Capitolo 1 - La certificazione autoptica: materiali per l’analisi di una costante della letteratura di viaggio
Giorgio Cardona ci ha fornito uno schema solido per descrivere quel secolare discorso di scoperta che attraversa lingue e generi diversi della letteratura occidentale. Esso trascina con sé non solo monstrua e mirabilia, ma anche cristalli più leggeri e trasparenti, modalità di scrittura di antica e spesso nobile origine che vengono di volta in volta rifunzionalizzati.
Una fortissima impressione di deja vu accompagna il lettore, e benché Cardona affermi che non ci sono antecedenti classici per le relazioni di viaggio, non può fare a meno di notare che l’impressione è che non siano solo le stesse le cose raccontate, ma che siano le stesse le parole usate, e che di fatto in tutti i resoconti di viaggio circola un’intenzione di letterarietà.
Cardona sottolinea anche un’insistenza con cui i viaggiatori-scrittori segnalano il valore di verità di quanto riferiscono, imperniato sui due sensi della vista e dell’udito: vista et audita rappresentano le sole fonti della narrazione. Si tratta del motivo dell’autopsia, una vera indagine scientifica che usa come strumento primario l’occhio, coadiuvato dall’orecchio solo quando il primo non arriva, per ovvie ragioni di spazio e tempo, a vedere. Ne discende che la sola storia possibile è quella contemporanea, e si può risalire solo a un passato (recente) attraverso memorie di esso.
L’interesse per questo tipo di letteratura di viaggio è servito a stimolare una verifica sui realia che ha smentito la verità dell’autopsia: infatti si ribalta il corollario, e la sola storia possibile è quella del passato. La presenza della certificazione di veridicità nella letteratura di viaggio indica anzitutto una volontà di promozione di livello, la pretesa di fare storia, il reperimento di una tradizione in cui inserire la nuova testimonianza. L’autopsia ha come scopo non quello di sottrarre alla verifica i contenuti, quanto quello di certificare l’autenticità della descrizione da parte del soggetto che riferisce e che opera una selezione nell’ambito della totalità delle notizie da lui acquisite. Essa connota la fase del 'mettere al pulito', successiva alla memorizzazione dei dati, e sigilla il momento del passaggio dallo scritto per uso privato (note e appunti) a uno scritto pubblico.
Ecco che allora in opposizione al punto centrale dell'esame autoptico, cioè l'occhio, viene negata la centralità: questo momento è ben esemplificato nel 'Livre' di François Rabelais dove troviamo la descrizione di un mitologico mostro tutto orecchie e lingue (in opposizione ad Argo dai cento occhi) capace di produrre meraviglie esotiche, e brusii interessanti. Questo è un modo per riferirsi al fatto che l'autopsia fu anche per un certo aspetto un falso mito di veridicità, dal momento che ne fecero uso tanto viaggiatori reali, come Marco Polo, tanto viaggiatori che avevano appreso solo cose per sentito dire e che scrivevano non per onore di testimonianza ma dietro compensi remunerativi.
I momenti forti dell’utilizzazione del motivo dell’autopsia si collocano nella letteratura di scoperta asiatica del Due-Trecento e in quella americana del Cinquecento. L’Historia Mongalorum di Giovanni di Pian di Carpine si presenta come la prima nell’adozione dell’autopsia come dichiarato strumento di indagine e ad esso l’autore si appella sia nel prologo che nell’epilogo.
E se ad essa non ricorre Guglielmo di Rubruk (senza che per questo sia intaccata la riconosciuta genuinità della sua testimonianza), Rustichello da Pisa la assume e la riformula con esemplare chiarezza in nome di Marco Polo, suo compagno di prigionia nelle carceri di Genova nel 1298 (ricordo che il Milione non ha epilogo). E circa 30 anni dopo essa è presente all’inizio e alla fine della relazione di Odorico da Pordenone nella redazione del confratello Guglielmo di Solagna, che la raccoglieva dalla viva voce del viaggiatore in Padova nel mese di maggio 1330 (‘sicut ille narrabat sic ego scribebam’).
Altri esempi in tal senso sono la dichiarazione di Burcardo di Monte Sion, nella sua Descriptio Terae Sanctae redatta ad Accon nel 1283; la relazione di viaggio in Persia di Iosafat Barbaro, che la riordinò in base al criterio dell’autopsia nel 1487; l’Itinerario (1510) di Ludovico de Varthema in cui ribadisce la priorità dell’occhio; la Descrizione dell’Africa in cui troviamo la certificazione di verità per vista e per udita di Giovanni Leone Africano (1526); la lettera-relazione di Pero Vaz de Caminha sulla scoperta del Brasile (1500) in cui si legge che il contenuto è limitato a ciò che lo scrivente ha visto di persona; la Historia verdadera de la Nueva Espana di Bernal Díaz del Castillo in cui c’è una rivendicazione della superiorità del testigo de vista; e ovviamente l’esaltazione dell’occhio è presente anche nella letteratura di viaggio francese del 500.
