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Presentazione della semioetica

La semioetica non è una branca dello studio dei segni, cioè della semiotica, ma una sintesi trasemiotica ed etica: vuol dire, in sostanza, in che modo i segni sono in grado di rappresentare il malessere o il benessere del soggetto che li usa e il modo in cui questo malessere o benessere si rappresenta attraverso i segni. Le origini della semioetica vanno ricercate nella medicina, dal momento che la branca della semiotica che è nata per prima è stata proprio la semeiotica medica. La semeiotica è lo studio di particolari tipi di segni, i sintomi, i cui rappresentanti più significativi furono due medici, scienziati e naturalisti greci: Ippocrate e Galeno. Questo collegamento fra semiotica, intesa come scienza che si occupa dello studio dei segni, e semeiotica medica conferisce alla scienza dei segni una certa responsabilità e un impegno di ordine etico che riguarda la salute della vita. L’uomo, infatti, in quanto animale semiotico, vive di segni riflettendo su di essi.

Cap. 1: Semioetica e clinica della vita

Il linguista Ferdinand de Saussure aveva inteso la semiologia come scienza generale dei segni, tuttavia il suo pensiero non fa riferimento alla brama della semiotica che si era sviluppata per prima, la semeiotica, di conseguenza egli non tiene conto di un segno molto importante: il sintomo. La semiotica medica è stata poi indirizzata in un’altra direzione, per cercare di interpretare i disturbi di ordine psichico, in particolare in seguito all’avvio della psichiatria dinamica e alla scoperta dell’inconscio. A proposito di inconscio, si inserisce la figura di Sigmund Freud, il quale interpreta il problema dell’intenzionalità e della nonsintomo in termini di linguaggio.

A questo punto sorge il problema dell’intenzionalità dei sintomi. I segni del corpo non sono intenzionali, ma sono una rappresentazione. Questa discriminante va però allargata perché comprende anche la dimensione del conscio e dell’inconscio. Un’altra categoria che entra in gioco in senso bio-semiotico è la vita: più propriamente, possiamo dire che tutta la manifestazione dei segni si iscrive in una macrocategoria che è, appunto, la vita. Di conseguenza, tutto ciò che acquista significato è una manifestazione semiotica che si iscrive in un contesto vitale: in sostanza, è come se venisse prima il corpo e poi l’anima e ogni costituzione semiotica si fonda su questo principio.

Per quanto riguarda la semeiotica, ovvero la branca della medicina che si occupa dei sintomi, un ruolo centrale è costituito, per l’appunto, dai sintomi. Nell’ambito di questa disciplina si possono individuare tre categorie mediche riconducibili a Galeno: la cognitio, l’inspectio e la providentia. La cognitio fa riferimento al passato, l’inspectio è l’analisi del presente, cioè di quelle che sono le caratteristiche attuali del corpo, mentre la providenzia fa riferimento al futuro. In sostanza, il medico analizza il corpo in base al presente, al passato e al futuro: ad esempio, nel presente cerca di stabilire la condizione attuale del corpo, mentre nella diagnosi stabilisce i modi che consentiranno al corpo di stare meglio e di far fronte ai sintomi. Il corpo umano, quindi, è il centro semiotico propulsivo di partenza, attraverso il quale noi possiamo interpretare i segni: il medico guarda al presente, cerca di interpretare il futuro per capire il passato. Si tratta di un’interpretazione di un corpo che manifesta questi segni senza alcuna intenzione volontaria. I segni, quindi, non sono dominati dalla ragione ma si manifestano involontariamente.

Sebeok e la visione globale della semiotica

Un altro studioso che si inserisce nel campo della semeiotica medica collegata alla scienza dei segni è Sebeok, il quale ha elaborato una nuova visione della semiotica, facendola coincidere con il campo delle scienze biologiche, in base all’assunto che tutto ciò che è vita è segno. In questo senso, la semiotica assume una dimensione globale che induce la zoosemiotica, l’antroposemiotica, la microsemiotica, l’endosemiotica e la biosemiotica. Una categoria centrale della semiotica globale è la semiosfera, ovvero il contesto culturale all’interno del quale i segni assumono il significato che hanno. La biosfera, invece, è una dimensione biologica molto più complessa e generale che riguarda tutti i segni del mondo vivente e non limitata solo ai segni verbali e non verbali. All’interno della biosfera o semiobiosfera si costituiscono diverse semiosfere, che comprendono a loro volta molteplici costituzioni semiotiche.

