Capitolo primo: Ragionare per agire
Materiale e immateriale: l'uomo e il "metafisico"
- Kant di fronte alle due vie.
La storia del pensiero umano presentava a Kant due strade: quella metafisica e quella empiristica, in polemica opposizione: per quella metafisica la conoscenza risiede nella determinazione delle essenze esclusivamente razionale, per quella empiristica consiste nelle risultanze dei sensi. L'opposizione, oltre che teoretica, è anche pratica: l'empirismo può tradursi in una maggiore libertà di azione per l'uomo; la metafisica con la sua verità essenziale, conterrebbe una dogmaticità di fondo che peserebbe sull'agire umano in modo indiscutibilmente normativo.
Le idee contro i sensi, e i sensi contro le idee. L'uomo ha bisogno di credere, per completare la conoscenza umana; non basta ciò che, con i suoi sensi da solo, può determinare. È mosso dal pregiudizio che collega il conoscere alla creazione divina. Kant ha di fronte le due vie: una solamente "testa”, l'altra solo "sensi”; per l'una il particolare è solamente un aspetto deducibile dall'Universale, mentre l'altra non riesce ad elaborare un effettivo contesto universale, poiché, rimanendo ferma all'esperienza sensibile, non può andare oltre la singolarità dei dati seriali.
Kant scrive: "l'intuizione non può essere mai altrimenti è sensibile, cioè non contiene se non il modo in cui siamo modificati dagli oggetti. Al contrario, la facoltà di pensare l'oggetto è l'intelletto. Senza sensibilità nessun oggetto che sarebbe dato, e senza l'intelletto nessun oggetto sarebbe pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche". La conoscenza è la sintesi tra i dati provenienti dalla percezione sensibile ed i "concetti" che provengono dall'intelletto.
Bisogna concepire l'uomo nella sua natura di "ente esistenzialmente finito”. Sicché l'uomo opera razionalmente e secondo un doppio livello: egli può conoscere lo spazio interno (primo livello), poiché di esso ha completa esperienza. Tuttavia, il senso ultimo del ragionare intuita anche della ragionare sugli estremi (secondo livello), i quali sfuggono ad un appoggio esperienziale. Gli estremi rappresentano il limite, che è pensabile ma certamente non è materia di esperienza e perciò, non è conoscibile attraverso l'esperienza.
La critica alla metafisica tradizionale
Kant, viene interpretato come il filosofo che ha liquidato la metafisica, avendo posto la parola "fine" sulla possibilità di conoscere qualcosa che oltrepassi l'esperienza. Non vi è atto di conoscenza umana che non abbia la sua sede originaria dell'esperienza; e l'origine di ogni percorso cognitivo proprio dell'uomo come soggetto razionale.
La conoscenza non può fare a meno dei dati provenienti dall'esperienza, ma per compiersi deve andare oltre, deve trascenderli. Andare oltre non vuol dire operare consapevolmente con strumenti mentali che prescindono dall'esperienza; non si può conoscere senza pensare. Il problema che Kant affronta nella "critica della ragion pura" è quello della facoltà razionale dell'uomo come potenza e come limite, "potenza" della ragione proprio in quanto si svolge entro e sul "limite" della capacità speculativa della ragione medesima, determinato dalla condizione finita dell'esistenza umana.
L'uomo è uno dei fenomeni del mondo sensibile e però anche una delle cause naturali, la cui causalità deve essere soggetta a leggi empiriche. Quella che traspare da queste righe, così centrate sulla doppia natura umana di: fenomeno del mondo sensibile, e mente, è una significativa inversione rispetto alla tradizione metafisica rappresentata da Cartesio.
Kant esamina il soggetto come "unità di coscienza": "io penso" è una proposizione empirica che contiene in sé la proposizione "io esisto". Tuttavia la mia esistenza non si può considerare come conseguente alla proposizione "io penso" come la ritiene Cartesio, altrimenti tutto ciò che pensa, allora esiste. Invece l’"io penso" non è una rappresentazione empirica, tutt'al più intellettuale pura, poiché appartiene al pensiero in generale.
