo ci dà dei prodotti, e quindi lascia inevitabilmente delle tracce, mentre l'attività può produrre dei cambiamenti, delle tracce, ma non necessariamente.
La distinzione del lavoro dall'attività
Per distinguere il lavoro dall'attività in funzione di un determinato oggetto, è necessario che nella storia di tale oggetto si individuino due momenti temporali, cioè un prima e un dopo, e che nel secondo momento l'oggetto presenti caratteristiche non presenti nel primo momento. Vi è poi il caso-limite di due oggetti che si presentano come identici esteriormente, ma dei quali l'uno è un prodotto dell'uomo, l'altro invece del tutto naturale. Questa distinzione tra prodotto e naturale si ha quando solo uno degli oggetti è passato almeno attraverso una modificazione che non riguarda la sua struttura materiale ma la sua posizione in relazione ad altri oggetti.
Ad esempio, una pietra che un uomo prende da una cava portandola in un altro luogo, anche senza lavorarci sopra, è già un prodotto: il lavoro, infatti, consiste in questo caso nel trasporto, dal momento che non vi è presenza naturale della pietra nel luogo dove la si trova ora. Il lavoro determina generalmente una modificazione voluta, pianificata e intenzionale. Tuttavia si può anche volere, pianificare e avere intenzioni anche in modo inconsapevole, semplicemente per imitazione passiva di modelli ricevuti.
In questo caso il lavoro si differenzia dall'attività perché si tratta di un'esecuzione di programmi indifferentemente consci o inconsci. Anche un lavoratore che imita inconsapevolmente modelli ricevuti ed esegue programmi di cui ignora l'esistenza, però, deve necessariamente aver appreso come svolgere ogni specifica operazione di modificazione; in altre parole, qualcuno, o qualcosa deve averglielo insegnato. In primo luogo, dunque, il lavoro si distingue dalla mera attività perché determina prodotti; a sua volta, determina questi prodotti perché è svolto secondo un programma che mira a un determinato fine; in terzo luogo, il lavoro si svolge secondo un programma in quanto c'è stato un apprendimento precedente. Il lavoro, al tempo stesso, è anche trasmissione consapevole o inconsapevole di un qualche sapere, per questo motivo esso si situa all'interno di una dimensione sociale.
Rossi Landi sottolinea anche come sia difficile parlare di lavoro senza parlare, al tempo stesso, di lavoro alienato. Il lavoro e l'alienazione, infatti, stanno quasi sempre insieme nella realtà, sebbene non necessariamente. A questo proposito Rossi Landi propone la fondamentale distinzione fra oggettivazione e alienazione, operata da Marx in risposta alla tesi hegeliana. Nel lavoro l'uomo oggettiva se stesso, ma, mentre il secondo Hegel ogni oggettivazione comporta un'alienazione, per Marx l'oggettivazione è alienata ma può anche non esserlo. A partire da questo fondamento diventa possibile esaminare l'alienazione e il lavoro come due nozioni distinte e separate.
L'intreccio di attività e lavoro
Partendo dalla distinzione base di attività e lavoro, secondo la quale il lavoro lascia dietro di sé dei prodotti, mentre l'attività ha un proprio fine in se stessa e più che prodotti, lascia al massimo delle tracce, si può tuttavia affermare che anche un'attività produce una sorta di cambiamento. Ad esempio il danzare, di per sé, è un'attività che può produrre piacere, gioia o soddisfazione in chi la svolge e in chi la osserva; al tempo stesso essa produce anche stanchezza, sudore ecc.
Il rapporto tra prodotto e lavoro, in realtà, non è omogeneo al rapporto fra tracce o conseguenze ed attività. Il prodotto, infatti, è racchiuso nel lavoro in maniera necessaria, anche quando si separa da esso: dal prodotto, infatti, è possibile risalire al suo specifico lavoro. Un'attività che lascia tracce o che ha conseguenze, invece, è staccata da esse, nel senso che si può continuare a parlare di attività, anche se non ci sono tracce e conseguenze: ad esempio se cammino sulla sabbia lascio delle tracce, mentre se cammino sulla pietra non ne lascio; ma l'attività da me svolta è sempre la stessa, quella cioè di camminare.
