Biografia di Machiavelli
Filologia 28/09/2018 - Reperire le notizie base sulla biografia di Machiavelli. Machiavelli non è un letterato di professione, ma un uomo politico (come Guicciardini). Particolarmente colto, vocazione letteraria legata alla riflessione politica e storica. Poeta e scrittore di teatro sempre d’impronta politica.
Carriera politica e storica di Machiavelli
Fu politico fino al 1512, collaborando con le istituzioni politiche fiorentine (con i Medici fino al 1494). Avevano governato per 60 anni in un governo non istituzionalizzato: le decisioni le prendevano solo la famiglia dei Medici, prima Piero poi Cosimo. Con la discesa di Carlo VIII i Medici vengono cacciati da Firenze e viene messa in atto la Repubblica di Savonarola (frate per un’ortodossia religiosa rifiutata da Roma) rendendo la laica Firenze teocratica.
Dopo il rogo di Savonarola viene messa in atto una repubblica oligarchica con Soderini nel 1498, il potere è sempre più ampio e la Repubblica si trasforma presto in una monarchia nascosta (diventa gonfaloniere a vita, carica cardine dello stato). In questo modo si concentra il potere senza cambiare l’istituzione. Nel 1512, non appoggiato dalle principali potenze (papato incluso), il governo di Soderini crolla (non può sostenere Spagna, Francia).
Vita e opere di Machiavelli
Dopo la sconfitta di Soderini a Prato fugge e tornano i Medici. Dopo una serie di turbolenze, il potere dei Medici viene istituzionalizzato e nasce il Gran Ducato e Cosimo diventa Gran Duca di Toscana (dopo la morte di Machiavelli). Dopo la famiglia si travasa nei Lorena.
Machiavelli fu uomo della Repubblica di Soderini, non aveva ruoli di primissimo piano ma era segretario della cancelleria e si occupava di questioni estere. Quando i Medici tornano “cambia casacca”. Machiavelli fu estromesso dalla politica attiva in quanto non affidabile, poiché si era speso parecchio per Soderini con le sue posizioni repubblicane. Fu neutralizzata una congiura contro i Medici nel 1513 (?), Machiavelli non prese mai parte alla congiura, ma essendo amico di alcuni congiuranti, fu messo in esilio fuori dalle mura della città per poco tempo.
Machiavelli trascorre il resto della sua vita nel tentativo di riaccreditarsi presso i Medici per una nostalgia che non riusciva a compensare fino alla morte nel 1527. Nei 14 anni che intercorrono scrive: rapporti, legazioni di ambasceria fiorentina, lettere di contenuto politico. La fama di Machiavelli è dovuta a quell’esilio che gli permise di ampliare la sua produzione letteraria.
Produzione letteraria in esilio
La sua vita è in analogia con quella di Cicerone: ugualmente uomo politico costretto all’esilio in seguito all’elezione di Cesare dove produrrà la maggior parte delle sue opere. Prima di allora scriveva solo orazioni politiche. Le migliori opere nascono distanti dall’impegno politico quindi. Cicerone non veniva nemmeno ritenuto affidabile dai congiurati e incontrerà la morte proprio per le sue posizioni ambigue.
Nascita del "Principe"
Nella fase nel quale Machiavelli tenta di ingraziarsi i Medici nasce il Principe. Machiavelli è fuori da Firenze. Un suo amico negli anni della Repubblica di Soderini, Francesco Vettori (che riesce sempre a rientrare nei regimi che cambiano grazie alla sua capacità di non esporsi troppo), nasce subito un opuscolo per dimostrare ai Medici la sua buona volontà. Con Machiavelli nasce la politica moderna?
Foscolo dice nei Sepolcri che Machiavelli con un elogio dei potenti smaschera le loro nefandezze (Foscolo coglie questo, ma in realtà non è così). Machiavelli scrive il Principe come opera dell’Umanesimo Cortigiano: non trovandosi più in compartecipazione al potere ma in subalternità rispetto alla monarchia, cerca di ritagliarsi un posto. Ariosto è molto più pesante di Machiavelli: il vero intento di Machiavelli è quello di ingraziarsi i Medici.