La clinica e Ippocrate

Un altro fattore legato alla semeiotica medica è la clinica, le cui origini sono fatte risalire a Ippocrate, il quale attribuì molta importanza ai sintomi della malattia. Mentre inizialmente il medico era interessato soprattutto alla natura della malattia, alle sue cause e al suo decorso, con Ippocrate al centro dell’attenzione c’è il malato e i suoi sintomi. La medicina teorizzata da Ippocrate critica, in particolare, le concezioni dogmatiche e il ricorso all’esperienza senza prima determinare un metodo di indagine. Secondo Ippocrate, quando si comincia ad analizzare un corpo, bisogna fare riferimento prima di tutto al dato, ovvero ciò che è dato come immediato, il quale è situato in una visione olistica, che riguarda cioè la concezione dell’organismo come un tutto unitario.

Questo darsi immediato di qualcosa viene detto semeion. Questo semeion viene poi immediatamente trasformato in un fenomeno significante, cioè un fenomeno che significa qualcosa, ovvero in sintomo. Si passa quindi dal semeion al sintomo, che è anche l’indizio. Tutto ciò che è reale è un indizio, cioè un sintomo visibile di qualcosa che non è visibile. Riguardo il rapporto fra medico e malato, Ippocrate considerava il vero protagonista e artefice della sconfitta della malattia il malato, dal momento che il dialogo con il malato è l’unico modo per giungere a una diagnosi e alla cura della malattia. Secondo Ippocrate, il medico non deve limitarsi a svolgere il suo ruolo, ma deve essere coinvolto nella sua professione e mostrare dedizione nei confronti degli altri. La persona che probabilmente più di ogni altra si preoccupò di seguire tutti i dettami della medicina ippocratica fu Galeno, il quale può essere considerato il fondatore del metodo sperimentale e della scienza semiotica.

Galeno collega ogni sintomo con altri sintomi in modo da formare un insieme di sintomi. Non bisogna però esaminare tutti i sintomi allo stesso modo, ma bisogna selezionare solo quelli che possono essere utili e che permettono di indicare la causa della malattia. In questo senso, la semiotica deve individuare, esaminando segni e sintomi, il segno capace di indicare la cura di una determinata malattia.

Semiosi della sintomatizzazione ed estensibilità del termine "sintomo" dal punto di vista della semioetica

Nella prospettiva della semiotica globale, la differenza tra sintomo e segno è quella tra una categoria marcata (specie) e una categoria non marcata (genere). In base a questa differenza si distingue, in sostanza, un mondo privato o soggettivo dell’introspezione, caratterizzato dal linguaggio verbale e non verbale, e un mondo pubblico o oggettivo dei segni rivelati attraverso l’analisi clinica del paziente. In altre parole, il sintomo è sentito, mentre il segno è osservato. Pertanto, la differenza tra sintomi e segni consiste nella distinzione tra segni soggettivi e segni oggettivi. Per Peirce un sintomo è un indice, ovvero un segno legato al suo oggetto. Secondo Thure Von Uexküll, invece, il sintomo è un segnale interpretato come segno.

Egli distingue tre tipi di semiosi, dove cambia il ruolo svolto dall’emittente e dal ricevente:

  • Semiosi dell’informazione o della significazione
  • Semiosi della sintomatizzazione
  • Semiosi della comunicazione

Nella semiosi dell’informazione o della significazione c’è un ambiente inanimato che agisce come “quasi-emittente”, mentre tutte le funzioni semiotiche sono svolte dal ricevente che interpreta in segni quello che riceve. Nella semiosi della sintomatizzazione l’emittente è un essere vivente che invia segnali a un ricevente e non si aspetta nessuna risposta. Nella semiosi della comunicazione, invece, i segni sono emessi dall’emittente al ricevente, il quale deve trovare il significato inteso dall’emittente.