Capitolo 2 - Enunciazione e produzione del testo nel Milione
In nessuno dei casi citati, la collaborazione tra un autore e un redattore ha prodotto un testo il cui statuto narrativo presenti la complessità e l’imbarazzante instabilità di quello elaborato da Marco Polo e Rustichello da Pisa. Nel Milione si alternano variamente auto diegesi e etero diegesi, e non accade questo nella relazione di Odorico, che non cede mai la parola al suo redattore Guglielmo di Solagna.
Inoltre il plurale accademico, equivalente alla prima persona singolare, non fa sospettare un referente doppio e distinto, come si verifica non di raro, per il ‘nos’ di Marco e Rustichello. Il Milione è andato incontro a impoverimenti e rimaneggiamenti e solo la più antica redazione pervenutaci, contenuta nel ms. fr.1116, siglato F da Benedetto, ha il pregio di conservare in apparenza quasi intatto un eccezionale complesso di indicazioni sul processo di produzione del testo.
Comunque è innegabile che una fortissima volontà di libro sia stata alla base del patto di collaborazione tra Marco e Rustichello, comprigionieri a Genova nel 1298. Il termine livre infatti viene indicato costantemente, più di 50 volte nella totalità dell’opera. Un possessivo plurale lo lega ai suoi produttori, che lo dichiarano ‘notre livre’ (trentadue ricorrenze, di cui due all’inizio; per un caso di possessivo singolare ‘mon livre’). Il titolo originario (‘descrizione del mondo’) intende inserirlo nel genere del trattato enciclopedico piuttosto che in quello delle relazioni di viaggio.
I termini del patto sono esplicitati dal capitolo esordiale, in cui si legge una consegna nelle mani del destinatario del testo, contenente meraviglie orientali secondo la testimonianza per vista e per udita del cittadino veneziano Marco Polo, attendibile e veritiero in quanto ha soggiornato in partibus per 26 anni, e che racconta ciò che cercò e seppe. Questi poi, ritenendo dannosa l’ignoranza in merito delle altre genti, ha deciso di sua libera iniziativa che la sua esperienza diventi libro, affidandone l’operazione a Rustichello (ecco la ‘causa scribendi’ che motiva la trasformazione dall’oralità parziale o totale del racconto alla messa per iscritto).
Se i due nomi propri risolvono automaticamente il problema dell’identità dei produttori del testo, essi però non sono sufficienti a chiarire fino in fondo il gioco delle parti in relazione alle persone grammaticali impiegate. Conviene quindi analizzare il sistema delle voces e delle modalità temporali.
In primo luogo: a chi appartiene la voce che annuncia l’evento del libro? Ben presto la compattezza del ‘nos’ implicito si infrange perché una prima persona singolare, un ‘je’, emerge e si precisa lentamente. Questo si combina con il presente indicativo dell’esordio, poiché il futuro è legato al momento della collaborazione. Essendo la terza persona assunta da Marco, la prima (cioè il ‘je’ che parla) spetta dunque all’altro nome proprio, quello che firma l’esordio, Rustichello. Di conseguenza la terza spetta al narratore-protagonista e la prima al redattore, e le due persone sono ben distinte nella diversità dei rispettivi referenti.
Il destinatario è indicato con il ‘vos’, la seconda persona plurale che rimanda a un universo collettivo, di cui viene presunta la conoscenza della lingua francese, e che permette di superare l’ipotesi della destinazione dell’opera alla ristretta cerchia mercantile.
È chiaro (tornando all’utilizzo della terza persona da parte di Marco) che si tratta di un’autobiografia non banale, ma più rara e prestigiosa, perché accanto a ‘il’ coesiste un ‘je’ delegato dall’autore al suo collaboratore. Mancano significative auctoritates alle quali si fa convenzionalmente risalire la motivazione dell’opera: in particolare sono assenti il riferimento a un committente di rango superiore (mentre lo si trova in Odorico nella persona dell’abate) e il rimando a una precedente fonte scritta, spesso latina, che si soleva ostentare nell’ambito del romanzo cortese (espediente già utilizzato dallo stesso Rustichello).
Un intervento enunciativo, il prologo (capp. 1-19), narra le vicende che portarono i due fratelli Niccolò e Matteo Polo, insieme al giovane Marco, fino alla corte del Gran Khan: i due viaggi di andata e ritorno, il lungo soggiorno di 17 anni come uomini di fiducia del sovrano, le circostanze che permisero il ritorno vengono condensati in diciotto capitoli, pur essendosi svolti nell’arco cronologico di circa 40 anni. Nel prologo si accumula e si esaurisce tutta l’informazione sulla vicenda biografica dei Polo e di Marco in particolare. Tra le prime tecniche per ottenere questa condensazione, è da registrare la rimozione cosciente e voluta di ogni possibile pausa descrittiva.
