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Possiamo considerare questi criteri un sorta di piccolo codice quanto a verità

epistemologica e diritto. Il diritto è cosa del giurista (io e/o mente) , è cosa del

linguaggio, o è cosa del mondo?

L’autore non solo condivide con la D’Agostini la straordinarietà della parola verità ma

aggiunge che, non solo il nome, il concetto di verità è un nome intrascndibile e

fondamentale (come storia, linguaggio, pensiero, Dio) ma questi nomi si trascendono l’un

l’altro nello spazio della ragione nello spazio intrascendibile, non oltrepassabile della

“condivisione del senso”. Ma la verità all’opera sembra essa stessa filosofia. E’ filosofia?

Tutte le verità muovono da essa, anche quando assumono di negarla. Questo è la

ragione afferma l’autore la parola verità è tra gli innegabili e gli intrascindibili.

Extra veritatem, nulla salus o nulla filosophia! Dalla verità non si esce . Salvo che non si

accetti il mito o non sia il mito a decidere di noi.

L’altra verità : la verità e il dibattito pubblico. Nel dibattito pubblico vi sono anche i

crocicchi, i bar-sport della Padania, i media, i social network, i luoghi della politica, le

accademie, i santuari, gli altari e…piazza S. Pietro. In questi luoghi, oggi, la verità vi sta

esecrata e santificata!!

D. Marconi, al riguardo, ha argomentato in “Per la verità “ contro le paure e le

drammatizzazioni della verità. Ha distinto con cura verità e giustificazione, tra verità e

credenza , tra verità e certezza.

F. D’Agostini sostiene che il nichilismo è esso stesso l’ambiance caratteristica di qualsiasi

situazione democratica : i Greci avrebbero creato con la democrazia anche l’antitodo per

il suo male : la didattica e le tecniche argomentative. Il pozzo è oggi molto avvelenato ha

scritto la D’Agostini!

Il punto sostiene l’autore è questo : sono i cittadini in quanto elettori i soggetti da

avvertire e fare consapevoli degli argomenti e delle tecniche di smascheramento delle

fallacie? E’ questo esercizio che ci farà liberi? Al di la dello scetticismo c’è. Come dice

Heidegger la verità si fa vedere e si nasconde, da compagna silente indispensabile ad

ogni vita. Nella storia degli uomini quando l’urgenza di verità si impone vanno attivati i

Tribunali/Commissioni come fu per Norimberga.

E’ la verità il custode della Costituzione?

L’autore precisa che per il tema non ha certezze e..nemmeno un discorso giunge ad un

fine. Si tratta di suggestioni, impressioni di lettura, qualche idea. Ma i sostenitori di un

diritto senza verità aumentano. Ricordiamo : Natalino Irti in “Diritto senza verità”. Anna

Pintore “Il diritto senza verità”.

Amedeo Conte in “Il nome della verità” (2001) si è interrogato sul valore semantico

dell’alfa di alatheia e, ha aggiunto alla tesi di Heidegger un’altra ipotesi che l’alfa di

alatheia sia non un’alfa privativo ma intensivo, significherebbe allora “somma latenza” “il

massimo di latenza” . Nietzsche in “Verità e menzogna” (1872) dice “il fine più intimo di

una civiltà rivolta alla parvenza e alla misura può essere solo quello di velare la verità” E

Dioniso : “tutto ciò che fino ad allora era stato considerato come determinazione di

misura si rivelò parvenza artificiosa : l’eccesso si svelò come verità. E, dunque, eccesso

l’altro nome della verità? (l’autore). J. Luc Nancy in “Sull’amore” dice : il bello è

supplemento d’essere e di potenza che irradia dal vero…dunque dal bene” Il bene e il

vero, il bello e il vero, non è la libertà essenza del vero? (Heidegger).

L’hobbesiano “authoritas non veritas facit legem” prova contro. E’ l’authoritas del sovrano

Quella che, assume Hobbes, traduce e rende coerente nel sistema di potere istituito la

legge naturale in legge civile. La verità, dunque, qualunque cosa con essa s’intende

c’entra poco.

