Filosofia ebraica
Protagonisti
Maimonide (1135-1204), filosofo, rabbino e medico spagnolo, e Gersonides (1288–1344), filosofo, fisico e matematico francese. Maimonide è stato il più grande filosofo e capo religioso ebreo (“il Mosè del momento”). Le comunità sefardite normalmente vivevano in Oriente, parlavano in arabo. Maimonide era un capo di queste comunità, le quali si occupavano spesso di questioni filosofiche. Legge la legge ebraica in chiave razionalistica attraverso l'uso della sua conoscenza dell'aristotelismo. Interpreta la mishnah e i talmud in chiave aristotelica. Maimonide studia l'aristotelismo in arabo e lo rielabora. Gersonides studia l'aristotelismo forse in latino e ne trae dei suoi spunti, creando un testo che fa conoscere l'aristotelismo in Provenza.
Le premesse storiche e culturali
La storia della filosofia ebraica è molto ampia, si può partire dagli ultimi libri della Bibbia ebraica (Sapienza, primi secoli a.C.) fino agli autori del XX secolo, che scrivono in inglese e non vivono di norma in Israele (300 a.C.-2000 d.C.). Opere greche, giudeo-arabe, ebraico-medievali (1100-1500 d.C.) si accostano a opere in lingue moderne (italiano, olandese, francese, tedesco ecc...).
Nell'Ottocento nasce una scienza del giudaismo, che rilegge in maniera critica e scientifica la storia ebraica. Studiando gli incontri o gli scontri con le popolazioni occidentali come greci, romani, arabi ecc.. Ciò che accomuna gli autori di queste opere è la religione ebraica e la necessaria immersione da parte loro di immergersi comunque nel loro tempo e nel loro spazio. Gli autori dunque sono conoscitori di opere anche non ebraiche, cercano di tradurle, di assorbirle, di renderle comprensibili agli ebrei.
Si può parlare anche di scolastica ebraica nel 1400, dato che gli autori ebrei conoscevano e cercavano collaborazioni con gli scolastici cristiani, fenomeno soprattutto italiano. Filosofia ebraica non significa, dunque, una filosofia elaborata da un ebreo, né una filosofia le cui fonti sono ebraiche, ma è una filosofia, apparsa in un dato momento, accostabile ai precetti ebraici. Per questo motivo i testi non trattano mai di filosofia pura, sono piuttosto dei commenti a testi biblici o filosofici (ad eccezione di Fonte di vita di Shelomon Ibn Gabirol).
La storia della filosofia ebraica medievale è la storia dello sforzo compiuto dagli ebrei di conciliare la filosofia e il testo rivelato. Platone e Aristotele dominano la filosofia medievale. La filosofia di Aristotele offre una spiegazione globale del mondo, nel senso che essa include tutta la scienza conosciuta al suo tempo, e la filosofia prima, cioè la metafisica (esito finale delle altre conoscenze). La cosmologia di Aristotele, accordata con quella di Platone, è stata per tutto il medioevo la Scienza per eccellenza: la terra, fissa, era il centro del mondo; il mondo sublunare, formato dai quattro elementi, era soggetto alla generazione e alla corruzione, mentre, attorno ad esso, si muovevano le sfere celesti in modo perfetto e circolare, queste erano costituite dalla “quintessenza”, non soggette alla generazione e alla corruzione, e avevano un moto proprio. Al di fuori dell'ultima sfera non vi era nulla, nemmeno il vuoto. In un mondo finito ciò che restava da comprendere era il mondo intellegibile, dove gli esseri avevano una loro gerarchia.
Il filosofo ha ricevuto delle predisposizioni, per mezzo delle quali acquisterà tutte le virtù, tuttavia queste virtù sono in lui in potenza: per poterle ridurre in atto sono necessari studio e disciplina morale. Solo allora scenderà sul filosofo una luce di specie divina (intelletto agente), che unendosi con l'intelletto passivo dell'uomo, renderà l'uomo perfetto. Dio ha stretto un'alleanza con il popolo ebraico. Questi gli ha dato la sua legge, la Torah, ovvero i cinque libri che costituiscono il Pentateuco, attraverso la mediazione di Mosè. Gli altri popoli sono uno strumento nella mano di Dio; egli se ne serve per castigare Israele e ricondurlo sulla retta via. La Torah è la verità eterna totale, data una volta per tutte, ribellarsi ad essa è ribellarsi a Dio.
