L'epica, dramma e lirica
L'epica, dramma e lirica sono i generi più antichi, basilari. L'epica ha radici molto lontane, quella più nota è l'epica greca (Iliade e Odissea). Durante il Romanticismo, periodo in cui si concretizza la disciplina della filologia romanza, si vede al Medioevo come la culla dell'Europa, come un crogiuolo di popoli (sangue mischiato a causa delle invasioni) e culla di nazioni (nel Medioevo nascono le strutture nazionali più importanti: la Spagna con l'assedio di Lisbona; la Reconquista; Francia; l'Inghilterra, che con Giovanni Senzaterra avrà la sua prima costituzione: la Magna Carta Libertatum).
Il romanticismo e il popolo
Il Romanticismo quindi guarda al Medioevo, ma ha anche una nuova visione di quello che è il popolo: per i romantici il popolo è la borghesia. Questa classe prima non aveva avuto importanza perché era una condizione sottoposta alla nobiltà. Come conseguenza, il Romanticismo si rivolge molto a ciò che è popolo, nasce l'interesse verso le tradizioni popolari (come i fratelli Grimm che girano raccogliendo favole di vecchie anziane, o Costantino Nigra che in Italia raccoglie sulle Alpi i canti popolari). Ci si interessa alla naturale espressione del popolo che si traduce in letteratura.
Radici popolari nella letteratura
Nell'800 si credeva che tutto avesse radici popolari. Si pone quindi l'attenzione sulla letteratura antica, ovvero quella greca. Schliemann, archeologo, leggendo i poemi epici suppone che non siano fantasia o pura letteratura, ma che siano il riflesso di eventi realmente accaduti. Questi eventi, per l'impressione che suscitarono nel popolo, acquisirono una consistenza letteraria. Leggendo l'Iliade individua in luoghi reali ciò che è descritto e dopo lunghe campagne di scavi in Asia Minore scopre Troia.
Teoria dell'origine orale dell'epica
Questa scoperta invoglia a vedere i poemi omerici come riflesso di vicende storiche realmente accadute, pensando che più che di Omero, si debba parlare di un'attività creativa del popolo greco che ha tramandato queste vicende. Oggi però, leggendo l'Iliade e l'Odissea, sappiamo che c'è un'unica mano dietro. Tale acquisizione non distrugge però del tutto le teorie romantiche: la scrittura di Omero, con buona probabilità, non fu altro che l'ultima fase elaborativa di questi poemi. Una delle ipotesi formulate è che queste vicende storiche siano state trasmesse oralmente finché uno (o più d'uno), dotato di capacità, le ha messe per iscritto in una forma letteraria già perfezionata.
Quindi si pensa che un genere come quello epico abbia avuto un'origine orale che solo in un secondo tempo si è cristallizzato nella scrittura. Questa teoria ha avuto conferma negli anni '50 del Novecento, periodo in cui le tradizioni e le culture popolari avevano grande rilievo. Vi furono due studiosi americani, Parry e Lord, che iniziarono a studiare i canti epici serbi. In Serbia registrano i canti epici dei cantori.
Registrazioni serbe di canti epici
Danno un quadro preciso di come questi eventi avvenivano: i cantori si recavano di villaggio in villaggio, fermandosi in ognuno per un periodo, e in sedute serali cantavano le storie. Erano le storie tradizionali della Serbia. Vivevano di quello. Dopo queste osservazioni e questo contatto diretto coi cantori, si ha un'idea chiara di ciò che accadeva in Serbia nella prima metà del '900, che per analogia potrebbe essere ciò che accadeva per tutta l'epica in Europa: i cantori avevano in testa uno schema generale delle storie, sviluppando la storia con estensioni differenti.
Lord chiese a uno dei cantori quanto durasse il canto, questo ha risposto che la lunghezza è variabile: 3 giorni come 3 settimane. Le storie sono modulate e hanno la caratteristica dell'assonanza. Ci si ricorda la parte finale, che consente di improvvisare facilmente. La memoria di un popolo senza scrittura, come era la Serbia in quegli anni, ha uno spazio molto più ampio ed è esercitata.
Origini storiche dell'epica
Si ritiene quindi che l'epica parta da fatti storici reali (abbelliti, romanzati, ma è comunque presente un nucleo storico) e da un'attività di diffusione orale, fino a quando qualcuno non decide di mettere per iscritto un'opera formalizzandola. Ad esempio, la Chanson de Roland è perfetta, ma non sappiamo come venisse cantata all'epoca. Pur fissando l'opera in termini scritti, le realizzazioni orali erano necessariamente differenti: ci sono manoscritti della Chanson de Roland di 12000 versi, ma anche uno (il più bello) di 4002 versi. L'epica presenta comunque un rapporto più o meno determinante con un evento storico reale. Alcune di più, altre di meno.
