La bioetica.
Una nuova sfida per la filosofia del diritto
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1. Nascita della bioetica
La storia dell’origine del termine “bioetica” è nota: esso compare per la
prima volta nel 1971 nel titolo del libro, Bioethics. A Bridge to the Future,
dell’oncologo americano Van Renssealer Potter, il quale definisce la bioetica
come il tentativo di utilizzare le scienze biologiche per migliorare la qualità della
vita e lega la sua ragione d’essere alla necessità di formulare una nuova etica in
grado di garantire la sopravvivenza dell’umanità attraverso uno stretto dialogo tra
scienze biomediche e scienze umane.
Gli anni Settanta del secolo scorso, non si dimentichi, sono gli anni delle
nuove applicazioni tecnologiche in ambito medico: nel 1965 si effettua il primo
trapianto di cuore; nel 1972 si mette a punto la tecnologia del DNA ricombinante
(la tecnologia che permette di modificare il DNA di un organismo vivente); negli
anni Settanta entrano nell’uso i primi respiratori, che permettono di mantenere
in vita persone vittime di gravissime incidenti; nel 1978 nasce Louise Brown, la
prima bambina concepita attraverso la fecondazione artificiale. Si delineano
così situazioni assolutamente nuove che mettono in discussione le categorie
classiche di vita e di morte.
In quegli stessi anni la filosofia, fino ad allora prevalentemente orientata in
senso analitico, abbandona progressivamente le questioni metaetiche, improntate
ad una chiarificazione logico-concettuale, ma senza alcuna attenzione per le
questioni concrete, e torna alla discussione delle questioni di contenuto,
riguardanti sia i problemi generali (la configurazione della società giusta, i criteri
con cui effettuare gli interventi pubblici) sia i problemi particolari della vita
umana, di quella animale e della natura (nascono le prime forma di etica
applicata: la bioetica, appunto, l’etica animale e l’etica ambientale).
Si compie così quello che è stato definito “passaggio dalla metaetica
all’etica normativa”, che ha come figure di riferimento negli Stati Uniti John
Rawls con la sua Theory of Justice (1971) e in Europa il movimento tedesco della
“riabilitazione della filosofia pratica”.
Negli Stati Uniti lo sviluppo della bioetica è molto rapido ed è
accompagnato dalla nascita delle prime strutture di ricerca: nel 1969 l’Hasting
Center, fondato dal filosofo Daniel Callahan; nel 1971 il Kennedy Center alla
Georgetown University, diretto da Warren Reich, che nel 1978 curerà la prima
grande opera di riferimento in ambito bioetico l’Encyclopedia of Bioethics. Negli
anni Ottanta e Novanta la bioetica si diffonde anche in Europa e nelle altre
nazioni tanto da poter essere definita “un fenomeno planetario” e si sviluppa a
due livelli: quello culturale e quello istituzionale attraverso centri e associazioni.
2. Ambiti tematici
Gli ambiti tematici coperti da questo neologismo sono molto vasti e vanno
costantemente ampliandosi con il progredire delle ricerche scientifiche e delle
loro applicazioni. Accanto alle problematiche strettamente biomediche si
collocano nell’ambito della bioetica, intensa in senso ampio, anche i temi della
tutela e dei diritti degli animali e della conservazione dell’ambiente.
Quanto alla bioetica medica si spazia dall’aborto all’eutanasia, dalla
procreazione medicalmente assistita all’ingegneria genetica, dal rapporto medico-
paziente, al trapianto d’organi, alla sperimentazione sulle cellule staminali (delle
cellule cioè capaci di rigenerare dei tessuti danneggiati, in alcuni casi ricavate da
embrioni, cellule staminali embrionali, in altri da tessuti adulti).
La bioetica animalista si è sviluppata anch’essa all’inizio degli anni ’70 con
la pubblicazione di uno dei “testi sacri” dell’animalismo contemporaneo, Animal
Liberation, 1975, di Peter Singer (La liberazione animale, tr. It. 1991).
Le tesi di Singer sono ispirate all’utilitarismo di derivazione benthamiana:
poiché il piacere e la sofferenza fanno la differenza sul piano morale, allora
dobbiamo fare in modo – sostiene Singer – di minimizzare le sofferenze e
massimizzare il piacere sia con riferimento agli uomini sia con riferimento agli
animali. Singer introduce differenze tra i tipi di animali, cioè tra quelli che hanno
solo coscienza, del dolore appunto, e quelli che hanno anche autocoscienza (ad
esempio i mammiferi adulti).