Questa distinzione può a sua volta essere riformulata facendo riferimento al ruolo svolto dal segno interpretante e dal segno interpretato:

  • Nella semiosi dell’informazione o della significazione l’interpretato diventa segno perché riceve un’interpretazione dall’interpretante, cioè dal segno che lo interpreta.
  • Nella semiosi della sintomatizzazione l’interpretato è già esso stesso una risposta interpretante, cioè un sintomo.
  • Nella semiosi della comunicazione l’interpretato è già esso stesso una risposta interpretante che richiede a sua volta un’altra risposta interpretante.

Questi tre tipi di semiosi si realizzano all’interno di un mondo prodotto in base al sistema di modellazione di cui è dotato l’interprete, che può essere un essere vivente oppure un artefatto umano. Per Peirce, i sintomi non hanno nessun enunciatore, quindi secondo lui non c’è nessuna differenza tra semiosi dell’informazione – dove l’emittente non è un essere vivente – e semiosi della sintomatizzazione – dove l’emittente è un essere vivente. Fra semiosi della sintomatizzazione e comunicazione, invece, non c’è molta differenza, in quanto anche nella semiosi della sintomatizzazione si può trovare un orientamento comunicativo.

Il sintomo ha un ruolo importante nella semioetica. Quest’ultima, in particolare, individua il sintomo nella semiosi della sintomatizzazione, ma anche nella semiosi dell’informazione e della comunicazione, dove la linea di demarcazione tra letteralità e metaforicità non è netta; questa situazione è riscontrabile anche nel linguaggio comune: per esempio, un meccanico ascolta lo strano rumore del motore di un’automobile, avvertito dal conducente, come sintomo di qualcosa che non va e cerca pertanto di spiegare la causa per riparare l’eventuale guasto.

Prefigurazioni della semioetica nella storia della semiotica

Attraverso l’analisi del senso della significazione e della significatività, la semiologa Victoria Welby aveva sviluppato la propria ricerca sul segno e sul significato, seguendo la direzione della semioetica. Grazie alle sue ricerche, la semiotica è stata intesa in una dimensione più ampia, poiché incentrata sullo studio della significatività. Il termine significatività designa, in particolare, il valore e la pertinenza del significato, quindi la condizione dell’essere significativo, dal momento che l’essere umano è inevitabilmente coinvolto nella vita dei segni, sia a livello teorico che a livello operativo. Lo studio della significatività cerca di far assumere all’uomo un atteggiamento responsabile, continuamente messo in discussione e quindi privo di qualsiasi forma di dogmatismo. La produzione di significato e la capacità di significare e operare sul piano pratico rappresentano il valore massimo di ogni azione, esperienza e conoscenza umana. Questo collegamento fra significazione e valore riguarda la capacità dell’uomo di stabilire una relazione con le cose, con se stessi e con gli altri, e di tradurre le proprie interpretazioni in azione pratica.

Semiotica secondo Peirce

Allo stesso modo, anche Peirce si interessa al rapporto tra semiotica e comportamento sociale dell’uomo. In particolare, Peirce rivolge attenzione alle scienze normative e si occupa della questione dei fini ultimi, il cui valore ultimo è, secondo Peirce, la Ragione e lo Sviluppo della ragione. La Ragione è intesa come processo aperto che non è mai completato o come un movimento all’insegna dell’alterità. Secondo Peirce, il rapporto tra segno e interpretante è fondato sulla logica dell’alterità. In base a questa logica, il segno-interpretante non corrisponde esattamente al segno-interpretato, ma lo arricchisce di nuovi significati. L’interprete/interpretante risponde a qualcosa intesa come segno e in questo modo esso stesso diventa segno e dà luogo, a sua volta, a un’altra risposta interpretativa. Maggiore è l’alterità dell’interpretante rispetto all’interpretato, più l’interpretazione si svolge dialogicamente.

