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Prima parte, comunicazione

Semiologia della lingua

Benveniste parte da un'analisi delle posizioni opposte dei due grandi padri della semiotica, Peirce e Saussure, alla luce di un problema che dice esser sorto non appena questi concepirono una scienza dei segni: "Qual è il posto della lingua fra i sistemi di segni?"

Peirce definì semiotica riprendendo la denominazione semiotikè che Locke applicava a una scienza dei segni e delle significazioni a partire dalla logica, concepita come scienza del linguaggio. (Quindi c’è una stessa scienza sia per i segni sia per le significazioni. Significa che il loro oggetto è lo stesso? E che segni e significazioni sono la stessa cosa?). Egli ripartì la totalità del reale, del concepito, del vissuto (tutto il significabile) in diversi ordini di segni. Tutto è riconducibile a segno, perché tutto è segno, ossia o icona, o indice, o simbolo.

L'incapacità peirciana di differenziare i sistemi segnici è lampante nel caso della lingua. "La lingua si riduce per lui alle parole, e queste sono segni, ma non sembrano costruire una categoria distinta né una specie costante". La lingua ridotta a parole, cioè a segni, non ha un posto particolare tra i sistemi di segni e le parole sono segni sullo stesso livello di tutti gli altri che l’uomo usa.

L'incapacità pierciana di differenziare i sistemi segnici è evidente nel caso della lingua: le parole appartengono, per lui, per lo più ai simboli; alcune sono indici, come i pronomi dimostrativi, e perciò vengono classificate con i gesti corrispondenti, come quelli di indicare. "Peirce, dunque, non si interroga minimamente sul fatto che un tale gesto è compreso universalmente, mentre il dimostrativo fa parte di un sistema particolare di segni orali, la lingua, e di un sistema particolare di lingua, l’idioma", lingua «nazionale».

Inoltre, per Peirce, «La parola o segno che l’uomo usa è l’uomo stesso»; pensiero è identificato al linguaggio; ogni pensiero dunque è un segno: ciò prova che l’uomo è un segno, come il fatto che ogni pensiero è un segno esterno (parola), prova che l’uomo è un segno esterno: l’uomo è un segno, il suo pensiero è un segno. Ma EB rifiuta la teoria peirciana, poiché "il segno è posto alla base dell’intero universo e che funziona allo stesso tempo come principio di definizione per ogni elemento e come principio di spiegazione per tutti gli insiemi, astratti o concreti".

Ogni elemento avrebbe come unica definizione o significato l'«essere segno» e il segno sarebbe, allo stesso tempo, l’unico principio, l’unico mezzo, di spiegazione di tutta la realtà: sarebbe sia il significato universale che segno capace di spiegare qualsiasi ambito del reale, indipendentemente da che segno sia. I segni sarebbero, tutti, segni gli uni degli altri: "Potranno essere segni di qualcosa che non sia un segno? Si trova un punto fisso a cui ancorare la prima relazione segnica?" Affinché la nozione di segno non si annulli in un ad infinitum, bisogna ammettere, invece, una differenza tra segno e significato (condizione saussurriana della significanza).

Occorre che ogni segno sia compreso in un dato e specifico sistema di segni: "Ecco qual è la condizione della significanza". Il sistema di segni non può esser universale e abbracciare la totalità del reale, la quale, al contrario, ha anche qualcosa che da essi viene significato. Ogni segno viene poi compreso solo nell’ambito del sistema in cui esso è inserito, per cui, ad esempio, il fatto che il fumo segnali il fuoco non è un segno all'interno del sistema segnico delle parole. Solo all'interno di un dato sistema di segni, ogni segno ha un significato.

A dispetto di Peirce, i segni non funzionano tutti allo stesso modo, né possono appartenere a un unico sistema. "Si dovranno costituire parecchi sistemi di segni e rendere espliciti, fra questi sistemi, i rapporti di differenza e di analogia", cosa impossibile nell’ambito peirciano, ove la tripartizione dei segni è troppo generica per essere operativa sul piano descrittivo. Cosa che, come visto, fa sì che la teoria di Peirce perda la specificità del linguaggio.

