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ITINERARIO DI FILOSOFIA DEL DIRITTO

PROF BRUNO MONTANARI

La presente è solo una piccola sintesi (dei capitoli oggetto d’esame) del libro del prof.

Montanar, peraltro neanche esente da errori. Può essere utile per ripassare, anche se si narra

abbia passato l’esame solo con l’ausilio di questi appunti,

che qualcuno (ed io tra questi)

ciò che riguarda l’altro libro, “Potevo far meglio?”. L’esame necessita di una

eccezion fatta per

certa chiarezza, per cui chi è abituato a memorizzare meccanicamente si sforzi di capire per

quanto possibile. (VASTX) Capitolo Primo.

Il diritto come significato di un fatto.

Il diritto è un modo di dare significato a fatti. Tali fatti possono consistere in comportamenti umani

o in accadimenti naturali. Mentre non occorre specificare questi ultimi ma occorre chiarire il

contenuto dei comportamenti umani. Questi ultimi possono essere definiti atti oppure fatti a seconda

del rapporto che l’interprete stabilisce tra gli effetti del comportamento ed il comportamento

medesimo assunto o meno come causa. Se gli effetti appaiono essere la conseguenza di una precisa

determinazione della volontà, allora il generico comportamento si qualifica come atto di un uomo

L’atto di volontà

che vuole uno scopo; cioè un atto di volontà. è una specie del più ampio genere

degli atti volontari. In altre parole, il soggetto agisce volontariamente ed è consapevole del proprio

comportamento, ma non vuole gli effetti che eventualmente si producono.

Diversamente, se ci si limita ad assumere come rilevanti gli effetti materiali di un comportamento,

senza ricongiungerli in alcun modo alla volontarietà del comportamento medesimo, allora

quest’ultimo vale per il suo essere un semplice accadimento:” un fatto “. I fatti che hanno la capacità

di assumere significato giuridico possono essere delle specie più diverse da quelli puramente

accidentali a quelli fortemente intenzionali da quelli provocati da agenti atmosferici a quelli

caso danno significato alla vita dell’uomo, cioè si può

determinati dalla volontà umana. Tutti in ogni

dire che abbiamo una destinazione esistenziale.

Il modello <<Cognitivista>>.

Secondo il modello “Cognitivista” o <<Sostanzialista>>, ogni accadimento naturale (Lato sensu)

viene appreso come <<apparizione>> o <<manifestazione>> singola di una determinata realtà

(fenomeno), la quale è dotata di una sua propria essenzialità (sostanza) al di là dei singoli fenomeni

nei quali si manifesta. L’attività del conoscere consiste nel determinare- attraverso e oltre

l’apparizione fenomenica- l’essenza delle cose; oppure, usando un altro linguaggio. Il ragionamento

può ridursi in termini semplici: se si conosce “come stanno le cose”, perché allora agire in modo

contraddittorio con tale verità?

1) Evento =>Fenomeno = Qualcosa che appare (Sostanza ed Essenza).

2) Fenomeno => Indica l’apparizione di una sostanza che si manifesta nel tempo => Presente,

3) Il fenomeno rappresenta l’intrinseca

Passato e Futuro.

ordinazione del reale. Il modello <<non-cognitivista>>.

Il livello significativo non sarebbe intrinseco alla realtà ( il logos non apparterrebbe

indissolubilmente alla relazione conoscitiva soggetto pensante-oggetto), ma sarebbe una imputazione

arbitrariamente operata dall’uomo alla realtà (fisica o umana), alfine di rendere “persuasivi” i

1

dell’ osservazione. L’unica affermazione indiscutibile è quella

risultati derivanti da un certo livello

che proviene dal “mio io”: ciò di cui sono certo è tale non perché sia oggettivamente “vero”, ma

perché è la mia opinione e, dunque, sono io ad affermarlo. Non esiste un “vero”, ma esiste ciò che è

convenzionalmente apprezzato come “vero” in certe epoche, ambienti, condizioni storico-ambientali

ecc.. Nesso di casualità.

I non cognitivisti nell’osservazione dei fenomeni si limitano ad individuare in maniera

empirista il nesso di casualità inteso come accadimento che produce un ulteriore evento , in realtà

anche la semplice individuazione del nesso di casualità e la successiva individuazione scientifica

della legge fisica che lo regola, pur comunemente ritenuto un’operazione non-cognitivista perché

nega qualsiasi significato metafisico, ma contiene in se degli elementi del modello cognitivista

perché già l’individuazione di una legge fisica è probabilmente andare oltre l’ osservazione.