Definizione dell'epica
- Rapporto con un evento storico che abbia avuto un certo coinvolgimento.
- La dimensione manichea, ovvero l'epica ha poche sfumature. Si distinguono bene i buoni e i cattivi. C'è una visione del mondo rigidamente dicotomica, non c'è niente in comune tra "noi e gli altri", come nella Chanson de Roland: i cristiani sono nel giusto, i pagani hanno torto.
- Lo scopo è quello di compattare un popolo. C'è un coinvolgimento, si parla di "noi", unendo un popolo contro un nemico a prescindere dalle motivazioni. C'è un senso di unità.
- Per compattare un popolo è necessario un eroe in cui identificarsi: tutti sono Roland. L'eroe è quindi l'elemento in cui tutti sono chiamati a identificarsi.
- La dimensione della fruizione: l'epica è diretta a tutti. Essendo orale è più facile, i fruitori dell'epica sono socialmente indifferenziati.
In queste caratteristiche non rientra l'Eneide, che è stata scritta a tavolino, viene letta ad una classe sociale elevata, fatta su committenza raccontando la storia di Roma come non la sapeva nessuno.
L'epica romanza
In questa prospettiva ci si avvicina all'epica romanza: veniva cantata, modulata, da cantori professionisti, i giullari, nei luoghi dove c'era maggiore afflusso di pubblico. Una serie di questi luoghi era il Cammino di Santiago. In questo percorso vi erano guide turistiche che indicavano posti dove dormire, in genere abbazie, che offrivano ospitalità ai pellegrini. Lungo questo percorso agivano i giullari. Erano anche sulle fiere; per esempio in Francia ce n'erano 4 molto importanti, ma agivano anche presso le corti. Nel Medioevo vi erano tre grandi pellegrinaggi: quello di Santiago (che segue la via Lattea); la via Romea, che porta a Roma; quello per Gerusalemme. Venivano anche cantati in battaglia: Guglielmo il Conquistatore, quando sbarca in Inghilterra nel 1066, ha a capo delle truppe un giullare che intonava un canto epico per incoraggiare i soldati.
Chanson de Geste
In antico francese l'epica è detta Chanson de Geste. Anche se non erano proprio cantate erano modulate. Non ci sono spartiti, ma nella Chanson de Roland compare a volte scritto "AOI", che presumibilmente era un'indicazione di tipo corale. Si chiamano quindi chanson geste, perché erano modulate. Il termine significa contemporaneamente due cose: 1: Res Gestas, cioè imprese: cose agite, compiute. Potrebbe quindi essere canto di imprese, di azioni eroiche. 2: Lignaggio, cioè che consistono nelle proprie ascendenze, la propria famiglia di appartenenza. Si suddividono infatti i poemi epici in tre gesta, ovvero tre lignaggi.
Le tre gesta secondo Bertran de Bar sur Aube
Bertran de Bar sur Aube, autore tardivo di Chanson de Geste, individua tre gesta:
- La gesta di Carlo, re di Francia
- La fiera gesta di Garin de Monglane
- La gesta di Doon
Bisognerebbe aggiungerne una quarta, ma queste racchiudono quasi tutta la produzione epica in antico francese, che consta di una novantina di testi (da 70 a 120, a seconda della lunghezza variabile). Queste tre parti corrispondono alle tre fasi del feudalesimo. La più antica è la gesta di Carlo, che si può sintetizzare in signore buono e giusto con vassallo fedele. Consiste in un insieme di poemi epici riconducibili al lignaggio di Carlo dove si raffigura una situazione ideale, del sovrano giusto con un vassallo fedele. La seconda gesta è la fiera gesta, dove la situazione cambia e dove sono presenti più canzoni, si può sintetizzare in sovrano inetto e ingiusto con vassallo fedele nonostante tutto, ma che si allontana. La fiera gesta è quella di Guglielmo, chiamata anche ciclo di Guglielmo. L'ultima gesta è quella di Doon, sintetizzata in sovrano inetto e ingiusto con vassallo ribelle. Ce n'è una coi rinnegati, in cui oltre a ribellarsi il vassallo rinuncia anche alla religione cristiana.
A queste tre gesta se ne aggiunge una quarta, che Bertran non poteva conoscere perché ancora non esisteva: il gruppo delle chanson che parlano delle crociate. Tre di queste parlano della crociata in Terra Santa e una della crociata contro gli Albigesi.
