Filosofia del diritto
Capitolo 1
Diritto significa dare significato a dei fatti che possono essere o comportamenti umani o accadimenti naturali. I primi possono essere atti o fatti a seconda del rapporto esistente tra gli effetti e il comportamento da cui promanano. Quando gli effetti sono conseguenza di una precisa volontà, allora il comportamento è un atto di volontà, che appartiene al più ampio genere di atti volontari. In pratica l’uomo agisce volontariamente volendo gli effetti, oppure è consapevole del comportamento, ma non vuole gli effetti eventualmente prodotti. Quando gli effetti non sono riconducibili ad una data volontà, del comportamento questo vale per il suo essere un semplice accadimento, cioè un fatto.
I significati attribuibili ai fatti possono essere vari, tra questi quello giuridico. Dare significato è un’operazione intellettuale che appartiene all’ambito del conoscere. Sono diversi i modelli di ragionamento possibili per l’attribuzione di significato: secondo un modello analitico-empirista, il dare significato è un’operazione successiva all’analisi del fatto. La decisione di significato è data all’interno di contesti ambientali e socio-culturali determinati.
Secondo un modello cognitivista, vi è un nesso di continuità tra fatto e significato: un fatto, cioè, ha in sé il suo significato, è latore di esso, che oggettivamente lo identifica. Nell’uccisione di un uomo, la soppressione della vita è oggettivamente la negazione del livello di coesistenza, è negazione dell’essere. Secondo questo modello ogni accadimento è una manifestazione di una determinata realtà, il fenomeno, dotata di una propria “sostanza” che va oltre i fenomeni in cui si manifesta. L’evento è prima osservato, e poi compreso. A quel punto si può dire che è conosciuto. L’evento è qualcosa che appare, è come esso si manifesta a noi, cioè che è oltre è la sostanza.
Secondo un modello non cognitivista, infine, solo l’osservazione è fonte di conoscenza, cioè di verità scientifica. Solo ciò che viene dal mio io è verità indiscutibile.
Capitolo 2
Il pensiero, quando si esplica in atti di conoscenza o di volontà, diventa una manifestazione della soggettività. Quando si manifesta è sempre un’attività soggettiva, perché originata dal singolo, ma è rivolta ad altri e quindi non riguarda solo l’uomo nella sua individualità. L’atto di volontà, dunque, si manifesta attraverso il dialogo. Il dialogo è un modo di costruire le relazioni tra gli uomini, e quindi anche la soggettività di ognuno. Quando infatti manifesto un pensiero ad un altro, riconosco che c’è qualcuno che è come me, altro da me e pertanto mi riconosco come soggetto.
L’attività umana implica sempre un destinatario, instaurandosi così le relazioni intersoggettive. Tale relazionalità implica una condizione di uguaglianza: solo tra uguali vi è relazione in senso proprio, altrimenti vi sarebbero dei rapporti di mera subordinazione-sopraordinazione. Quindi relazionalità implica l’universale uguaglianza tra gli uomini. Questo concetto sembra però urtare con un altro: il riconoscimento delle diversità esistenti tra gli uomini. Anche la disuguaglianza è presupposto per la relazionalità. Questa ambivalenza si manifesta anche attorno ad un concetto connesso: quello di libertà.
Secondo alcune dottrine, non può esserci libertà senza che prima si riconosca l’uguaglianza tra gli uomini, mentre secondo altre dottrine, il riconoscere le disuguaglianze restituisce ad ognuno la propria specifica individuale identità e quindi libertà. Tornando alla dialettica uguaglianza-disuguaglianza, vi sono disuguaglianze naturali e disuguaglianze culturali, definite anche convenzionali.
A questo punto è d’obbligo l’introduzione di un nuovo termine: parità. È questa quella che si riferisce in primo luogo alla relazionalità. La parità infatti è una situazione reciprocamente propria di ogni uomo, inteso come dimensione esistenziale universalizzabile. L’esser pari è un dato costitutivo dell’essere uomo, è una dimensione che trascende ogni disuguaglianza.
Questa condizione è quella che secondo Rousseau esiste solo allo stato di natura, quella dimensione in cui ogni uomo è libero e pari agli altri e dove tutti agiscono in piena libertà. Ma questa condizione è quella che genera un conflitto: esso può essere superato solo con un contratto sociale che istituisca la società civile affidando ad un potere di governo legittimo che sia volto alla risoluzione del conflitto. Rousseau ritiene che lo stato di natura non è una dimensione storica, è solo un dato della ragione attraverso cui affrontare il problema dell’origine: mai nessuno ha provato lo stato di natura. L’uomo quando nasce è subito dentro la società.
La parità ontologica è una condizione esistenziale propria di ogni uomo in quanto essere, è dire “tu sei come me”. Solo così io riconosco l’altro, come altro da me e si identifica nell’esplicazione del concetto “tu sei come me” come dato strutturalmente reciproco. La parità implica il rispetto dell’altro che è come il riconoscimento delle differenze. In questo modo si sperimenta la relazionalità intersoggettiva. Essa si manifesta attraverso il parlare che si fonda sul passaggio da soggettivo a oggettivo: io mi penso come soggetto quando entro in relazione con me stesso, il “primo” altro da me fra tutti gli altri. In altre parole l’alterità è elemento indispensabile dell’io.
L’intersoggettività non è un valore e quindi può essere violata e disconosciuta. La scelta non sta nell’adottare una concezione della vita intersoggettiva perché essa è un dato di fatto esistenziale, ma può riguardare il suo disconoscimento e la sua violazione pratica. È Kant a fornire una chiave decisiva attraverso la tematizzazione dell’imperativo categorico: agisci secondo una massima che possa valere nello stesso tempo come una legge universale, cioè bisogna orientare le proprie scelte in modi che non si impedisca agli altri in qualsiasi tempo e luogo (“universale”) di compiere la stessa azione. Per Kant dunque l’intersoggettività è regolata attraverso modalità di azione strutturate in regole.