Il significato come logos.

L’altro modello che possiamo subito definire “cognitivista” è del tutto diverso. Esso si

costruisce attorno ad un nesso di continuità tra fatto e significato, il quale appare essere intrinseco al

fatto stesso. In altre parole, il fatto non è mai anonimo, ma appare latore nella sua struttura di un

significato che, come tale, oggettivamente lo identifica. Il messaggio in esso contenuto è che la

L’uccisione,

soppressione della vita di un uomo, è, oggettivamente la negazione della coesistenza.

fenomenologicamente mette in mostra alcuni elementi che sono espressione del significato obiettivo

dell’uccidere: l’uomo, la vita, l’essere nel mondo insieme agli altri. Certamente, “uccidere” fa

riferimento all’interruzione di un processo biologico ma significa anche oggettivamente, negare tre

L’uomo, la Anzi, l’interruzione del processo biologico appare come

elementi: vita, la co-esistenza.

una negazione dell’esistere. Uccidere è, fondamentalmente, un male in sé, perché in tale fatto è

contenuta la negazione della struttura dell’esistere, costitutiva di ciascun uomo.

=> EVENTO = FENOMENO.

Il significato come attributo “artificiale” = “Non-cognitivismo”

La caratteristica di questo modello di ragionamento è quella di separare il momento dell’analisi

empirico-materiale di un evento, dalla successiva attribuzione di significato, si sul piano della

conoscenza che su quello della valutazione. In altre parole” l’uccisione” di un uomo di per sé non è

fonte di significato (non contiene un logos) ma ad essa possono attribuirsi significati diversi che

per individuare fatti diversi. La soluzione di continuità tra osservazione dell’evento e suo

finiscono

significato ha come conseguenza che quest’ultimo (il suo significato) risulti sempre una

qualificazione soggettivistica. Tale modello di ragionamento è detto “analitico-empirista” sul piano

epistemologico e “non-cognitivista” su quello dei giudizi di valore. Questi giudizi di valore non sono

basati sulla base di conoscenza (logos).

(Epistemologico = studio del valore e della natura della conoscenza scientifica.)

vuol dire: “dare significato”. Un esempio tra due modelli di ragionamento.

Cosa

Cominciamo con il dire che si tratta di una operazione intellettuale, che appartiene all’ambito

del conoscere, nel senso che consente all’uomo di rendersi conto di ciò che accade e di prendere

conseguentemente posizione di fronte ai fatti. Dare significato non è l’esito di un unico modello di

ragionamento; al dare significato si può giungere per due diversi percorsi mentali, corrispondenti a

due modelli diversi di conoscenza, che implicano due modelli di ragionamento: due diverse filosofie;

A) il significato può essere colto derivandolo dalla struttura materiale o logica del fatto: è concepito

come” messaggio” logos ricavabile dal fatto. B) il significato è colto come ulteriore ed estrinseca

qualificazione di un fatto: è concepito come una qualità “artificiale”, fabbricata intellettualmente

dall’uomo, senza alcun nesso con la struttura costruttiva del fatto. Per alcuni quindi, quando si parla

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di “significato” si fa riferimento ad una dimensione teorica della”cosa” stessa, per altri, invece, il

significato è sempre un di più, attribuito da qualcuno alla cosa.

L’uccisione di un uomo può essere vista sotto due modelli di ragionamento:

a) Cognitivista b) Non-cognitivista

Capitolo Secondo.

L’uomo libero è quello che possiede la possibilità di scegliere; oppure scegliere è espressione

dell’operare della volontà libera. Il problema è quello dell’individualizzazione di quando un

comportamento può dirsi realmente necessitato. A questo proposito da un punto di vista rigoroso

possiamo dire che necessario è solo l’effetto di un determinismo naturalistico. In altro senso

possiamo dire che necessario è anche quel comportamento umano che sebbene non sia l’effetto di un

determinismo naturalistico e comunque una risposta ineludibile ad una richiesta di comportamento

dall’ambiente esterno.

che proviene Quindi da un punto di vista strettamente teorico dobbiamo dire

che la necessità di un comportamento umano sembra estraneo ai comportamenti umani, però da un

punto di vista meno rigoroso possiamo affermare che se non è necessitato è comunque obbligato nel

senso che la necessità non può essere violata mentre l’obbligo, anche quando prevede una sanzione è

soggetto comunque a violazione e permane una libertà di scelta di colui che agisce di scegliere la

sanzione pur di non tenere comportamenti imposti.

