Filologia romanza: linguistica storica
La linguistica romanza è un ramo specialistico della linguistica che studia tutte le parlate (non solo lingue intese come lingue ufficiali nazionali, ad esempio portoghese, spagnolo, francese; ma anche tutte le varietà minori come i dialetti) che hanno origine da un’evoluzione della lingua latina.
Prospettiva storica ed evolutiva
La prospettiva che dobbiamo assumere è di tipo storico evolutivo: la definizione e la delimitazione delle lingue romanze non si basa sulla distinzione tipologica di queste lingue, cioè su come funziona la loro sintassi o la loro morfologia, bensì su un criterio di tipo genetico-storico, perché a definire il gruppo di queste lingue è la loro comune origine dal latino.
Inoltre, dobbiamo assumere una prospettiva di tipo storico-comparato: guardare le lingue romanze tenendo presenti i rapporti comuni di evoluzione storico linguistica che le caratterizzano. Questa prospettiva si basa soprattutto su uno studio “dall’alto” delle lingue romanze su base linguistica, ma arriva anche, dalla base linguistica, a occuparsi della produzione letteraria delle lingue romanze dalla loro origine fino all’attualità.
Nella pratica il filologo romanzo si occupa soprattutto della prima fase di sviluppo delle lingue romanze, quindi del periodo medievale, perché quest’ultimo è il periodo in cui meglio si coglie l’evoluzione linguistica e anche nel progressivo accrescimento lessicale, per il linguista romanzo è più interessante studiare i fenomeni delle origini.
Per le lingue romanze il periodo di assestamento cade fra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna: la fine del Medioevo è quindi il limite cronologico di studio per un filologo romanzo, e a partire dall’età moderna le singole lingue romanze divengono oggetto di pertinenza di lingua e letteratura.
Filologia romanza: triplice prospettiva
Se si identifica come lo studio dell’origine e dello sviluppo delle lingue romanze, la filologia romanza assume un punto di vista triplice:
- Studia le lingue romanze in diacronia, cioè secondo il loro sviluppo storico, da un principio a un’epoca moderna e fornisce delle grammatiche storiche delle singole lingue romanze.
- Studia le singole lingue sotto il profilo sincronico, ossia un punto di vista sempre storico non da intendere come sviluppo, ma come focalizzazione di un dato momento storico; permette di descrivere una lingua romanza così com’è per un dato momento della sua storia.
- Studia le lingue sotto il punto di vista ecdotico-testuale (la critica del testo), che fornisce le competenze che permettono di realizzare edizioni critiche di testi scritti nelle lingue romanze, nonché stabilisce come affrontare lo studio della trasmissione di questi testi, il che richiede delle competenze particolari.
La letteratura medievale ha infatti una documentazione manoscritta e dobbiamo avere competenze paleografiche/storiche e seguire determinati metodi per riuscire a restituire un testo a un lettore attuale.
Nascita e sviluppo della lingua romanza
Il termine più antico per lo studio di una lingua romanza lo dobbiamo intendere come la data di nascita del primo documento scritto in tale lingua. Il documento che attesta la nascita della prima lingua romanza sono i Giuramenti di Strasburgo, che il 14 febbraio dell’842 d.C. si scambiarono tra di loro Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, i nipoti di Carlo Magno e figli di Ludovico il Pio, per accordare l’inizio di una guerra comune contro Lotario, il terzo fratello con cui contendevano la divisione dell’Impero a seguito del ritiro del padre dalla politica.
I giuramenti che si scambiarono furono fatti da Carlo il Calvo in antico francese, che non solo è la più antica attestazione della lingua francese, ma rappresenta anche la più antica attestazione scritta di una lingua romanza; da Ludovico il Germanico, in antico tedesco.
Questo documento, dunque, rappresenta il principio assoluto della lingua volgare in Europa sia per il volgare romanzo neolatino sia per il volgare germanico; a partire dalla metà del IX secolo, avremo attestazioni scritte in lingue volgari. Prima di arrivare a testi di carattere propriamente letterario e quindi composti con una finalità artistica e creativa, bisognerà però aspettare la fine dell’XI secolo, a circa due secoli di distanza da quell’antica attestazione.
Si svilupperà poi nel corso di due secoli una tradizione letteraria che conoscerà il massimo sviluppo tra XII-XIII secolo e tramonterà verso la fine del Trecento, per poi decadere definitivamente a causa di un cambiamento culturale molto forte nel corso del 1400: l’invenzione della stampa, a Magonza, nel 1455.