Sottolineando la sua differenza da Cartesio, Kant chiarisce il senso dell’"io penso" nella prospettiva fondante della precedenza dell'esistenziale umano su qualsiasi attività razionale; Kant stabilisce teoreticamente il fondamento del radicamento esistenziale del pensiero. Mette in luce come l'esistenziale non sia una dimensione esclusivamente empirico-fenomenica, ma ontologica, dimensione che contiene in sé ed è condizione della capacità dell'uomo, in quanto ente finito, da trascendere la propria finitudine con la pura capacità di pensare.
Se il pensiero precedesse l'esistenza, secondo il cogito cartesiano, essa sarebbe la proiezione di un ente pensante. Il pensiero sarebbe puro, perché avverrebbe prima dell'esistenza. Sarebbe sganciato dall'esistere e si identificherebbe in un "puro ente pensante". Ciò ha Cartesio serviva per poter attribuire al pensiero umano la capacità di conoscere la vita, emancipandosi dalla percezione dei sensi.
Per Kant, al contrario, è la percezione empirica della mia esistenza e mi fa capire che "io penso" e quest'ultimo è sì racchiuso e definito dal confine invalicabile del mio corpo, "ma va ben oltre". Per Kant "io penso", perché mi accorgo di avere una testa, mentre per Cartesio io ho una testa, perché mi accorgo di pensare. La posizione è rovesciata: non “penso, dunque sono”, ma “sono, dunque penso”.
La metafisica va situata nello scarto epistemologico che si dà tra il "conoscere" è la più generale attività del pensiero: il "pensare". Si comprende la critica alla metafisica contenutistico, che Kant incontra nella tradizione filosofica a lui precedente e contemporanea è che Hegel conduce al suo definitivo esito. Il contrappunto che esiste tra una la logica dialettica di Hegel è una logica antinomica di Kant è essenziale. La dialettica è un procedimento logico e giungere alla conciliazione degli opposti; l'esito che si ottiene è il superamento dell'opposizione, la quale è se il negativo da superare.
Le antinomie non sono un negativo da conciliare, ma modalità distinte nelle quali si manifesta la dimensione umana, ciascuna valida al proprio livello. Si tratta quindi di una differenza da spiegare, collocando il ragionamento al livello che gli è proprio. È necessario riformulare la metafora del "confine". Il finito è un confine; separa un qui, e un oltre. Nel concetto di infinito si ha l'al di qua, cioè la natura deterministicamente condizionata, ma vi è anche l'al di là, assolutamente incondizionato: la metafisica come libertà strutturante la ragione pensante.
È necessario mettere in luce il senso dello "scarto epistemologico" tra il conoscere ed il pensare, riprendendo la critica che Kant rivolge alla tradizione metafisica, nella prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura. Kant, con il sottolineare lo "stabile stato" nel quale è pensato il livello metafisico, apre la questione del sapere umano emancipato da qualsiasi forma di apriorismo (atteggiamento di chi giudica contenutistico, ma proprio perciò effettivamente disposto a farsi domande circa il dall'apparenza) sapere come "forma universale "punto la possibilità di farsi domande e all'origine del sapere umano e proprio perciò nessuna risposta può essere pre-determinata. Un sistema di certezze contenutistico e si traduce in un facile normativismo sociale: l'uomo non ha bisogno di chiedersi cosa si debba fare nell'ambito del possibile, perché è già informato circa la risposta. Non ha bisogno di farsi domande, poiché ogni suo dubbio è eliminato da contenuti normativi pre-definiti.
Cant stabilisce l'identificazione esistenzialmente costitutiva tra il pensare è la libertà. Quello della libertà del pensare è il problema identitario fondamentale per l'uomo, poiché è qualcosa di ancor più originario di quella libertà di pensiero che ha trovato ospitalità nelle costituzioni moderne. Chi può impedire di pensare?. Kant introduce il punto decisivo si dirige verso la costruzione dell'operatività "critica" della ragione. Nello stabilire il limite "negativo" al pensiero, si apre la consapevolezza delle effettive modalità di funzionamento della mente umana.
