L'ordine costituito e il problema della sua legittimazione
Per rispondere a domande come “che cosa fonda e giustifica l’ordine costituito? In che modo si legittima la normatività sociale?” dobbiamo prendere le mosse dal legame condizionante tra il fondamento dell’ordine sociale e il contesto concreto cui fanno riferimento e da cui emergono le regole della vita collettiva che lo caratterizzano. La configurazione che assume la legittimazione delle istituzioni giuridiche e politiche risulta dall’insieme delle rappresentazioni e dei significati attraverso cui ogni società elabora i modelli di comportamento proposti-imposti ai suoi membri, stabilizza la propria identità e fa esperienza delle proprie trasformazioni.
In virtù di questa contestualizzazione, la questione della legittimazione, intesa come accettabilità sociale e morale dell’ordine costituito, non sarà analizzata in astratto, ma così come si presenta nella nostra epoca, caratterizzata essenzialmente dalla globalizzazione.
La rilevanza normativa dell’immaginario sociale
L’organizzazione sociale manca di un modello universale a cui la mente individuale o i differenti gruppi umani avrebbero potuto ispirarsi. In conseguenza di ciò, per determinare il fondamento dell’ordine costituito e la legittimazione della normatività non basta riferirsi soltanto alla necessità empirica della coercizione materiale o alla razionalità trascendentale delle forme logiche. Alla loro base occorre invece riconoscere l’istituzione immaginaria della società.
In effetti, il primo compito svolto dalla normatività in ogni tipo di aggregato umano consiste nel dare un assetto stabile all’immaginario magmatico attraverso cui si elaborano le regole della convivenza. Deriva da questo radicamento nell’immaginario l’indiscutibile pluralità delle culture umane. In conseguenza di ciò, l’ordine costituito è del tutto escluso che possa essere automaticamente dedotto da un qualunque tipo di universale preesistente.
Le due facce del nomos
Le due accezioni del termine greco nomos – istituzione e legge – consentono di far luce sulla stabilizzazione della convivenza umana dalle cui implicazioni scaturisce il problema dell’ordine costituito e della sua legittimazione. Il nomos è ciò che è proprio di ogni società o di ogni etnia, è la sua istituzione, tutto quel che si oppone all’ordine naturale delle cose, cioè alla physis; al tempo stesso, il nomos è la legge, senza di cui gli esseri umani non possono esistere in quanto esseri umani, poiché non c’è cittadinanza, non c’è polis senza leggi, e non ci sono esseri umani al di fuori della polis, della cittadinanza, della collettività-comunità politica.
Quando Aristotele dice che al di fuori della polis l’uomo non può essere se non bestia selvatica o dio, egli dice che l’essere umano si umanizza soltanto nella polis e per mezzo di essa: idea che peraltro ricorre frequentemente nei poeti, negli storici e nei filosofi della Grecia antica. Il nomos è quindi l’istituzione/convenzione di una particolare società, e nel contempo il presupposto trans-storico perché ci sia società, il che significa che qualunque sia il contenuto del suo nomos particolare, nessuna società può esistere senza un nomos. In mancanza di questa duplice consapevolezza che non possiamo esistere senza nomos, ma anche che questo nomos è la nostra istituzione – cioè che esso è opera nostra – non può esserci democrazia.
È da questa convinzione che derivano le principali conquiste dei regimi democratici: dalla sovranità popolare al principio maggioritario, dal rispetto dei diritti individuali alla tutela delle minoranze.
Il nomos e la democrazia
L’assenza di un modello standard di significati, valori e norme al quale le società dovrebbero adeguarsi rende indispensabile l’istituzione immaginaria dell’ordine simbolico normativo. Il nomos, è perciò l’unico fondamento possibile dei principi che ispirano la prassi collettiva. La democrazia è la forma di vita che si propone esattamente di esplicitare e regolare la necessaria istituzione della normatività sociale e perciò essa costituisce il regime giuridico politico di una società dinamica in cui nessun individuo e nessun gruppo sociale possono rivendicare il monopolio del fondamento o dei principi in grado di legittimare gli assetti sociali vigenti.
