Itinerario di filosofia del diritto
Prof. Bruno Montanari
La presente è solo una piccola sintesi (dei capitoli oggetto d’esame) del libro del prof. Montanari, peraltro neanche esente da errori. Può essere utile per ripassare, anche se si narra abbia passato l’esame solo con l’ausilio di questi appunti, che qualcuno (ed io tra questi) ciò che riguarda l’altro libro, “Potevo far meglio?”. L’esame necessita di una eccezion fatta per certa chiarezza, per cui chi è abituato a memorizzare meccanicamente si sforzi di capire per quanto possibile. (VASTX)
Capitolo primo
Il diritto come significato di un fatto
Il diritto è un modo di dare significato a fatti. Tali fatti possono consistere in comportamenti umani o in accadimenti naturali. Mentre non occorre specificare questi ultimi, è necessario chiarire il contenuto dei comportamenti umani. Questi ultimi possono essere definiti atti oppure fatti a seconda del rapporto che l’interprete stabilisce tra gli effetti del comportamento ed il comportamento medesimo assunto o meno come causa. Se gli effetti appaiono essere la conseguenza di una precisa determinazione della volontà, allora il generico comportamento si qualifica come atto di un uomo. L’atto di volontà che vuole uno scopo; cioè un atto di volontà. È una specie del più ampio genere degli atti volontari. In altre parole, il soggetto agisce volontariamente ed è consapevole del proprio comportamento, ma non vuole gli effetti che eventualmente si producono.
Diversamente, se ci si limita ad assumere come rilevanti gli effetti materiali di un comportamento, senza ricongiungerli in alcun modo alla volontarietà del comportamento medesimo, allora quest’ultimo vale per il suo essere un semplice accadimento: “un fatto”. I fatti che hanno la capacità di assumere significato giuridico possono essere delle specie più diverse, da quelli puramente accidentali a quelli fortemente intenzionali, da quelli provocati da agenti atmosferici a quelli determinati dalla volontà umana. Tutti in ogni caso danno significato alla vita dell’uomo, cioè si può dire che abbiamo una destinazione esistenziale.
Il modello "cognitivista"
Secondo il modello "cognitivista" o "sostanzialista", ogni accadimento naturale (Lato sensu) viene appreso come "apparizione" o "manifestazione" singola di una determinata realtà (fenomeno), la quale è dotata di una sua propria essenzialità (sostanza) al di là dei singoli fenomeni nei quali si manifesta. L’attività del conoscere consiste nel determinare - attraverso e oltre l’apparizione fenomenica - l’essenza delle cose. Il ragionamento può ridursi in termini semplici: se si conosce “come stanno le cose”, perché allora agire in modo contraddittorio con tale verità?
- Evento ⇒ Fenomeno = Qualcosa che appare (Sostanza ed Essenza).
- Fenomeno ⇒ Indica l’apparizione di una sostanza che si manifesta nel tempo ⇒ Presente, Passato e Futuro.
- Il fenomeno rappresenta l’intrinseca ordinazione del reale.
Il modello "non-cognitivista"
Il livello significativo non sarebbe intrinseco alla realtà (il logos non apparterrebbe indissolubilmente alla relazione conoscitiva soggetto pensante-oggetto), ma sarebbe una imputazione arbitrariamente operata dall’uomo alla realtà (fisica o umana), al fine di rendere “persuasivi” i risultati derivanti da un certo livello dell’osservazione. L’unica affermazione indiscutibile è quella che proviene dal “mio io”: ciò di cui sono certo è tale non perché sia oggettivamente “vero”, ma perché è la mia opinione e, dunque, sono io ad affermarlo. Non esiste un “vero”, ma esiste ciò che è convenzionalmente apprezzato come “vero” in certe epoche, ambienti, condizioni storico-ambientali, ecc.
Nesso di casualità
I non cognitivisti nell’osservazione dei fenomeni si limitano ad individuare in maniera empirista il nesso di casualità inteso come accadimento che produce un ulteriore evento. In realtà, anche la semplice individuazione del nesso di casualità e la successiva individuazione scientifica della legge fisica che lo regola, pur comunemente ritenuto un’operazione non-cognitivista perché nega qualsiasi significato metafisico, contiene in sé degli elementi del modello cognitivista perché già l’individuazione di una legge fisica è probabilmente andare oltre l’osservazione.
