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La questione è invece: se io voglio, voglio perché sono influenzato da qualcosa o la mia

ragione ha già svolto una purificazione critica, prendendo distanza dall’utilità personale?

La criticità sta nella soglia tra il rincorrere la purezza e la consapevolezza di non potersi

sottrarre al contingente.

Se ognuno di noi compie l’azione che vuole, gli elementi che la condizionano sono

metabolizzati durante tutto il processo formativo, di tipo cognitivo: modificare una scelta

per far piacere ad un amico per esempio, non limita la volontà, ma orienta in modo diverso

la scelta. L’uomo resta comunque libero, agisce come vuole, nessuno da un punto di vista

logico-razionale fa ciò che non vuole.

Volontà è libertà ed opera solo nell’ambito del possibile perché ogni atto di volontà si

forma attraverso operazioni a carattere selettivo, che implicano la possibilità di operare

una scelta tra più possibilità. La volontà dispiegandosi assume le proprie determinazioni

ma non si autolimita: la volontà è espressione di un soggetto finito e relazionato al mondo.

Non è la volontà a non essere piena, ma è l’io che non è infinito e assoluto.

Ogni motivazione data da ciascuno ad una azione determina una frattura con gli altri,

perché è quel fine per me, al quale gli altri in qualche modo sono subordinati.

Essere libero, comunque, non significa non avere doveri. Anche l’atto dovuto è libero, si

può sempre scegliere di non compierlo. Dovere non è causa dell’azione, ma lo è la volontà

libera: il dovere è invece il fine dell’azione.

Par 2

Il rapporto tra libertà e dovere è l’ambito in cui è ospitata la dimensione dell’io impegnato

nel mondo. Questo rapporto è il punto in cui assume importanza il processo di

universalizzazione dell’azione, nel senso del rapporto tra “io che agisco” e il significato per

gli altri della mia azione.

La massima soggettiva è l’interesse del soggetto a compiere una determinata azione dopo

aver operato la scelta. Scegliere e decidere sono attività che mettono alla prova la

finitudine dell’uomo, perché mentre ne realizzano la personalità soggettiva, aprono

problemi circa le possibilità esclude che possono tradursi in occasioni umanamente

mancate.

Nella Prefazione della Critica della Ragion Pratica, Kant parla dei “valori universali” nel

senso che essi valgono per tutti. In questo contesto si sviluppano due linee di pensiero,

una cognitivista, l’altra non cognitivista.

- Cognitivista: i valori indicano una realtà composta di principi eterni oggettivi e

universali (filosofia metafisica)

- Non cognitivista: i valori sono solo punti di vista, indicano solo ciò che per ognuno è

cosa buona (filosofia empirista).

Il problema fondamentale riguarda il processo di universalizzazione: ogni atto di

conoscenza non può sfuggire al fatto di provenire da un ente finito. Vi è quindi uno scarto

tra ciò che è universale e la capacità di universalizzazione della ragione umana.

Essere e universale non si possono sottrarre a procedure di esistenzializzazione, senza le

quali l’essenza per l’uomo non avrebbe attualità. Dal punto di vista dell’uomo (finito)

l’essere è non ente, l’esistenza dell’essere è legata alla nostra esistenza finita che include

il momento dell’oggettivazione.

Anche in questo contesto, si esplicano le due linee di pensiero

- cognitivista: la decisione umana non può raggiungere alcun contenuto universale

- non cognitivista: per non trasformare il soggettivismo della decisione in

individualismo egoista, si devono trovare momenti di generalizzazione delle scelte

attraverso accordi e convenzioni, altrimenti le decisioni individuali non sarebbero

riconosciute né accreditate socialmente.