Il primo contatto tra filosofia greca e pensiero biblico
Il primo contatto tra la filosofia greca e il pensiero biblico ebbe luogo ad Alessandria, con Filone (20-45 d.C.). Egli è testimone della cultura ellenistica e del giudaismo, è un membro influente della comunità, svolgendo il ruolo di ambasciatore. Le sue opere sono numerose: dall'esegesi biblica, ai commenti su passi biblici, ad un trattato sugli esseri e a libri filosofici, tutte scritte in greco. Filone in campo ebraico ebbe poca risonanza, verrà ripreso e amato dai cattolici. Lo scopo di Filone era di mostrare la coincidenza tra la legge e la filosofia della natura. Dio, per Filone, è l'invenzione delle idee, non può avere forma e per manifestarsi a noi ha bisogno di un intermediario, il logos, la parola (per i cristiani la parola è Gesù).
Giudaismo classico
Dal 70 d.C. Distruzione del Tempio, tranne che del Muro del Pianto, fino al 1040 d.C. Da un lato il Midrash, spiegazione della Legge scritta, dall'altro le tradizioni orali raccolte nella Gemarah, che insieme alla Mishnah, forma il Talmud, babilonese se commentato dai rabbini babilonesi e palestinese se commentato da quelli palestinesi. Dal 200 al 500 è un fitto periodo di interpretazioni del Pentateuco, ossia viene redatta la Mishnah, legge orale, composta successivamente da 60 trattati in sei ordini, i sei ordini riguardano soprattutto le leggi da seguire per il popolo ebraico.
I Talmud sono testi sacri per gli ebrei, offrono una reinterpretazione della mishnah, in particolare il talmud babilonese del 600. (“Il Talmud babilonese, con il suo nucleo della Mishnah, è il testo classico dell'ebraismo, secondo solo alla Bibbia. Se la Sacra Scrittura è il sole, il Talmud è la sua luna che ne riflette la luce.”) Il messaggio del Talmud si presenta in due forme: quella della Via da seguire che riguarda le prescrizioni legali, e quella della Racconto, consistente in racconti di episodi, alcuni dei quali possono parere immaginosi e in parabole, modalità che si sono riflettute poi nei Vangeli e nella Sunna islamica. L'insieme costituisce una vera enciclopedia delle conoscenze dell'epoca (matematica, medicina, astronomia ecc.).
Nel mondo ebraico più che il pensiero conta l'azione. Il giudaismo non è un'ortodossia (un giusto pensiero) è un'ortoressia (una giusta azione). Bisogna applicare le leggi della Bibbia, soprattutto conoscere il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), non è importante il pensiero. Gli ebrei del 70 d.C. Fino al 1040 sono negativi nei confronti della filosofia e del mondo greco.
- In alternativa alla paideia (educazione nei ginnasi) c'era lo studio della legge, del Pentateuco;
- Erano contrari alla lettura di Omero, ricco di presenze e credenze idolatriche, perché simbolo della cultura pagana;
- A livello linguistico si preferiva lo studio della lingua ebraica;
- Gli ebrei vengono spesso messi in guardia contro lo studio della filosofia greca, vista come una perdita di tempo. Occorre studiare la legge ebraica in lingua ebraica.
Epicuro viene chiamato apikoros (ateo e miscredente) → figura negativa per eccellenza. Tuttavia i rabbini conoscevano molto bene alcuni aspetti del mondo greco e cercavano di assorbire la loro cultura e renderla ebrea.
- Presso Gaza ci sono scuole rabbiniche o accademie ebraiche. I modelli sono i metodi delle scuole filosofiche greche. Modello: domanda-risposta;
- I metodi filologici sugli scritti di Omero sono simili ai metodi di studio dei rabbini sulla Bibbia. Ne studiano il carattere letterario. Così come studiano il diritto romano e lo assimilano a quello ebraico;
- A livello linguistico l'ebraico è pieno di termini di origine greca. La mishnah è scritta in ebraico, il talmud è scritto in aramaico, lingua della Palestina e dell'Iraq;
- La figura del rabbino è quella di un predicatore itinerante che diffonde la sua religione. Sa affrontare una pubblica discussione, è capace di coinvolgere, come i filosofi stoici. Usa un linguaggio metaforico, icastico, sentenzioso (tipo “Conosci te stesso”).
I rabbini si servono di metodi filosofici per propagandare le loro idee in maniera sintetica, sentenziosa e diretta. C'è un netto rifiuto dell'epicureismo, preferendo così lo stoicismo. Si rifiuta anche l'indifferentismo nei confronti delle autorità politiche.