A maggior ragione risulta indeterminato e indeterminabile il modello o l’immaginario ideale cui dovrebbe attenersi l’istituzione della normatività sociale e che di conseguenza legittimerebbe una volta per tutte l’ordine costituito. Deriva da qui la caratteristica fondamentale dei regimi democratici, cioè il loro essere indefinitamente modificabili; ma deriva anche da qui la necessità di mantenere sempre aperta l’interrogazione sulla giustizia della stessa normatività istituita. Infatti, che le norme democratiche restino sempre trasformabili e non possano essere mai considerate definitive apre il dibattito interminabile sulla legittimità delle decisioni legali o sulla giustizia delle leggi vigenti. La domanda sul fondamento ultimo dell’ordine costituito è destinata a restare aperta. Nessuna risposta teorica o garanzia giuridica può avere la pretesa di chiudere d’autorità un dibattito che costituisce l’essenza stessa della vita democratica.
Il progetto politico dell’autonomia
L’eteronomia istituita e il progetto dell’autonomia
Castoriadis, nella “rivoluzione democratica”, afferma che “quasi dappertutto e quasi sempre le società hanno vissuto nell’eteronomia istituita; la rappresentazione istituita di una fonte extrasociale del nomos ne è parte integrante.” L’eteronomia istituita induce a considerare e vivere la propria condizione e il proprio modo di essere come risvolti immodificabili di un ordine cosmico, perciò sottratti a ogni responsabilità e disponibilità umane.
Laddove non è riconosciuto il carattere istituito della normatività sociale non sarà neanche possibile dubitare delle sue componenti e mettere in discussione la sua stessa legittimità. Nelle società eteronome, da una parte l’istituzione afferma di se stessa di non essere opera umana, dall’altra gli individui sono educati, addestrati, formati in modo tale da essere completamente riassorbiti dall’istituzione della società. Nessuno può affermare delle idee, una volontà, un desiderio che si oppongano all’ordine istituito, e questo non perché egli subirebbe delle sanzioni, ma perché è antropologicamente costruito in questo modo, ha ormai talmente interiorizzato l’istituzione della società che non dispone dei mezzi mentali per rimettere in questione l’istituzione stessa.
Quello che cambia con la Grecia antica da una parte, con l’Europa post medievale dall’altra, è che l’istituzione della società rende possibile la creazione di individui che in essa non vedono più qualcosa di intoccabile ma riescono a metterla in discussione. Arriviamo così al primo abbozzo storico di quello che chiamo il progetto di autonomia sociale e di autonomia individuale. È autonomo chi dà a se stesso le proprie leggi. L’autonomia ha due implicazioni: da un lato la necessità della legge (il che ci consente di dire che autonomia non significa a-nomia e cioè assenza di legge) e dall’altro lato lo smascheramento del carattere sociale e storicamente istituito delle leggi che regolano la vita sociale e che proprio perché la loro origine è l’attività collettiva possono per definizione essere rimesse in discussione e modificate.
Attività politica e atteggiamento filosofico come espressioni dell’autonomia
La possibilità di mettere in discussione l’istituito caratterizza il progetto dell’autonomia. Politica e filosofia sono nate da un’insoddisfazione profonda nei riguardi della passività individuale e sociale, e del corrispondente desiderio di una ricerca attiva del senso. Svincolarsi dall’adesione acritica alla tradizione costituisce lo specifico dell’attività politica e dell’atteggiamento filosofico.
In effetti, la politica intesa come attività collettiva esplicita che si vuole lucida, (riflessiva e deliberata), prende di mira l’istituzione della società in quanto tale. La creazione della politica ha luogo quando l’istituzione data della società è messa in discussione, in quanto tale e nei suoi differenti aspetti e dimensioni. L’interrogazione critica radicale in cui consiste l’atteggiamento filosofico è la premessa indispensabile per la messa in discussione dell’istituito. È proprio in questo senso che il legame tra filosofia e autonomia si rivela decisivo.
