Analisi della traduzione radicale in "Word and Object" di Quine
L’obiettivo di Quine in questo II capitolo di “Word and Object” è analizzare la plausibilità di una traduzione radicale, cioè di una traduzione che interessi lingue del tutto estranee l’una all’altra. Quine riconosce l’impossibilità pratica di una simile situazione ma il suo carattere ideale risulta interessante proprio perché amplifica e individua procedimenti messi in atto già nelle comuni opere di traduzione, in esse spesso non più percepibili a causa di una lunga tradizione di contatti e comunicazione.
L'esperimento mentale di Quine
L’esperimento mentale su cui Quine costruisce il suo ideale di una traduzione radicale è il seguente: un indigeno e un linguista si vedono passare davanti un coniglio, e l’indigeno esclama “Gavagai”; il linguista ipotizza allora che “Gavagai” significhi “Coniglio” e procede a raccogliere dati relativi alla relazione tra espressioni varie pronunciate dall’indigeno e contesti in cui sono state pronunciate, elaborando così una serie di ipotesi relative ai loro possibili significati.
A questa prima fase di raccolta dei dati ne segue una seconda, in cui il linguista prende l’iniziativa e da mero spettatore passa a mettere direttamente alla prova le sue ipotesi. Questo passaggio è necessario, e Quine lo mostra con il caso seguente: ammettiamo che l’indigeno pronunci, nel corso delle indagini del linguista, tre espressioni differenti S1, S2 ed S3 in contesti ugualmente caratterizzati dalla presenza di un coniglio; per determinare il loro significato, che potrebbe per ipotesi essere “Coniglio”, “Bianco” ed “Animale”, il linguista deve individuare contesti d’uso differenziati, in cui i tre termini non vengano pronunciati insieme dall’indigeno ma in maniera selettiva.
Strategia di verifica delle ipotesi
Come può però realizzare in concreto tali situazioni sperimentali? Quine ritiene che dovrebbe identificare delle espressioni dell’indigeno a cui attribuire provvisoriamente il significato di assenso e dissenso, così da poterlo in seguito interrogare e verificare attraverso le sue risposte positive o negative la sostenibilità delle ipotesi precedentemente formulate.
Questo obiettivo può essere perseguito nel modo seguente, comunque soggetto alla possibilità di errore e rettifica nel seguito dell’indagine: ammettiamo che il linguista, nel porre all’indigeno la domanda “Gavagai?” in diversi contesti, non sempre caratterizzati dalla presenza di conigli, ottenga con una certa regolarità le due risposte seguenti: “Evet” e “Yok”; egli è portato a credere che le due espressioni corrispondano a “Sì” e “No” nel suo linguaggio ma non può stabilire con maggiore precisione cosa corrisponda a cosa.
Per superare questa difficoltà egli potrebbe ripetere “Gavagai?” dopo l’indigeno o comunque in contesti simili a quelli in cui l’espressione era stata precedentemente pronunciata, vale a dire in contesti caratterizzati dalla presenza di conigli (in virtù del nesso ipotizzato sulla base dei dati raccolti). Il risultato sarà che la risposta più ricorrente dell’indigeno, per ipotesi “Evet”, avrà più probabilmente il significato di assenso, l’altra quella di dissenso.
Una ulteriore conferma potrebbe derivare dall’osservazione delle reazioni dell’indigeno quando a una sua espressione qualsiasi, ad esempio “Gavagai”, il linguista ribatta con una delle due espressioni provvisoriamente identificate con segni di assenso e dissenso; quella che avrà il minor effetto sull’indigeno e in presenza della quale egli resterà più sereno sarà la migliore candidata per il significato positivo di assenso, l’altra avrà invece quello negativo di assenso.
Conferma delle ipotesi
Dopo aver raggiunto questo risultato, comunque sempre falsificabile perché ottenuto per via sperimentale, il linguista passa a interrogare l’indigeno verificando le sue risposte a “Gavagai?” nei più diversi contesti. In questo modo dovrebbe arrivare quantomeno a circoscrivere il significato del termine, escludendo ad esempio quelli concorrenti di “Bianco” e “Animale” perché relativi a contesti in cui “Gavagai?” ha suscitato dissenso; il significato più probabile resterebbe allora quello di “Coniglio”.
Il principio che sta dietro questa traduzione può essere allora formulato nel modo seguente: un certo enunciato nella lingua dell’indigeno può essere tradotto con un altro enunciato nella lingua del linguista quando il primo dà il proprio assenso alla domanda corrispondente negli stessi identici contesti in cui sarebbe dato dal linguista, e ugualmente per il dissenso.
Quine conclude quindi questo primo paragrafo riaggiustando il principio in senso più fortemente causale: la risposta tanto dell’indigeno quanto del linguista sarebbe provocata dai fattori concomitanti della domanda e delle stimolazioni offerte dal contesto, sulle quali deve quindi focalizzarsi l’attenzione ai fini di una traduzione radicale; proprio il fatto di essere radicale la costringe infatti a proiettare i possibili significati sulla realtà osservabile.
Conclusioni e sviluppi successivi
Dopo aver approfondito diversi aspetti inerenti la caratterizzazione delle stimolazioni e degli enunciati, questioni definite da Quine stesso “ancillari” (pag.27) rispetto al tema principale del capitolo, egli passa a sviluppare la sua tesi dell’indeterminatezza.
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Riassunto esame Filosofia, prof. Paternoster, libro consigliato Due dogmi dell'empirismo, Quine