Nell’attuale tradizione inaugurata dalla filosofia moderna, il consenso sostituisce l’oggettivo

e renderebbe oggettivo qualcosa di cui non si può rinvenire l’oggettività perché non esiste

o non è determinabile. La differenza chiave è tra ciò che è vero e ciò che è consentito. Il

consenso su una certa determinazione, non implica che questa sia vera. Consentire vuol

dire essere d’accordo e ciò presuppone la volontà di esserlo a cui segue la possibilità

logica di non esserlo. Coloro che sono in disaccordo non sono appagati. La questione si

risolve nel pluralismo delle convenzioni: ci si chiede se il pluralismo, empiricamente

verificabile, è un dato oggettivamente rilevante in società o lo è solo convenzionalmente?

Nella realtà sono decisivi il rispetto e la capacità di accettazione che ognuno da

incontrando l’altro, e che può provenire dalla consapevolezza della reciproca differenza.

Essere ontologicamente pari implica che la struttura umana non è conflittuale nella sua

essenza ma relazionale e comunicativa.

Per Kant la libertà si realizza nel puro e incessante interrogarsi della ragione sul senso

della propria azione. Il rincorrersi della domanda dispone l’uomo a ricercare nuove e

migliori possibilità di risposta.

Queste ultime possono comportare il dover pagare un prezzo, cioè quello di non

soddisfare in primo luogo i propri desideri: ma il mio interesse umano è così forte da

prevalere sull’appagamento del desiderio e perciò accetto liberamente di pagare il prezzo.

Si capisce come la libertà fondamentale coincide con quella intenzione di universalità che

Kant chiama legge morale, la quale non coincide con la felicità intesa come

conseguimento di un benessere contingente e materiale e la sofferenza non è affatto

garanzia di moralità. Si può agire moralmente dunque senza essere necessariamente

infelici e si può essere felici in molti modi. Il processo di universalizzazione dà luogo alla

massima universale come legge morale: si tratta per l’uomo di rendere il più coerente

possibile la sua azione empirica con quella legge morale universale che la sua mente è in

grado di pensare, adeguando il più possibile la sua decisione materiale a quella parità

ontologica che costituisce esistenzialmente la soggettività. Se l’azione morale è

espressione della libertà dell’uomo, essa si sottrae al giudizio dell’altro uomo: ciò che può

essere giudicabile è il comportamento di una persona in base ad una morale ricondotta e

tipizzata in parametri socio-normativi o ib base ala constatazione che io avverto una

mancanza di rispetto nei miei confronti o nei confronti di ciò che empiricamente intendo

per altri. Il giudizio può avere ad oggetto solo l’empiricità fenomenica dell’azione, poicè è

quella che può essere umanamente conosciuta.

Par 3

Nella Fondazione della metafisica dei costumi, vengono prospettate situazioni umane e

alternative di comportamento da tenere in circostanze specifiche della vita quotidiana che

assolvono al ruolo esplicativo di ragionare per un agire etico.

Kant spiega in modo semplice che la bontà brilla in sé anche se non riesce a raggiungere

il risultato per cui si è data da fare. Essere onesti ha un suo valore anche senza il

successo della ricchezza. La vera felicità arriva alla fine, quando nonostante tutto sono

riuscito a vivere bene, onestamente.

Gli esempio che Kant propone, non si limitano a prospettare la situazione e le alternative

di comportamento, ma specificano quale sia quello effettivamente etico.

Il testo kantiano esordisce sottolineando che ciascuno di noi può compiere azioni che

contraddicono a dei doveri, ma che sono dettate dalla loro utilità. Il per dovere è un modo

di dire semplice: un agire per dovere può diventare un agire disinteressato per il soggetto.

Il dovere in senso puro non sembra attrarre perché le decisioni sono una risposta ad

un’esigenza soggettiva e non per forza egoistica.

Tenere ferma la distinzione tra per dovere e per interesse ha la sua utilità: se questa

distinzione fosse tralasciata, verrebbe meno la spinta a farsi domande e ad accertare la

qualità della motivazione dell’agire specifico. Mantenendo viva la distinzione, invece, si è

portati a chiedersi la qualità dell’interesse: la motivazione del dovere funziona come chiave

per la valutazione dell’interesse.

