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Chiedere al diritto di vietare e fermare la tecnologia sarebbe contrario alla stessa funzione del

diritto, che si negherebbe negando la possibilità dei diritti individuali e della solidarietà di cui si fa

portatore.

E’ la tecnica che conduce il gioco, ed il diritto deve seguire le evoluzioni tecniche in maniera

positiva, per quanto concerne i problemi giuridici che si verranno a creare, come trapianti di organo

(che può mettere in crisi l’idea proprietaria del corpo, ma non quella solidaristica a venire incontro a

un altro essere) o manipolazioni genetiche, che devono essere permesse e regolamentate se

indirizzate a fini di solidarietà.

Il compito del diritto deve essere quindi quello di salvare il maggior numero di possibilità non

vietando ma consentendo, lasciando ad altri sistemi la gestione del tragico. Questo significa aprire

ragionevolmente alle possibilità della tecnologia, ma non assumersi alcun compito etico. Vale per

l’aborto, per la procreazione assistita, per l’eutanasia ecc.

Se sceglierà il modello della chiusura, andrà incontro a con-fusioni con morali e religioni, lascerà

che la potenza della tecnica lo travolga collocandosi su terreni scivolosi e incontrollabili.

ARCHIVIO

L’archivio è la grande metafora del nostro tempo. Si archivia un procedimento, si conserva in

archivio qualcosa, nell’archivio si mette ordine. L’archivio conserva memoria del tempo in un

luogo.

Sedimenta le informazioni, racconta della loro esistenza.

Ne seguiremo alcune tracce lungo quel cammino che vede incrociarsi il sapere delle informazioni

con le regole e le compatibilità del diritto. Di questo si tratta quando si parla del rapporto tra diritto

e informatica, quando, cioè, s’incrociano due linguaggi profondamente differenti, ma non

necessariamente incompatibili.

Come ogni archè, l’archivio indica fonte, origine, inizio, ma anche comando, imposizione, autorità.

L’archivio segna il gioco: luogo e comando circa le informazioni da imprimere.

La domanda che questo tempo pone al giurista è chiara: essa riguarda il problema se, come e cosa

cambia nel diritto quando si verifica un corposo impatto con le tecniche e, in particolare, con quel

sapere dell’informatica, intesa tanto come oggetto di una regolazione che come strumento da

utilizzare; capace di alterare tanto il mondo fattuale delle regolazioni quanto il linguaggio che si

adopera nel regolarlo.

Il diritto deve mantenere una distanza di sicurezza nei confronti della tecnologia, informatica e non

solo, conoscendo e piegando ai suoi principi la sua natura profondamente ambivalente.

La storia del diritto è infatti attraversata perennemente dalla scommessa della sua differenza. Ha

dovuto lottare dapprima contro la religione, poi contro la morale, poi contro la politica: questa

scommessa non è mai finita e oggi continua rispetto allo stile delle tecnologie, per la conservazione

di un’autonomia relativa del diritto. Autonomia relativa del linguaggio, autonomia da tutti gli altri

codici linguistici, che garantisce che il diritto non finisca per confondersi con altre cose e per

perdere identità, e quindi differenza.

La trappola dell’ambivalenza della tecnologia spesso è sottile. È accaduto più volte di occuparsi di

giudici che hanno usato troppo disinvoltamente il mezzo informatico e alcuni risultati sono stati

aberranti: con la tecnica del taglia e incolla si è redatta una sentenza in cui il dispositivo non

corrispondeva al fatto. Era stato incollato un dispositivo che riguardava un’altra causa. Si sa infatti

che la tecnologia fa aumentare le possibilità facendo crescere anche il rischio.

Bisogna aver ben chiaro che il processo è costruito intorno a una logica rituale, non sostituibile con

nessun altro linguaggio: gioco della parola da ascoltare in un’udienza, da scrivere in una sentenza,

dopo un dibattimento, di fronte ad avvocati, con verbali che vanno scritti e che si conclude con le

ultime parole di chi deve dare il diritto, appunto il giudice, colui che deve mettere l’ultima parola

sui conflitti.