D. Patterson in “Diritto e verità” (2010) rinvia a P. Haberle di “Diritto e verità”

rappresentano due modi, due “vie” con le quali, entro la cultura giuridica, il rapporto tra

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verità e diritto è rappresentato. Patterson dal lato del metodo, Haberle dal lato della

verità. Patterson scrive il diritto è una pratica ben particolare, dotata di una propria

grammatica, una grammatica argomentativa. E’l’argomentazione giuridica ciò che

costituisce l’essenza, la verità, il diritto. Sono le forme e il gioco dell’argomentare a

istituire e mostrare la verità delle proposizioni giuridiche.

Haberle non si da Stato costituzionale fuori dalla verità. Una società aperta conosce la

verità al plurale. Le verità sono nello Stato costituzionale le condizioni culturali che

connettono tra loro libertà e democrazia, libertà democrazia giustizia e bene comune.

Verità, le verità sono ad un tempo, un limite, sono esse quel limite, assoluto, che vincola,

da principio, lo stesso potere costituente.

Per Natalino Irti in “Diritto senza verità” nel senso che, a suo parere, non c’è verit, né

tecnica teologica o politica che possono guidare la scelta, quale che sia; ma diritto con

verità se verità coincide con volontà, nel suo compiersi e determinarsi. Si parla di

neopositivismo giuridico in cui il fondamento del diritto viene ancorato alla mera volontà

dell’individuo senza alcun riferimento a valori o verità teologiche,

metastoriche,metafisiche (nichilismo giuridico) Il giurista diviene nichilista quando prende

atto che, il diritto è figlio della mutevole storia umana, dei suoi continui pensamenti,

pentimenti, delle sue cangianti convinzioni. Nessuna idea , nessun valore può sottrarsi al

flusso inarrestabile degli eventi e della volontà e rivendicare una permanenza al di la del

tempo : diritto come prodotto di decisioni, e non di ragioni o comunque mai di

ragionamenti che possono dirsi portatori di verità.

Il nichilismo giuridico si offre ora come campo proprio e dominio tutto di volontà e di

libertà, ossia di possibilità, di scelta, di valori,e, così, ancora più, di fondamenti plurimi,

nei modi anche di una pluralità di norme fondamentali. Non sarà dunque la verità a farci

liberi, ma la volontà. Non una qualsiasi volontà ma la volontà erroneamente intesa . vera

volontà, coerenza, durata. Caduto il vincolo abbagliante della verità si schiuderebbe,

scrive Irti la volontà quale possibilità.

Argomenti, forma e verità

(nota/e per la filosofia della forma di Bruno Romano)

Il tema generale proviene dal testo di Bruno Romano* : forma del diritto e formalismo/i

giridico/i , filosofia della forma. Le note riguardano tre profili che, nel testo, sembrano

all’autore più significativi:

La discorsività della relazione. 2. La relazionalità del discorso. 3. Il prendere

1. posizione dell’io ossia : libertà, responsabilità, verità.

Per la discorsività della relazione esamineremo Dennis Patterson di “Diritto e verità”; per

relazione e discorso : Artur Kaufmann; per il prendere decisioni dell’io: Giuseppe

Capograssi.

Dennis Patterson : le preposizioni giuridiche non hanno fondamento. Il diritto non è che

una “pratica ben specifica” dotata di una propria grammatica argomentativa.

L’argomentazione giuridica costituirebbe l’essenza del diritto; non altro che le sue forme,

e il loro gioco, sosterrebbero e mostrerebbero la “verità” delle proposizioni giuridiche.

Importanti sono la normatività delle pratiche argomentative e la sua idea coerentista di

verità. Essere in una pratica per Patterson significa essere responsabile l’uno verso

l’altro. Un’azione appartiene ad una pratica qualora risulti appropriato ritenerla

responsabile dell’adempimento corretto oppure scorretto di quella pratica. Due cose sono

importanti : interazioni e responsabilità. La pratica dice Patterson è attività continua,

iterata, condivisa. L’idea di verità che Patterson rappresenta: “la verità di una

proposizione giuridica si rivela nell’uso delle diverse forme di argomentazione giuridica”

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E’ attraverso l’uso di queste forme di argomentazione (la grammatica della giustificazione

giuridica) che una proposizione giuridica si rivela come vera.