DUNQUE la libertà dipende dalla possibilità di poter agire mentre la volontà ha la propria base

nell’atto in cui si compie la libera scelta. COSA SI VUOLE DAVVERO? =

NELL’IMMEDIATEZZA Cosa si vuole davvero?

Bisogna capire qual è la reale volontà di un soggetto; secondo una visione prettamente

egoistica la volontà del soggetto sarebbe quella che non si cura minimamente del mondo esterno,

però tale volontà è impensabile perché l’uomo per definizione ha bisogno degli altri soggetti.

Aristotele pensa che anche l’uomo ricco per essere felice ha bisogno di altri soggetti da benificare e

di cui possa cogliere la differenza fra essi e lui stesso quindi in realtà qualsiasi atto del volere non è

nient’altro che una scelta basata sui diversi elementi che il mondo esterno ci comunica.

Il “Relativo” e” l’Universale”: conoscere e volere. A proposito del non-cognitivismo pratico.

Una volta individuato quali siano le meccaniche dello scegliere si pone il problema di

individuare su quali criteri basare la scelta. In realtà esistono due opzioni valutative fondamentali:

giusto, ingiusto, utile, disutile (inutile). Secondo la visione non cognitivista non potendosi

individuare una verità l’inferenza della dimenzione teorica del conoscere in quella dispositiva del

volere sarebbe un’illecito quindi tutto può ridursi sulla base di una profonda indagine contingente

(esigente , pratica nel momento) all’individuazione di ciò che nel caso concreto sia utile. Secondo

invece la visione Cognitivista bisogna basare le scelte su ciò che sia individuato come logos e quindi

c’è una inevitabile

su ciò che sia giusto o ingiusto. In realtà nella visione non-cognitivista

Si sceglie prescindendo dall’essere.

arbitrarietà. Il ruolo dei “criteri” per una scelta.

Un esempio di criterio di scelta. Due automobili si contendono il posto in un parcheggio, le

macchine sono di diversa dimensione, il posto ospiterebbe bene solo il mezzo più grande;

l’autovettura più piccola è però arrivata prima, ma date le sue dimensione potrebbe trovare altre

sistemazioni di posteggio. Ragionando in bas e

all’esclusivo criterio astrattamente determinati relativamente alla priorità riferito al tempo, il

parcheggio toccherebbe all’auto mobile arrivata un’ attimo prima, anche se la più piccola deve

3

occupare un posto superiore alle sue dimensioni. E’ eccessivo soprattutto perché toglie all’altra

automobile l’unica possibilità di parcheggio della quale disporrebbe.

Di fronte a questa serie di considerazioni, i due automobilisti potrebbero mettersi d’accordo a

condizione che l’automobilista che rinuncia alla possibilità di parcheggio immediato abbia

comunque la possibilità di sistemare la propria autovettura, accettando un posto più piccolo e magari

più scomodo. In conclusione, la disponibilità all’accordo si fonda sul ritenere in via del tutto

capricciosa dall’altrui interesse, ma il modo

personale e non corrispondente una soddisfazione

migliore per soddisfare entrambi. Attraverso

codeste argomentazioni io credo che sia emerso il punto cruciale della situazione: una soluzione

convenzionale è davvero efficace e può sostituire equamente un criterio ritenuto astrattamente

oggettivo solo se si fonda su di un preliminare atteggiamento di reciproco rispetto, consistente nella

non enfatizzazione assolutamente individualistica, arbitraria che ciascuno potrebbe fare del proprio

interesse. Le scelte tragiche.

La tragicità delle scelte è dato dal fatto che l’uomo si trova frequentemente a dover scegliere

In realtà l’uomo di fronte a

fra due diverse soluzioni in relazione a problemi di enorme gravità.

questi problemi ha due possibilità o basarsi sull’essenza delle cose quindi sull’universale e muoversi

coerentemente a ciò che l’universale li impone oppure scegliere sulla base del contigente e muoversi

dentro quel comportamento che in quel momento appaia più utile. La tragicità è data dal fatto che la

scelta di una qualsiasi delle due soluzioni comporta il sacrificio dell’altra (come fai sbagli). SI pensi

alla clonazione dove da un lato, esigenze l’esigenze utilitaristiche potrebbero spingere ad accettarla

, mentre dall’altro il principio della irrepetibilità e dalle unicità della persona umana spinge alla sua

negazione. Tutto questo può essere sintetizzato mediamente il duplice interrogativo proposto da

:”io ho un cervello”? oppure”io sono un cervello”? Rispondendo affermativamente

Daniel Dennet

vuol dire ritenere l’uomo ad un insieme di parti organiche in linea di principio sostituibili;

rispondendo invece negativamente significa ritenere che il cervello sia qualcosa di più di un sistema

organico: significa cogliere nel cervello qualcosa di materiale , la mente in quanto capacità di

ragionamento che identifica la persona nella sua individualità e particolarità in definitiva significa

ritenere che il principio di identità della persona non sia fisico ma metafisico.

