Capitolo primo – Una mappa del territorio
Pochi fra gli oggetti del sapere, come il linguaggio, sono studiati nelle aree più diverse. Il linguaggio sembra comunque stare sempre dalla parte del mondano. Il senso della natura multiforme, e la loro irriducibilità, si traduce nella varietà di metafore usate per rappresentarle. (Manzoni scriveva che le lingue sono edifici costruiti con i rottami di altri edifici di cui non si conosce più il disegno.) → metafore che alludono alla stratificazione delle lingue come manufatti più antichi della storia universale. Nello stesso senso i filosofi illuministi avevano paragonato le lingue ad archivi dove si conserva la storia dell'uomo.
Il controllo del linguaggio può diventare strumento di controllo del pensiero proprio e altrui, lo studio delle forme linguistiche può fornire indizi importanti sul funzionamento della mente. I segni linguistici sono il più complesso ed efficace tra i sistemi di interazione nelle comunità umane. Tutte le forme di cooperazione e organizzazione sono gestite da sistemi linguistici.
Lo studio del linguaggio coinvolge aree epistemologiche diverse: la prima è la linguistica propriamente detta. La linguistica oggi è una disciplina scientifica istituzionalizzata. È una scienza empirica che si occupa della struttura e della storia delle cosiddette lingue naturali sulla base delle pratiche linguistiche passate e presenti, verbali o scritte. Il termine è stato fondato verso la fine del '700, mentre l'istituzionalizzazione della disciplina avviene dall'800 in Germania. L'ambito della filologia si amplia e nascono le filologie speciali, oltre a quella classica. Un'altra disciplina che farà capolino è la linguistica generale (studio delle condizioni generali delle lingue e della facoltà del linguaggio, una vera e propria filosofia della linguistica). La linguistica generale va poi a toccare tante discipline ed è per questo che oggi viene usato più piacevolmente il termine di “scienze del linguaggio”, proprio ad indicare il diversificarsi delle discipline da cui le teorie sul linguaggio attingono i loro dati.
Nella seconda metà del '900 vediamo crescere i rapporti tra filosofia e linguaggio. I filosofi si erano concentrati sul linguaggio come teoria della mente e della conoscenza, a differenza dei linguisti che tendevano a una ricerca empirica. Al termine “mentalismo” è stata data dignità filosofica e questo corrisponde agli anni di Chomsky e all'effetto liberatorio della sua teoria linguistica. L'integrazione fra linguistica e teoria della mente, tuttavia, incontra i suoi problemi. Una linguistica che si occupi di quello che Noam Chomsky chiama il linguaggio interno e una linguistica che si occupi invece del linguaggio esterno avranno problemi e metodi diversi: la prima tenderà a rappresentare quel sistema mentale, la seconda tenderà a raccogliere enunciati e a descriverne le proprietà. Avviene una radicalizzazione pure in Chomsky per cui il linguaggio esterno viene considerato di secondaria importanza perché derivante dalla linguistica interna.
La filosofia del linguaggio diventa “prima philosophia” perché studio delle condizioni del significato e filosofia applicata perché è un insieme di riflessioni che assumono come oggetto primario un aspetto specifico dell'attività teorica. Il sapere linguistico: nella filosofia si integrano saperi disparati relativi al parlare e al comprendere. Una fonte primaria è la “linguistica spontanea”, che noi tutti applichiamo per verificare la correttezza degli enunciati nostri e degli altri. È una sorta di senso comune linguistico, non scientifico, non tecnico, e quindi può essere anche definita “linguistica popolare” o “protolinguistica” (può anche tradursi in pratiche immaginarie, di qui “linguistica fantastica”). Per l'esistenza di questa spontanea linguistica possiamo dire che solo apparentemente è adatto il termine di arti linguistiche (arte è proprio l'evoluzione di certe tecniche).