Il significato come logos
L’altro modello che possiamo subito definire “cognitivista” è del tutto diverso. Esso si costruisce attorno a un nesso di continuità tra fatto e significato, il quale appare essere intrinseco al fatto stesso. In altre parole, il fatto non è mai anonimo, ma appare latore nella sua struttura di un significato che, come tale, oggettivamente lo identifica. Il messaggio in esso contenuto è che la soppressione della vita di un uomo è, oggettivamente, la negazione della coesistenza. Fenomenologicamente mette in mostra alcuni elementi che sono espressione del significato obiettivo dell’uccidere: l’uomo, la vita, l’essere nel mondo insieme agli altri. Certamente, “uccidere” fa riferimento all’interruzione di un processo biologico ma significa anche, oggettivamente, negare tre elementi: l’uomo, la vita, la co-esistenza. Anzi, l’interruzione del processo biologico appare come una negazione dell’esistere. Uccidere è fondamentalmente un male in sé perché in tale fatto è contenuta la negazione della struttura dell’esistere, costitutiva di ciascun uomo. ⇒ Evento = Fenomeno.
Il significato come attributo "artificiale" = "Non-cognitivismo"
La caratteristica di questo modello di ragionamento è quella di separare il momento dell’analisi empirico-materiale di un evento dalla successiva attribuzione di significato, sia sul piano della conoscenza che su quello della valutazione. In altre parole, l’“uccisione” di un uomo di per sé non è fonte di significato (non contiene un logos) ma ad essa possono attribuirsi significati diversi che finiscono per individuare fatti diversi. La soluzione di continuità tra osservazione dell’evento e suo significato ha come conseguenza che quest’ultimo (il suo significato) risulti sempre una qualificazione soggettivistica. Tale modello di ragionamento è detto “analitico-empirista” sul piano epistemologico e “non-cognitivista” su quello dei giudizi di valore. Questi giudizi di valore non sono basati sulla base di conoscenza (logos). (Epistemologico = studio del valore e della natura della conoscenza scientifica.)
Cosa vuol dire "dare significato"
Un esempio tra due modelli di ragionamento. Cominciamo con il dire che si tratta di una operazione intellettuale, che appartiene all’ambito del conoscere, nel senso che consente all’uomo di rendersi conto di ciò che accade e di prendere conseguentemente posizione di fronte ai fatti. Dare significato non è l’esito di un unico modello di ragionamento; al dare significato si può giungere per due diversi percorsi mentali, corrispondenti a due modelli diversi di conoscenza, che implicano due modelli di ragionamento: due diverse filosofie;
- A) Il significato può essere colto derivandolo dalla struttura materiale o logica del fatto: è concepito come "messaggio" logos ricavabile dal fatto.
- B) Il significato è colto come ulteriore ed estrinseca qualificazione di un fatto: è concepito come una qualità “artificiale”, fabbricata intellettualmente dall’uomo, senza alcun nesso con la struttura costruttiva del fatto.
Per alcuni quindi, quando si parla di “significato” si fa riferimento ad una dimensione teorica della “cosa” stessa, per altri, invece, il significato è sempre un di più, attribuito da qualcuno alla cosa. L’uccisione di un uomo può essere vista sotto due modelli di ragionamento:
- a) Cognitivista
- b) Non-cognitivista
Capitolo secondo
L’uomo libero
L’uomo libero è quello che possiede la possibilità di scegliere; oppure scegliere è espressione dell’operare della volontà libera. Il problema è quello dell’individualizzazione di quando un comportamento può dirsi realmente necessitato. A questo proposito, da un punto di vista rigoroso possiamo dire che necessario è solo l’effetto di un determinismo naturalistico. In altro senso possiamo dire che necessario è anche quel comportamento umano che, sebbene non sia l’effetto di un determinismo naturalistico, è comunque una risposta ineludibile a una richiesta di comportamento che proviene dall’ambiente esterno.
Quindi da un punto di vista strettamente teorico dobbiamo dire che la necessità di un comportamento umano sembra estraneo ai comportamenti umani, però da un punto di vista meno rigoroso possiamo affermare che se non è necessitato è comunque obbligato nel senso che la necessità non può essere violata mentre l’obbligo, anche quando prevede una sanzione, è soggetto comunque a violazione e permane una libertà di scelta di colui che agisce di scegliere la sanzione pur di non tenere comportamenti imposti.
Dunque la libertà dipende dalla possibilità di poter agire mentre la volontà ha la propria base nell’atto in cui si compie la libera scelta.
Cosa si vuole davvero?
