Gustavo Zagrebelski
Definire la giustizia?
Le concezioni sostanzialistiche nella storia dell'umanità sono una lotta per affermare diverse e perfino antitetiche concezioni della giustizia, "vere" solo per coloro che le professano. Manca una definizione riconosciuta di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto.
Per lo più, si è venuti a questo: che giusto è ciò che corrisponde alla propria visione della vita in società - la giustizia, si dice, sta necessariamente in una relazione; ingiusto ciò che la contraddice. Così, però, la giustizia rinuncia alla sua autonomia e si perde negli ideali o nelle ideologie sociali. Si riduce a un artificio retorico per valorizzare questa o quella visione politica: la giustizia proletaria; la giustizia etnica o völkisch del nazismo; la giustizia borghese ecc., ciascuna presentata come giustizia autentica, alternativa alle altrui contraffazioni della giustizia.
Perfino i grandiosi edifici dei maestri del diritto naturale razionalistico del Sei-Settecento, che pure pretendevano di fondarsi sull'assoluto universale della ragione umana, mostrano il loro lato relativo e storicamente determinato. Siamo loro debitori di una fondazione delle moderne dottrine dei diritti umani, ma anch'esse, come ogni altra dottrina della giustizia, non si sottraggono alla pluralità dei punti di vista e delle credenze e non sono immuni dall'accusa o dal sospetto di mettere una maschera su meri interessi, talora brutalmente solo economici. Neppure dunque i diritti umani valgono pacificamente, nemmeno nel mondo occidentale, come fondamento obiettivo e indiscusso della convivenza tra gli uomini.
Analoga difficoltà incontrano anche le varianti utilitaristiche delle concezioni razionaliste della giustizia, la cui sintesi è nella formula di Beccarla: «la massima felicità divisa nel maggior numero». La loro veridicità è solo apparente. Saremmo infatti concordi - credo - nel ritenere che la giustizia parli piuttosto in favore del "minor numero" degli esclusi dalla felicità, e respingeremmo certamente l'idea, implicita in quella formula, che il bene dei molti sia giusto anche se contempla l'infelicità di pochi; saremmo perfino tutti d'accordo con Ivàn Karamazov (nel celebre dialogo col fratello Alésa che introduce alla Leggenda del Grande Inquisitore) che perfino una sola lacrima di un bimbo innocente è un prezzo troppo alto che si possa pagare anche per l'armonia universale.
Non è dunque questa una definizione della giustizia. Ma anche se lo fosse, quella formula è comunque vuota di contenuto. Gli utilitaristi non sospettano...