Questo avvenimento dà il via a una rivoluzione mentale che cambia anche la prospettiva della composizione scritta e della fruizione del testo, dando origine a un cambiamento epocale; ultimo limite temporale fondamentale è il 1492, data in cui è fissata, con la scoperta dell’America, la fine del Medioevo.
Nel corso del Cinquecento avvengono nei singoli stati nazionali europei cambiamenti politici che portano, tra l’altro, a processi di normazione grafica e linguistica delle lingue romanze, che diventano anche lingue ufficiali dei nascenti stati nazionali: una delle prime lingue a essere normate è il francese. Nei primi decenni del 1500, infatti, la lingua francese, per volontà della monarchia, inizia ad essere normata sia per quanto riguarda l’ortografia che la grammatica: questo sancisce l’abbandono degli usi della lingua francese medievale e la decadenza di varietà di francesi medievali come l’occitanico, che iniziano a sparire a favore della lingua di corte.
Una delle ultime lingue ad andare incontro alla normazione fu invece l’italiano: l’Italia rispetto agli altri grandi stati nazionali europei si è formata come Stato solo nel 1861, e l’unità linguistica è stata raggiunta soltanto nel Novecento, a partire dalla massificazione culturale ottenuta con la diffusione della radio e della televisione. Fino ai primi decenni del 1900, con l’alto tasso di analfabetismo in Italia e la scarsa conoscenza della lingua nazionale, in Italia era difficile capirsi anche fra un dialetto e l'altro: la frammentazione politica a cui l’Italia è sempre stata sottoposta ha infatti determinato anche una peculiare frammentazione linguistica in una grande varietà di dialetti (cosa che non accade negli altri Stati).
Ad essere peculiare è anche la varietà di usi dei dialetti italiani, che nella nostra penisola sono stati adoperati anche come lingua letteraria (vedi napoletano e veneziano). Anche la normazione ortografica della lingua italiana è avvenuta in tempi molto recenti. Il nostro limite cronologico è quindi al di qua della normazione moderna delle altre lingue romanze, avvenuta fra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento.
Significato del termine "romanzo"
Il termine romanzo ad oggi è un aggettivo, ma può essere anche un sostantivo, che indica il genere narrativo letterario in prosa. L’origine del secondo significato si ricollega al significato originale del termine, che nel Medioevo non indicava un genere letterario (il romanzo era in epoca medioevale un racconto in versi, il che era dovuto alla sua fruizione perlopiù orale), ma designava semplicemente qualsiasi testo scritto in una lingua volgare, ossia una lingua diversa dal latino.
In epoca medievale il latino era usato come lingua di cultura: basti pensare che Dante scriveva in questa lingua le sue opere di carattere scientifico-dottrinario dirette ad altri intellettuali in latino, come il De Vulgari Eloquentia.
La parola romanzo, comunque, deriva da un avverbio latino, romanice (romanike) che veniva opposto all’avverbio romane, entrambi i due avverbi derivavano rispettivamente dagli aggettivi romanicus (“romanico”) e romanus (“romano”).
L’aggettivo romanico è usato anche in tempi piuttosto antichi, con una sfumatura di significato rispetto a romanus che non sempre si può cogliere. La differenza comincia a essere percepita a partire dal III secolo d.C. in seguito all’Editto di Caracalla (212 d.C.), con cui l’imperatore concesse a tutti i cittadini dell’impero la cittadinanza romana, fino a quel momento riservata, con i suoi annessi benefici politici ed economici, esclusivamente agli abitanti del cuore dell’impero (Roma e il territorio italico).
Così, nel momento di massima espansione dell’Impero, che all’epoca del provvedimento si estendeva fino ai confini dell’Europa orientale, i popoli di questo vastissimo territorio vengono con la forza romanizzati e viene imposta loro la lingua latina come lingua parlata, il che determina la latinizazione di gran parte dell’Europa.
Nel momento in cui viene estesa la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero, s’inizia a percepire la differenza linguistica fra i diversi abitanti dell’impero, i romani e i nuovi annessi.
