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Dialettica tra letterature nazionali ed europee

Il filologo romanzo tedesco Ernest Curtius ha scritto un libro fondativo della letteratura europea Letteratura europea e Medioevo latino (1948). Quest'ultimo fu scritto durante la Seconda Guerra Mondiale, scatenata da nazionalismi aggressivi e bellicosi, disgreganti l'idea di Europa come comunità di nazioni. È dalle macerie e dalla spinta propulsiva della guerra che nasce questo importante libro, composto da piccoli saggi scritti da Curtius per spiegare perché, almeno dal punto di vista letterario (e quindi storico e quindi politico), alcuni facessero parte di un patrimonio comune e coeso della letteratura europea. L'origine della comunanza di tali motivi va cercata più indietro.

Origini della letteratura europea

Il primo trovatore, Guglielmo IX, probabilmente non sapeva nemmeno scrivere, esercitava il suo mestiere di cavaliere e grande proprietario terriero e non aveva interessi culturali. Il grande signore feudale non aveva necessità di scrivere, considerata un'occupazione "da servo". La scrittura era legata biunivocamente non al volgare, ma al latino e infatti solo i chierici sapevano sicuramente scrivere correttamente, grazie al loro studio della scrittura e della grammatica latina, studio delle Artes (Trivio delle arti umanistiche e Quadrivio delle arti scientifiche, in cui rientrava anche la musica) e studio della Teologia, il massimo degli studi avanzati. Era possibile studiare a Roma o a Parigi senza difficoltà di lingua, poiché l'insegnamento universitario era erogato in latino e ciò facilitava gli spostamenti degli intellettuali clericus vagans (figura del tempo). Per assistere alle lezioni universitarie bastava pagarle in monete, da depositare in un contenitore sulla cattedra dei professori, alcuni dei quali molto noti e prestigiosi (ad es. Abelardo a Parigi, che si sforza di dimostrare razionalmente l'esistenza di Dio) e impegnati in diverse dispute tra di loro.

Gli scritti degli intellettuali cosmopoliti (detti anche Goliardi poiché capaci di poetare scherzosamente solo su donne, taverne e gioco d'azzardo) sono raccolti nel Codex Buranus, caratterizzato dai carmina burana, testi goliardici in rima e molto ritmati. Proprio il cosmopolitismo favorì la diffusione di questi testi anche fuori dall'area di composizione.

La grande idea di Curtius

La grande idea di Curtius è che la letteratura europea ha caratteristiche di unitarietà grazie al comune bagaglio della letteratura latina e in particolare mediolatina, che accoglie topoi, ovvero motivi e temi, classici rifunzionalizzati nelle letterature moderne. Non parliamo solo di letteratura romanza, ma anche di Dante, Shakespeare, Proust, Goethe, Mann, che attingono tutti dal medesimo patrimonio culturale (allora la cultura era molto più umanistica, poiché essa era il fulcro dell'educazione). Si può parlare di letteratura europea proprio in virtù della continuità linguistica di questo continente. A dimostrazione della centralità dell'Italia nella cultura europea, Curtius, malato terminale, scelse di morire a Roma. Il filologo romanzo è cosmopolita ed epistemologicamente portato a confrontare lingue e letterature provenienti da diverse aree europee, a differenza della filologia germanica, più "nazionalista" poiché praticata da tedeschi impegnati a dimostrare la propria superiorità razziale.

Le letterature romanze

Nonostante le affinità, le singole letterature romanze sono diverse. La lirica italiana nasce come imitazione di quella provenzale per volontà dell'imperatore tedesco Federico II, che chiede ai poeti siciliani di poetare nel loro volgare, il quale nella diffusione sarà fortemente toscanizzato. L'obiettivo di Federico II è creare una cultura locale, non nazionale, poiché "nazione" è un concetto recente. Il manoscritto Vaticano si apre con "Madonna dir vo voglio" di Giacomo da Lentini, che letteralmente traduce un componimento provenzale (volgarizzamento) e questo consente di illuminare le relazioni tra le varie culture. Prima si considerava un modello radiale: i provenzali erano come un sole per i trovieri francesi, i poeti italiani o quelli galego-portoghesi. Oggi si afferma sempre più un modello reticolare. Bisogna ricordare, inoltre, che in Italia esiste una dialettica tra latino e volgare italiano: si pensi al bilinguismo delle opere di Dante o Petrarca.

Il ruolo dei giullari e dei traduttori

Le figure che diffondevano oralmente la cultura erano i giullari, laici ma girovaganti come i chierici; essi si esprimevano in provenzale e, sebbene tale idioma non fosse compreso da tutti, i giullari erano ascoltati in virtù del loro prestigio. Spesso a corte c'erano i latinier, ovvero traduttori personali volti ad agevolare la comprensione degli aristocratici. Si apre il nuovo capitolo del volgarizzamento, ovvero della traduzione. Si citi un bestseller medievale: Il romanzo della rosa fu tradotto in italiano con il titolo Fiore, volgarizzando il metro provenzale (trasformandolo in sonetti), toscanizzando le vicende politiche, applicando un sistema ideologico borghese che aspira a diventare nobiliare. Molti hanno attribuito questo volgarizzamento a Dante, altri a Brunetto Latini.

