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Kripke ritiene che la proposizione “Espero è Fosforo” sia necessariamente vera, ricorrendo al concetto

di necessità come validità in tutti i mondi possibili con cui Leibniz identificava le cosiddette “verità di

ragione” in quanto contrapposte alle “verità di fatto” (proposizioni vere solo nel nostro mondo). Il

problema di questa proposizione è la sua storia, cioè il fatto che in epoche passate Fosforo ed Espero

fossero ritenuti due corpi celesti distinti, identificati rispettivamente con “la stella del mattino” e “la

stella della sera”; soltanto in un secondo momento si scoprì che in realtà si trattava dello stesso pianeta,

cioè di Venere. Per questo motivo si è soliti pensare alla proposizione “Espero è Fosforo” come a una

scoperta empirica, cioè come a una verità a-posteriori; il fatto che la tradizione filosofica si sia orientata

a istituire una corrispondenza esatta tra verità a-priori e a-posteriori da una parte, e verità necessarie e

contingenti dall’altra (Kant), ha poi portato a concludere che la proposizione non poteva essere

necessaria ma fosse invece contingente. Kripke contesta questa presa di posizione, riconducendola a una

confusione tra il piano epistemico e quello metafisico. Le qualifiche a-priori e a-posteriori di una

proposizione si riferiscono al modo in cui ne siamo venuti a conoscenza, attraverso un’analisi del

concetto del soggetto che il predicato rende soltanto esplicito nel primo caso (esempio: “Il triangolo ha

tre lati”), attraverso una constatazione empirica con cui si arricchisce il concetto del soggetto di un

nuovo predicato nel secondo (esempio: “Marte ha due lune”). Le qualifiche di necessario e contingente

di una proposizione si riferiscono invece alla natura degli stati di cose che asseriscono, come stati di

cose che rispettivamente non possono o possono essere differenti; gli sforzi di Kripke si indirizzano

quindi alla ricerca di proposizioni che sono necessarie pur essendo a-posteriori (“Espero è Fosforo”,

appunto) e contingenti pur essendo a-priori (“Un metro è la lunghezza del metro campione di Parigi”).

Dunque il fatto che l’identità di Espero e Fosforo sia una scoperta storica non ne comprometterebbe

affatto la necessità e la circostanza che in epoche passate essa sarebbe stata ritenuta falsa ha rilevanza

soltanto da un punto di vista epistemico e non metafisico. Kripke sintetizza questa concezione

affermando che i nomi propri sono “designatori rigidi”, cioè denotano lo stesso oggetto in tutti i mondi

possibili, a differenza dei predicati che gli possono essere attribuiti. Quando ad esempio si afferma

“Espero è la stella del mattino” si descrive uno stato di cose sicuramente vero ma non per questo

necessario: è possibile infatti immaginare un mondo in cui Espero non è la stella del mattino, in cui ad

esempio la diversa orbita della terra ci faccia vedere un altro corpo celeste illuminato per ultimo dal sole

al mattino. I predicati sono infatti per Kripke relativi a una specifica conformazione del nostro mondo e

in questo senso contingenti; non tutti i predicati sono connessi al soggetto in modo soltanto contingente

(ad esempio la proposizione “3 è il successore di 2” è vera in tutti i mondi possibili e dunque

necessaria), ma la situazione sembra essere questa almeno per i nomi di oggetti realmente esistenti. A

questo riguardo si potrebbe anche avanzare l’ipotesi che i nomi o hanno un riferimento oggettuale o

hanno un significato; tutti i nomi che hanno infatti un significato non hanno un riferimento oggettuale e

viceversa. Se un nome ha un riferimento oggettuale vuol dire che il referente viene conosciuto, cioè che

sussiste una relazione determinata con l’oggetto da esso designato; se invece il nome ha solo un

significato vuol dire che il referente viene inventato o comunque istituito come l’insieme di proprietà ad

esso immanenti. In questo caso la descrizione del referente del nome non dipende dalla conformazione

fisica o storica del mondo e di noi in esso, ma gli appartiene incondizionatamente; questo vale per

diverse entità, ad esempio quelle numeriche (“3 è il successore di 2”), letterarie (“Clark Kent è il

personaggio dei fumetti inventato da Jerry Siegel e Joe Shuster”) e scientifiche in senso lato (“Un metro