L’agire intersoggettivo è strutturato dall’oggettivazione del pensiero: questa avviene attraverso procedure che concretizzano il pensiero in parola. Il comunicare è quindi una procedura: attraverso essa il pensiero diventa pensato, si rende oggettivo il contenuto del proprio pensiero perché questo possa essere inteso. Ciò che conta è la corrispondenza tra ciò che si pensa e ciò che si comunica. Quando non vi è corresponsione, allora significa che si è detta una menzogna: cioè ho comunicato qualcosa che in realtà non è quello che ho pensato. Ma dire la verità non significa conoscere la verità: io posso dire qualche che effettivamente penso e in tal senso dico la verità, ma non è detto che il mio pensiero, pur correttamente comunicato, sia “Verità”.
Capitolo 3
La posizione cognitivista assume come modello di conoscenza quello teoretico ontologico. Il termine “teoretico” prelude ad un modello di conoscenza volto all’affermazione di una verità, ed è un percorso “ontologico” perché proveniente dall’essere. In pratica è quindi un percorso razionale volto a mettere in luce la verità delle cose, cogliendo il messaggio dell’essere.
Il modello di sapere degli antichi era la sapienza, nel mondo moderno, la scienza. In origine la conoscenza si basava sull’enigma fornito dall’oracolo, in cui era racchiuso il mito. Il mito parlava delle origini e qui era depositata la sapienza e quindi la Verità. Ma essendo fondamentalmente enigma, la parola dell’oracolo, la sapienza non poteva essere altro se non il sapere di non sapere, cioè quella consapevolezza che vi è un senso più profondo che va oltre ciò che l’uomo razionalmente può raggiungere. Se la sapienza d’altra parte equivalesse a conoscenza, l’Essere sarebbe una realtà conosciuta e ciò disconoscerebbe la natura imperfetta dell’uomo.
Nel mondo ebraico-cristiano l’uomo non è più in balia dell’enigma, perché adesso è illuminato dalla manifestazione di Dio che si fa uomo: il Cristo. Nella tradizione ebraica Dio è parola e si identifica con il tetragramma “YHWH” che ha struttura tautologica: la sua impronunciabilità indica la distanza esistente tra Dio e uomo. Dell’Essere si può dire solo che è Essere e nient’altro. La sapienza è illuminata dalla parola di Dio e l’uomo adesso ha una legge da seguire, una Legge che è l’Universale, cioè che l’uomo in quanto uomo deve in sé.
Nel mondo cristiano si instaura una relazione tra Dio e Uomo, tra Essere ed Esistente. Dio, infatti, facendosi uomo si accosta e si rende conoscibile, instaurando la relazione tra Dio e Uomo. Avendo conosciuto la Luce (Dio), la ragione umana può illuminare il mondo e l’uomo può conoscere in spirito di verità e agire in libertà. Nel mondo medioevale ci si basa sulla “creaturalità” dell’uomo, in quanto, appunto, creatura di Dio. Ciò segna nello stesso tempo la distanza e il legame tra l’uomo e Dio. L’uomo è corpo e anima, materia e spirito.
Sulla terra compie un percorso circolare: se non perde la via, liberatosi dal corpo, torna al Creatore ma se perde la via nel peccato non può ascendere al Padre. Il Peccato proviene dalla parte materiale dell’uomo, lo trattiene perché lo appesantisce e l’uomo resta nelle tenebre. La vera conoscenza si ha solo camminando nella luce, muovendosi nella premessa della creazione. L’uomo può solo ascoltare la parola di Dio, perché un qualsiasi intervento umano ne profanerebbe l’autenticità.
In età moderna si parte dal presupposto della capacità investigativa dell’uomo. Il rapporto fede/ragione si risolve nella priorità della fede sul conoscere. Bisogna prima di tutto credere, che è il presupposto del sapere. Tuttavia la modalità del pensiero appartiene all’uomo. Il soggetto decide di investigare la realtà pensata come oggetto: egli decide di investigare la realtà perché vi si trova di fronte e la percepisce come oggetto, come altro da sé.
Il problema della scienza moderna è riconoscere e delimitare il condizionamento della fede ed emanciparsene, mantenendo ferma l’implicazione del Principio. Ad esempio, Newton: il sapere consiste nella conoscenza dell’universo e tale conoscenza assume la manifestazione formale della Legge. Questa esprime un processo di universalizzazione razionale partendo sempre dal fatto che la formulazione della legge deriva dall’ordine che viene dato al mondo e che quindi un Ente (Dio) lo abbia creato.
La Legge può essere descrittiva e sembra indicare un universale “naturale”, ad esempio la legge di gravità. O prescrittivi. Ma in tal caso, essendo atto dell’uomo, può avere validità in universale? No. Essa può valere a tempo indeterminato, fino quando non venga abrogata.
Nel mondo moderno, la filosofia e la politica si trasformano di pari passo: adesso il problema non è più trovare una verità “naturale”, ma elaborare un modello di verità alle condizioni del razionalmente possibile. La domanda a cui si cerca di dare risposta è su chi è il “vero” sovrano, cioè chi ha la legittimazione del potere, colui che è titolare del potere di manifestare la volontà del governo. Si deve cioè attribuire alla volontà del soggetto la capacità di essere fonte di norme per gli altri. Il discorso si riconduce al concetto di soggettività: se si assume il soggetto come l’ente che è titolare della capacità.
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