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 Liti e cultura: Non si litiga per natura, ma per cultura, vi sono infatti fattori strumentali che

portano alla lite. Eckhoff ipotizza che in culture religiose a carattere conciliativo, come il

confucianesimo, si credesse in un disvalore del litigio, che viene ritenuto quasi un peccato e che le

norme vanno interiorizzate, quindi, “ad andare dal giudice si perde la faccia”.

 Il divieto del non liquet: Nella legalità moderna sul giudice vige il divieto del non liquet, ovvero

l’obbligo di prendere in ogni caso una decisione sui conflitti per evitare che l’infinità delle liti

ricada sul sistema sociale; il giudice ha, quindi, il compito di prendere decisioni sulla base di

decisioni. Oggi il sistema giudiziario non è più in grado di decidere su ogni conflitto, c’è quindi

bisogno di nuove soluzioni; paradossalmente al giudice si chiede di non svolgere il suo ruolo, ma

di conciliare, mediare, di pacificare senza decidere, quando lui dovrebbe fare l’opposto.

 Il “terzo”: Per risolvere le liti si deve trovare un “terzo” che sia estraneo ai 2 confliggenti. Il

giudice è colui che si pone al di sopra delle parti confliggenti e decide quale delle 2 parti abbia

diritto alla ragione; il conciliatore deve, invece, pacificarle le 2 parti, conciliarle; l’arbitro è una

parte imparziale nominata dai 2 confliggenti per scelta comune, per questo esso è equidistante dai

2 e non si basa solo sulle norme statuali per la sua decisione. Il mediatore è nel mezzo tra 2

estremi, mira a riattivare la comunicazione fra le 2 parti confondendosi con esse, e non (come il

giudice) estraniandovisi, egli perde la sua neutralità.

 Il carcere: Il carcere diventa luogo di destinazione dei criminali, conseguenza di una procedura di

“archiviazione” ipocrita del problema. Ogni crimine dipende dalla sua sentenza e viceversa, il

carcere diviene il luogo di separazione che ogni sistema deve costruire per potersi auto-osservare e

regolare. Mentre il nemico è colui che è posto al di fuori di alcuni confini (+ o meno immaginari)

giustificati da una qualche necessità imposta, il criminale è il “nemico interno”, colui che

trasgredisce le regole interne, che si colloca sulla linea di confine fra un dentro e un fuori. Hegel

afferma che il massimo grado di riconoscimento di un ordinamento giuridico è la sua

trasgressione, perché il criminale, in quanto tale, si nasconde.

 I rimedi: Ogni sistema sociale di fronte alle alterazioni del suo equilibrio deve attuare dei rimedi

che le neutralizzino; vi sono 3 modelli di questa “logica immunitaria”: 1) il sacrificio, che si

presenta come paradosso in quanto uccide qualcuno per evitare gli omicidi; 2) la faida, il duello e

la guerra, in cui vi è violenza simmetrica che affida la giustizia all’esito del combattimento; 3) la

violenza amministrata monopolisticamente da un apparato giudiziario burocratico, in cui la

colpevolezza è definita dalla legge, e la violenza è amministrata da un giudice che ne evita la

propagazione. Per ridare efficacia alla pena bisognerebbe punire meno ma punire meglio e, mentre

i codici moderni tendono a separare l’essere dal comportarsi, la pena tende a punire qualcuno

perché è piuttosto che per aver fatto qualcosa.

 Dal privato al pubblico: Lo Stato di diritto, rispetto all’idea dell’inquisizione basata sulla

segretezza del processo e sulla pubblicità della pena, ha ribaltato i ruoli; il processo diventa,

infatti, un luogo pubblico di confronto dialettico in cui il giudice ha l’ultima parola e la pena è

allontanata dagli sguardi pubblici. Come afferma Canetti, il pubblico è allo stesso tempo garante

della legittimità della condanna e destinatario del messaggio punitivo, è carnefice e vittima.

Attualmente per ridurre la violenza si sono istituiti il processo giudiziario e la legalità del carcere,

che saranno validi solo finché non nasconderanno una violenza arbitraria.

