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Filosofia del linguaggio - proposizioni d'identità in Kripke Appunti scolastici Premium

Appunti di Filosofia del linguaggio per l'esame della professoressa Cosentino. E' presente un'argomentazione di Kripke a sostegno della tesi che la proposizione "la stella della sera è la stella del mattino" sia una proposizione necessariamente vera.
Autore: Kripke S.A. Titolo: “Naming and necessity”, Casa editrice: Blackwell Oxford
Anno:1980. [ trad. it. a cura di Santambrogio... Vedi di più

Esame di Filosofia del linguaggio docente Prof. M. Cosentino

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concezione ha però due conseguenze che è necessario mettere adeguatamente in luce. Innanzitutto in

questo modo si avanza una concezione dei nomi per cui essi resterebbero sempre in qualche modo

“localizzati” all’interno di un mondo possibile, che corrisponde poi fondamentalmente al linguaggio di

cui fanno parte nel momento della loro enunciazione; se io con “Espero” o “Fosforo” intendo lo stesso

oggetto designato da “Venere” evidentemente mi riferisco a un oggetto diverso rispetto all’uso che era

riservato a quei nomi prima della scoperta di questo pianeta, cioè prima della scoperta che i due corpi

celesti fino a quel momento intesi con “Espero” e “Fosforo” seguivano una stessa orbita ed erano quindi

uno stesso pianeta, “Venere” appunto. Questa prima considerazione ci lascia piuttosto perplessi, se non

altro perché siamo generalmente disposti a credere che a nomi uguali corrispondano oggetti uguali.

Tuttavia la seconda conseguenza è ancora più pesante: se io con le preposizioni “Espero è Espero” e

“Espero è Fosforo” intendo lo stesso non si capisce come le preposizioni “L’uomo X credeva che

Espero fosse uguale a Espero” e “L’uomo X credeva che Espero fosse uguale a Fosforo” siano l’una

(necessariamente) vera e l’altra (possibilmente) falsa. E’questo il problema degli atteggiamenti

proposizionali, la difficoltà più grande che Kripke si trova ad affrontare. Tornando al nesso tra nome e

descrizione è comunque legittimo precisare alcuni punti: innanzitutto di tutti i nomi è possibile dare una

descrizione che indica il riferimento come soggetto di un predicato; è infatti proprietà dei nomi propri di

stare per un oggetto determinato a differenza delle altre parti del discorso (specificatamente i predicati)

ed è dunque una loro prerogativa quella di poter essere analizzati; d’altro canto questo non significa che

la descrizione del referente del nome sia necessariamente definita e riesca a restituire l’oggetto a cui

esso si riferisce (l’esempio è ancora una volta quello di Cicerone come “famoso oratore romano”). La

descrizione può quindi mancare il referente del nome di cui, secondo la prospettiva di Frege e Russell,

dovrebbe essere analisi. Ad ogni modo l’analisi, anche quando necessariamente possibile (nel caso dei

nomi propri e più in generale di tutti i nomi), sembra essere più che altro il segno di un disturbo nella

comunicazione e di un cattivo funzionamento del nome: il nome in quanto segno rimanda all’oggetto, se

per arrivare ad esso si rende necessaria una descrizione allora quella stringa di suoni resta meramente

tale e non assolve la sua funzione (Wittgenstein). Quando si usa un nome non è necessario identificare

linguisticamente il referente in via preliminare, anche perché questo dipende pragmaticamente dalle

intenzioni del parlante e dalle conoscenze presunte nell’ascoltatore. In definitiva possiamo dire questo:

la parafrasi o spiegazione di un nome risponde a un problema di comunicazione e ne riflette le

specificità; nel momento in cui do una parafrasi del nome mi riferisco ad un suo uso determinato, ed è

questo uso e contesto che rendo esplicito. La parafrasi non dà il significato del nome, cioè il suo

oggetto, ma di un uso del nome, cioè del senso in cui è stato usato e in una forma comprensibile a chi

non l’aveva precedentemente compreso. Ogni domanda sul significato di un nome nasce in un contesto

determinato ed è per questo che l’identificazione di Cicerone con “un famoso oratore romano” è

legittima (l’uso del nome è restituito già da questa descrizione). Se questa lettura è giusta allora la tesi

del riferimento diretto è fondamentalmente un modo per dire che i nomi propri non danno

automaticamente l’ oggetto, cioè che non c’è modo di esprimerlo linguisticamente come loro

significato. Ogni descrizione dell’oggetto ne presenta una possibile connotazione ma nessuna di esse

vale sotto ogni contesto (intenzione del parlante, informazioni accessibili, etc.etc….); per questo ciò che

resta è per Kripke solo l’intenzione di riferirsi a un certo oggetto, nella presupposizione che sia lo stesso

tanto rispetto a coloro da cui è stato appreso linguisticamente come nome, quanto rispetto

all’interlocutore del momento. Ma tornando al problema degli atteggiamenti proposizionali, come può

essere allora affrontato all’interno della prospettiva kripkiana sui nomi propri? Un modo sembra essere

quello di attribuire i due nomi “Espero” e “Fosforo” a due oggetti distinti nelle due proposizioni “Espero

è Espero” e “Espero è Fosforo”, non nel senso di dare due diverse connotazioni ad uno stesso oggetto

come aveva pensato Frege, ma come due oggetti assolutamente distinti. Abbiamo infatti detto che il

nome, di per sé, non dà l’oggetto, e questo significa che a uno stesso nome possono corrispondere

oggetti distinti o a nomi diversi può corrispondere uno stesso oggetto; entrambi i casi possono essere

rappresentati dalle proposizioni “X crede che Espero è Fosforo” e “Y crede che Espero non è Fosforo”.