Giuseppe Capograssi : il prendere posizione dell’io di cui scrive B. Romano. Da “Il diritto

secondo Rosmini” (1959) : “salvare l’umanità dell’azione e del mondo storico che è in

perenne pericolo di precipitare tutto nella preistoria (il postumano o l’informe ) spetta

all’individuo è l’unico dovere dell’individuo”.

Ma potrà l’individuo, l’uomo comune fare ciò e perché? L’uomo comune che si impone a

Capograssi come figlio della catastrofe, dell’informe. L’individuo dice Capograssi “deve

essere visto nel suo vivere e nel suo muoversi” E’ questo il suo durare.L’individuo dice in

“Incertezze sull’individuo contemporaneo” è volontà costitutiva, volontà che ha per

oggetto un trasformare, trasformare il fatto negativo ed accidentale, la sua stessa

esistenza quale qui ed ora, mera determinabilità in “ vera e propria individualità”.

L’esistenza deve riconciliarsi, inverarsi nella essenza. Ma qual è il segreto dell’essenza?

Trasformare il negativo o l’accidentale. Trasformare, è fare che forma. E’ la cosa più

positiva, l’essenza, nel cuore della vita. Capograssi conferma l’individuo è, ha da essere

volontà profonda di essere se stesso, volontà che è la vita dell’individuo.

Attenzione dice l’autore : la libertà non si è data nella storia dell’uomo e degli individui

che come liberazione, slancio.In “ Su alcuni bisogni dell’individuo contemporaneo” ,

Capograssi ne descrive fenomenologicamente momenti e scansioni : lavoro, amicizia, la

speranza.

Democrazia secondo Bobbio e Nancy

(finiti non definiti)

La democrazia per N. Bobbio (“Il futuro della democrazia”, è dedicato al ’68 che va riletto

in senso positivo) :” è la forma politica propria di un’ associazione di liberi individui, contro

da un lato gli sfrenati individualismi, e, gli organicismi totalizzanti. L’humanitas di Bobbio

è ancora quella dei Lumi : tolleranza, non violenza, rinnovamento graduale della società,

fratellanza. Il diritto : metodo, procedure, regole del gioco. Bobbio chiede al diritto il

visibilità del potere è dice Bobbio,

controllo, e così, il rischiaramento del potere:mla

la sola irrinunciabile garanzia della democrazia;un potere invisibile corrompe

infinitamente la democrazia. Nel lavoro di Bobbio vi è un duro giudizio del

’68 : il ’68, scrive Bobbio fu non più che prove di rotture dell’ordine,

convulsione e disordine. Tutto ciò in un fermo convincimento: il più forte è

quello che vince, la forza è l’unica alternativa alla lotta regolata, al diritto.

Per J. L. Nancy la democrazia è non la , un’associazione di liberi individui ma,

essa, il comune, l’ognuno e il comune, l’ognuno tra tutti e attraverso tutti. In

filosofia : un infinito non mai de-finito, se i finiti , l’ognuno (ciascuno di noi)

sono finiti non-definiti sono sono finiti di, appunto un infinito. La democrazia,

non è, per Nancy, una forma politica come per gli antichi; essa non è politca

come per i moderni. E’ totalitario il solo dire che tutto è politica. Democrazia è

per Nancy il bell’infinito dell’uomo, di ogni uomo, al dila e, prima dei suoi

diritti, poiché superamento di principio dell’/d’ogni ordine politico definito, la

democrazia non chiede altro alla politica che di far da garanzia di apertura di

ogni possibile non misurabile dell’umano. La democrazia per Nancy è dunque,

senso attesa esigenza principio di realtà, paxis, ossia in una parola

“metafisica”. Nancy non ha bisogno del diritto. La verità della democrazia sta

in un iperbole, la democrazia è appunto una metafisica meglio un’etica.

Giuseppe Capograssi e il processo. Il diritto verità dell’azione

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Per Capograssi il diritto è “ verità dell’azione” : il luogo davvero decisivo del suo

pensietro. Il mondo, il diritto ha la verità nel suo orizzonte. La verità è condizione e senso

dell’umanità del diritto, ragione e possibilità di ogni giudizio di responsabilità.