Il codice della tecnologia rimarrà quello del possiamo fare tutto quello che possiamo fare. È codice

dell’ambivalenza. Anche l’informatica condivide del codice tecnologico questa ambivalenza di

fondo. Non si affida alla scrittura rinunciando alla voce, come racconta il Fedro?

Il diritto si pone proprio il punto interrogativo se possiamo davvero fare tutto quello che possiamo

fare. Dovrebbe essere questa potenza più forte che mi dice che non posso uccidere, non posso

deforestare, non posso manipolare il codice genetico contro la potenza del fare, della tecnologia.

Giurista depysè

Il diritto rispetto alla tecnologia, deve continuare ad essere un contrattempo. C’è un processo di

azzeramento del tempo che è anche la salvezza del diritto e si potrebbe continuare all’infinito con

una serie di esempi, non ultimo quello del giusto processo, che per Strasburgo è il metro rigido dei

sei anni, dopo i quali, indipendentemente dalle ragioni, il ritardo non è ragionevole. Il giurista si

pone sempre quindi in una dimensione di contrattempo, che lo tiene a distanza dal tempo

monologante della tecnologia. C’è un esempio che sta venendo fuori in maniera prepotente ed è il

tempo del demos contro quello dell’ethnos.

VERITA’

Pretesti platonici

Col crescere della potenza una comunità, scrive Nietche, diventa più tollerante con le colpe dei

singoli perché essi non sono più percepiti come coloro che mettono in pericolo la sussistenza del

tutto. Cosi crescendo la potenza e l’autocoscienza della comunità il rigore del diritto si va mitigando

con tecniche di tolleranza, di attenuazione, che possono operare dove il principium individuationis

della colpa è già all’opera (a seguito di una condanna).

Dunque la giustizia arriva al punto di perdonare e lasciar andare l’insolvente. Finisce, come ogni

cosa buona sulla terra, per sopprimere se stessa: tale fenomeno viene indicato col nome di grazia; la

giustizia diventa appunto caritatevole. Ma essa non è altro che la prerogativa del più potente, meglio

ancora, il suo al di là del diritto.

Ma andare oltre è anche perdere la differenza: si potrebbe dire che tale perdita è l’effetto di una

confusione tra linguaggi, quello del diritto e quello della morale religiosa.

Nell’Apologia di Socrate, la recriminazione di quest’ultimo riguarda il rifiuto della misericordia e

ribadisce la necessità del giudizio proprio al fine di contestare l’ingiustizia di cui è presunto

responsabile: egli ha interesse per la giustizia della città che sarebbe vanificata dalla misericordia.

Dunque non è né per orgoglio o per dispregio che si rifiuta la misericordia.

Non abbiamo tempo!

Non è la verità a definire e condizionare il tempo, ma è il tempo a definire la verità.

Le questioni più annose sono spesso risolte non perché si sia giunti a prove e dimostrazioni

definitive, ma perché, semplicemente non c’è più tempo.

Spesso la verità è il risultato della fretta.

Non è per caso che il rapporto tra il diritto e la verità sia definito dalla variabile apparentemente

estranea del tempo. Infatti quello che il sistema sociale ha da sempre delegato al giudice è il

singolare potere di interrompere il tempo inutile, costoso, insopportabile della lite. Come decide sui

significati delle parole così ha il potere di dire che il tempo della lite è finito, perché non abbiamo

tempo!

La fretta è una preoccupazione nascosta ma presente nel diritto che deve regolare la vita.

La prescrizione di un diritto o di un reato, l’usucapione, la decadenza dall’esercizio di un’azione

riportano il gioco su un’autonomia relativa del diritto rispetto al tempo e la verità.

Plena veritas

Quando ancora il diritto moderno andava fondando la sua verità procedurale (veritas facit iudicium

verità processuale: è l’insieme dei giudizi formulati seguendo le regole del diritto processuale. Non

necessariamente corrisponde alla verità in senso assoluto), la resistenza all’esilio della divinità era

ancora molto forte. Dove la veritas non poteva essere delegata dal dio agli uomini, i processi

dovevano basarsi sulla ricerca inequivocabile della plena veritas, che doveva rappresentare

l’infallibilità del giudizio divino. Non si decideva a maggioranza e non si decideva fin quando non

si era raggiunta la verità piena: nei tribunali dell’inquisizione, dove il processo era segreto e la

punizione pubblica ed esemplare, l’incertezza era sciolta dall’indagatio per tormentum (tortura).