Un problema però assillante è la sproporzione tra la scarsezza delle garanzie offerte e l’esigenza di veridicità del testo. Il nome vuoto di Marco Polo deve essere riempito e la sua figura costruita in termini di ineccepibile moralità: soltanto dopo una persuasiva descrizione di sé, l’autore potrà ambire a una credibile descrizione del mondo. E a ben guardare infatti il prologo non è altro che una ‘laudatio sui et suorum’: la narrazione degli avvenimenti è condotta in modo da far risaltare che i Polo riscuotono da fiducia di tutti coloro che vengono a conoscerli, e a riprova c’è il fatto che a Marco e ai suoi vengono affidate addirittura le principesse da condurre a nozze nel regno del Tartaro del Levante. È sul convincimento e la persuasione che questo prologo punta per influenzare coloro che leggeranno o si faranno leggere il libro di Marco Polo.
È chiaro dunque che l’atto autobiografico del prologo risponde a esigenze di autenticazione e non di sincerità, e questo spiega la sua incompletezza, in quanto accoglie solo i materiali funzionali a tale fine.
Con il 20º capitolo ha inizio la descrizione del mondo: qui il tempo della formula di attacco, il presente, si accorda con quello dominante in tutto il libro ma si oppone a quello portante del prologo, cioè il passato. In relazione al presente dobbiamo poi distinguere tra quello atemporale della descrizione geoetnografica, quando si trova in combinazione con la terza persona singolare o plurale, e quello di enunciazione, legato alla prima persona singolare in cui emergono le voces produttrici dell’enunciato.
Il libro si fa insieme al cammino percorso da Marco e per un effetto di mimesi l’ambiente si apre e si muove: non più una situazione narrativa nel chiuso di una cella ma una vera descrizione del mondo.
Il sistema delle persone pronominali richiede un’analisi particolare. La scelta operata di una modalità di racconto a distanza ravvicinata, dando grande rilievo all’elemento auto diegetico, rafforza notevolmente l’identità di autore-narratore-personaggio che corrisponde al nome di Marco, cui spetta, secondo il patto iniziale, la terza persona singolare, in compresenza di una prima delegata al redattore.
Tuttavia di fronte a questa schematizzazione tendenzialmente fissa, si assiste alla revoca della terza persona, in quanto vediamo Marco assumere anche la prima persona del discorso, in maniera però mai definitiva. Il patto del libro ovviamente non salta per questo, perché in linea di principio esso viene ripreso e ribadito a più di metà dell’opera, in un passo di grande rilievo, che funziona da esordio rispetto alla descrizione dell’India (qui si realizza nuovamente il patto del primo capitolo del libro: nos produttore e terza persona abbinata a Marco).
Tale complessità del sistema pronominale si può forse interpretare come compresenza e compenetrazione di due diversi sistemi generalmente incompatibili tra loro: quello della biografia e quello dell’autobiografia. Ciò si verifica in conseguenza di una gestione del testo che vuole essere effettivamente doppia, ma la distribuzione e la precisazione dei rispettivi ruoli perde progressivamente e in modo diseguale la sua capacità di tenuta.
Subito dopo, ad un secondo livello, si situa il problema della cernita dei dati nell’imponente deposito dei ricordi dell’autore, non tutti suscettibili, com’è ovvio, di passare a testo. Si delineano così almeno due coppie di opposizioni, tra loro coordinate: notevole vs non notevole; utile vs non utile.
Materia principalmente notevole è quella compresa nella sfera dell’esotico, non solo espressa con l’utilizzo di aggettivi e sostantivi appartenenti ai campi semantici della meraviglia, della novità, della diversità, della stranezza, ma registrata e fissata nel lessico in vere e proprie formule fisse.
L’opposizione concernente l’utilità delle notizie evidenzia meglio l’attivazione del ruolo del narratore nella scelta e nel taglio dei materiali da mettere a testo. Se il fine è l’ampliamento delle conoscenze del pubblico occidentale, risulta ad es. inutile la descrizione di regioni orientali già note (Mar Nero, stretto di Costantinopoli) o anche una dettagliata informazione sui prodotti orientali che non possono arrivare in Occidente. Al contrario risulta utile smentire credenze false e dannose e adattare ad immagini più familiari concetti e situazioni tipicamente orientali: è il principio di riduzione dell’esotico all’endotico.
Lo sforzo compiuto da Marco in tali operazioni si...
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