Lettere e riflessioni di Machiavelli
Date sicure ci confermano dati importanti. 10 Dicembre 1513: Machiavelli scrive una lettera a Francesco Vettori. Nella lettera descrive come trascorre la giornata in esilio: “a fine giornata mi ritorno in casa e vado nel mio scrittoio, mi svesto della veste di fango e loto (non ha fatto cose alla sua altezza, tipo giocare a dadi, vuole sottolineare l’ingiustizia della sua condizione) e metto panni curiali e rivestito decentemente entra nella corte degli antichi uomini dove da loro ricevuto amorevolmente mi pasco di quel cibo (letture degli scrittori dell’antichità: Ovidio, Tibullo ed altri poeti minori nella sua logica). Io non mi vergogno di parlare con loro (forse ha in testa un passo del De Brevitate vitae di Seneca dove si dice che attraverso i libri si può conversare con gli autori). Non sento alcuna noia, né povertà, tutto mi trasferisco in loro (4 ore di studio che rappresentano il culmine della sua giornata).”
I tre momenti sono quello della lettura, della comprensione della lettura e della scrittura. “Non fa scienza se lo ritener aver inteso (riprende Dante, bisogna fare proprio nella memoria quello che si legge)”. “Ho scritto quindi il libro De Principatibus (titolo che viene riportato nei manoscritti, l’usare anche titoletti in latino è segno del riconoscimento della superiorità del latino rispetto al volgare. Non scrive interamente in latino perché non facendo più politica e non avendo più esercizio e padronanza del latino preferisce andare sul sicuro). Dove cerco di approfondire i pensieri degli antichi, discorrendo dei principati cosa sono, di quali specie sono come si acquistano, come si mantengono e come si perdono (il Principe non dice in realtà quello che Machiavelli premette: non dice in che cosa consiste il principato diversamente dalla Repubblica. Si passa direttamente alla classificazione delle specie di principato, forse la lettera è una forma provvisoria, probabilmente per un uomo pragmatico come Machiavelli la parte teorica era la più difficile da trattare, forse non voleva parlare della Repubblica poiché avrebbe infastidito i Medici, l’indice è quello provvisorio di un opuscolo provvisorio). Se vi è mai piaciuta qualcuna delle mie sciocchezze, il Principe non dovrebbe dispiacergli e dovrebbe piacere a te ma soprattutto a un principe nuovo (uno che ha appena preso il potere, si sofferma molto nell’opuscolo sui principi nuovi e sul mantenimento del potere), per questo lo indirizzo a Giuliano de Medici (la seconda dedica è a Lorenzo, fratello di Giuliano, non il Magnifico, da contestualmente come destinatario Vettori e Giuliano per capire se avrà la possibilità di farlo arrivare a casa Medici, in realtà alla fine arriverà solo al secondo dedicatario Lorenzo). Casavecchia (amico in comune di Vettori e Machiavelli) l’ha visto (in questo momento Machiavelli non lo sta davvero mandando a Vettori, dicendo prima di chiedere a Casavecchia il parere sul Principe e poi mandarglielo concretamente per far sì che Vettori metta buona parola con i Medici) nonostante io il libro lo stia ancora ingrassando e ripulendo (lavoro di lima su un’opera compiuta, il problema che l’opera non è compiuta perché dice che la vuole ancora ampliare, vuol dire che nel 1513 la sta ancora scrivendo, probabilmente con tutti i contenuti non citati nell’indice. I tre momenti di elaborazione fanno comprendere abbozzi frammentari dell’opera, forse l’abbozzo sulla definizione del principato non era prudente).”
Non abbiamo del Principe tracce di fasi redazionali diverse (come invece accade per il Canzoniere di Petrarca). Cap 1: Quante siano le specie del principato e in che modo il principato si acquistano. Per l’esposizione sintetica ricorda il “De coniurationae Catilinae” di Sallustio. Il libro inizia in medias res, come se fosse rimasto sotto forma di appunto, non classificabile come inizio dell’opera.