La questione diventa più problematica se si prendono in considerazione attività che sono anche lavoro, perché devono anch'esse essere apprese, perché l'attività si è trasformata essa stessa in lavoro e infine perché esistono lavori particolarmente piacevoli che, pur determinando prodotti, hanno una finalità anche in se stessi. Ad esempio si può danzare per mero piacere, come si può danzare per lavoro, per diventare cioè danzatori di professione. Allo stesso modo si può suonare il pianoforte per rilassarsi o perché si ama la musica, ma si può suonare anche componendo spartiti, determinando in questo modo prodotti creati da noi stessi.
Sia nel lavoro che nell'attività ci sono due zone estreme e contrapposte, in considerazione delle quali si può dire con certezza se c'è stato lavoro oppure attività; e poi c'è una zona intermedia dove i risultati delle due zone estreme si sovrappongono o si intrecciano. All'interno del lavoro si possono pertanto distinguere varie dimensioni fra loro intrecciate: gli elementi del processo lavorativo, gli stadi o livelli del lavoro, l'opposizione fra lavoro differenziato e lavoro indifferenziato, la distinzione fra lavoro sociale e lavoro individuale.
Articolazioni del processo lavorativo
La triade fondamentale
Il lavoro si articola secondo una triade fondamentale, costituita dai materiali, dalle operazioni lavorative e dai prodotti. Questa triade indica originariamente il rapporto dell'uomo con la natura: i materiali, infatti, sono potenzialmente mera natura, mentre diventeranno materiali a pieno titolo quando l'uomo comincerà a lavorarci sopra. Ciò riguarda, in primo luogo, il processo dell'ominazione, mentre in secondo luogo riguarda l'investitura operata dall'uomo ogniqualvolta assume dei materiali nel ciclo lavorativo. In realtà, però, per l'uomo la mera natura non esiste più, dal momento che generalmente si lavora su materiali che sono il prodotto di un lavoro precedente: ad esempio è possibile pescare pesci che crescono naturalmente nel mare, ma lo si fa con reti o altri strumenti che sono prodotti di precedente lavoro.
L'articolazione del lavoro si articola in tre fasi:
- La tesi, il punto di inizio del lavoro è costituito, in questo caso, dal materiale.
- L'antitesi, costituita dalle operazioni lavorative che rimandano al lavoratore e che in genere richiedono strumenti: è necessario, cioè, esercitare sul materiale un'attività formativa, un lavoro, in modo da negare la tesi così com'è.
- La sintesi, raggiunta per mezzo della mediazione tra tesi e antitesi e che consiste nel prodotto. Il prodotto, infatti, è la somma dialettica del materiale e delle operazioni lavorative e rappresenta al tempo stesso una potenziale nuova tesi sulla quale si potrà intervenire in un nuovo ciclo lavorativo.
Il prodotto, pertanto, può diventare sia materiale su cui si lavorerà, sia strumento con cui si lavorerà. Nel primo caso la sintesi diventa la tesi di una nuova triade, mentre nel secondo diventa antitesi di una nuova triade. Se la sintesi diventa tesi si ha un riprodursi triadico di tipo hegeliano, cioè necessitario; se invece la sintesi diventa antitesi non si ha il necessaritismo. Inoltre, se la sintesi precedente diventa antitesi, il processo risulterà duplicato, in quanto bisognerà presupporre un altro processo, quello che ha portato alla sintesi assunta come nuova tesi.
Questo ripartire ogni volta da una nuova tesi obbliga l'uomo a ricorrere sempre all'antitesi dentro se stesso che lo porta a negare il risultato del proprio lavoro precedente e a foggiare il mondo secondo uno schema che lo precede. Assumere la sintesi precedente come antitesi, invece, porta a un progressivo adeguarsi alla realtà del mondo. In questo modo è possibile arrivare a una distinzione effettiva tra lavoro umano e lavoro animale: la caratteristica propria e specifica dell'uomo, infatti, consiste nell'adoperare due o più volte di fila la sintesi di precedente lavoro come antitesi, lavorando dunque una seconda volta, utilizzando come strumento il risultato di un suo precedente lavoro.
Il materiale, dunque, non riguarda l'oggetto da cui si comincia a lavorare; esso è tale solo se viene assunto in un ciclo lavorativo, cioè solo quando l'uomo ci lavora sopra. Lo stesso vale per gli altri elementi della triade, le operazioni lavorative e il prodotto. Quest'ultimo, infatti, dal momento che può essere semplicemente usato e può essere ripreso in un ciclo ulteriore di lavoro, rappresenta un punto di incontro tra il finito e l'infinito dell'attività umana.
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