Il confronto linguistico culturale s’inizia a percepire nella differenza nella pronuncia fra gli italici, che da più secoli usavano il latino perfettamente definito come lingua (per loro si usava l’aggettivo romanus), e i nuovi cittadini, che parlavano sì il latino, ma non era quello di Roma perché pronunciato e usato in maniera diversa dato l’influsso delle lingue parlate prima della romanizzazione; a questi ultimi, considerati “di serie B” in quanto parlavano un latino non corretto, fu attribuito l’aggettivo romanico.
Si inizia quindi a distinguere il romanice loqui e il latine loqui, cioè parlare romanicamente vs. parlare latinamente.
Dal III sec d.C. fino all’origine ufficializzata delle lingue romanze coi Giuramenti di Strasburgo passano 5 o 6 secoli in cui non abbiamo attestazioni scritte volgari, ma solo attestazioni scritte in latino: non sappiamo cosa succede nella lingua parlata in questi secoli di storia, ma dobbiamo supporre che quel romanice loqui designasse già una parlata che i romani di Roma e i romani italici percepivano come diversa e minore, inferiore di registro rispetto al latino ufficiale da loro adoperato; in altre parole, dobbiamo immaginare questi secoli come il lungo periodo di gestazione delle lingue romanze.
Non a caso l’avverbio romanice è diventato poi, attraverso la caduta della “i” che si realizza nella pronuncia francese volgare (romans, italianizzato in romanzo), la base dell’aggettivo che definisce le lingue romanze stesse. Se nella tarda antichità questo aggettivo indicava questa parlata di cui non sappiamo molto ma sappiamo essere percepita come diversa dal latino, nel periodo medievale finirà per designare qualsiasi composizione scritta in una lingua volgare, una lingua già pienamente identificata come non latino, come qualcos’altro.
Parabolare o fabulare romanice sono i due verbi del latino volgare da cui derivano parlare in italiano o hablar in castigliano. Il processo di formazione del parlare romanicamente (cioè come abitanti della Romania) dura secoli, dobbiamo ricostruire le fasi precedenti con la linguistica e la grammatica storica, perché non disponiamo di documenti, ma solo di segnali che qualcosa stava succedendo. Uno di questi segnali è datato 813, pochi decenni prima dei Giuramenti di Strasburgo, quando in un documento emanato da Carlo Magno durante un concilio di vescovi che si tenne a Tours in Francia, si affronta un problema fondamentale: fino a quel momento la Chiesa per tutte le sue funzioni aveva utilizzato il latino, ma durante le omelie si rendeva necessario che i vescovi non predicassero più in latino, perché il pubblico dei fedeli non era più in grado di comprenderlo. Nel documento si stabilisce la necessità di tenere le prediche in “rustica romana lingua”, che è una lingua diversa dal latino, talmente diversa che il popolo dei fedeli il latino non lo capisce più, e da identificare in questo caso con l’antico francese. Negli atti del Concilio, all’interno di una serie di norme che riguardavano l’amministrazione della Chiesa, questo dettaglio sulle omelie diventa il primo indizio che le lingue volgari sono ormai parlate e rappresentano una realtà linguistica tanto diversa dal latino, che cominciano a distinguersi due gruppi di parlanti: quelli che usano ancora il latino come lingua parlata e quelli che non lo capiscono più e che usano solo una parlata romanza.
Cos’è la Romania?
Romania è termine di uso antico che deriva dalla lingua latina degli ultimi secoli dell’Impero, in cui veniva usato sia in Occidente (Romania) che in Oriente (Romanìa), seppur con due diverse pronunce (la prima latina, la seconda greca).
L’opposizione era tra il romanus parlante latino, il romanicus abitante dell’Impero che parlava il latino ma non quello imperiale e il barbarus, fuori dal confine dell’Impero, cioè il parlante germanico.
Quello della Romania è un dominio di tipo politico-territoriale ma anche linguistico: il termine designa infatti tutti i territori in cui il latino è lingua ufficiale.
Esso appare documentato per la prima volta solo in un saggio di Paolo Orosio, uno storico cristiano del V sec. d.C.: nella sua opera egli si scusa di usare un termine vulgaris, giustificando la sua usufruizione, nonostante la discordanza dal latino classico, con la sua estrema diffusione.
N.B. L’odierno nome della Romania non deriva da questo termine, ma è una formazione erudita di recupero di epoca moderna, risalente al 1862, quando, dopo l’unificazione dei due principati di Valacchia e di Moldavia che portarono all’unità, venne scelto come nome da dare alla nazione nella prospettiva un recupero delle origini latine dello Stato.
