Manoscritti e stampe
Il termine "Codice" si usa nel linguaggio filologico come sinonimo di libro antico manoscritto, nella fattispecie medievale "manoscritto" in opposizione a "stampa": il libro sarà designato come "codice" oppure "manoscritto" da un lato e dall'altro come "libro a stampa".
Discipline di studio dei manoscritti
Esistono discipline particolari che sono in grado di dare notizie preliminari, spesso di fondamentale importanza, sulla data, sulla provenienza, sulla storia, sull'autenticità del libro in esame. Esse sono:
- La paleografia, che studia la scrittura del libro manoscritto.
- La codicologia, che studia la tecnica di confezione, la struttura, la rilegatura del libro manoscritto.
- La bibliografia testuale, o meglio analitica, che si occupa di tutte le caratteristiche materiali del libro a stampa.
I materiali scrittori
In filologia italiana si ha a che fare con manoscritti di pergamena e di carta: la pergamena è materiale scrittorio molto pregiato anche per la sua robustezza; quanto alla carta, il suo successo è contrastato all'inizio, ma alla fine del XIII secolo è assicurato.
L'enorme convenienza economica della carta e la sua qualità in rapido miglioramento restringono l'uso della pergamena a libri di particolare solennità, ricchi di preziose miniature.
L'allestimento del manoscritto
Punto di partenza è il "foglio"; i fogli, pergamenacei o cartacei, di uguale misura e di forma rettangolare, vengono piegati ed inseriti uno nell'altro, formando fascicoli di varia consistenza. Un codice è formato per lo più da fascicoli o tutti di carta o tutti di pergamena.
Le dimensioni dei fascicoli si sogliono misurare in millimetri o centimetri. Per quanto riguarda la consistenza, l'unità di misura è la "carta". Dovendo distinguere a quale lato della carta ci si riferisce, si indica il recto dal verso (abbreviati r e v). Nel caso di scritture non a tutta pagina, ma disposte su due colonne, le colonne del recto sono identificate con a e b, quelle del verso con c e d.
Lo spazio entro il quale doveva essere contenuta la scrittura veniva spesso delimitato e rigato a secco o con una punta di piombo o con inchiostro diluito. La scrittura procedeva, per ciascun fascicolo, a fogli separati: a partire dal foglio esterno si riempiva solo la metà sinistra, sul recto e sul verso, fino al foglio interno centrale col quale iniziava il completamento della metà destra, in progressiva inversione fino al foglio esterno (procedimento comunque non sempre costante).
Una volta completato di rubriche ed eventuali miniature, l'insieme di fascicoli veniva spesso protetto con l'aggiunta all'inizio e alla fine di fogli di guardia bianchi, e rilegato.
La scrittura antica
È opera dell'amanuense. Si parla di "copista" nel caso che si voglia fare specifico riferimento all'opera di trascrizione da un manoscritto ad un altro e si distingue il copista di mestiere dal copista per passione.
Nell'epoca in cui si cominciano a scrivere quantità non trascurabili di testi volgari, cioè nel XIII e XIV secolo, si può considerare non più valida l'equazione altomedievale clericus = litteratus, laicus = illitteratus. Lo sviluppo delle città, di attività economiche e finanziarie, di centri universitari prestigiosi, ha allargato la cerchia degli alfabetizzati, e quindi degli utenti e dei produttori di manoscritti. Restano sempre operosissimi i laboratori conventuali e ne sorgono altri laici: più amanuensi lavorano secondo criteri omogenei, coordinati e diretti da un imprenditore, tanto che spesso è possibile riconoscere per inconfondibili caratteristiche estrinseche la provenienza di un codice da un certo centro scrittorio.
Se invece di limitarsi a copiarlo da un singolo codice, lo si integra, migliora, corregge, utilizzando altri codici, alla fine il committente sarà molto soddisfatto, non altrettanto il filologo che avrà a che fare con i problemi della contaminazione e troverà difficoltà particolari nel risalire al testo originale quale fu voluto dall'autore; a tal fine è di solito più utile un copista che riproduce gli errori del suo modello, che è insomma in tutto e per tutto fedele.
Continuando un uso tipico dei papiri, nei codici medievali l'inizio e la fine di un'opera erano spesso segnalati con parole apposite, rispettivamente incipit ed explicit.