Non essendo Machiavelli letterato di professione il tempo di stesura dell’opera è nettamente inferiore (non parliamo di 30 anni come per Boccaccio). Dal 1513 fino probabilmente al 1516 (non ci sono tracce di fatti storici successivi al 16 nella scrittura del Principe, anche se comunque Machiavelli non era tenuto a citare i fatti a lui contemporanei). Il termine conclusivo da fissare è però il 1520 perché sappiamo con certezza che un amico di Machiavelli, Biagio Buonaccorsi, collega nella cancelleria soderiniana, trascrive in un libricino dei suoi ricordi personali dice che in 3 manoscritti diversi ha trascritto per 3 volte il De Principatibus del suo amico Machiavelli su commissione a pagamento. Ci troviamo nell’epoca della stampa (inventata a metà 1400 e in Italia arriva presto nel 1460).
Gli umanisti di prima generazione ebbero rifiuto per la stampa, tranne pochi come Leon Battista Alberti, Erasmo da Rotterdam. Alla diffusione del Principe Machiavelli si rifiuta di diffonderlo a stampa: non abbiamo il manoscritto autografo del Principe e nemmeno l’edizione in vita a stampa, perché non era interessato alla diffusione pubblica, l’unico lettore che vuole è Lorenzo de Medici. Il libro però facendolo leggere a Vettori, Casavecchia, Lorenzo, il libro circola e viene conosciuto. Il desiderio di conoscere il libro di Machiavelli risalgono quindi al 1520 (quindi la produzione non supera i 7 anni). Ovviamente Buonaccorsi lo avrà trascritto dal manoscritto autografo di Machiavelli, anche se non più ritrovato. Una copia è richiesta dal vescovo di Firenze monsignor Gaddi, in stretto contatto con i Medici sia di Firenze che di Roma (i Medici sono al massimo del loro splendore e governa sia Firenze che Roma per i 2 papi Medici: Leone X e Clemente VII). Noi abbiamo 23 copie manoscritte del Principe. Ad un certo punto il libro va in stampa e si interromperanno le trascrizioni.
Circolazione e stampa del "Principe"
Di queste copie se ne possono considerare soltanto 12 perché le rimanenti sarebbero dei codici descripti (copie delle copie già esistenti e non dicono nulla di più da quel che si sa dei loro modelli). Di questi 12 manoscritti, 3 potrebbero essere (ma nessun dato sui manoscritti lo dice) quelli di Buonaccorsi copiati nel 20 (non si sa), ma essendo la grafia di Buonaccorsi nota e non corrispondente a quella sui manoscritti, il blocco di copie è stato perduto (ricordiamoci che il Principe è stato anche censurato).
Di queste 12 copie ce ne sono alcune risalenti al periodo nel quale Machiavelli è vivo (muore nel 1527)? Forse una: non abbiamo elementi che consentono di datare il manoscritto con sicurezza. I primi libri a stampa possono essere sprovvisti della data di impressione. Il libro manoscritto è un oggetto privato, non pubblico. Il copista è libero di esplicitare la data, il suo nome o meno, pochissimi ai tempi lo fanno. L’unico approssimativamente databile è conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana (biblioteca privata del Papa) appartenente a un fondo (raggruppamenti per tipologia es. lettera U: libri umanistici).
Nelle biblioteche storiche i fondi prendono nomi da personaggi illustri (es. la famiglia Barberini ha lasciato l’immensa Biblioteca aggiungendola a quella del Papa lasciando il fondo Barberini). Il manoscritto in questione non è firmato né datato, ma la grafia è riconosciuta come quella degli altri manoscritti del 1520, del copista raffinato che lavorava per il Papa, lo spagnolo Genesio de la Barrera. Ha lavorato a Roma tra il 21 e il 23, è sicuramente suo seppure meno raffinato rispetto agli altri. Il copista lavorerà anche nel 25 ed dopo la morte di Machiavelli, quindi non abbiamo la sicurezza assoluta che risalga a quella data (Martelli ha osservato che le meno decorazioni e il meno lusso potrebbe riportarci agli ultimi anni di lavoro di Genesio a Roma).
Il dato giova per capire se nel 21-23 il manoscritto del Principe ha una circolazione non fiorentina o questa circolazione deve essere spostata più avanti. Uno dei manoscritti di Buonaccorsi del 20 era per il signor Gabbi di Firenze (potrebbe essersela portata a Roma e lì ha iniziato la circolazione lì). Altro elemento che rafforza la questione: Il Principe di Machiavelli fu plagiato da un umanista di quell’epoca ovvero Agostino Nifo, un poligrafo ben introdotto in alcune corti importanti (quella pontificia e quella dell’Imperatore Carlo V), era un erudito cialtronesco che non ha mai scritto nulla di realmente originale. All’epoca il confine tra riscrittura e plagio era molto labile poiché la cultura si fondava sull’imitazione (un autore umanistico-rinascimentale non dice mai qualcosa di veramente nuovo).