1

è la lunghezza del metro campione di Parigi” ). Quanto detto non significa che per i nomi senza

1 Su questa proposizione ci allontaniamo dalla tesi kripkiana che essa sia un esempio di verità a priori e

contingente: il fatto che questa definizione di metro sia stata contingente non toglie nulla alla sua necessità

semantica. Si sarebbe infatti anche potuto prendere un oggetto di lunghezza diversa, ma in questo modo

l’unica proprietà in comune sarebbe stata quella di essere chiamati allo stesso modo, restando per il resto

due oggetti distinti.

riferimento sia possibile fornire un significato unico, sia possibile darne un analisi esaustiva di cui

sarebbero abbreviazioni (Russell): ognuno di essi può essere descritto in una molteplicità di modi,

attraverso una serie di proprietà ugualmente vere per il referente del nome in questione (3 può essere

definito tanto come “il successore di 2” quanto come “il secondo numero primo”). Si continua infatti a

parlare del referente come dell’entità cui rimanda il nome e che non è resa da nessuna delle descrizioni

con cui lo si individua. Ad ogni modo si evidenzia così una differenza sostanziale tra i nomi e i predicati

che possono essergli attribuiti, anche in riferimento a quei predicati che si riferiscono ad essi in maniera

esclusiva. Se infatti pensiamo a “la stella del mattino” il primo oggetto che ci viene in mente non può

che essere “Espero”, così come se pensiamo a “il cavallo alato” ci viene in mente “Pegaso”. E’ in virtù

di questo nesso stretto tra nomi e alcuni predicati che Russell, rifacendosi a Frege, aveva elaborato la

sua teoria delle descrizioni definite, secondo cui un nome non è altro che un abbreviazione di un

predicato corrispondente al suo significato; in altre parole sarebbe sempre possibile stabilire una

sinonimia tra un nome e un predicato con cui render conto della capacità del primo di riferirsi a

qualcosa, indipendentemente dal fatto che questa corrisponda a un oggetto realmente esistente o a un

prodotto dell’inventività umana (Pegaso). Se così fosse però “Espero” non significherebbe nient’altro

che “la stella del mattino” e “Fosforo” “la stella della sera”, e sarebbe pertanto possibile trasformare la

proposizione “Espero è Fosforo” in “la stella del mattino è la stella della sera”, o ancor più chiaramente

“la stella che si vede per ultima al mattino è la stella che si vede per prima alla sera”. A questo punto

emerge però una difficoltà centrale per comprendere la posizione assunta da Kripke: la prima

proposizione è necessaria laddove la seconda è contingente; che “la stella del mattino” sia anche “la

stella della sera” è infatti vero soltanto nel nostro mondo, è una verità che oltre ad essere a-posteriori è

anche contingente: possiamo facilmente immaginare un mondo in cui la stella che tramonta per ultima

al mattino non è la stella che sorge per prima la sera, ad esempio perché ognuna delle due segue un

orbita diversa da quella che nel nostro mondo caratterizza Venere. Il limite della teoria delle descrizioni

definite di Russell è insomma quello di funzionare soltanto all’interno del nostro mondo, e anche in esso

in una forma non descrittiva ma normativa, cioè come una competenza che tutti i parlanti di una

2

determinata lingua dovrebbero possedere per usare in modo appropriato i termini in cui essa si articola .

Allargando invece la visuale alla molteplicità di mondi possibili si scopre che la supposta equivalenza

tra quei nomi e quelle descrizioni è del tutto fittizia e si rende necessario un altro modo di impostare il

problema del

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gennaro Caruso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Cosentino Maria Erica.
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