Il nucleo teorico della grammatica, da sempre, ha rinviato problemi di teoria generale al tema dei rapporti tra pensiero e realtà, alla struttura della mente. Anche la traducibilità sarà conferma di come le lingue siano esse stesse traduzioni di un linguaggio mentale universale, e ci sia un relativismo linguistico. Chomsky ha stretto i rapporti tra psicologia e linguistica, identificando quest'ultima come una partizione della prima. Nasce la psicolingua. Un'altra disciplina recente è la sociolingua, che studia le pratiche linguistiche dal punto di vista dell'interazione sociale (è da considerare anche l'etnolinguistica).
Stimoli alla riflessione teorica sul linguaggio provengono anche da settori scientifici e sperimentali, per esempio le neuroscienze e gli studi di acustica hanno dato importante materiale alla fonetica. Inoltre, per la sinergia tra organi fisici e procedure mentali, che sembra essere caratteristica del linguaggio umano, tutti quegli studi ripropongono il problema filosofico dei rapporti tra corpo e mente. (“Terza rivoluzione linguistica”). All'interno delle scienze umane, poi, alcune discipline sembrano vocate alla riflessione sul linguaggio. Una di queste è la sezione semiotico-linguistica dell'estetica.
Altra disciplina filosofica importante è la gnoseologia, o teoria della conoscenza, che trova al suo centro il tema della mediazione linguistica. Il pensiero organizzato è per definizione pensiero discorsivo e l'apprendimento linguistico nel bambino è la prima forma conoscitiva del mondo. Dall'interno della riflessione gnoseologica, poi, emergono delle aree che prendono autonomia come la semiotica, che è la scienza dei segni linguistici. (Locke e Peirce hanno contribuito allo sviluppo di questa disciplina. Quest'ultimo disse che la semiotica dovrebbe essere “una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale” e di cui la linguistica è solo una parte). Quindi la linguistica che appartiene alla semiotica è stata oggetto di discussioni, così come sono stati oggetto di discussione proprio i limiti della semiotica. Tuttavia la semiotica come scienza che incorpora la linguistica e va anche oltre, toccando molti campi disciplinari, si è sviluppata molto nel '900.
Possiamo menzionare la filosofia analitica del linguaggio ma dobbiamo isolarla rispetto alle altre discipline citate perché essa non è una partizione della filosofia ma tradizione filosofica (e le correnti analitiche sono state le più ricorrenti nella filosofia del Novecento). Non è facile analizzare in breve le filosofie analitiche perché sono diversificate; possiamo però individuare i caratteri generali: l'antipsicologismo, l'interesse per gli aspetti formali delle lingue naturali più che per la loro storicità, l'applicazione di procedure logiche nella ricerca semantica.
Capitolo terzo – Storia naturale della parola
Vedremo ora la parola come parte inalienabile della costituzione biologica e della vicenda filo- e ontogenetica dell'uomo, come dispositivo in cui istinto e apprendimento, natura e istituzioni hanno un ruolo imprescindibile e grazie al quale la facoltà del linguaggio si rifrange nella varietà delle lingue. Parleremo di Naturalismo in tre accezioni:
- Una può essere meglio definita 'cratilismo', riaffiorerà nella visione dell'origine divina dell'uomo, dove la parola è oggetto di rivelazione e dove appare quindi garantita la congruità tra la parola e la cosa nominata.
- Una seconda accezione del termine naturalismo corrisponde alle teorie di chi descrive la nascita del linguaggio come sviluppo spontaneo delle potenzialità umane e contrappone questo modello a quello teologico.
- Nella terza accezione, la più attuale, il termine naturalismo designa la posizione di coloro che tendono a sottolineare l'importanza dei fattori filogenetici e delle componenti biologiche nell'apprendimento e nell'uso delle lingue naturali.