Struttura formale delle gesta
Le gesta che rientrano in queste quattro categorie condividono anche, oltre ai punti prima elencati, la loro struttura formale: sono composte da decasillabe riuniti in lasse assonanzate. La lassa è un'unità di misura elastica: se la gente non gradisce la lassa si accorcia. Quindi la lassa è un insieme di decasillabi con la stessa assonanza AI o AE, che possono variare di lunghezza a seconda di quello che vogliono esprimere.
All'interno delle Chanson de Geste ci sono lasse corte o lunghe. La lassa sviluppa una scena, un piccolo episodio, che può essere la morte di un eroe, o la descrizione della sua spada o di un gesto. Si chiudono ogni volta in sé. Le lasse parallele hanno la caratteristica che una lassa termina con lo stesso verso con cui poi inizia la seguente. Serve quando un episodio si dilata per più lasse. Sono famose le lasse in cui muore Roland e il più grande rammarico che ha è per la sua spada. Le spade nel Medioevo hanno nomi femminili.
La morte di Roland
Roland muore abbracciato alla spada, che nasconde sotto di sé perché non la rubino i pagani. Sono le cosiddette lasse similari, che iniziano con ah durandal… . Tutte queste sono fatte così. La Chanson de Roland, tecnicamente perfetta, vede una media di lunghezza delle lasse piuttosto contenuta: la più corta è di una decina di decasillabi e la più lunga nemmeno 50. Certe hanno anche lasse di 100 decasillabi, o 3 decasillabi.
Il primo ciclo epico: La Chanson de Roland
La versione più breve è di 4002 versi. Roland muore dopo 2000 versi (per esempio in quella di Monglane Guglielmo non muore neanche). È detta versione O, poiché i manoscritti si chiamano con l'iniziale del luogo in cui sono conservati, Oxford in questo caso (nome completo: manoscritto Oxford Digby 23). L'ultimo verso di questa versione è: "Ci fal la geste que turlodus declinet", ovvero "qui finisce la canzone di gesta che Turoldo declinet".
Non si sa bene. "Declinet" può significare "compose", "trascrisse" o "rimaneggiò". Non sappiamo quanto c'entri Turoldo, se sia l'autore o se l'ha solo trascritta o modificata. Succede lo stesso per il Cantar de mio Cid.
Trama della Chanson de Roland
Re Carlo, grande imperatore dalla fiorita barba, è ad assediare Saragozza (in mano ai musulmani). L'assedio era durato tantissimo e tutta una parte dei baroni di Carlo (sappiamo che il sovrano aveva appoggio baroni), è stufa perché erano lontani da casa da tanto tempo. I loro feudi languivano. Erano i grandi baroni, che avevano grandi feudi, lasciati a casa in gestione alle mogli. Chiedono a Carlo di trovare un compromesso, cioè di andare dall'emiro di Saragozza a negoziare la possibilità di abbandonare il campo senza conseguenze: fare una tregua.
Se i grandi baroni erano molto favorevoli ad una tregua, c'era invece una parte dell'esercito che preferiva la guerra: gli iumenes (=giovani, coloro che non si sposavano), i figli cadetti. Volevano la guerra perché porta denaro, si prendevano cavalli e armi dai morti. A capo di coloro che volevano andarsene c'era Gano, cognato di Carlo Magno (aveva sposato la sorella). A capo degli altri c'era Rolando. Lui nella Chanson de Roland era il nipote di Carlo (non nella realtà). Era cioè il figlio della sorella, il figliastro di Gano. Ci si chiede chi fosse davvero il papà di Roland. Si arriva a dire che fosse il figlio di Carlo concepito con la sorella, scatenando l'ira di Dio. Carlo lo amava molto.
Vi erano quindi 2 fazioni nell'esercito di Carlo: una delle colombe che volevano la pace. Esponente = Gano. L'altro è il partito dei falchi. Esponente = Roland, nipote dell'imperatore. Si decide di negoziare la tregua con l'emiro, un compito rischioso. Nel momento in cui i baroni si riuniscono si chiedono chi mandare. Roland dice "il migliore dei tuoi baroni, il mio patrigno Gano", a cui Carlo darà il compito. Gano va e negozia la tregua, ma per diverse ragioni negozia lo fa promettendo in cambio all'emiro di fare in modo che potesse assaltare la retroguardia.
Gli eserciti erano formati da un'avanguardia (drappello che procede spedito in avanti all'interno del quale ci sono esponenti più elevati); il grosso dell'esercito e infine la retroguardia (guarda le spalle, è lenta e rallenta il resto perché conti erano possibili vittime di attacchi di brigantaggio. Gano promette quindi di stipulare la tregua e l'emiro si può prendere la retroguardia. Questo è fatto. L'esercito da Saragozza procede per tornare in Francia, passando per Roncisvalle, passo che si usava per fare il cammino di Santiago, è vicino a Lourdes.