 Il Pentito: Con la comparsa della figura del pentito, il male è diventato decifrabile, si è aperto uno

sguardo sulla sua normalità e sui motivi che portano ad esso; ciò significa revocare qualsiasi

separazione dal male, interiorizzare il problema, aiuta a capirne i processi e quindi a trovare i modi

per ridurlo, la giustizia, che è diversa dal diritto, non può porsi a distanza di sicurezza dal mondo 4

in cui vive. Il pentito, in cambio di benefici di pena, si trasforma da nemico in amico ma, in

termini di “economia del diritto” si spende molto nel controllo sull’autenticità dei pentiti, poiché

questi possono attuare strategie di collaborazione per cui si dicono alcune cose vere per poi

inserirvi dichiarazioni che mirano ad altri scopi, con costi di energia che sarebbe potuta servire per

altre politiche; c’è, quindi, un investimento sulla fiducia, e di conseguenza un agire con rischio

della decisione giudiziaria. Per risolvere il problema della criminalità bisognerà cercare di capirlo,

il sistema sociale si dovrà riappropriare del problema e non delegarlo al suo sistema penale,

guardando da vicino i singoli criminali riusciremo a capire anche i limiti, i ritardi e le ipocrisie del

nostro sistema, e solo in questo modo si riusciranno a trovare i rimedi. Il fenomeno del pentitismo

ci dice che, se anche è stata varcata una soglia, da cui comunque ci si sarebbe potuti ritrarre, è

possibile varcarla a ritroso, uscirne; non esiste un destino predefinito, ma solo una scelta sul

varcare o meno una determinata soglia, se fossimo vissuti come loro, forse, anche noi avremmo

deciso di varcarla e diventare criminali, il confine è frontiera, ma anche punto di contatto tra

mondi diversi.

 Metanoia: Il pentimento mette in gioco una metanoia, una trasformazione dall’interno, che non è

mai immobile ma vive di percorsi, tragitti, è interpretazione di una storia che evidenzia dimensioni

inattese e necessarie. L’interpretazione mette in campo sempre altri sensi della vita comune

possibili, e non si esaurisce in una “ultima decisione”; c’è una sorta di “arroganza della storia” che

si presenta al contemporaneo come la storia che conta perché è stata capace di imporsi e, allo

stesso modo per le istituzioni un individuo è sempre quello che ha fatto in un momento,

annullando la molteplicità degli io che è stato. L’illuminismo, depurato dall’arroganza, mira a

mostrare altre interpretazioni, che rimettano in gioco possibilità solo accantonate.

 La democrazia: Essa elimina ogni forma di arroganza e di delirio di onnipotenza, basandosi su di

un sistema di maggioranza-minoranza, nonché sulla speranza della minoranza di diventare

maggioranza. La sua principale virtù è quella di sostituire le parole alla guerra che mira al

raggiungimento, attraverso il dar ascolto a diverse parole, di un linguaggio comune; al dare la

parola corrisponde un prendere la parola, che implica l’assumersi il rischio della comunicazione,

l’attendere un esito, per rompere quelle situazioni di stasi ed incomunicabilità. I cittadini non

devono aspettarsi salvezze dall’alto, ma cercare tragitti in cui riconoscersi e riconoscere i propri

problemi, così da trovare delle strade che li liberino dalle prigioni mentali e che gli permettano di

trasformarsi, ciò che, secondo la concezione occidentale, implica la responsabilità; questa non

dipenderà più dalla costrizione di un guardiano, ma da una auto-regolazione, da una meta-noia

(trasformazione interna), processo necessario tanto a livello individuale quanto a quello collettivo.

Il contrario della metanoia è la paranoia, che indica fissazione, catena, impossibilità di trovare una

via di uscita.

 Il ripensamento: La soglia è varcata quando nell’uccidere si comincia a provare sentimenti, c’è

un’esitazione e un ripensamento perché si realizza di poter essere vittime e che la prepotenza e

l’omicidio sono ingiusti. Il carcere deve interrompere la simmetria della violenza e mostrare altri

linguaggi, Nietzsche descrive il ripensamento come un trasformare il “così fu” in un “così io

volli”. Esiste una sorta di “normalità del male” in quanto all’interno dei suoi meccanismi vi sono

anche delle regole di rispetto fra i membri della propria comunità, la differenza fra la legalità e

l’illegalità delle organizzazioni non sta nei mezzi, ma nei fini, e in questo senso vi è una certa

somiglianza fra il criminale e lo straniero. Il pentito rientrando nella comunità appare come un

doppio traditore , la sua storia è al contempo individuale e collettiva, il male, infatti, vive

dell’azione dei singoli ma è testimone di una storia collettiva; uno dei problemi del diritto è che

agisce una volta che l’atto è stato già compiuto. 5


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AUTORE

Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Filosofia del diritto in riferimento al diritto fraterno. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: il compito infinito, il riconoscimento, cristalli di massa, l’amicizia, ,la comunità politica, stupore e delusione, l’amico dell’umanità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Resta Eligio.

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