Il suo grande tema è “diritto come verità dell’azione” e l’analisi procede intorno a ciò :

ritrovare e confermare che al diritto è affidato la verità, il senso proprio e la ragione degli

uomini. Fare che si configura come “azione”, “esperienza”.

Il diritto salva l’azione : perché il diritto è proprio esso l’azione, l’uomo comune, l’agente

ha nel diritto, prima che nella morale, nella realtà vitale del diritto, quale processo, ciò

che lo rende e realizza come “individuo”.

Il diritto in Capograssi è ordo , ordinamento concreto ma anche iussum, volontà obiettiva

della legge e scienza giuridica.

Il diritto è processo : in esso il diritto attribuisce verità all’azione e con essa all’agente,

all’uomo, fino alla più radicale assunzione di responsabilità, quella per la propria

esistenza. Per Capograssi la “catastrofe” è scomposizione dell’esperienza secondo il suo

proprio senso, senso per il quale essa è esperienza comune. E’ crisi dell’esperienza : per

essa il vivere insieme non più tale; l’ordo è scomposto e dissolto, l’azione non è azione.

Per Capograssi il processo è il cantiere del formarsi dell’esperienza giuridica. E’ atto di

vita e atto di scienza; è scienza in azione, metodo per la verità dell’azione. La

controversia, momento essenziale del processo, è contrasto di interessi. Le parti

vogliono vincere perché vincere è il loro diritto, hanno la legge ciascuno dalla loro.

Il conflitto è dubbio sui principi e l’esperienza non può formarsi. Eliminare i dubbi è

l’ufficio della controversia ritrovare il principio certo capace di informare l’esperienza e

diventare realtà. La controversia porta alla riflessione : quest’ultima ritrova i principi. La

controversia introduce così la scienza.E’ l’esigenza della verità che presiede la lotta

pratica, la controversia stessa. In un secondo momento la controversia eve essere

valutata, con le sue azioni, bisogna misurare la ragionevolezza concreta dei criteri in

contrasto. Trovare il principio adeguato all’azione non astratto, in conflitto. La regola

decisiva e risolutiva della controversia, concreta e determinata.La verità si trova quando

la logica dell’azione ha valore universale, superiore alle volontà subiettive, come volontà

universale. Solo nel processo il diritto è diritto, perché solo in esso diviene comando,

volontà effettiva. L’incertezza è deficienza della logica e della vita; nel processo essa si

mostra, si scontra con latre, si risolve. Ma essa non è la soggettiva ricerca delle parti, del

giudice quanto ai fatti e alle norme ma è quello che si verifica nel formarsi dell’esperienza

giuridica, nell’attuarsi dell’ordinamento giuridico nel concreto. E’ incertezza obiettiva

perché insita nella struttura obiettiva dell’esperienza.

Il processo è celebrazione di giustizia : nel processo legge ed esperienza, soggetto e

Stato si sottopongono alla superiore necessità di formare l’ordo concreto. Esso è l’atto

pubblico che sono costretta a fare attraverso le forze (individuo, Stato, comunità) che

partecipano all’esperienza giuridica. Ma giustizia non è anche verità? La verità legale non

è finita, per necessità pratica, ma è verità che si ottiene attraverso la via dell’obiettività

della procedura.

Umanesimo del diritto e responsabilità

Questo tema ci riporta ai “diritti umani”, diritti fondamentali, diritti non disponibili. E ci

rimanda anche al concetto di responsabilità.: in relazione ad essa si può dire dell’umanità

del diritto che è libertà responsabile : una libertà che viene dalla responsabilità, nel

presente dei nostri giorni. Se ci si sofferma su “umanità” e “umanesimo” si può far

riferimento alla “ lettera sull’Umanesimo” di Heidegger, in risposta Sartre che sosteneva

che l’esistenza precedesse l’essenza, cosa che Heidegger non condivideva perché

riteneva che nel tentativo di rovesciare una tesi metafisica se ne produceva un’altra.

