Introduzione artefattualità
Derrida e Stiegler sono due filosofi contemporanei francesi. Nel '93, anno in cui si svolge l'intervista, la televisione occupa un ruolo molto importante. Derrida mostra in particolare due aspetti contrastanti della televisione: una faccia negativa e una faccia in cui la televisione presenta degli aspetti positivi che però devono ancora svilupparsi. Nucleo centrale di questo testo è sostanzialmente il legame a doppio filo tra democrazia e televisione: la televisione, infatti, può essere un elemento di distruzione o favorire la possibilità di democrazia.
C'è un terreno comune tra il discorso di Rossi Landi e quello di Derrida, ovvero la parola "artefatto". La televisione, per Derrida, è infatti legata all'idea di artefatto. Quando parla di televisione, Derrida si riferisce a una scena ripresa da una videocamera; nel momento in cui la scena viene ripresa e la videocamera si accende c'è subito qualcosa che viene artefatto: la scena non è più naturale. Ad essere artefatta in primo luogo è la scansione del tempo. Il tempo del discorso ripreso da una videocamera e un tempo artefatto, compresso in maniera artefatta l'intervista, infatti, in questo caso, viene preformattata e predefinita. Il sistema dell'informazione e della comunicazione agisce prima di tutto sul tempo, preformattandolo, mentre al di sotto di questa preformattazione del tempo c'è una ideologia, costituita da chi decide la scansione del tempo.
Il cinema è sempre stato legato all'idea dell'artefatto, la televisione, invece, è stata sempre legata all'idea della realtà, della presa diretta. Tutto il discorso di Derrida è volto a mostrare che, in realtà, la realtà offerta della televisione è anch'essa artefatta. Non è l'attualità che vediamo attraverso il mezzo televisivo ma l'artefattualità.
La différance è un pensiero dell'urgenza, di ciò che non posso eludere e di cui non posso appropriarmi, poiché è altro: esso, pertanto, tenta di arrendersi all'imminenza di ciò che viene o sta per venire, l'imminenza dell'evento e quindi l'esperienza stessa, dal momento che quest'ultima tende allo stesso tempo ad appropriarsi di quel che accade. Questa esperienza prende il nome di evento. Quest'ultimo, in particolare, non si riduce al fatto che qualcosa accada ma implica anche un arrivante che deve essere assolutamente altro, un altro che ci si aspetta di non attendere. Infatti, se si è sicuri che ci sarà un evento, non si può parlare di evento: ad esempio se attendo l'arrivo di qualcuno, questo qualcuno sarà una persona con cui ho un appuntamento, in ogni caso non si tratta di un evento perché non c'è alcuna sorpresa.
Cap. 1 diritto di supervisione
Prima di effettuare l'intervista, Derrida ha espresso il desiderio di avvalersi del diritto di supervisione sull'uso delle immagini; non si tratta però di una imposizione ma piuttosto del rilevamento di un paradosso: egli, infatti, è in realtà consapevole di come questo diritto sia impossibile da attuare nel momento in cui si ha a che fare con telecamere, cinema e televisione. Derrida, inoltre, sottolinea anche come la persona intervistata si senta intimata da un'ingiunzione contraddittoria: non può infatti rifiutarsi di testimoniare o sottrarsi allo spazio pubblico, al tempo stesso, però, in questa situazione non riescono ad adattare alle loro esigenze le condizioni imposte dalla produzione e dalla registrazione. Derrida ribadisce il cosiddetto diritto di supervisione che riguarda tutto quello che è regolato dalla produzione e dalla circolazione delle immagini.
Questo diritto, inoltre, si collega anche alla questione dell'archiviazione e in particolare al diritto di accesso alle immagini di archivio; a questo proposito Derrida cita una legge votata in Francia nel 1992 che istituiva il deposito legale degli archivi audiovisivi e permetteva l'accesso a questi archivi alla comunità scientifica. Questa legge riconosce pertanto che la società, cioè uno stato, ha il diritto e il dovere di immagazzinare tutto quello che viene prodotto e diffuso attraverso la televisione. A tutto questo materiale archiviato deve però avere libero accesso ogni cittadino che desideri consultare questo archivio. È infatti un diritto di ogni cittadino quello di aver accesso a questi archivi, di poter analizzare il loro contenuto, le modalità di selezione, manipolazione ecc.