Il tema dell’autocoscienza è ripreso e sviluppato dall’altro autorevole
esponente della lotta a favore degli animali, Tom Regan, autore di The Case for
Animal Rights, 1983 (I diritti animali, tr. It, 1990), opera nella quale egli cerca di
costruire una vera e propria teoria dei diritti degli animali.
Per Regan la presenza di autocoscienza rende gli animali (non umani e
umani) dotati di un valore peculiare, che egli chiama “valore inerente” e sul quale
fonda l’idea di attribuire diritti agli animali in quanto tali: se infatti – egli
argomenta – vengono attribuiti diritti agli esseri umani autocoscenti, non si
possono escludere tutti gli altri mammiferi dotati, al pari degli esseri umani, di
autocoscienza.
Quanto alla bioetica ambientale si possono individuare almeno due correnti:
quella dei conservazionisti (una delle voci più rappresentative di questa linea di
pensiero è considerato John Passmore, autore di Man’s Responsibility for Nature,
1974), i quali sostengono, partendo da un punto di vista antropocentrico, che la
natura è un bene al servizio dell’uomo e quindi va tutelato per motivi di utilità; e
quella dei preservazionisti (interessante la prospettiva di Paul W. Taylor, autore
di Respect for Nature. A Theory of Environmental Ethics, 1986), i quali, partendo
da una prospettiva biocentrica, ritengono che la terra e l’ambiente in genere siano
dotati di un valore intrinseco e quindi vadano rispettati per loro stessi.
Queste tesi sono state riprese dai movimenti della cosiddetta Deep Ecology
o ecologia profonda, contrapposti alla Shallow Ecology o ecologia di superficie.
Come si vede da questi semplici accenni il panorama è vastissimo.
Ma, se possiamo considerare ormai pacifica l’individuazione per grandi
linee del campo di studio della bioetica, costituito dalla chiarificazione e/o dalla
soluzione delle questioni etiche poste dagli interventi delle scienze e delle
tecnologie sulla vita dell’uomo e del suo ambiente, assai più controversa è la
definizione della natura della bioetica: se essa, sia, cioè, una mera disciplina
filosofica, collocabile nell’ambito dell’etica applicata o piuttosto un insieme di
ricerche su temi che rappresentano un terreno comune di riflessione tra varie
discipline riconducibili sia all’area delle scienze umane, come la filosofia, il
diritto o la sociologia, sia all’area delle scienze naturali, come la medicina e la
biologia.
Ridurre la bioetica nel suo insieme alla sola riflessione filosofica significa
ignorare da un lato l’apporto alla soluzione delle questioni della ricerca e della
pratica medica di chi vive queste realtà (medici, biologici, psicologi) e, dall’altro,
il contributo alla discussione che può venire solo dall’apporto ad un dibattito
aperto dai cultori di altre discipline, quali il diritto, la sociologia, l’economia ecc.
In questo senso si può individuare tra le caratteristiche intrinseche della
bioetica la multidisciplinarietà, da intendersi come occasione per l’incontro, lo
scambio e la discussione tra le diverse discipline in un rapporto paritario.
Ritenere al contrario che il ruolo nel dibattito bioetico dei saperi diversi dalla
filosofia sia meramente strumentale ad essa e che consista nell’apporto di dati
empirici da valutare o nella pura applicazione di idee elaborate in sede filosofica,
significa impoverire la capacità delle diverse discipline di riflettere su loro stesse,
di interagire e di comunicare tra di loro.
In questa prospettiva la bioetica si configura realmente come terreno ideale
per realizzare una relazione di interfaccia tra scienze naturali e scienze
umanistiche, nella quale la coesistenza delle varie discipline è tesa ad
un’integrazione e non ad una semplice giustapposizione delle diverse prospettive
scientifiche in vista della soluzione pratica dei problemi concreti: in questo senso
la multidisciplinarietà della bioetica si configura come un obbiettivo da
raggiungere, un punto d’arrivo piuttosto che una base di partenza.
3. Principali approcci morali
Fin dalla sua nascita la bioetica si è caratterizzata quale riflessione
orientata secondo le teorie etiche fondamentali; per citare solo le più influenti,
l’utilitarismo, il principialismo, la teoria della legge naturale, che hanno cercato
di individuare soluzioni ai problemi bioetici tramite procedure di giustificazione
dei giudizi morali.