Il kalam ebraico
Il kalam ebraico deriva da un termine di origine araba, che significa discorso. Il kalam è nato da un lato dai dissensi tra le sette all'interno dell'islam, dall'altro dalle discussioni tra musulmani e le altre religioni. Tra l'800 e il 1000 d.C. Nel vicino Oriente (Mesopotamia) c'è una teologia apologetica (di difesa del proprio credo) in lingua araba, quindi atta a difendere l'islamismo, ma che influenza anche ebraismo e cristianesimo. Un kalam ha come punto di partenza un testo scritto in greco (Fonte di vita), un'opera teologica cristiana, ad opera di San Giovanni Damasceno (VIII sec. d.C.). L'opera è stata più volte tradotta dal greco all'arabo. San Giovanni voleva difendere e diffondere la religione cristiana, elemento che piacque prima agli arabi e poi agli ebrei.
Mutazilismo ebraico. I mutaziliti erano sostanzialmente unanimi nell'accettare cinque principi: unità e giustizia di Dio, verità delle promesse e delle minacce di Dio per quanto concerne la vita futura, la condizione dell'uomo reo di peccato capitale, promozione del bene e impedimento del male.
- L'unità di Dio è il primo principio e definisce cosa sia il Dio unico e definisce ciò che Dio non è, in quanto di Dio si può dire solo che “è”.
- La giustizia di Dio, significa che Dio agisce solo in vista del bene, la giustizia divina è il termine, il limite dell'onnipotenza divina → Dio ha il potere di fare il male, ma per la sua perfezione, non lo fa. Dio ha creato gli uomini tutti uguali fra loro e ha dato loro la ragione per distinguere il bene dal male, e siccome l'uomo è responsabile dei propri atti, ne consegue che in base alle sue azioni sarà punito o premiato.
Punti di scissione tra mutazilismo arabo ed ebraico:
- Dio non solo ha parlato per gli ebrei, ha scritto i dieci comandamenti, quindi non può essere importante solo la parola;
- Il mondo per gli arabi è costituito da atomi che Dio, in ogni istante, conserva e organizza in corpi che sussistono per se stessi e agiscono tra di loro. L'atomismo non è accettato dagli ebrei.
Al-Muqammis è un teologo giudeo-arabo (820-890 d.C. Siria e Iraq), che si è servito dei metodi ritrovati nelle summe filosofiche arabe per difendere la sua religione. Nei suoi Venti trattati parla della teologia ebraica, riprende la filosofia greca, siriana e araba. Studia le quattro virtù cardinali e quelle epistemiche.
Saadya Gaon (892-942) è un teologo e filosofo ebraico, capo di un'accademia in Iraq. Ha scritto diverse opere, ha commentato anche la Bibbia in arabo, svolse un'attività polemica e filosofica nello stesso tempo. Due opere sono filosofico-teologiche (Il commento al Libro della Creazione, scritto in arabo, e il Libro delle credenze e delle convinzioni, scritto in lingua ebraica, che può essere considerato un kalam).
Saadia visse una vita eccezionale, nacque nell'882 nell'alto Egitto, si trasferì in Palestina, nel 921 si impegnò nella controversia a proposito del calendario, tra un saggio palestinese e i geonim babilonesi (da lui spalleggiati). La presa di posizione di Saadia si rivelò decisiva, facendo pendere la bilancia a favore dei babilonesi, rendendolo famoso e importante tra le comunità. Successivamente contese la nomina per un posto importante all'interno della comunità, posto che dovette contendersi per circa tre anni, fino a quando non fu deposto e si ritirò a vita privata. Ma nel 936 venne reintegrato nel gaonato e nel 942 morì.
Egli nel suo libro Libro delle credenze e delle convinzioni si ripromette non solo di provare che la creazione del mondo ex nihilo è vera sia per la ragione che per la Torah, ma che tutte le altre teorie sono false. Saadia era convinto che Torah e scienza non si possono assolutamente contraddire, se vi è una contraddizione, dipende da un nostro ragionamento errato. La Bibbia ci insegna che Dio ha creato il mondo a un dato momento del tempo; l'intuizione di Saadia sta nel fatto che il mondo è limitato e soggetto a mutazione: solo l'azione infinita di Dio può sostenere e spiegare la costante alterazione, la perpetua generazione di un mondo finito in quanto a spazio e tempo. Il mondo e l'uomo, limitati e imperfetti, sono testimoni di un essere illimitato e perfetto.
“Io affermo che Dio ci ha fatto conoscere per mezzo dei suoi profeti che egli è uno, vivente, agente, conoscente; che a lui nulla rassomiglia e che nulla rassomiglia alle sue azioni” → purificazione dell'idea di Dio e dimostrazione della sua incorporeità. Tutto ciò che è nel mondo rientra nelle categorie, Dio invece non rientra in nessuna di esse, egli le trascende tutte. Il primo argomento impiegato da Saadia per giustificare la rivelazione è che Dio, onnisciente, ha agito per il bene e non fa nulla invano. Quindi la rivelazione: precisa gli atti che consentiranno di mettere in pratica le leggi morali, adduce altri comandamenti, non razionali, permette di agire immediatamente. La rivelazione è dunque necessaria. Le apparizioni profetiche sono frutto dell'iniziativa divina, l'uomo non ha potere in questo campo. Il profeta è solo uno strumento della volontà divina, che recepisce la visione, inoltre la parola profetica o i segni sono più convincenti se il soggetto non è degno di nota.