Chanson de Roland

La fotocopia presenta le prime 4 lasse della Chanson de Roland, testo fondamentale dell'epica e risalente all'XI secolo (seppur ambientato nell'VIII), scritta in decasillabi lingua d'oil patinata di normanno. L'opera racconta la rotta di Roncisvalle, dove la retroguardia (parte più pericolosa, ma poco onorevole dell'esercito) di Carlo Magno è sgominata dai Saraceni a causa del tradimento di Gano. Orlando, infatti, nipote e combattente prediletto da Carlo Magno, si rifiuta di suonare il corno per avvertire l'imperatore del pericolo imminente e muore insieme ad altri valorosi paladini come Oliviero. L'opera racconta l'antefatto di questo evento (descrizione dei re contrapposti, degli eserciti, dei luoghi), il rientro dei guerrieri caduti che sono seppelliti in Francia e il processo a Gano, che aveva tradito Orlando in quanto non aveva avuto l'onore di partecipare all'ambasciata diretta dal re moro Marsilio.

Carlo Magno è considerato il padre dell'Europa perché sotto il suo regno le nazioni vengono unificate per la prima volta in un sistema che faceva riferimento alla legislazione dei Franchi e al Papato. A capo di tutti i feudi Carlo pone figure di sua stretta fiducia, come familiari e amici guerrieri, i quali costituiranno i capostipiti dell'ancien regime europeo fino alla Rivoluzione francese: i Savoia, ad esempio, erano imparentati con l'aristocrazia franca. L'Europa viene costituita anche attraverso la costruzione di una alterità, coincidente con i Saraceni e in generale con il mondo arabo. I Romani avevano invece una mentalità opposta, poiché consideravano equivalenti i cittadini italiani e quelli del nord Africa.

Traduzione della lassa 1

Carlo il re, nostro imperatore magno, sette anni tutti pieni (interi) è stato in Spagna finché non giunse al mare e conquistò la terra alta. Non c'è castello che davanti a lui rimanga (li ha distrutti tutti), non manca da distruggere un muro né una città, tranne Saragozza che sta su una montagna. Il re Marsilio la tiene (possiede), che non ama Dio; Maometto serve e reclama Apollo: non può guardarsi da (non può fare a meno) che il male (non) lo colga. La strofa si chiude con aoi perché l'opera era cantata e dunque il cantore doveva emettere quel vocalizzo. I Franchi abitavano in due zone, ovvero la Francia e l'odierna Germania, ma cercavano di espandersi anche nella penisola iberica, occupata dagli Arabi. Essi avevano conquistato quasi tutta la penisola iberica (arrestandosi solo a causa della sconfitta nella battaglia di Poitiers) e gli episodi qui raccontati riguardano la Reconquista, la quale si chiude definitivamente solo nel 1492 e si svolge parallelamente alle Crociate. L'espansione araba è qui enfatizzata in quanto fu, in realtà, una semplice guerra di espansione, frequenti in quell'epoca. È da segnalare la citazione di Apollo nella prima lassa, dettaglio che identifica Marsilio come pagano, dunque nemico legittimo cui muovere una guerra cristiana, altrimenti non contemplata dalla religione cattolica.

La struttura della lassa

La lassa è tipica del genere epico, diversa dalla strofa, in quanto le coblas nel genere lirico hanno tutte lo stesso rigoroso schema metrico, ritmico e melodico. Le lasse sono di lunghezza differente, poiché ognuna coincide con un singolo episodio, omologo agli altri. L'epica narra gesta collettive e ha un narratore in terza persona, a differenza della lirica che esprime sentimenti individuali in prima persona (io lirico). Le rime delle strofe liriche sono sempre perfette, quelle delle lasse possono differire: non sono rimate, ma assonanzate, ovvero le vocali, spesso in francese nasalizzate con funzione distintiva, restano fisse ma le consonanti possono cambiare. La prima lassa ha un’assonanza A-E. Il primo verso della lassa è un decasillabo (10 sillabe accentate + 1 atona) che si legge quasi come un endecasillabo dantesco. La differenza tra il decasillabo galloromanzo è che ha la cesura solo in quarta posizione (4+6'), mentre quello italiano lo ha anche in sesta posizione. La caratteristica fondamentale del verso epico è che può avere una cesura epica, ossia una sillaba atona subito dopo la cesura in quarta posizione, la quale non è computata nel secondo emistichio come in italiano (grazie alla cesura all'italiana, la quale prevede che se la prima parte è più lunga la seconda sarà più corta per compensare). Ad esempio: "Nel mezzo del cammin (6) di nostra vita (4) / Mi ritrovai per una selva oscura / Che la diritta (4') via era smarrita(5).