Il contributo del Sacro Romano Impero
Carlo Magno ha cercato di scrivere in latino per tutta la vita ma, nonostante lo parlasse molto bene, non è mai riuscito a scriverlo: nel Medioevo le due competenze erano separate, la scrittura era un atto che richiedeva delle competenze più avanzate della lettera.
Egli, comunque, progettò di dar vita a un nuovo Impero Romano di lingua latina: a tal proposito, chiamò alla sua corte intellettuali che depurassero il latino parlato a quei tempi, un latino degradato e volgarizzato che si chiama latino merovingio, per riportare in vita il latino classico.
Questa riforma culturale, passata alla storia come riforma carolingia, portò all’introduzione della cosiddetta minuscola carolina, una grafia molto più semplice e tondeggiante attraverso l’aiuto della quale C. Magno intendeva abbattere l’analfabetismo all’interno del suo impero, fondare scuole pubbliche e recuperare una lingua latina di prestigio non degradata sintatticamente.
Il grande progetto culturale dell’imperatore si scontrò inevitabilmente con una realtà storica innegabile: i popoli che egli governava non parlavano il latino, ma un insieme di varietà di volgari, e questa lotta fra latino e volgare alla fine sarà impari, e si dovrà cedere di fronte alla realtà storica dei volgari, che inizieranno da qui la loro evoluzione.
La riforma carolingia, comunque, getta le basi per il latino medievale che, in alcuni momenti del Medioevo, sarà molto vicino a quello classico. Inoltre, è solo il primo dei due grandi momenti della storia in cui si ebbe l’utopia del ritorno del latino: il secondo è quello dell’Umanesimo europeo quattrocentesco, in cui anche la letteratura venne prodotta in latino classico.
Ciò che è da ricordare è, sicuramente, che in tutti i grandi cambiamenti linguistici la politica e gli eventi storici c’entrano moltissimo in particolare sull’affermazione di una lingua egemone sull’altra (si veda il caso del francese che finì per prevalere sull’occitanico).
Storia delle lingue romanze attuali
Le lingue romanze si dividono in quattro aree:
- Area ibero romanza: comprende la penisola iberica
- Area gallo romanza: corrisponde all’attuale Francia
- Area italo romanza: area italica
- Area romanza orientale: rumeno e dalmatico (estinto)
Spesso sono le frontiere geografiche a rappresentare le separazioni a livello linguistico; questo perché, circoscrivendo Stati diversi, isolano anche comunità diverse di parlanti.
Le isoglosse, linee che i linguisti tracciano per delimitare lingue che rappresentano le stesse caratteristiche, spesso corrispondono a frontiere geografiche.
Area iberoromanza e galloromanza sono divise dai Pirenei. Le Alpi, invece, dividono le varietà italiane (o italiche) e quelle galloromanze, nonché germaniche.
La continuità territoriale che tiene insieme le lingue romanze si spezza a Est sulle coste dell’Adriatico (gruppo balcanico e slavo); isolata geograficamente (per motivi storici) rispetto al continuum romanzo europeo, c’è l’area romanza orientale.
Il rapporto tra lingua, dialetto e varietà minore si gioca sulla base dell’equilibrio delle esigenze delle comunità parlanti e le direttive della politica; spesso la norma dettata dall’alto ha avuto un ruolo prevalente su questo equilibrio.
Area ibero romanza
Area ibero romanza attuale
Per motivi storici è stata molto forte, rispetto alla varietà egemone (il castigliano), la spinta verso l’autonomia di due minoranze: il gallego (parlato in Galizia) e il catalano (parlato in Catalogna).
Attualmente la situazione è questa: abbiamo due lingue ufficiali per la penisola iberica, il portoghese (lingua ufficiale del Portogallo) e il castigliano (lingua ufficiale della Spagna).
L’asturo leonese (centro maggiore Oviedo) e l’asturo aragonese (centro maggiore Navarra e Aragona) sono ridotti al rango di dialetti.
La Spagna medievale
Diversa era la situazione nel Medioevo: nella cartina la parte verde, che occupa quasi tutta la penisola iberica escluse alcune zone più a nord, è la vasta area che a partire dagli inizi dell’VIII secolo è stata conquistata dagli Arabi.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.