Con la risposta affermativa, si presiede il principio economicistico della massimizzazione delle

utilità derivanti dalla fruizione degli organi.

Con la risposta negativa, la scelta è davvero tragica perché da un lato opera il programma sociale

della massima utilizzazione degli organi ai fini della sopravvivenza, dall’altro vige il rispetto del

dell’unità e irripetibilità della persona umana. In ogni caso la

principio ontologico-esistenziale scelta

si presenta tragica perché il più delle volte la soddisfazione di un principio impedisce il rispetto

dell’altro. L’intervento normativo.

Le norme vanno a regolare i fatti della vita umana e anche ad imporre determinati

scelte.Questa regolamentazione è detta “Giuridificazione”e

comportamenti in relazione a talune

viene anche descritta come colonizzazione da parte del diritto nel mondo della vita. Da questo punto

di vista il diritto occuperebbe con le forze delle norme gli accadimenti della vita trasformando ciò

che è personale e specifico in tipico (tipizzazione). Il problema è che bisogna evitare che la

giuridificazione sia realmente una violenta colonizzazione del mondo esterno e perché ciò accade

bisogna sforzarsi di superare una visione prettamente positivista? Tutto può ricondursi al dilemma,

se il senso della persona umana è ontologico (ossia secondo una visione cognitivista) oppure

convenzionale (seconda una visione non-cognitivista). La disamina delle scelte pratiche ci ha

mostrato però che non è pensabile effettuare tali scelte prescindendo dal senso delle cose. 4

Esempi di Giuridificazione di alcune scelte tragiche.

Alcune scelte tragiche sono state oggetto di giuridificazione e in alcuni situazioni la

giuridificazione tenta di tipizzare situazioni esistenziali di per se tipizzabili. In relazione al trapianto

degli organi un criterio prettamente utilitaristico imporrebbe la negazione di fondamentali principi

esistenziali, ad esempio (si potrebbe dire per aumentare il trapianto degli organi che essi cadano in

successione, oppure consentire anche l’alienazione tra vivi di organi). In realtà alla medesima

questione che tutto si basa sulla necessità di cogliere l’essenza delle cose e di conciliarla nei limiti

del possibile con l’utilità. Sotto il profilo normativo si apre una questione specifica. Si è già

sottolineato che gli interventi del mondo della vita (si pensi al trapianto degli organi, adozione)

determinano un0inserimento normativo in ambiti precedentemente sottratti al diritto, perché lasciati

alla morale esistenziale di ciascuno. Tipizzazione Giuridica.

La tipizzazione giuridica della scelte tragiche ha caratteristica di standardizzare e di

tipizzare comportamenti che dovrebbero dipendere dalla scelta del singolo soggetto. Anche il

potrebbe portare ad una visione che neghi l’essenza delle cose; si pensi ad una

processo tecnologico

pillola che eviti la cessazione della affettività e quindi il divorzio. In realtà oggi la giuridificazione

tende a realizzare quell’equilibrio di sistemi e sottosistemi di cui si è già parlato, del resto non si può

chiedere che la normazione sia rivolta alla comprensione del logos.

Capitolo Terzo.

Normatività giuridica e soggettività. Il dover essere.

La norma giuridica prescrive ed impone al destinatario un determinato comportamento

perché l’impossibile abbia un senso occorre che il comportamento imposto come necessario sia

possibile. Il problema è che un comportamento determinato fa sorgere spontaneo nel destinatario del

comando l’interrogativo: perché devo comportarmi così, ossia perché un soggetto deve sentire la

volontà di un altro soggetto come un obbligo? A questa domanda si può rispondere che il

destinatario del comando sentirà come obbligato soltanto quando tale comando non gli si presenta

più come una semplice volontà altrui ma bensì tale comando sarà giustificato e quindi obbligatorio.

L’obbligatorietà e l’oggettività del dover essere.