Secondo la prospettiva utilitarista, la bontà di un’azione dipende
unicamente dalle sue conseguenze (consequenzialismo) e ciò che è rilevante per
queste conseguenze è l’utilità concepita come felicità o benessere, a seconda
delle varie versioni dell’utilitarismo (sostenitori di questo approccio a livello
bioetico sono importanti autori come Peter Singer, Helga Khuse e James
Rachels).
Secondo il principialismo, sviluppato soprattutto da Tom. L. Beauchamp e
James F. Childress, le questioni bioetiche vanno affrontate alla luce di alcuni
principi “evidenti intuitivamente”, ma “non assoluti”, quali l’autonomia, in
quanto capacità di libera scelta di ogni essere umano; la beneficenza, cioè il fatto
che le nostre azioni verso gli altri devono sempre essere indirizzate al loro bene;
la non maleficenza, cioè il fatto che le nostre azioni non devono mai provocare
un danno agli altri; e la giustizia, intesa come equità nella distribuzione delle
risorse mediche. Tali principi costituirebbero un terreno comune di discussione e
vanno bilanciati fra di loro nei casi di conflitto e specificati in coerenza con i
nostri giudizi ponderati (intuizioni comuni) finché non si giunge ad un equilibrio
soddisfacente.
Secondo la teoria della legge naturale, esistono beni che sono
fondamentali e inviolabili, vista la loro importanza metafisica nell’ordine del
creato, quindi secondo una legge naturale, e non sono fra loro scambiabili: non è,
ad esempio, possibile barattare la vita, uno dei beni assoluti, con la felicità (è la
prospettiva seguita, in particolare, da pensatori cattolici come John Finnis).
L’individuo (medico, infermiere, paziente, ricercatore ecc.) che deve
fronteggiare un caso problematico può giungere alla soluzione giusta ricorrendo
agli strumenti offerti da questi modelli teorici. La bioetica è stata a lungo pensata
come la semplice applicazione di teorie generali alla casistica particolare.
Facciamo un esempio: l’eutanasia. Se una persona si trova in una
situazione di sofferenza particolarmente grave e non è in grado di togliersi la vita
da sè, è moralmente lecito ad un dottore o ad altri soggetti farlo per lui?
Secondo l’utilitarismo la risposta può essere fornita solo giudicando le
conseguenze: se per la persona la situazione è insopportabile, permettendogli di
morire diminuiamo la sua sofferenza e aumentiamo la sua felicità. Peter Singer
sostiene che le eventuali resistenze a queste argomentazioni sono solo il rettaggio
di convinzioni tradizionali non adeguate ai nuovi problemi posti dalla tecnica;
James Rachels distingue tra vita biologica e vita biografica e sostiene che ciò che
conta non è il sostrato biologico, ma la vita come esistenza personale, quindi il
danneggiamento del corpo non è moralmente rilevante.
Secondo la prospettiva della legge naturale, al contrario, il bene della vita
è assoluto e quindi non lo si può confrontare con niente altro. E’ indifferente che
il nostro intento sia quello di alleviare le sofferenze di un malato. Un’azione
indirizzata a violare un bene inviolabile come la vita, a prescindere da qualunque
altra condizione, è immorale.
Secondo il principalismo l’obbligo di curare il malato, che risponderebbe
al principio della beneficenza e a quello di non maleficienza, vale a dire l’obbligo
di non causargli un danno, non sono assoluti e vanno bilanciati con gli altri
principi, ad esempio quello dell’autonomia del malato che sceglie di morire. In
situazioni specifiche, quindi, l’eutanasia può risultare moralmente legittima per
rispettare l’autonomia individuale.
4. La particolarità della situazione italiana: bioetica cattolica e bioetica laica
Nel nostro paese gli approcci sviluppati secondo questi termini di
riferimento si sono intersecanti con la contrapposizione tra etica laica ed etica
cattolica; sebbene il confronto tra queste due prospettive sia stato talvolta
fecondo, l’opposizione che si è generata corre oggi il rischio di cristallizzarsi
eccessivamente dando talvolta luogo a dispute ideologiche.