Aiutando gli esseri umani a capire se stessi e quindi ad operare alla luce del giorno e non paurosamente all’ombra, la riflessione filosofica diventa esplicito vettore di autonomizzazione. Su questa base emerge con chiarezza lo stretto legame tra l’interrogazione filosofica e l’atteggiamento politico. Il germe dell’autonomia spunta non appena sboccia l’interrogazione esplicita e illimitata, che non verte su dei fatti, ma sui significati immaginari sociali e sul loro possibile fondamento.
Sul piano sociale ci si chiede: le nostre leggi sono buone? Sono giuste? E sul piano individuale: ciò che penso è vero? Posso sapere se è vero? E come? Il momento della nascita della filosofia non è l’apparizione della questione dell’essere ma il sorgere di questo interrogativo: che cosa dobbiamo pensare? Il momento della nascita della democrazia e della politica non è il regno della legge o del diritto e neanche l’uguaglianza, ma è l’emergere della messa in discussione della legge nel fare effettivo della collettività. Che leggi dobbiamo fare? È in quel momento che nasce la politica; in altre parole, è in quel momento che nasce la libertà in forma sociale storica effettiva.
Democrazia e pluralismo
La filosofia va qui intesa non come conoscenza sistematica della realtà ma come interrogazione critica che mette in crisi qualunque costruzione teorica avente la pretesa di imprigionare la realtà in una formula speculativa. All’interrogazione filosofica, la realtà esterna, il mondo della vita quotidiana, la pluralità delle esperienze individuali e sociali si mostrano nella loro inaccessibilità immediata. La realtà si rivela inesauribile. La filosofia può interrogarla, esaminarla, indagarla ma non può avere la pretesa di dominarla.
Per questa ragione, la messa in discussione filosofica dell’istituito non può opporre alla pluralità dei punti di vista individuali l’assoluto di una verità oggettiva da cui ricavare le norme della convivenza sociale. Il progetto politico della democrazia nasce da questa consapevolezza: la pluralità delle opinioni, degli interessi e dei punti di vista è irriducibile. Lo spazio sociale si frammenta e si pluralizza. Non c’è modo di ricomporlo in unità privilegiando un’unica prospettiva in grado di fornire l’accesso alla verità del reale contrapponendosi alla molteplicità delle opinioni.
Al contrario, solo considerandola come qualcosa di comune alla pluralità degli individui sociali, la verità del reale può essere compresa e non manipolata dalla prepotenza di pochi. La presunta scoperta solitaria della verità si preclude esattamente l’obiettività del mondo reale che invece risulta visibile da ogni lato solo se non viene svincolato dal pluralismo di punti di vista individuali irriducibili, tra i quali la politica cerca esattamente di costruire un accordo non violento.
Il diritto come limitazione del potere
Il progetto politico della democrazia si realizza attraverso il riconoscimento e la regolazione del carattere istituito della normatività sociale. Darsi da sé le proprie leggi infatti significa che queste leggi non sono assolute ed eterne. Significa invece riconoscerne la contingenza. In conseguenza di ciò, in una società democratica deve essere sempre possibile mettere in discussione le leggi istituite.
Affinché la domanda sulla giustizia delle leggi istituite possa essere mantenuta sempre aperta, è necessario formalizzare e esplicitare il potere di produzione normativa immanente alla società. Il problema della limitazione del potere pone così le premesse dell’immaginario giuridico. Ci basti per ora dire che il compito fondamentale del diritto nasce dall’esigenza di porre un freno all’arbitrio del potere.
Emerge da qui il significato propriamente giuridico della liberal democrazia moderna che si presenta come un dispositivo formale finalizzato alla gestione collettiva dello spazio pubblico in modo da soddisfare i bisogni privati dei cittadini attraverso l’adozione di decisioni condivise. Da questo momento l’ordine cessa di essere garantito dal principio di verità, dall’accessibilità conoscitiva dell’idea di giusto, buono e dalla possibilità di dedurne incontrovertibilmente le regole della convivenza. Proprio in virtù del suo carattere artificiale, e proprio perché deriva da deliberazioni collettive, la democrazia si fonda sulla continua ricerca e messa in discussione dei suoi stessi fondamenti. La democrazia, quindi, non è mai conclusa ma è un progetto in perenne evoluzione.