Mentre l’oggettività è dentro la prescrizione, l’obbligatorietà si concreta con la sanzionalità,

questo elemento secondo la visione di Kelsen (teorico del positivismo) corrisponde con la

sanzionalità. Quindi la sanzione si presenta come una reazione al mancato rispetto di quel

comportamento che è obbligatorio in senso oggettivo.

La Forma.

La forma è quella modalità attraverso cui si rende riconoscibile identificare e comunicare

un fatto o una volontà. In tal caso la forma ha un significato oggettivo nel senso che comunica

oggettivamente i fatti empiricamente apprezzabili. Dal punto di vista del prescrivere la forma serve a

rendere conoscibile una volontà che come si è detto: - è, e rimane soggettiva. Il punto è in rapporto

tra forma e contenuto e cioè se il rispetto di una delineata forma serve a legittimare il contenuto del

prescritto. Questa è la cosiddetta “Ambiguità della forma” che da un lato, è mezzo di comunicare e

lato ha un valore autoreferenziale

dall’altro di giustificazione del contenuto.

FORMA = MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO.

Obbligatorietà nelle norme e consenso politico. 5

Si è detto che l’obbligatorietà è una caratteristica del prescritto. Uno degli elementi

fondamentali che fa sentire una norma obbligatoria, “non perché così si vuole, ma perché vi è una

ragione “. Quindi il consenso non vuol dire che una norma non appagata dal consenso non viene

conservata, ma bensì che una norma suffragata dal consenso viene sentita dal soggetto obbligatorio.

I contenuti del diritto; ovvero la fenomenologia della volontà.

Il diritto o meglio il contenuto dello stesso è il campo di battaglia su cui si scontrano la

visione cognitivista e la visione non-cognitivista. Secondo la visione non-cognitivista, il fondamento

vi è l’assoluto rispetto delle forme,

del diritto e il risultato delle procedure per cui ogni qual volta

avremo una produzione corretta. In sostanza siamo alla autareferenzialità della forma per cui si può

dire che una legge è tale non in virtù del suo contenuto ma, dal rispetto di determinate procedure e

avremo così una atta intrinsecamente idoneo a produrre gli effetti così come sono stati concepiti.

Questo meccanismo mostra dentro di se elementi di contraddizione. Si pensi alla L. Valpreda sui

termini di detenzione preventiva in questo caso la forza di legge fece si che essa contro la volontà di

chi l’aveva voluta andò ad incidere anche a casi che non erano volutativi. La verità è che si sente

bisogno di individuare un criterio contenutistico che vada oltre il criterio veramente formale che

giustifica qualsiasi contenuto.

COGNITIVISMO metodo di conoscenza secondo il quale ogni evento (fatto = accadimento) ha un

proprio significato (logos = essenza verità) che l’osservatore ha il compito di ritrovare, una volta

trovato è suo dovere agire coerentemente con quel significato ( Cognitivismo pratico). Non-

cognitivismo, metodo di conoscenza che nega che l’evento abbia un proprio significato intrinseco,

ma piuttosto ritiene che l’attribuzione del significato è un’operazione intellettuale che fa

l’osservatore assolutamente esterna all’evento (fatto) proprio per questa ragione in relazione

all’ottica dell’osservatore il significato dato può essere il più svariato.

viviamo nell’era dell’empirismo non cognitivista nel quale vi è un modello di

N.B : Oggi noi

conoscenza basato sul metodo scientifico e sulla negazione della metafisica (oltre alla fisica in realtà

lo stesso metodo empiristico ha in se una componente di critica del non-cognitivismo, poiché

l’elaborazione del processo causale va oltre la mera osservazione e quindi la individualizzazione di

una scienza scientifica, presuppone un modello conoscitivo basato su ragionamento induttivo ( che

precede dal particolare al generale) che in parte nega la sua stessa premessa metodologica.

La scienza moderna è soggetto.

Diversi modelli di conoscenza, corrispondono diversi modelli di convivenza. La questione

può porsi fondamentalmente sulla diversa modalità di legittimazione del potere sovrano. Ossia sulla

domanda se colui che detiene il potere è realmente legittimato a detenerlo. Secondo il modello

cognitivista ci si chiede chi è quel soggetto che legittimamente esprime una sua volontà che diventa

obbligatoria per tutti gli altri. Secondo il modello non-cognitivista si verifica semplicemente il

perché un soggetto si trovi in una situazione tale da esprimere una volontà obbligatoria per tutti gli

altri. In sostanza il modello non-cognitivista attraverso questa mera chiarificazione del perché un

individuo abbia potere sugli altri finisce per legittimare qualsiasi potere.