Un decasillabo lirico in generale è composto da 4+6 sillabe. Al 6 si può aggiungere una sillaba atona (detta "femminile" e indicata con l'apice) oppure no (detta "maschile"). Il decasillabo epico, invece può contenere un'atona anche nel primo emistichio e quindi può arrivare anche a contare 12 sillabe (4+1 atona+6+1 atona).

Assonanza e rima

Rima: equivalenza fonica di due parole dall'ultimo accento in poi. Assonanza: uguaglianza delle vocali. La seconda lassa presenta una assonanza così marcata: U-E. Le cesure epiche della seconda lassa sono in corrispondenza delle parole Marsilie (v.1), apelet (v.5), emperere (v.7).

Traduzione della lassa 2

Il re Marsilio sta a Saragozza. È andato in un giardino sotto l'ombra. Sopra un pietrone di marmo blu si corica; Intorno a lui più di ventimila uomini. Chiama i suoi duchi e i suoi conti "Ascoltate signori, quale disgrazia incombe su di noi: L'imperatore Carlo della dolce Franchia In questo paese ci è venuto a confondere (sbaragliare). Io non ho un esercito che gli dia battaglia (con cui combatterlo) Non ho abbastanza gente che sconfigga la sua (un numero sufficiente di persone che sconfigga il suo esercito) Consigliatemi come miei saggi uomini, Guaritemi dalla morte e dall'onta (Aiutatemi a trovare soluzione)" Non c'è un pagano che risponda una sola parola, Tranne Biancandrino del Castello di Valfonda. Marsilio è presentato come un re che ha una gerarchia feudale e dunque il suo potere è equivalente a quello di Carlo Magno. Per la prima volta la nazione Francia è nominata con il suo nome accompagnata da un epiteto (dolce), sebbene qui si alluda alla Franchia, ovvero alla zona che ingloba tutti i Franchi e le popolazioni sottomesse da Carlo Magno. Si racconta il consiglio dei duchi e dei conti (i "suoi" uomini sono assennati in quanto tali e legati al sovrano dal giuramento omoenaticum) convocato dal re Marsilio. I saraceni in blocco sono definiti "pagani", termine derivato da "pagus" poiché dopo l'avvento del cristianesimo gli unici che non l'avevano accolto erano i rustici che vivevano nei villaggi fuori dalle città. Dal punto di vista della religione cristiana era legittimo e necessario annientare il pagano, che lo aveva ostacolato e aveva ucciso i martiri. C'è un immaginario che deve necessariamente identificare i Mori come politeisti (adorano Maometto ma anche Apollo) per contrastarli.

Traduzione della lassa 3

Biancandrino fu tra i più saggi pagani Fu molto cavaliere di vassallaggio (capace di essere vassallo) Prode uomo fu per suo signore aiutare (fu un prode capace di aiutare il suo signore) e dice al re "Non vi scoraggiate! Mandate da Carlo, orgoglioso e fiero, Fedeli servigi (azioni di servitù nei suoi confronti) e molto grande amicizia. Voi gli donerete orsi e leoni e cani, Settecento cammelli e mille astori (falchi da caccia) mutati (che hanno subito la muta delle penne) D'oro e d'argento quattrocento muli caricati Cinquanta carri che farà caricare (di vari doni): Ben potrà pagare i suoi soldati. In questa terra abbastanza ha combattuto In Francia, ad Ais (Aquisgrana), deve ben rimpatriare. Voi lo seguirete alla festa di San Michel (santo particolarmente venerato), Se riceverete la legge dei cristiani (esortazione a fingere la conversione) Sarete suoi uomini per onore e per merito. Se vuole ostaggi voi glieli inviate, O dieci o venti per dargli fiducia. Inviamogli i figli delle nostre mogli: Anche se dovesse morire io invierò il mio. Assai è meglio che perdano la testa Piuttosto che noi perdiamo l'onore e la dignità, O che noi siamo condotti a mendicare."

Principi di nazionalità nella Chanson de Roland

Nella Chanson de Roland si iniziano a intravedere principi di nazionalità. La rotta di Roncisvalle è del 778, periodo in cui è effettivamente attestata la presenza di Carlo Magno in Spagna, sebbene le sue battaglie si siano più indirizzate verso i Sassoni che verso i Saraceni. La costruzione di una Chanson de geste su una guerra tra cristiani e Mori si deve, però, all'inizio della Reconquista attuata a partire dal XI secolo, fondamentale punto di snodo e alla necessità di stabilire una alterità.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/09 Filologia e linguistica romanza

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