Bisogna capire qual è la reale volontà di un soggetto; secondo una visione prettamente egoistica la volontà del soggetto sarebbe quella che non si cura minimamente del mondo esterno, però tale volontà è impensabile perché l’uomo per definizione ha bisogno degli altri soggetti. Aristotele pensa che anche l’uomo ricco per essere felice ha bisogno di altri soggetti da benificare e di cui possa cogliere la differenza fra essi e lui stesso. Quindi in realtà qualsiasi atto del volere non è nient’altro che una scelta basata sui diversi elementi che il mondo esterno ci comunica.
Il "relativo" e l’"universale": conoscere e volere
A proposito del non-cognitivismo pratico. Una volta individuato quali siano le meccaniche dello scegliere, si pone il problema di individuare su quali criteri basare la scelta. In realtà esistono due opzioni valutative fondamentali: giusto, ingiusto, utile, disutile (inutile). Secondo la visione non-cognitivista, non potendosi individuare una verità, l’inferenza della dimensione teorica del conoscere in quella dispositiva del volere sarebbe un illecito. Quindi tutto può ridursi sulla base di una profonda indagine contingente (esigente, pratica nel momento) all’individuazione di ciò che nel caso concreto sia utile. Secondo invece la visione cognitivista, bisogna basare le scelte su ciò che sia individuato come logos e quindi su ciò che sia giusto o ingiusto. In realtà, nella visione non-cognitivista si sceglie prescindendo dall’essere. C’è una inevitabile arbitrarietà.
Il ruolo dei "criteri" per una scelta
Un esempio di criterio di scelta. Due automobili si contendono il posto in un parcheggio, le macchine sono di diversa dimensione, il posto ospiterebbe bene solo il mezzo più grande; l’autovettura più piccola è però arrivata prima, ma date le sue dimensioni potrebbe trovare altre sistemazioni di posteggio. Ragionando in base all’esclusivo criterio astrattamente determinato relativamente alla priorità riferito al tempo, il parcheggio toccherebbe all’automobile arrivata un attimo prima, anche se la più piccola deve occupare un posto superiore alle sue dimensioni. È eccessivo soprattutto perché toglie all’altra automobile l’unica possibilità di parcheggio della quale disporrebbe.
Di fronte a questa serie di considerazioni, i due automobilisti potrebbero mettersi d’accordo a condizione che l’automobilista che rinuncia alla possibilità di parcheggio immediato abbia comunque la possibilità di sistemare la propria autovettura, accettando un posto più piccolo e magari più scomodo. In conclusione, la disponibilità all’accordo si fonda sul ritenere in via del tutto personale e non corrispondente una soddisfazione migliore per soddisfare entrambi. Attraverso codeste argomentazioni, io credo che sia emerso il punto cruciale della situazione: una soluzione convenzionale è davvero efficace e può sostituire equamente un criterio ritenuto astrattamente oggettivo solo se si fonda su di un preliminare atteggiamento di reciproco rispetto, consistente nella non enfatizzazione assolutamente individualistica, arbitraria che ciascuno potrebbe fare del proprio interesse.
Le scelte tragiche
La tragicità delle scelte è data dal fatto che l’uomo si trova frequentemente a dover scegliere fra due diverse soluzioni in relazione a problemi di enorme gravità. In realtà, l’uomo di fronte a questi problemi ha due possibilità: o basarsi sull’essenza delle cose, quindi sull’universale, e muoversi coerentemente a ciò che l’universale li impone, oppure scegliere sulla base del contingente e muoversi dentro quel comportamento che in quel momento appaia più utile. La tragicità è data dal fatto che la scelta di una qualsiasi delle due soluzioni comporta il sacrificio dell’altra (come fai sbagli). Si pensi alla clonazione dove, da un lato, esigenze utilitaristiche potrebbero spingere ad accettarla, mentre dall’altro il principio della irrepetibilità e delle unicità della persona umana spinge alla sua negazione.
Tutto questo può essere sintetizzato mediante il duplice interrogativo proposto da Daniel Dennett: “Io ho un cervello?” oppure “Io sono un cervello?” Rispondendo affermativamente, vuol dire ritenere l’uomo un insieme di parti organiche in linea di principio sostituibili; rispondendo invece negativamente significa ritenere che il cervello sia qualcosa di più di un sistema organico: significa cogliere nel cervello qualcosa di materiale, la mente in quanto capacità di ragionamento che identifica la persona nella sua individualità e particolarità, in definitiva significa ritenere che il principio di identità de