Si sa che oggi ciascuno scrive in modo molto personale, ma non è sempre stato così: nel medioevo gli scriventi di una data epoca in un dato territorio avevano grande omogeneità nelle loro realizzazioni: c'era una norma riconosciuta e rispettata tanto da determinare la scrittura usuale di quell'epoca. La forte presenza di tratti costanti non escludeva però l'evoluzione quando variazioni individuali diventavano progressivamente comuni a tutti gli scriventi, determinando la nascita di un nuovo tipo di scrittura e quindi di una nuova norma.
Lo studio scientifico dei caratteri grafici antichi si chiama paleografia: in filologia italiana è questione di scritture che utilizzano alfabeti di tipo latino. Alla disgregazione dell'impero si accompagnò qualche sfaldamento della scrittura, ma si ritornò con una certa unità alla fine del VIII secolo al restauro della lingua, dell'ortografia e delle forme scrittorie latine, con l'inserimento della nuova minuscola carolina tale scrittura, diffusa nel Sacro Romano Impero, comprendeva una varietà più accurata adatta ai libri ed una varietà usuale impiegata nei documenti: questa opposizione si irrigidì quando la varietà libraria passò da un tratteggio rotondeggiante ad uno spigoloso.
Scrittura dei notai significa, per l'Italia del XIII e XIV secolo, scrittura di protagonisti sia della rinascita umanistica, sia del sorgere di una letteratura scritta in volgare; si capisce dunque che la distinzione tra gotica libraria e minuscola cancelleresca non potesse mantenersi in modo rigido né a livello delle forme scrittorie, né a livello funzionale.
La stampa ha di fatto poi reso sempre meno necessario che si scrivesse a mano secondo modelli regolari ed uniformi, e infine, con l'uso della macchina da scrivere, sono scomparsi anche i resti degli stili calligrafici e si è sviluppato un notevole individualismo grafico.
Per quanto riguarda la filologia italiana, si ha a che fare, nei secoli XIII e XIV, con scritture di tipo gotico, tardogotico, cancelleresco e umanistico; all'interno dello stesso tipo varia poco, in genere, il numero dei tratti usati per fornire ciascuna lettera ("tratteggio"); più sensibili sono le differenze nel ductus; ci sono poi distinzioni geografiche, sociali e funzionali. Non mancano nemmeno le differenze individuali. Esiste poi in genere un'evoluzione personale dalla giovinezza alla vecchiaia.
È possibile dunque ottenere datazioni su base paleografica che sono precise soprattutto se si conosce l'autore della scrittura e se ne possiedono molti autografi sicuramente datati lungo un arco di tempo.
Al limite con problemi paleografici in senso stretto è il fatto, tipico delle scritture volgari, che si utilizza un alfabeto in precedenza adibito a registrare suoni di una lingua diversa, il latino. Il trasferimento provoca incongruenze, innovazioni, variabili da zona a zona.
Viene ristrutturato il sistema tipico delle scritture antiche, il sistema di abbreviazioni in due tipi fondamentali, del troncamento e della contrazione.
In generale, una lineetta dritta orizzontale sovrapposta, il titulus, vale n, m ed anche en, increspata vale r o sillaba con r. Vocali sovrapposte a consonanti indicano per lo più se stesse e la r (quindi con ar, er, ir, or, ur, ra, i are, ri, ro, ru p mo; a, e, i, o sovrapposte a q stanno per ua, ue, ui, uo q ndo; sovrapposte a g stanno per na, ni, no sig re.
Il trattino usato per tagliare le aste di d, l, p, s dà luogo a de, le, per, ser; la p con svolazzo prolungato a sinistra vale pro.
La continuità d'uso di questi ed altri segni abbreviativi non esclude tuttavia qualche incertezza su come procedere al loro scioglimento in rapporto a situazioni linguistiche diverse e ad usi volta a volta predominanti nella scrittura piena.
Particolare attenzione richiedono poi due segni tachigrafici, le cosiddette note tironiane: una è simile a 7 e vale et, l'altra è simile a 9 e vale cum. Se questa equivalenza è automatica in un testo latino, in un testo volgare si può scegliere tra cum e con, et e e: in linea di massima è opportuno adottare la forma che risulta maggioritaria nella scrittura non abbreviata. Resta ad ogni modo impossibile sia fornire regole generali, sia esaurire i singoli casi concreti.
Tra i casi particolari merita un cenno con del nomen sacrum "Gesù Cristo" ihu xpo.
Quanto ai segni interpuntivi nei manoscritti medievali, si tratta di una presenza incostante di cui vanno studiati volta in volta modi, forme e funzioni che sono in genere assai diversi da quelli attuali.