Par 4

Alla riflessione sulle relazioni esistenziali, che esistono tra per dovere e per interesse,

deve seguire quella tra dovere e sofferenza. X kant l’adempimento del dovere morale, sta

nel conservare la vita nonostante tutto e quando tutto procura disperazione e sofferenza.

Quotidianamente ciò si riflette nel problema dell’eutanasia. In questo caso ci si trova

davanti a due livelli:

1 il livello del dovere, che nasce dalla presa d’atto che io non posso disporre di ciò di cui

non sono padrone

2 il livello della sopportabilità umana della sofferenza

Riguardo al primo livello, l’argomento dell’indisponibilità può tradursi nell’idea di una

dimensione del vivere dotata di una sua propria oggettività rispetto all’io: l’uomo non

dispone della proprietà esclusiva del proprio corpo. Nell’eutanasia vengono in

considerazione due profili dell’alterità: la distinzione tra io e me e quello che riguarda

l’alterità dell’altro: nell’aborto, vengono in evidenza l’io e il della donna; l’alterità del padre;

l’alterità del nascituro.

La differenza tra questi esempi è che il malato sofferente ha comunque la possibilità di

esprimere una volontà mentre il nascituro è impossibilitato a manifestare una volontà e in

più la sua vita è totalmente nella disponibilità materiale dei suoi genitori. Il dovere

sembrerebbe la risultanza di un procedimento logico. Lo schema sarebbe: poche le cose

stanno così, allora devi…Il comportamento si fonda su una decisione umana, determinata

dalla molteplicità di una possibilità d’azione nella quale l’uomo è strutturato. L’operazione

di selezione e individuazione esclusiva porta un’altra operazione mentale: la

giustificazione dell’atto di individuazione e delle corrispondenti esclusioni.

Fare il moralista significa esercitarsi in un’attività di prescrizione siffatta. La traduzione

moralistica dell’esempio kantiano porterebbe ala prescrizione che è vietato abortire e

praticare l’eutanasia: l’atto morale del soggetto sarebbe l’adempimento di un precetto.

L’alterità ha una sua esistenza oggettiva, un modo comune per velare l’oggettività sta per

esempio nella considerazione relativistica racchiusa nello schema io non mi comporterei

così ma non posso impedire agli altri di farlo. Non vi è più sofferenza ma solo

enunciazione di un dubbio radicale sulla rilevanza degli stessi elementi cognitivi come

l’alterità o l’altro. Ciò vuol dire se ognuno può compiere scelte secondo criteri

soggettivisticamente determinati, significa che anche chi non si comporterebbe così ritiene

che in ogni caso, la rilevanza dell’alterità è rimessa all’apprezzamento che ne fa l’autore

del comportamento.

Quindi nello schema ciò che è velata è l’oggettiva esistenza dell’altro, escludendo il

presupposto della tragicità dello scegliere della sua libertà e sofferenza.

In realtà l’altro continua a esistere e proprio la sua presenza induce ad interrogarti.

L’indisponibilità dell’altro non è quindi un prodotto o un risultato della scelta etica, ma è un

dato strutturale della relazione umana che precede la scelta. Ciò costituisce la causa ed è

il motivo della possibile sofferenza. Se si ragionasse diversamente verrebbe meno l parità

ontologica sotto forma di reciprocità esistenziale perché ognuno disponendo dall’altro

seguirebbe una massima che presupporrebbe la possibilità di sottrarsi alla reciprocità e

questo sarebbe illogico perché la sua realizzazione annullerebbe la possibilità di esistere

di ciascuno.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Filosofia del Diritto, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Potevo far Meglio? Ovvero Kant e il Lavavetri: L'Etica Discussa con i Ventenni, Montanari. Gli argomenti trattati sono: la metafisica, il pensiero, il conoscere, il sovrano come legibus solutus, l'atto di libertà, il quid ius.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (MILANO - PIACENZA)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ectoplasmon di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Montanari Bruno.

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