Nell'espressione "il soggetto preso come oggetto" Kant fissa il punto focale che definisce un "equivoco", sul quale nascerà la psicanalisi come scienza: il trasformare l'unità e esistenziale del soggetto, in una struttura mentale oggettuale (celebrale). Il che significa trasformare, equivocando, la indivisibilità e non-oggettualità della capacità di pensare dell'uomo in qualcosa di fenomenico (che può del quale ci si possa impadronire attraverso metodiche essere conosciuto tramite l'esperienza, empirico), cognitive capaci di scomporne i livelli e individuarne i difetti del meccanismo di funzionamento.
Tra l’ “io” e il “me” vi è una distanza incolmabile, determinata dal diverso statuto esistenziale: l’io come "unità della coscienza" non coincide mai con la fisicità del “me”: l'unità del pensiero e una dimensione inevitabilmente "metafisica", poiché essa non corrisponde ad alcun pensiero contenutisticamente determinato, il quale ha una sua fisicità oggettiva, quantunque immateriale.
Kant, infine, non liquida affatto la metafisica. La sottopone invece a una critica teoretica e si costruisce come oggetto il prodotto della conoscenza. Ha eliminato da essa ogni valenza conoscitiva: la metafisica, quindi, non sarebbe più una scienza, nel senso che non si danno più oggetti metafisicamente conosciuti, e dunque determinati nella loro sostanza.
Questa interpretazione non sta a significare la fine della metafisica; e invece la sua corretta riformulazione. Essa mette in luce l'esistenza di un livello metafisico, al quale opera la ragione, diverso dalla mera attività di conoscenza. Il conoscere costituisce solo un livello dell'operare della ragione: quel livello che si fonda sull'esperienza, dalla quale trae il materiale per le astrazioni concettuali dell'intelletto.
Pensare e conoscere
Ciò che la tradizione aveva chiamato "esistenza", per Kant resta fuori dalla effettiva capacità cognitiva della mente umana; non fuori, però, dalla capacità pura di pensare della ragione. Kant, in questa definizione, colloca la dimensione dell'esistenza umana nella dimensione del senso del finito. Probabilmente questo è anche il modo migliore per l'uomo, di incontrare Dio: pur senza poter dare un volto al suo creatore, v'è la coscienza di esistere come creatura consapevole della sua ricchezza.
Due cose riempirono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell'oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente alla coscienza della mia esistenza.
La spiegazione della questione può essere utilmente iniziata analizzando il primo atto cognitivo dell'uomo: la conoscenza delle cose "come fenomeni". Lo spazio e il tempo sono soltanto condizioni dell'esistenza delle cose come fenomeni; noi non abbiamo concetti dell'intelletto, e perciò nessun elemento di conoscenza: per conseguenza non c'è dato d’aver conoscenza di nessun oggetto dell'intuizione sensibile, vale a dire come fenomeno. Vi è una distanza-differenza tra l’ “io” ed il “me” : solo quest'ultimo, in quanto determinato oggettualmente, è collocato nel tempo.
Il fenomeno non coincide con l'accadimento, ma il modo nel quale il soggetto legge l'accadimento; il fenomeno è una qualificazione di senso dell'oggetto, determinata, attraverso la percezione operata dal soggetto: l'oggettività fenomenica. Vi è un apparente "rompicapo filosofico": un albero che cade di una foresta fa rumore se non c'è nessuno che lo sente?. Se il fenomeno è la modalità attraverso la quale il soggetto dà significato cognitivo la realtà, resta l'interrogativo circa il grado di oggettività raggiungibile da una tale dimensione epistemologica.
Le condizioni alle quali l'uomo può affermare di conoscere pascendo il limite proprio della singolarità del dato esperienziale. Vi è differenza tra la conoscenza del singolo evento naturale e l'elaborazione mentale che conduce alla formulazione della legge. In questo senso la ragione umana trascende il singolo evento come tale è lo considera come un'apparizione non casuale (fenomeno) di una dimensione in sé, di ciò che per l'uomo si presenta come "oggetto".