Ma quando il diritto legittima la tortura perde la sua differenza. Si confonde con i poteri selvaggi e

diventa esso stesso veleno anziché antidoto.

L’angelo della scienza

Rapporto scienza-diritto. Il solco tra definizione scientifica e definizione giuridica è reso ancora più

profondo dalla rilevanza probatoria: infatti ciò che non si può provare non si può portare come

verità di fronte a una corte.

Si può affermare che un processo conclusosi per prescrizione può presentare politicamente ed

eticamente verità di cui politici ed elettori potranno trarre conseguenze, ma dal punto di vista

giudiziario si tratta di verità ultime. Anche in questo caso la ragione va trovata in quel gioco dettato

dall’imperativo del tempo, ma attraverso esso, nel bene e nel male, si riafferma tutta l’identità del

diritto.

L’autonomia del diritto rispetto ai sistemi scientifici è relativa. Il giudice è ormai sottoposto a

processi di specializzazione che richiedono e producono, a loro volta, competenze specialistiche.

Mercati delle idee

Vi sono quattro dimensioni dei mercati delle idee.

La scienza lavora in termini di performatività, cioè l’ultima teoria che dimostra o che non è

falsificata vince. Quello della pubblicità e della campagna elettorale sono incontrollabili.

L’unico dotato di efficienza è quello che si realizza nelle aule di giustizia, proprio grazie ad un

monopolio della verità: non c’è possibilità di uscita, non c’è un altro luogo delle verità da decidere.

Incorporazioni

Rito nel senso di una precisa pratica sociale. Vi è un accostamento tra processo giudiziario e

democrazia: entrambi luoghi neutri in cui fatti, soggetti, contenuti dovrebbero avere uguale

cittadinanza. Soprattutto il processo è strumento della democrazia perché è vincolo ai e dei poteri.

Procedura

La proceduralizzazione ha segnato il primo passo rilevante nella legalità e lo ha fatto attraverso

un’operazione di auto-regolazione del sistema giuridico. Inevitabilmente ha dovuto ritrarre lo

sguardo da fatti, soggetti, realtà, verità e li ha sottoposti a una internalizzazione: li ha tradotti nel

suo linguaggio.

Tutto ciò ha significato distanza dalla vita, per poterla regolare fino in fondo: nelle aule giudiziarie

naturalmente scorre la vita ma per poter decidere su di essa richiede un meccanismo possente di

neutralizzazione.

Ciò significa prendere distanza dalla realtà e dissolverla in un gioco di compatibilità con le regole

del diritto.

“iuxta alligata er probata” il giudice deve giudicare secondo quanto allegato e provato dalle parti nel

processo.

La verità in ostaggio

Deve un avvocato difendere un imputato che egli sappia colpevole anche se non reo confesso? La

risposta è netta: deve sicuramente difenderlo non per furbizie strategiche o per privilegi di rango

dell’imputato; deve farlo, oltre che in nome di un sacrosanto diritto sancito dalle Costituzioni

moderne, perché, attraverso quello, si riafferma quella fondamentale differenza del diritto.

Es diritto penale vuol dire limite dei poteri di punire che, senza accertamento del fatto e senza

qualificazione giuridica, finiscono per funzionare da poteri selvaggi.

Il diritto costruisce le proprie regole sulla base di valutazioni di comportamenti (leciti/illeciti)

condivisi: le leggi parlano di quello. Non può invece costruire le proprie regole sulla base di una

valutazione morale dell’essere dei cittadini.

Bisogna essere giudicati e puniti perché si è fatto qualcosa e non perché si è qualcuno, perché ci si è

comportati in una certa maniera (nero, comunista, drogato ecc.). quindi bisogna difendere il


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Resta Eligio.

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