Empirismo Radicale = Non-cognitivo.

Oggi ha un enorme successo l’Empirismo radicale si basa su una negazione della

soggettività e pensa di ripensare il mondo senza soggetto, anche visione intesa come conoscenza può

riflettersi sui modelli di convivenza, ed in quest’ottica titolare della sovranità è semplicemente quel

complesso di forze in grado di prendere decisione efficaci e vincolanti per gli altri. In questa visione

non importa se colui che esercita il potere sia legittimato ontologicamente (che riguarda l’essere in

quanto tale) ma quel che importa è l’equilibrio delle diverse forze attraverso la creazione di sistemi e

sottosistemi che assicurano un ordinato equilibrio senza curarsi assolutamente se questo equilibrio

sia legittimato o se sia giusto o ingiusto. 6

Capitolo Quarto.

La forma come “medio” della “sostanza” e della comunicazione.

La forma è la modalità attraverso cui la sostanza viene comunicata, è il mezzo che consente

di far conoscere all’altro soggetto la propria idea, un accadimento ecc…! Essa consente all’uomo di

mettersi in relazione con l’esterno di manifestare desideri, volontà, scelte. Senza la forma il mondo

sarebbe muto. La regola e la forma.

Anche la regola come qualsiasi atto di volontà deve essere portata a conoscenza del

destinatario attraverso una determinata forma, quindi la regola, deve ovviamente condividere il

profilo della comunicabilità. Secondo una determinata idea esisterebbe una forma capace di

manifestare e una forma capace di comunicare, intesa la comunicazione come intrinseca

manifestazione dell’io. Si pensi a ciò che comunica un’opera d’arte. Tornando al nocciolo della

questione, la regola secondo la visione di Kelsen, la forma trasforma una semplice manifestazione di

volontà, in una regola oggettivamente posta. Questo modo di vedere è stato oggetto di critica da

parte di Schmidt (si avvicina al cognitivismo) secondo cui il pensiero normativistico non può

pretendere di essere impersonale, obiettivamente la decisione è sempre personale. In sostanza

l’elemento di arbitrarietà che c’è nel momento decisionale non può essere messo a tacere dal rispetto

della procedura. L’ambiguità della forma.

L’ambiguità è data dal fatto che la modalità di manifestazione di pensiero sempre che

debba giustificare anche il contenuto del pensiero stesso. Tale modo di vedere è coerente con la

ricostruzione non-cognitivista ma cozza con la visione cognitivista. La forma come diceva Rousseau

l’uomo profondamente deluso poiché l’uomo, costruisce una architettura dei

può lasciare

comportamenti formali che simulano relazioni umane più integre e profonde.

La forma e la legge.

La legge intesa come atto normativo bensì come atto che disvela l’ordine della natura è

detta quella della società, non è pensabile senza una forma; però non può esaurirsi con la forma

stessa, in definitiva la forma in se e per se (autoreferenziale) è un non senso teorico perché essa

D’altro canto il profilo volontaristico-

circoscrive ma vi sarà sempre una realtà circoscritta.

sostanzialista esce dalla possibilità teorica di prevenire la regola, in quanto è unito nel concetto di

regola quello di durata; dalle determinazioni soggettive puntualistiche trascendono questo

presupposto. Ritorna l’ambiguità: luci ed ombre nella” forma” della legge.

Anche in relazione alla legge non si può dimenticare quella che si è definita come

ambiguità della forma, ossia che la forma come medio della comunicazione non può essere

giustificatrice di ciò che comunica. Il rispetto infatti di una determinata procedura, si pensi ad un atto

amministrativo, non può giustificare la correttezza dello stesso. Oggi il pericolo di scivolare nella

mera procedura è grave in cui la procedura diventa il modello formativo degli atti di decisione. Il

paradosso si realizza maggiormente quando alla procedura si assegna la funzione di garantire la

legalità dell’esercizio del potere; o meglio è giusto che si osservino le procedure al fine di garantire

i soggetti che hanno titolo alla formazione dell’atto, ma non si può e non si

la partecipazione di tutti

deve far coincidere la legalità con la proceduralità, perché in questo caso il fine (la legalità) viene ad

identificarsi con il mezzo (procedura) e ciò non è accettabile.

“Procedurale”.

Lo Stato di diritto come Stato 7


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche (MILANO - PIACENZA)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Montanari Bruno.

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