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L’autore si chiede se ha senso parlare di un umanesimo, e osserva che tutte le

determinazioni di umanità tengono l’uomo fermo con ostinazione nel dominio

dell’animalità, della corporeità. Per l’autore l’humanitas è l’essenza dell’uomo. Marx

l’aveva trovato nella società, il cristianesimo nel suo rapporto col divino, nell’essere

creatura. L’autore fa un excursus sull’umanesimo nella storia : nell’epoca romana,

umanesimo contro i barbari; così come nel Rinascimento contro il Medioevo.

Un altro pensatore Marramao ci propone una duplice idea di humanitas : come tratto

connotante l’uomo, fin dall’uomo animale razionale di Aristotele, quello reietto da

Heidegger; come pluralità, totalità del genere umano, ad esclusione però dei barbari,

orientali indigeni, ebrei.

Se intendiamo “umanità del diritto” come ciò che c’è di umano nel diritto non possiamo

non riferirci all’assunto di Capograssi “diritto verità dell’azione”.

La verità del giurista : “eccedenza”, “ufficio”, “mistero”.

La “dottrina dei principi generali” di E. Betti. Prima di tutto alcune precisazioni. I principi

generali sono per loro propria virtù, capaci di immanente espansione assiologica

( espandersi dal punto di vista dei valori sociali) per la perenne dialettica di valori e

contingenze storiche, lungo la spontanea evoluzione dell’umanità. Eccedenza è proprio

il modo di essere di quelle “entità” che Betti definisce “principi generali”. I principi sono

anche il luogo di un perenne processo di discussione dei giuristi. Sono essi l’ufficio

proprio del giurista. L’ordine giuridico “è operante concatenazione produttiva” diritto vero

solo grazie ai principi e al lavoro dei giuristi coi principi.

Betti ci offre due tavole di sintesi :

quella delle voci che compongono l’ordine giuridico che sono . i principi e le leggi;

1. quello di quanto è assunto da Betti essere “oggetto di interpretazione giuridica”,

2. interpretazione come egli dice in funzione normativa

Chiariamo. Dice Betti : l’ordine giuridico non è, si fa. L’ordine giuridico è “operante

concatenazione produttiva”. Nel termine ordo dobbiamo assumere i due significati del

concetto medioevale di ordo : l’ordo quale dato e l’ordo quale compito, una ricerca un

agere. In questo senso per Betti, ordine è diritto vivo. Quindi la scienza giuridica va oltre

una descrizione, l’ordine giuridico si da per “l’opera assidua dell’interpretazione” (assunto

di Betti): una norma non più interpretata è una norma che ha perso il suo vigore.

I principi non sono positivi. I principi non sono oggetto di interpretazione giuridica la voce

principi non c’è nella seconda tavola. I principi sono, invece, oggetto di interpretazione

tecnico-scientifico in funzione storica. L’ordine è per Betti “operante concatenazione

produttiva” per e grazie all’interpretazione giuridica; l’ordine si auto integra a partire dalla

legge e ciò secondo : un disegno di razionale coerenza organica e teleologica, in

accordo con le mutevoli esigenze della società presente. La legge è anche per Betti

“alterità non riducibile”. Ma “la necessari età dell’interpretazione normativa bettiana” non

sarebbe soddisfatta se essa dovesse essere solo interpretazione della legge (alterità non

riducibile). Poiché l’ordine è ordine, concatenazione produttiva, esso si etero-integra a

partire dai principi . Dunque, i principi sono per Betti matrici e non fonti. Essi sono principi

di norme e non norme in senso proprio. Dalle norme non si risale ai principi. I principi

sono le somme valutazioni normative, fondo comune del diritto positivo e dell’ethos (idee

vitali od umane le chiama Capograssi).

Il mistero , altra parola chiave, da cui i giuristi sembrano rifuggire sta proprio

nell’economia, nella processualità delle figure: “ principi”, “legge”, “interpretazione”. E’ il

mistero-ufficio del giurista che rende efficace nel suo esercizio di interpretazione ogni

volta il diritto. Il mistero dunque sta nel giurista!

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Frenzy10

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Frenzy10 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Marino Giovanni.

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