Come vediamo, solitamente ci sono state teorie che hanno sottolineato l'importanza di un fattore a scapito degli altri, ma lo sforzo dei filosofi è proprio quello di tenere insieme le due metà del problema: spiegare l'arbitrarietà semantica senza contrastare la logica linguistica, spiegare la molteplicità delle lingue senza negare l'unità del linguaggio, tenere insieme storia e natura. Che è quel che fa Epicuro: [il raziocinio sviluppa con maggiore impegno ciò che gli è affidato dalla natura e aggiunge invenzioni in alcuni campi più velocemente, in altri più lentamente. …emettevano l'aria improntata dal singolo stato d'animo e dalla particolare percezione. Sulla particolarità delle voci emesse influì la diversità delle stirpi e dei luoghi. E di alcune cose designarono la nozione con certi nomi, sotto l'impulso dell'istinto o scelsero con raziocinio.]
Dal passo di Epicuro si apre una precisa idea di naturalismo a cui però può essere imputato il fatto che non spieghi il passaggio del linguaggio da fatto individuale a fatto sociale. Otto secoli dopo Epicuro, la tesi che concilia bisogni e desideri trova espressione nelle Confessioni di Agostino. [non erano stati i grandi ad insegnarmi, ma io da me stesso, con l'intelligenza che tu, Dio, m'avevi dato, sforzandomi con gemiti e suoni vari e vari gesti del corpo di esprimere i sentimenti del mio cuore, affinché i miei desideri venissero esauditi... ] Nel De Trinitate arricchisce questa teoria: riconoscere la parola come segno → interrogarsi sul significato della parola quindi comunque presuppone l'esistenza nella mente di una pre-coscienza, di un 'senso linguistico'. Se così non fosse tutto si ridurrebbe alla sensazione auditiva! Invece Agostino fa un passo importante: introduce un elemento etico come movente delle pratiche linguistiche.
Un importante aspetto del naturalismo è la motivazione dei nomi, in qualche modo ricostruire la genesi del relativo significato. Questa poi si è diffusa come pratica ed è nata l'etimologia (la ricostruzione dell'effettivo mutamento fonetico e morfologico di una locuzione). Ma questa è nata fin dalla Grecia arcaica e per anni resta una 'semantica ontologica'. [L'etimologia era una prima forma di grammatica, seguita dalla morfologia e dalla sintassi. Solo nel 19° secolo avremo il comparatismo linguistico che permetterà la ricerca del significato 'vero' dei nomi.] (Ovviamente l'etimologia entra in stretto contatto con un tema plurisecolare come l'origine del linguaggio).
Come per la grammatica, anche per l'etimologia gli Stoici sono un buon punto di partenza. Non abbiamo fonti dirette, ci serviamo di testimonianze: due grandi autori sono Cicerone e Agostino. Gli Stoici pretendono di risalire all'onomatopea originaria, al punto che la cosa concordi con il suono della parola. Laddove, invece, le cose non hanno un suono invocano la sinestesia, cioè l'analogia con altri sensi: “le parole sono percepite così come le cose stesse ci impressionano”.
Dunque, gli Stoici cercano a tutti i costi di accordare la sensazione delle cose con la sensazione dei suoni. Da questa partenza, poi, l'innovazione semantica procede secondo le leggi del traslato per somiglianza tra cose (gamba = crus, sarebbe detta così perché somiglia al legno della croce = crux), per vicinanza (es. la piscina si chiama così perché gli uomini ci nuotano come pesci), per opposizione (guerra= bellum, proprio perché non è bella).
Ovviamente ricordiamo come l'etimologia sia antichissima dato che il concetto che il nome esprima l'essenza di una persona è trattato fin dall'Antico Testamento della Bibbia, quando Dio cambia il nome di Abram dopo aver concluso il patto con lui. Poi, l'etimologia cresce come strumento di analisi semantica: studia la causa delle parole e conoscere la genesi di un nome vuol dire conoscerne il valore. L'espulsione dell'etimologia dal sistema della grammatica in senso stretto non cancella la sua validità come
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