Semiotica secondo Morris

Nel libro Significazione e significatività anche Morris si occupa della relazione fra segni e valori. In particolare, Morris focalizza l’attenzione sul problema dei giudizi di valore etico ed estetico. L’espressione “avere significato” può essere intesa in due modi: nel senso di avere un determinato significato oppure nel senso di avere valore e di essere significativo. Per Morris il termine significato indica un concetto più ampio di significato che si divide in “significazione” (oggetto della semiotica) e “significatività” (oggetto dell’assiologia). Morris intende mettere in rapporto la semiotica e l’assiologia, dal momento che entrambe sono interessate ai processi segnici del comportamento umano. Morris divide la significazione in significazione designativa, prescrittiva e apprezzativa, mentre distingue l’azione in azione percettiva, manipolativa e compitiva. I valori, secondo Morris, sono presenti nell’oggetto, in relazione, però, a un determinato comportamento che implica una scelta. Essi, a loro volta, si suddividono in valori oggettuali, operativi e concepiti. Il valore oggettuale si realizza in un’azione percettiva; il valore operativo si realizza nelle scelte effettive nei confronti degli oggetti e quindi nell’azione manipolativa, mentre il valore concepito è quello che guida le nostre scelte effettive.

Semiotica secondo de Saussure, Rossi-Landi e Bachtin

Anche de Saussure si occupò del rapporto tra segno e valore, in particolare del rapporto tra valore linguistico e valore economico. Egli associa la lingua al mercato, tenendo conto dei rapporti sociali di produzione. I segni perdono valore nel momento in cui non sono più in grado di rappresentare la realtà. La concezione del valore di de Saussure viene però radicalmente criticata da Rossi-Landi. Come de Saussure, anche Rossi-Landi si occupa del rapporto fra valore linguistico e valore economico, in base all’interpretazione del linguaggio come lavoro. Rossi-Landi, però, analizza il linguaggio attraverso strumenti che si rifanno alla concezione di valore proposta da Karl Marx. Proprio in relazione a questo, il pensiero di Rossi-Landi può essere accostato a quello di Bachtin.

Secondo Bachtin, nei processi di significazione il segno non funziona come scambio tra significato e significante. Egli sostiene che l’interpretazione non si limita alla decodificazione e alla sostituzione meccanica di un segno interpretato con un segno interpretante, ma si sviluppa attraverso procedimenti complicati, dove il segno viene rinviato ad un altro e così via. In questo senso, l’interpretazione si realizza in termini di dialogicità, di alterità reciproca e di responsabilità.

Semiosi, interpretazione e dialogo

La relazione fra interpretato e interpretante è dialogica. Come fa notare Bachtin, il dialogo non esiste soltanto nella semiosi della comunicazione ma anche nella semiosi della sintomatizzazione e nella semiosi dell’informazione o significazione. L’intera semiosi è quindi un processo dialogico. Il dialogo consiste nel fatto che è impossibile rimanere indifferenti, non essere coinvolti, nei confronti degli altri. Questa impossibilità, inoltre, non è solo di ordine psicologico e culturale, ma anche di ordine biosemiotico. La costituzione semiotica è data quindi dalla relazione tra segni che non è intenzionale. La relazione in senso semiotico si dà pertanto a prescindere dalla volontà degli elementi caratterizzanti.

Bachtin prende come esempio un testo di Dostoevskij, Le memorie del sottosuolo: considerando il modo in cui l’autore descrive i suoi personaggi, Bachtin mostra come a Dostoevskij non interessa l’uomo che dialoga nel rispetto dell’altro, ma l’uomo che dialoga anche e soprattutto a dispetto di sé. Un altro elemento che interviene nel dialogo e nella relazione tra segni è il corpo che si rivela nel “realismo grottesco”: esso è l’espressione di non-indifferenza in cui si trova non solo l’essere umano, ma anche qualsiasi altro essere vivente. Nelle espressioni verbali e non verbali contenute nella visione realistica del corpo grottesco il dialogo si manifesta come un legame intercorporeo che unisce tutte le specie viventi tra loro con l’intero universo.

Secondo Bachtin, il dialogo verbale si estende nell’ambito della semiosfera, mentre il dialogo intercorporeo si estende in tutta la biosfera. Per Bachtin, dialogo e corpo sono quindi strettamente connessi e l’immagine del corpo dialogico non è altro che il corpo grottesco. La dialogicità è quindi un fattore caratterizzante l’uomo e la sua vita, dal momento che un essere vivente comporta necessariamente una relazione dialogica tra un interprete, un oggetto interpretato e un interpretante. L’essere vivente è quindi al centro di un sistema di relazione che Bachtin definisce architettonica.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

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