Saussure è, "nella metodologia come nella pratica, l’esatto opposto di Peirce". Prima di tutto, infatti, ha fatto della lingua l’oggetto esclusivo della sua riflessione e assegna alla linguistica un triplice compito:

  • Descrivere in sincronia e in diacronia tutte le lingue conosciute.
  • Estrarre le leggi generali agenti nelle lingue.
  • Delimitare e definire se stessa.

Ma come la linguistica potrà mai trovare le leggi permanenti presenti in tutte le lingue per ricondurre a queste leggi generali tutti i particolari fenomeni della storia della lingua, se non sono stati definiti i suoi poteri, le sue risorse, i suoi limiti, "cioè la presa che essa ha sul linguaggio e dunque la natura e i caratteri" della lingua?

Come potrei mai scoprire le leggi generali della lingua se non si definisce prima cosa sia una lingua? E come posso descriverne, poi, la storia, se non conosco l’oggetto della descrizione? E quindi tutto si subordina alla coscienza che la linguistica deve acquisire della singolarità della lingua fra tutti gli oggetti di scienza. "In questa consapevolezza risiede la condizione preliminare di ogni altro processo attivo e cognitivo della linguistica; il terzo compito lungi dall’essere sullo stesso piano degli altri due e presupporne il compimento, dà alla linguistica la missione di trascenderli, fino a subordinare la loro realizzazione alla propria".

Alla Platone: definire è dare limiti alle cose ed è la condizione preliminare di qualsiasi discorso sulla natura delle cose. La grande novità del programma saussurriano è che la linguistica è possibile solo a questa condizione: conoscersi scoprendo il proprio oggetto. Tutto deriva, allora, dalla domanda di Saussure: «Qual è l’oggetto ad un tempo generale e particolare della linguistica?»

La prima esigenza di metodo, è separare la lingua dal linguaggio. SAU spiega che il linguaggio, preso nella sua totalità, è multiforme; ad un tempo fisico, fisiologico e psichico; appartiene al dominio sia individuale sia sociale; «Non si lascia classificare in nessuna categoria di fatti umani, perché non si sa come enuclearne l’unità». SAU qui è interessato a scoprire il principio di unità che controlla la molteplicità degli aspetti nei quali ci appare il linguaggio.

Solo il principio di unità consente di classificare qualsiasi cosa, e i fatti di linguaggio in particolare, in un fatto umano. La lingua, invece, «è in sé una totalità e un principio di classificazione»: ha il primo posto tra i fatti di linguaggio. La riduzione del linguaggio alla lingua soddisfa la doppia condizione di porre la lingua come principio di unità e insieme di situarla tra i fatti umani. La lingua è sia fatto di linguaggio sia fatto umano, e consente così di mediare affinché anche il linguaggio possa essere considerato, indirettamente, un fatto umano.

"Principio di unità, principio di classificazione: ecco introdotti i due concetti che a loro volta introducono la semiologia", entrambi necessari a fondare la linguistica come scienza. Essa, infatti, fa parte di una scienza che non esiste ancora, la semiologia, che si occuperà degli altri sistemi del medesimo ordine entro l’insieme dei fatti umani: dei sistemi di segni. SAU: «La lingua è un sistema di segni esprimenti delle idee e, pertanto, è confrontabile con la scrittura, l’alfabeto dei sordomuti, i riti simbolici, le forme di cortesia, i segnali militari ecc. Essa è semplicemente il più importante di questi sistemi. Si può dunque concepire una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale; essa potrebbe formare una parte della psicologia sociale e, di conseguenza, della psicologia generale; noi la chiameremo semiologia».

Essa studierà in cosa consistono i segni e quali leggi li regolano. «La linguistica è solo una parte di questa scienza generale, le leggi che la semiologia scoprirà saranno applicabili alla linguistica e questa si troverà, così, collegata a un dominio ben definito nell’insieme dei fatti umani», quelli semiologici: la lingua come particolare sistema di segni. «Spetta alla psicologo determinare il posto esatto della semiologia; compito del linguista è definire ciò che fa della lingua un sistema speciale nell’insieme dei fatti semiologici» (SAU non dice chiaramente il perché sia un sistema «speciale»).

Semiologia: scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale. Lingua: sistema di segni esprimenti idee. La scienza che la studia, la linguistica, è allora una branca della più generale semiologia. Rapporto lingua-segni: la lingua consiste in un «sistema di segni in cui essenziale [unità] è soltanto l’unione del significato [concetto] e dell’immagine acustica [significante] e in cui le due parti del segno sono entrambe psichiche», perché quando si parla di immagine acustica non si intende un mero fatto fisico, ma la rappresentazione psichica di quanto presentato dai sensi.