L'avanguardia e il grosso dell'esercito avevano già superato questo passo, la retroguardia viene assalita dai saraceni, che sono in superiorità numerica. Roland aveva un compagnon, cioè un compagno d'armi, un amico vicino, di nome Olivier (Olivieri). Questa amicizia era rafforzata dal fatto che Olivieri aveva promesso a Roland la mano della sorella Alda. I due sono presentati più volte in questo modo: Roland è forte, Olivieri è saggio.
Il grande difetto di Roland sarà la tracotanza, l'orgoglio portato all'estremo, non crede di avere limiti. Questo porta lui e gli altri alla morte. Roland aveva 2 elementi che lo contraddistinguono: la spada Durendal e un corno Olifan, che aveva la caratteristica di essere sentito a miglia di distanza. Quando attorno alle gole di Roncisvalle compaiono tutti i nemici, Olivieri saggiamente dice di suonare il corno, in modo da fare tornare indietro l'esercito e combattere.
Roland però è forte e non ha limiti: rifiuta. Turpino, che era l'arcivescovo, chiama a sé tutti i soldati della retroguardia all'interno della quale sono nominati anche personaggi che non dovevano stare lì, dell'alta nobiltà. Dice che quel giorno moriranno, ma loro hanno ragione e gli altri hanno torto. Dice di ammazzare e che li assolverà dai peccati; inizia il massacro, Olivieri va dall'amico e gli ripete di suonare il corno per farli almeno seppellire. Lui rifiuta.
Verso la fine, il campo è un massacro, di nuovo Olivieri prima di morire glielo dice, Roland rifiuta, rimane l'unico vivo e preoccupandosi del bene più importante (la spada, nel cui manico c'erano delle reliquie) cerca di romperla in tutti i modi sui sassi, non ci riesce, sale su un colle, fa in modo che rimanga rivolto alla Spagna (quindi non sembri fuggito), suona il corno, con così tanta forza che gli scoppia il cervello. Muore non ucciso da nessuno se non dalla sua stessa forza.
Al suono del corno a quando il suo cervello esplode c'è la scena raffigurata in una delle vetrate di Notre Dame a Parigi, in cui lui, quando sta per morire, toglie un guanto in segno di resa nei confronti di Dio e lo protende verso il cielo. Scende giù San Michele, l'arcangelo, prende il guanto e si porta via la sua anima. Nel frattempo il suono del corno era giunto a Carlo, che torna indietro, fa il miracolo di fermare il sole per avere tempo ed arrivare con la luce, e da qui (siamo a 2400 versi) il resto dei versi è occupato da Carlo che torna a Saragozza, uccide Marsilio l'emiro, che nel frattempo aveva chiamato un altro, che sfida a duello Carlo (che ha più di 200 anni), e Carlo vince. Presa Saragozza e fatta vendetta, torna nel palazzo ad Aquisgrana e vede Alda che capendo che Roland è morto muore a sua volta di dolore. A questo punto finisce la chanson con Carlo nella grande sala col soffitto a volte che ha cattivi presentimenti, questa battaglia è vinta ma il rapporto di guerra coi saraceni non è del tutto risolto.
Cose vere e false nella Chanson de Roland
Falso = Carlo non aveva 200 anni; non aveva la fiorita barba; non si è mai parlato di un suo nipote chiamato Roland; non è mai esistito un cognato di nome Gano.
Vero = La lotta di Roncisvalle c'è e sappiamo che fu il 15 agosto del 778. Carlo quindi era giovane, non era imperatore, ma un giovane re barbaro (neanche assoluto perché era ancora vivo Carlomanno) ma le testimonianze storiche dicono che quel giorno ai porti di Cisa (Roncisvalle), la retroguardia dell'esercito di Carlo in ritorno da Saragozza è stata massacrata.
Ci viene detto che in quella retroguardia c'era un certo "ruotulandus", cioè Rolando, che era prefetto della marca britannica e che assieme a lui furono uccisi l'arcivescovo Turpino e due degli esponenti più elevati della corte, come Anseì che aveva la maggior carica dopo l'imperatore. Ma si dice che autori di questo massacro e furto furono i vascones, i predoni baschi, cristiani. Come sappiamo da fonti medievali questo popolo aveva l'abitudine di fare il predone.
Questa nota storica non è però contemporanea ai fatti, è in una cronaca scritta 10 anni dopo, come se nel frattempo nessuno ne avesse parlato. Quindi il fatto che sta alla base di questo poema famosissimo sembra non sia stato importante per nessuno. Da questa prima testimonianza però ne seguono a distanze ravvicinate molte altre. Si può capire l'invenzione della parentela e la colpa data ai saraceni, ma non si capisce perché nessuno ne abbia parlato per 10 anni.
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