Derrida parla poi di una caratteristica distintiva del testo audiovisivo che lo differenzia da tutti gli altri tipo di testo, come la scrittura. Anche se tutti rappresentano una forma di memoria, il mezzo audiovisivo permette di mantenere una traccia di qualcosa che invece non è possibile negli altri mezzi. La televisione, infatti, ci permette di conservare le cose "live”, nel loro momento vivente ed è molto diversa dalla memorizzazione permessa, ad esempio, dalla scrittura. Essa, inoltre, è caratterizzata dalla capacità di trasmettere in diretta, anche se, in realtà, questa "diretta" non è una diretta assoluta, ma soltanto un effetto di essa: infatti, quello che viene trasmesso in diretta sul canale televisivo è prodotto prima di essere trasmesso, quindi l'immagine trasmessa non è mai una riproduzione fedele e integrale della realtà.
Cap. 2 artefattualità, omoegemonia
L'attualità è il risultato di un processo di selezione ed è costituita da due caratteristiche: l'artefattualità e l'artevirtualità. Derrida afferma che l’attualità è artevirtuale perché legata al concetto di virtualità, quindi all’immagine e allo spazio virtuale, ma si concentra soprattutto sulla sua prima caratteristica, cioè sul fatto che l’attualità è fatta: non è data ma attivamente prodotta e interpretata da numerosi dispositivi artificiali. Nella costruzione dell'attualità Derrida rivela inoltre come si tenda solitamente a privilegiare il nazionale, il regionale e provinciale, di conseguenza sono resi secondari tutta una serie di eventi, come quelli ritenuti distanti dall'interesse pubblico e dalla prossimità della nazione, della lingua e dello stile nazionale.
Questo fare la notizia consiste quindi soprattutto nel selezionare ciò che deve essere trasmesso e nel gerarchizzarlo. Inoltre se c'è selezione e gerarchia c'è già un artefatto, qualcuno che decide in base a determinati obiettivi. Derrida, non demonizza però il mezzo televisivo, ma si propone di studiare i suoi meccanismi attraverso cui vengono messi in atto i processi di selezione e gerarchizzazione.
Come tutti gli artefatti, anche la notizia contiene una base ideologica. Infatti tutte le scelte alla base della sua costruzione non sono mai neutre, ma costituiscono degli artifici controllati simultaneamente o alternativamente da istanze private o statali, a cui è soggetta ogni attualità. Attualmente, per evitare un'egemonia statale che potesse produrre degli effetti sull'artefattualità, hanno fatto la comparsa sul mercato le istituzioni radio-televisive. Questo, però, non significa che i canali e le istituzioni pubbliche siano usciti fuori dal mercato; esse, in realtà, continuano ad essere presenti ma per fronteggiare la concorrenza di altri canali o delle radio private, devono necessariamente aprirsi al mercato. Questo mercato in alcuni casi può essere inteso come insieme degli interessi economici, delle produzioni di valori o di plusvalori ecc., mentre in altri casi può essere inteso semplicemente come spazio pubblico. In realtà queste due accezioni sono il più delle volte inestricabilmente intrecciate: infatti, con il pretesto di limitare l'effetto del mercato, si può sempre rischiare di limitare l'accesso dei cittadini alla parola pubblica. Inoltre quello che c'è dietro ai giornali, alla radio e alla televisione, rappresenta, al tempo stesso, il mercato e la condizione della cosiddetta democrazia, cioè la libertà di espressione di chiunque su qualsiasi cosa all'interno dello spazio pubblico. Allo stesso tempo, anche il giornalista deve saper tener conto del mercato.
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