Consegue che l’unità e il principio del funzionamento della lingua sta solo nel suo carattere semiotico. Ciò definisce la sua natura e la sua integrazione in un insieme di sistemi dello stesso tipo. A differenza di Peirce, per SAU, il segno è in primis una nozione linguistica che si estende ad alcuni ordini di fatti umani e sociali. L’ambito del segno comprende, oltre alla lingua, dei sistemi omologhi a quello della lingua aventi tutti la caratteristica di essere dei sistemi di segni.

Se SAU è esplicito circa la relazione lingua-sistemi di segni, lo è meno sulla relazione tra linguistica-semiologia, scienza dei sistemi di segni. Egli rimanda alla scienza futura il compito di definire il segno, pur elaborando per la linguistica lo strumento della sua specifica semiologia, il segno linguistico. A collegare la linguistica alla semiologia, è il principio che il segno linguistico sia arbitrario: "L’oggetto principale della semiologia sarà «l’insieme dei sistemi fondati sull’arbitrarietà del segno»". Di conseguenza, nell’insieme dei sistemi di espressione, la lingua ha la posizione primaria: «La lingua, il più complesso e diffuso dei sistemi d’espressione, è anche il più caratteristico di tutti. In questo senso, la linguistica può diventare il modello generale di ogni semiologia, anche se la lingua in sé non è che un sistema particolare».

La semiologia, come scienza dei segni, rimane in SAU una veduta prospettica che nei suoi tratti più definiti si modella sulla linguistica: non spiega la natura del rapporto semiologia-linguistica, fermandosi al tema dell’arbitrarietà. Quanto ai sistemi che, insieme alla lingua, entrano nella prospettiva della semiologia, SAU si limita a citarne alcuni. Ma i riti simbolici e le forme di cortesia sono dei sistemi autonomi? Sono sullo stesso piano della lingua?

Secondo EB, essi entrano in relazione con la semiologia grazie alla mediazione del discorso: il mito che accompagna il rito, il protocollo che regola le forme di cortesia. Questi segni, per nascere e costituirsi in sistema, presuppongono la lingua che li produca e li interpreti. "Appartengono dunque a un ordine particolare, in una gerarchia da definire". Certo, però, si intravede che, oltre i singoli sistemi di segni, "saranno le relazioni fra questi sistemi a costituire l’oggetto della semiologia".

Il ruolo del segno

"Il ruolo del segno è quello di rappresentare qualcosa d’altro, di prenderne il posto evocandolo a titolo di sostituto", supporlo. Noi utilizziamo sempre parecchi sistemi di segni: i segni del linguaggio, della scrittura, di riconoscimento, quelli regolatori dei movimenti dei trasporti, i segni esteriori che indicano le condizioni sociali etc. Questi sembrano moltiplicarsi in virtù di "una necessità interna", che sembra rispondere "a una necessità della nostra organizzazione mentale".

Quale principio introdurre che possa ordinare i rapporti e delimitare gli insiemi? EB mostra un'esigenza di classificazione e di spiegazione della natura dei rapporti tra i sistemi segnici che forse SAU non ha dato. La caratteristica comune ai sistemi, criterio della loro appartenenza alla semiologia, è la loro proprietà di significare: la significanza e la loro composizione in unità di significanza, i segni.

Un sistema semiologico si caratterizza:

  • Per il suo modo di operare, cioè la maniera in cui il sistema agisce e in particolare il senso a cui si rivolge (vista, udito ecc.).
  • Per il suo campo di validità, quello in cui il sistema si impone e va riconosciuto e seguito.
  • Per la natura e il numero dei suoi segni.
  • Per il tipo di funzionamento, cioè la relazione che unisce i segni conferendo loro una funzione distintiva.

Es.: il sistema dei semafori. Il suo modo di operare è visivo; il campo di validità è il movimento dei veicoli sulle strade; i suoi segni sono costituiti dall’opposizione cromatica verde-rosso: è un sistema binario; il suo tipo di funzionamento è una relazione di alternanza, mai di simultaneità, che significa «passaggio consentito/passaggio negato». Questo sistema è suscettibile di estensione in una sola della quattro condizioni: il campo di validità. Lo si può applicare alla navigazione fluviale, ai treni, alle piste dell’aviazione ecc. a condizione di mantenere la stessa opposizione cromatica (natura segni) e la medesima significazione (funzionamento).