Dio ha rivelato all'uomo i comandamenti, tocca all'uomo dotato di ragione, raggiungere il bene. Chi raggiunge il bene grazie a un atto libero ha un merito doppio rispetto a chi riceve il bene senza aver fatto nulla, per effetto della misericordia divina. La ricompensa che spetta all'uomo fedele è il mondo futuro. O in questo o nell'altro mondo, Dio ricompensa le buone azioni e punisce quelle malvagie. I punti cruciali sono due:
- Dio è eterno, immateriale, fa sussistere l'universo e l'ha creato, ha creato le leggi a cui bisogna obbedire. Importante è il ruolo dei profeti, soprattutto Mosè (è colui che ha scritto il Pentateuco). Dio punisce e premia in base alle nostre azioni.
- Dio salverà Israele e lo difenderà → concetto presente solo nella religione ebraica.
Nel 1038 cessa il gaonato per gli ebrei. I gaonim sono i capi delle comunità dal punto di vista politico, religioso e filosofico, in Siria, Iran e Iraq. Essi sono dibattuti tra due esigenze contrapposte: quella della ragione, che li spinge a interpretare la Bibbia in modo allegorico, e l'esigenza di fare fede al testo. Sembrano avere un'influenza neoplatonica. Furono fondamentali per la sopravvivenza della tradizione ebraica, minacciata sia dalla distruzione del Tempio, che era il luogo di incontro tra Dio e l'uomo, sia dalla diffusione del cristianesimo. Inoltre con la conquista dell'islam, il mondo ebraico dovette affrontare un'ulteriore crisi e una scissione: tra il giudaismo dell'Europa del Nord, molto chiuso e poco favorevole agli scambi culturali, e giudaismo italiano, francese e spagnolo, arricchito da numerosi scambi culturali. Nel mondo orientale ci fu una convivenza pacifica tra islamisti ed ebrei, i quali assunsero l'arabo come lingua dotta. I caraiti costituirono nel Medioevo un pericolo per il giudaismo rabbinico, si svilupparono tra il X e l'XI secolo a Gerusalemme, con opere in lingua araba. Il punto più importante della loro dottrina è il rifiuto della tradizione orale, ossia del Talmud.
Il primo neoplatonismo ebraico
Sviluppatosi nei secoli X e XII. Il neoplatonismo medievale si sviluppa dal secolo XI con gli scritti di Plotino e Proclo e nel mondo ebraico grazie alla prima figura di Filone. Isaac Israeli Ben Solomon (855-955) vive un periodo in Egitto poi si sposta in Tunisia, dove diventa medico di un emiro islamico che conquisterà e governerà in Egitto per due secoli. È un medico molto stimato anche nel mondo latino. Ad Amalfi vengono tradotti i suoi testi dall'arabo al latino. Come filosofo non ottenne molto successo, seppure sia stato il primo filosofo ebreo medievale.
“Ho scritto quattro libri che faranno sopravvivere la mia memoria più di quanto avrebbero fatto dei figli: il Libro sulle febbri, il Libro degli alimenti e delle droghe, il Libro degli elementi”. Alle sue opere mediche si aggiungono quelle filosofiche: Il libro delle definizioni, scritto in arabo e tradotto nel XII secolo in latino e ebraico; Il libro delle sostanze, ritrovato nel 1929, scritto sempre in arabo; Il libro dello spirito e dell'anima, conservato in traduzione ebraica per un pubblico ebraico. I libri più famosi sono sicuramente Il libro degli elementi, tradotto sia in ebraico che in latino e insieme ad esso il Capitolo sugli elementi, presente a Mantova. Le sue opere filosofiche trattavano soprattutto di metafisica e logica.
Il neoplatonismo si basa sul concetto di emanazione. Tra il Dio perfetto e il mondo imperfetto si inseriscono delle essenze che li collegano. Da Dio provengono la materia prima e la forma prima, che generano l'Intelletto. Dall'Intelletto per emanazione (azione necessaria) discende il mondo delle anime, ossia l'animale razionale, animale e vegetativa. Vengono poi il mondo delle sfere, quello sublunare e i quattro elementi. Dio crea la materia e la forma prima, a partire dal nulla.
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