La ricerca nel campo dei manoscritti è agevolata dall'esistenza di numerosi cataloghi.
×1087: Cart., sec XV, mm. 280 200. Carte 100: bianche le cc. 77,78 e l'ultima; le altre contengono circa 48 r. per faccia [...] – Leg. in pelle.
Un'esigenza cui si provvede spesso con mezzi di fortuna è quella di conoscere la bibliografia relativa ad un certo manoscritto, e soprattutto se quel manoscritto contiene opere poco note, mancando edizioni, strumenti bibliografici specifici, studi filologici, ecc., occorre battere varie piste.
Dal manoscritto alla stampa
All'inizio il libro a stampa non ha sostituito il manoscritto, ma gli si è affiancato. Neppure si notano rispetto ai manoscritti sensibili variazioni in percentuale guardando al contenuto. I libri pubblicati entro il 1500 compreso, sono designati col nome di incunaboli.
In Italia la stampa era stata introdotta poco dopo il 1460 e dal 1470 inizia la conquista della letteratura volgare e del suo pubblico. Nella foggia dei caratteri, nel persistente uso di abbreviazioni, nella struttura della pagina ecc., le prime stampe hanno un’impressionante somiglianza con i manoscritti coevi dello stesso genere e ciò dipende dalla necessità di non perdere un pubblico che aveva abitudini e aspettative consolidate. Qualche novità è però resa indispensabile dall'intrinseca natura dei caratteri mobili corsivo aldino (di Aldo Manuzio).
Un momento importante per l'affermarsi del libro in volgare è anche, verso la fine del Quattrocento la produzione di stampe popolari. A partire dall'unità di base, il foglio, si definisce il formato dei libri. Come nei manoscritti, anche nei libri a stampa i fascicoli devono succedersi nel giusto ordine; già per gli incunaboli si usava contraddistinguerli con 23 lettere maiuscole in progressione e, nel caso che il numero dei fascicoli lo richiedesse, si passava ad alcuni segni abbreviativi (Ai, Aii, Aiii, oppure A1, A2, A3, ecc.)
Se almeno in alcune epoche manoscritti e stampe si assomigliano e richiedono analoga attenzione, è però vero che molto differisce il rapporto tra ciascuno dei due tipi di libro e la società: la produzione di manoscritti era di fatto libera perché mal controllabile, invece il potere politico e religioso si accanisce contro la stampa da qui nasce la censura. Al controllo del potere si aggiunge il meccanismo di produzione e del mercato.
Avendo a che fare con stampe antiche è bene ricordare l'esistenza di altri particolari strumenti di lavoro che insegnano a prestare la dovuta attenzione al frontespizio, cioè alla pagina iniziale, e alla "marca tipografica".
Archivi e biblioteche
Gli archivi e le biblioteche sono i luoghi di conservazione delle scritture su carta: l'archivio nasce con l'organizzazione stessa del vivere sociale, raccogliendo il sedimento scritto delle istituzioni pubbliche e private; alla biblioteca spetta invece il libro vero e proprio, contenitore di opere letterarie, scientifiche, giuridiche, ecc. opposizione storica e funzionale alle biblioteche, qualora soprattutto esista una continuità fra le antiche e le moderne, è più legato il lavoro del filologo.
Citazione e siglatura
Basterà ricordare che i manoscritti vengono citati per esteso indicando il luogo dove attualmente si trovano, il fondo particolare della biblioteca cui appartengono, la loro segnatura numerica, alfabetica, mista, ed eventualmente anche le precedenti collocazioni.
Di vere e proprie sigle è necessario servirsi quando, nel corso di studi preparatori e di edizioni, si deve far continuo riferimento a manoscritti e stampe quali testimoni della tradizione. Di fronte a tradizioni ricche di centinaia di testimoni, conviene elaborare sistemi volta a volta adeguati, partendo dal principio che la sigla deve essere breve e non arbitraria, il tutto avendo cura di evitare collisioni con altre sigle, come quelle che si usano ad esempio per distinguere le pagine dello stesso codice.
Premesse linguistiche
La varietà linguistica dei testi
L'italiano è stato, fin dopo l'Unità, una lingua più scritta che parlata: simile quindi ad una lingua morta, e come tale poco sensibile ai fattori del cambiamento. Con buona approssimazione ciò è vero per tutti quei testi nei quali uno sguardo retrospettivo vede il filone linguisticamente "italiano" della nostra letteratura, da Petrarca a Tasso, a Manzoni, a Montale.