Il problema della conoscenza nasce proprio perché, se è vero che non può prescindere dal dato esperienziale, è altrettanto vero che non è soddisfatta se non riesce ad universalizzare le proprie acquisizioni sperimentali. Infine: intanto esiste l'oggettività come problema epistemologico, proprio perché ogni dato cognitivo è un atto soggettivo posto in essere dal soggetto. Questo "paradosso" epistemologico trova risoluzione attraverso le forme a priori e consentono alla mente del singolo uomo di trasformare un accesso soggettivo, fondato sull'esperienza, in un esito oggettivo.
Ma l’ “oggettività", come dimensione intrinseca alla realtà resta al di là del confine, resta un limite strutturalmente insuperabile per l'attività cognitiva del soggetto; e quindi si annida la dimensione noumenica.
Una prima indicazione dello svolgersi del percorso gnoseologico tra gli estremi della "sensibilità" e della "concettualizzazione" è già contenuta nell'indice della critica della ragion pura. Essa è divisa da tre parti: l’ “estetica”, l’ "analitica" e la "dialettica".
L'estetica non è solamente la dottrina del bello ma indica la dottrina della sensibilità. Il primo contatto che l'uomo ha con il mondo avviene attraverso i sensi e le sensazioni. Se, però, ci si fermasse a questo livello si giungerebbe ad intuizioni cieche, poiché si resterebbe fermi al dato. Kant, nella seconda parte della critica, dedicata alla "logica trascendentale", in particolare nell'analitica dei concetti, analizza il livello di formazione di tali concetti. I dati vengono ordinati attraverso i concetti, termine la cui origine semantica indica il "a raccogliere insieme”, e quindi l'ordinare; quindi, non mi limito a registrare il dato sensibile, metto ordine nelle sensazioni.
Il primo momento, dunque, è quello della sensibilità, il secondo è quello dell'organizzazione dei dati sensibili. La seconda sezione della Logica è dedicata alla "dialettica trascendentale", dove viene tematizzato il passaggio dalla conoscenza al pensiero. E quel passaggio attraverso il quale la ragione abbandona il campo dell'esperienza sensibile e inizia a ragionare a livello della purezza speculativa.
Il percorso teoretico si articolano in due livelli: quello della conoscenza empirica, a sua volta distinzione livello dell'esperienza sensibile e della organizzazione concettuale; e quello del pensiero, costruito attorno a regole logiche e alla dialettica trascendentale. Kant mette in luce come l'attività teoretica dell'uomo non si arresti all'esperienza sensibile, ma vada oltre: sia pensiero. Il pensiero è un dato empirico, poiché appartiene all'esperienza dell'esistere.
La critica della ragione si basa su questo paradosso: la ragione umana riesce a pensare ciò che non toccherà mai, ma che in quanto pensato dalla ragione umana, può comunque esistere!. La ragione umana pensa Dio, pensa il mondo; può pensarli, ma non può conoscerli, perché di Dio, dell'anima, del mondo, l'uomo non potrà mai fare esperienza.
Riassumendo: per conoscere occorre percorrere una strada che muove dall'esperienza e giunge ai concetti, tale operazione è propria dell'intelletto. Oltre, non si dà conoscenza, ma pensiero! Il quale è un ulteriore livello dell'attività mentale dell'uomo. In tutto ciò si deve far sempre questa riserva: noi dobbiamo poter pensare agli oggetti stessi anche come cose in sé, sebbene non possiamo conoscerli. Giacché altrimenti ne seguirebbe l'assurdo che chi sarebbe un'apparenza senza qualche cosa che in essa appaia.
Kant dà per indiscutibile che si dia l’ “in sé” delle cose e che ciò che cade sotto i nostri sensi ne costituisca l'apparenza; ciò che noi percepiamo è solo il fenomeno (ciò che appare): noi dobbiamo poter pensare l’in sé delle cose, altrimenti all'apparenza mancherebbe il suo oggetto sostanziale.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Filosofia del Diritto, prof. Montanari, libro consigliato Potevo far Meglio?
-
Riassunto esame Filosofia del diritto, Prof. Heritier Paolo, libro consigliato Luoghi della filosofia del diritto ,…
-
Riassunto esame Filosofia del Diritto, prof. Montanari, libro consigliato Itinerario di Filosofia del Diritto
-
Riassunto esame Filosofia del Diritto, prof. Montanari, libro consigliato Capire l'Oggi