Se queste proposizioni sono vere deve essere allora possibile fissare il riferimento del nome in modo da

render conto della loro verità, sia che ciò accada per mezzo di una descrizione o di un’ ostensione.

L’importante è servirsi dell’una o dell’altra non per dare il significato del nome ma per chiarire un suo

uso determinato all’interno del nostro linguaggio, cioè per fissarne il riferimento in modo da render

conto della verità di quelle proposizioni; in altre parole la descrizione, che rispetto all’ostensione ha un

campo di applicazione più ampio e risulta quindi più interessante per i nostri fini, può anche non essere

definita. Nel caso dell’identità non deve essere possibile attribuire al primo nome nessun predicato che

non valga anche per il secondo nome, nel caso della non identità deve al contrario essere possibile

attribuire al primo nome almeno un predicato che non valga anche per il secondo nome. Ritorniamo

dunque alle due proposizioni “X crede che Espero è Fosforo” e “Y crede che Espero non è Fosforo”.

Nel primo caso non dovremmo trovare nessun predicato che sia vero di “Espero” e non di “Fosforo”; in

effetti le descrizioni dell’uno come “la stella del mattino” e dell’altro come “la stella della sera”

risultano interscambiabili perché in entrambi i casi ci si riferisce a Venere, cioè a un pianeta che sorge

per primo al mattino e tramonta per ultimo alla sera. Nel secondo caso dovremmo trovare un predicato

che sia vero di “Espero” senza esserlo di “Fosforo” o viceversa, e anche in questo caso i candidati

migliori sono la descrizione dell’uno come “la stella del mattino” e dell’altro come “la stella della sera”,

nella presupposizione che non esista nessun pianeta a cui entrambe possano essere riferite. Questo

discorso è sicuramente paradossale, ma al fondo è vero che noi oggi comprendiamo la proposizione

“Espero è Fosforo” perché con l’uno e l’altro nome intendiamo “Venere”, pur essendo anche

consapevoli della storicità di questi nomi così da ritenere impropria la proposizione “Fosforo è la stella

del mattino” e preferire “Venere” a entrambi; non è del resto accidentale che nel momento in cui si

scopre che i due nomi si riferiscono allo stesso oggetto cadano in disuso a favore di un terzo. In altre

parole il nostro mondo sembra contenere una molteplicità di mondi possibili, ognuno dei quali si

compone di una serie di oggetti che esistono solo in virtù delle informazioni disponibili al suo interno. Il

referente del nome si costituisce infatti come un insieme di proprietà che gli vengono attribuite in

diversi punti dello spazio e del tempo e mantengono anche in seguito questa dipendenza dal contesto in

cui sono state introdotte. Di alcuni referenti dei nomi è dunque possibile negare una proprietà che li

caratterizza nella realtà dei fatti, nel senso che è pensabile una diversa realtà in cui quella proprietà

caratterizza un secondo oggetto senza che il primo cessi per questo di esistere; il nostro mondo tollera

questa articolazione interna. Per altri nomi questa possibilità è esclusa: o il referente del nome esiste

come il soggetto unico delle proprietà che gli vengono abitualmente attribuite o semplicemente non

esiste; possiamo anche pensare che ci sia stata un’epoca in cui la proposizione “3 è il secondo numero

primo” non sarebbe stata ritenuta vera, ma questo non perché fosse ritenuta falsa, semplicemente non

era ancora disponibile il concetto di numero primo. La domanda è se sia possibile per il primo genere di

nomi mantenere fisso il riferimento anche nel momento in cui ne viene negata l’identità: quando io

capisco la proposizione “X crede che Espero non è Fosforo” cosa intendo io effettivamente con

“Espero” e “Fosforo”? O, per fare un esempio forse più popolare, cosa intendiamo con la proposizione

“Perry White crede che Clark Kent non è Superman”? Come abbiamo detto la verità di questa

proposizione consiste nell’individuazione di una proprietà che può essere predicata all’uno ma non

all’altro dei due nomi, senza essere con questo una descrizione definita; qualcosa del genere potrebbe

essere la proprietà di “avere poteri soprannaturali” (riferita a Superman) o di “portare gli occhiali”