Le prime due caratteristiche, "forniscono le condizioni esterne, empiriche, del sistema", e ammettono alcune variazioni o accomodamenti (tipo al modo di operare visivo dei semafori possono essere sostituiti o aggiunti dei segnali sonori); le altre due "ne indicano le condizioni interne, semiotiche": non ammettono variazioni. Natura, numero di segni, loro funzionamento, costituiscono, dunque, la struttura di un sistema di segni.

Due principi inerenti alle relazioni fra sistemi semiotici

1. Il principio di non-ridondanza fra sistemi: non c’è sinonimia fra sistemi semiotici; non si può «dire la stessa cosa» con le parole e con la musica, che sono sistemi diversi. Le condizioni interne al sistema non sono esportabili. Un sistema di segni significa una cosa: non esiste un altro sistema che significhi la stessa cosa. La non-ridondanza è dovuta al fatto che non è possibile esprimere con sistemi diversi lo stesso significato. Essa significa che due sistemi semiotici non sono reciprocamente convertibili: la non convertibilità fra sistemi fondati diversamente è la ragione della non ridondanza nell’universo dei sistemi di segni. "L’uomo non dispone di sistemi numerosi e distinti per esprimere il medesimo rapporto di significazione". L’alfabeto grafico e quello Braille o Morse o dei sordomuti, son convertibili perché sono sistemi a basi identiche fondati sul principio alfabetico: una lettera, un suono.

2. Il secondo principio deriva dal primo e lo completa: "Due sistemi possono avere un medesimo segno in comune senza che si abbia sinonimia o ridondanza": non conta l’identità sostanziale di un segno, ma solo la sua differenza funzionale. Il rosso del semaforo non ha nulla in comune con il rosso della bandiera tricolore. "Il valore di un segno si definisce unicamente nel sistema in cui è inserito. Non esiste un segno trans-sistematico".

Ma allora i sistemi di segni sarebbero "altrettanti mondi chiusi che avrebbero solo relazioni fortuite di coesistenza? Noi formuliamo qui una nuova esigenza di metodo": è necessario che il rapporto fra sistemi semiotici sia di natura semiotica. Sarà determinato dall’azione dell’ambiente culturale che ha generato tutti i sistemi che ne fanno parte. Ma questo sarebbe ancora un rapporto esterno, che non implica una relazione "di coerenza" fra i sistemi. Esiste una seconda condizione: si tratta di determinare se un sistema semiotico dato possa interpretarsi da sé o se debba ricevere da un altro sistema la sua interpretazione: il rapporto tra sistemi si enuncerà come rapporto fra sistema interpretante e sistema interpretato.

E per EB, i segni della società possono essere integralmente interpretati da quelli della lingua, non il contrario: "La lingua sarà dunque l’interpretante della società". Questo mostra e dimostra finalmente la posizione primaria che la lingua occupa nell’universo dei sistemi di segni: tutti questi sono convertibili nella lingua, mai viceversa. "Si ritrova qui un principio generale di gerarchia, da introdurre nella classificazione dei sistemi semiotici e che servirà a costruire una teoria semiologica": la convertibilità nella lingua, diventa la condizione affinché un sistema possa esser detto «semiotico».

Per far emergere le differenze fra i sistemi semiotici, EB presenta un sistema completamente diverso, quello della musica. La differenza consiste nella natura dei segni e nel loro modo di funzionare. La musica è fatta di suoni, che acquisiscono uno status musicale quando sono classificati come note. Non esistono in musica unità comparabili ai segni della lingua: differenza di natura che rende la musica non semiotica. Perché? Vediamo: le note sono organizzate in ordine scalare, la gamma (do, re mi…) dove entrano a titolo di unità discrete, tutte discontinue, ciascuna caratterizzata da un numero di vibrazioni in un determinato tempo. Ogni gamma comprende le stesse note ad altezze differenti. I suoni della musica possono essere prodotti o allo stato isolato o in simultaneità, accordi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pasquale1989 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Pititto Rocco.
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