Il fatto che molti scrittori adoperino una lingua, la quale, a parte la Toscana e Roma postmedievale, non ha corrispondenza nel loro uso parlato, comporta frequenti casi di adeguamento imperfetto. Ci sono poi anche opere letterarie che rispecchiano, con geografica congruenza, la varietà e diversità delle parlate italiane derivate dal latino.
In seguito, a proposito dell'edizione critica, verrà sottolineata la necessità di rispettare l'usus scribendi e quindi di conoscere a fondo la lingua e lo stile dell'autore di cui ci si occupa e della sua epoca. Ciò pare in filologia italiana di vitale importanza, data la grande quantità non solo di testi interamente dialettali, ma anche di testi mistilingui che richiedono attenzione diversificata.
Grafia e fonetica
Le lettere dell'alfabeto costituiscono una sommaria analisi dei suoni del linguaggio in un numero finito di elementi. Si tratta in buona parte delle conoscenze dell'adattamento ai volgari romanzi del sistema grafico latino, che già non era perfettamente funzionale.
A parte qualche incongruenza dunque, il nostro sistema grafico attuale è abbastanza funzionale: esso è ormai stabile e familiare. Ma nei manoscritti e nelle stampe, fino ancora all'Ottocento, si trovano grafie diverse, variabili a seconda delle epoche, delle regioni, degli ambienti culturali e degli stessi individui. Lette secondo la norma attuale potrebbero indurre in errore e creare perplessità.
Bisogna però talvolta chiedersi se intervenire con modernizzazioni, e introdurre al posto delle vecchie grafie quelle attuali equivalenti dal punto di vista del valore fonetico tale certezza nel rapporto grafia – fonetica non sempre si raggiunge, e allora, nel dubbio, è meglio conservare per non correre il rischio di stravolgere la lingua stessa dell'opera in questione. Qualora poi venga meno la necessità di fornire ad un largo pubblico un testo leggibile senza imbarazzo, sempre conviene ridurre al minimo gli interventi (e particolare cautela occorre nel caso di autografi che documentino un aspetto di cultura di scrittori quali ad esempio Petrarca e Boccaccio).
A lungo ad esempio sono stati usati latinismi grafici, soprattutto nelle parole dotte e nei nomi propri: particolarmente interessante è la storia dell'h che ha nell'ortografia moderna, a partire del Settecento valore distintivo per parole altrimenti omografe (ha, a), o serve nei diagrammi che fanno fronte a carenze dell'alfabeto (aghi). In antico l'uso è stato molto vario e discontinuo, spesso soggettivo, salvo la regola valida nel Due-Trecento di h consentita solo se veramente iniziale non dopo proclitica con elisione.
Guardando ai primi secoli delle scritture in volgare, si trovano spesso impiegati due segni, poi abbandonati, k e ς: il primo occorre soprattutto in posizione iniziale davanti ad a, come in kare, ed ha lo stesso valore fonetico che avrebbe c; altrettanto irrilevante è l'alternanza fra z e ς.
Problemi particolari pone la grafia ti: se pare fuori di dubbio che il tipo conditione valga condizione, gli astratti in -entia, -antia vanno studiati caso per caso allo scopo di stabilire se si tratta di autentiche forme dotte o di un travestimento delle forme popolari in -enza, -anza.
Ben noto è il caso delle grafie u e v ciascuna delle quali poteva avere indifferentemente valore vocalico o consonantico: la spiegazione di questo fatto si ha risalendo alla situazione grafico-fonetica del latino classico, nel cui alfabeto, di forma maiuscola, si aveva un unico segno V, e nella scrittura minuscola corsiva il segno fu arrotondato in u due segni andarono così assumendo il monopolio rispettivamente della posizione iniziale di parola e di quella interna. Solo prima della metà del Seicento comincia ad affermarsi la distinzione grafica tra u vocale e v consonante.
Altre ragioni e altra storia ha l'uso della j, mera variante nella scrittura antica, di i, usata per chiudere sequenze come quella dei numeri romani o in fine di parola, particolarmente per i plurali in -ij.
Accanto a fatti grafici endemici, ne esistono alcuni, soprattutto in antico, molto caratterizzanti dal punto di vista geolinguistico: tale è per esempio il digramma di origine francese ch usato in siciliano per rappresentare il suono corrispondente a quello iniziale dell’italiano.
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