(riferita a Clark Kent). Perry White può certo pensare che Superman riesca anche a nascondere i suoi

poteri soprannaturali o che Clark Kent non abbia bisogno degli occhiali, ma la verità è che non ha alcun

motivo per farlo. Date le circostanze in cui i referenti di quei nomi si sono costituiti dal suo particolare

punto di vista, essi corrispondono a due oggetti distinti e in quanto tali distinti anche dall’unico oggetto

che noi designiamo indifferentemente con l’uno o l’altro di essi, anche se questa distinzione tra mondi

possibili non li pone mai sullo stesso piano ma uno s’impone da subito sull’altro e lo trasforma in una

sua articolazione interna; in questo modo la proposizione di cui sopra viene intesa dal lettore in modo

che i due nomi mantengano il riferimento che hanno nel loro mondo meno alcune proprietà accidentali,

con l’avvertenza che esse non siano le stesse così da avere due nuovi riferimenti (Clark Kent è

Superman senza i poteri soprannaturali, Superman è Clark Kent senza gli occhiali). In altre parole con la

proposizione “Espero non è Fosforo” noi non possiamo fare a meno di intendere due mondi possibili in

cui Venere segue due orbite distinte; è infatti pensabile che un pianeta segua un orbita distinta da quella

che gli si attribuisce abitualmente, non essendo questa una sua proprietà necessaria. Il problema è che

non possiamo pensare che un pianeta segua contemporaneamente due orbite distinte, occupi due diversi

punti dello spazio nello stesso istante t. In altre parole noi ci approssimiamo al senso della negazione

dell’identità di “Espero” e “Fosforo” soltanto assumendo individualmente i due oggetti designati da

“Espero” e “Fosforo” come Venere, assegnando al primo un orbita x e al secondo un orbita y, così da

non poterne affermare la coesistenza; al limite è pensabile anche una situazione in cui Venere abbia

modificato la sua orbita nel corso del tempo senza cessare per questo di essere identico a se stesso,

proprio perché l’orbita di un pianeta è una sua proprietà accidentale, quindi la credenza resterebbe falsa

anche se fosse espressa come “il pianeta Venere che segue l’orbita x non è il pianeta Venere che segue

l’orbita y”. Questo però non vale per tutte le identità, ma solo per quelle tra nomi il cui riferimento sia

fissato da proprietà accidentali, in linea di principio riferibili ad esso in tempi diversi; un esempio in tal

3

senso può essere quello di “Giovanni VII” . Probabilmente questo nome non ci dirà niente e in effetti

l’unico aspetto interessante, se ne ha qualcuno, è il nome stesso. Immaginiamo allora che qualcuno ci

dica di “Giovanni VII” che è sepolto nella Basilica di San Pietro; sapendo che con un nome del genere

ci si può riferire o ad un papa o ad un imperatore e che la Basilica di San Pietro si trova in Vaticano

saremmo portati a concludere, in assenza di altre informazioni, che “Giovanni VII” identifica un papa.

Se però a questo punto qualcuno ci dicesse che “Giovanni VII” sposò la figlia del principe di Lesbo la

nostra ipotesi si rivelerebbe infondata, ma non perché le due proprietà in questione (quella di “essere

papa” e di “essere sposato”) non possano essere riferite contemporaneamente allo stesso oggetto (come

nel caso delle due orbite di Venere), ma perché esse identificano necessariamente due oggetti distinti. In

questo caso sarebbe allora legittimo affermare “Giovanni VII sepolto a San Pietro non è Giovanni VII

4

genero del principe di Lesbo” e la proposizione sarebbe infatti storicamente vera . In definitiva sembra

che il punto più discutibile della teoria dei nomi propri di Kripke sia quello della distinzione tra i piani

5

metafisico ed epistemico, cioè l’idea che esistano verità necessarie a-posteriori o contingenti a-priori ;

tralasciando quest’ultime e concentrandoci sull’identità di Espero e Fosforo come dimostrazione delle

prime è lo stesso Kripke a intenderla come identità dell’oggetto con se stesso (“X = X”), cioè con quella

che in realtà è una verità a-priori.

APPENDICE

Se in generale non esistono descrizioni semanticamente associate ai nomi propri, si può dire che questi

ultimi non hanno un significato ma solo un riferimento (quando non sino vuoti come Vulcano, Zeus e

3 Quello di Superman - Clark Kent è ora inutilizzabile; infatti si tratta di un personaggio fittizio e in quanto tale

ha necessariamente tutte le proprietà che possono essere attribuite all’una o l’altra delle sue identità

4 Si tratta infatti rispettivamente di papa Giovanni VII (650-707) e di Giovanni VII di Bisanzio (1370-1408).

5 Anche in questo caso è comunque necessario rilevare come un “metro” continuerebbe ad essere “la

lunghezza del metro campione di Parigi” anche se per fissarne il concetto si fosse fatto ricorso a un'altra

definizione (ad esempio “la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/ 299 792

458 di secondo”, che è quella oggi impiegata in ambito scientifico).


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Filosofia del linguaggio per l'esame della professoressa Cosentino. E' presente un'argomentazione di Kripke a sostegno della tesi che la proposizione "la stella della sera è la stella del mattino" sia una proposizione necessariamente vera.
Autore: Kripke S.A. Titolo: “Naming and necessity”, Casa editrice: Blackwell Oxford
Anno:1980. [ trad. it. a cura di Santambrogio M. “Nome e necessità”, Bollati Boringhieri, Torino 1982]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gennaro Caruso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Cosentino Maria Erica.

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