Le ragioni della particolarità dello sviluppo della bioetica in Italia sono di
varia natura, culturale e storica. La bioetica, come si è detto, è nata dapprima
negli Stati Uniti in connessione, da un lato, allo sviluppo delle ricerche
tecnologiche e alla loro applicazione in ambito medio e, dall’altro, a quello che
abbiamo definito “passaggio dalla metaetica all’etica normativa”, vale a dire il
progressivo abbandono delle ricerche metaetiche di ispirazione analitica e il
rinnovato interesse per i concreti e specifici problemi morali.
In Italia entrambi questi fattori si sono manifestati con un certo ritardo: lo
sviluppo delle ricerche in ambito medico è stato più lento e i maggiori esponenti
della cultura laica, di orientamento analitico, tranne alcune eccezioni, fra le quali
la più significativa quella rappresentata da Uberto Scarpelli, guardavano con
perplessità a una forma di etica applicata, come la bioetica, considerata un
inquinamento della purezza del discorso logico-scientifico. Parallelamente la
cultura cattolica manifestava un crescente interesse per le problematiche
bioetiche, considerandole alla luce di una seconda rinascita del giusnaturalismo,
dopo la prima rinascita del dopoguerra.
Di fronte a quella che è stata definita “l’invasione del terreno da parte
della cultura cattolica”, sin dagli anni Ottanta Scarpelli ha vigorosamente difeso
una concezione della bioetica come indagine razionale e libera, tesa a tutelare e
garantire le libertà individuali: una bioetica laica, appunto. Laico è infatti per
Scarpelli chi ragiona “etsi Deus non daretur”: essere laico non implica affatto né
l’agnosticismo né l’ateismo, ma solo l’esclusione di premesse metafisiche o
religiose che pretendano di valere per tutti. Chi è laico in questo senso può
benissimo essere religioso e aver fede in un Dio rivelato, purché ammetta che tale
fede è al di là della razionalità umana e non può costituire argomentazione
conclusiva di un ragionamento razionale di un’etica senza verità.
Il contributo di Scarpelli è stato determinante nel delineare un indirizzo
che ha trovato nel Manifesto di bioetica laica (estensori C. Flamigni, A.
Massarenti, M. Mori e A. Petroni, pubblicato in “Il sole 24 ore” del 9 giugno
1996) un primo momento di definizione e che, a oltre dieci anni di distanza,
mantiene tutta la sua validità, in un contesto storico in cui – come sostiene
Geminello Preterossi nell’introduzione di un libro recente, Le ragioni dei laici –
gli attacchi alla laicità sono stati diversi, ma, sotto il comune denominatore di un
“uso politico della religione”, tutti volti a delegittimare l’eredità della cultura
laica moderna e i suoi portati storici, tra i quali la distinzione tra diritto e morale,
tra politica e religione, la difesa dei principi di eguaglianza e di legalità che
implicano parità di trattamento e divieto di discriminazione.
Per sottolinearne l’attualità, riporto alcuni pezzi di quel Manifesto:
«I primi principi della visione laica – vi si legge – riguardano la natura della
conoscenza e del suo progresso.
In primo luogo, diversamente da quanto fanno la gran parte delle etiche
fondate su principi religiosi, la visione laica considera che il progresso della
conoscenza sia esso stesso un valore etico fondamentale. L’amore della
verità è uno dei tratti più profondamente umani, e non tollera che esistano
autorità superiori che fissino dall’esterno quel che è lecito e quel che non è
lecito conoscere.
In secondo luogo la visione laica vede l’uomo come parte della natura, non
come opposto alla natura. Essendo parte della natura, egli può interagire con
essa, conoscendola e modificandola nel rispetto degli equilibri e dei legami
che lo uniscono alle altre specie viventi.
In terzo luogo, la visione laica vede nel progresso della conoscenza la fonte
principale del progresso dell’umanità, perché è soprattutto dalla conoscenza
che deriva la diminuzione della sofferenza umana. Ogni limitazione della
ricerca scientifica imposta nel nome dei pregiudizi che questa potrebbe
comportare per l’uomo equivale in realtà a perpetuare sofferenze che
potrebbero essere evitate […].
Al contrario di coloro che divinizzano la natura, dichiarandola un qualcosa
di sacro e di intoccabile, i laici sanno che il confine tra quel che è naturale e
quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini. Nulla è,
più culturale dell’idea di natura. Nel momento in cui le tecnologie
biomediche allargano l’orizzonte di quel che è fattualmente possibile, i
criteri per determinar
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