Nifo prende l’opera di Machiavelli e la traduce in latino in un’opera chiamata “De regnandi peritia- L’arte del governo” la pubblica a Napoli a Stampa nel 1523, molte delle sue opere quindi sono riusi. “De rege et tiramno- Sul re e sul tiranno” e riprende delle idee dallo Ierone di Senofonte senza citarle esplicitamente. Copia un’umanista del 400, Poggio Bracciolini, prende intere pagine intervallate da altri pensieri, tutto si confonde e le manda a stampa. Nifo si procura il Principe di Machiavelli all’inizio del 1522 (?), non la traduce e scrive un suo trattato diviso in capitoli inserendo molti capitoli del Principe (operazione più raffinata rispetto alle sue copie da umanisti), nel passaggio in latino la presenza di Machiavelli nello scritto si confonde ulteriormente.
Più di un secolo fa, un professore napoletano, Francesco Fiorentino, fu il primo ad accorgersi del plagio di Nifo. Nifo gravita principalmente intorno alla corte romana. La copia perché era un’opera presentata in una forma tale (appunti organizzati, riservati ad amici e conoscenti e indirizzata a Lorenzo dei Medici) da non destar sospetti, Nifo dedica l’opera all’Imperatore Carlo V. Genesio ha lavorato a Roma negli stessi anni di Nifo e quindi i conti tornano (perché l’interesse romano già c’era). Martelli crede che sia dopo la morte quanto Clemente VII iniziò la diffusione delle opere di Machiavelli.
Edizioni critiche del "Principe"
1/10/2018 - Giorgio Inglese: ha curato la prima edizione critica moderna 1944 del Principe. Testo mai messo in discussione.
Mario Martelli: nel 2006 cura un’altra edizione affiancando una studiosa.
Francesco Bausi: si è occupato della tradizione di Machiavelli, non ha pubblicato un’edizione del Principe diversamente dagli altri due ma ha studiato la stessa tradizione e ha pubblicato l’edizione critica dei discorsi di Machiavelli. Bausi ha riveduto che a parte il caso Genesio, altri manoscritti fatti durante la vita di Machiavelli è l’unico. Bausi pensa siano sopravvissuti i 3 manoscritti di Buonaccorsi situati in 3 biblioteche di Firenze. La grafia di 3 di 12 manoscritti non è identica a quella di Buonaccorsi perciò dovrebbero risalire al 1520 quando Machiavelli è vivo?
Il dedicatario del "Principe"
1516: data in cui cambia il dedicatario del Principe da Giuliano (già ammalato, sostituito dal fratello) a Lorenzo. La certezza è del 20 perché c’è certezza che Buonaccorsi copia il Principe.
Com’era il Principe in partenza e come c’è arrivato? La scrittura è stata graduale e disordinata. Com’è possibile che un testo scritto per gradi si presenti in maniera monolitica? Un’idea la suggerisce Bausi, ipotizzando che il Principe dedicato a Giuliano dei Medici potrebbe non essere mai esistito né mai consegnato: si fonda sull’interpretazione di un sonetto scritto da Machiavelli “Il sonetto dei torvi”.
In questo sonetto, strutturato in 2 quartine, terzine e una coda (sonetto caudato, su modello del Canzoniere di Burchiello o Luigi Pulci per invertire il modello aulico). La caduta soderiniana, il ritorno dei Medici, la congiura: l’unico che si fida di lui è Giuliano. “Io vi mando Giuliano alquanti torvi (uccelli cacciati) non perché sia un gran bel dono, ma perché Giuliano si ricordi del povero Machiavelli e se avete intorno qualcuno che morda (malevolo nei confronti di Machiavelli) lo possiate sfamare con i torvi così dimenticandosi di parlar male degli altri.
Giuliano risponde ipoteticamente che i torvi non sono buoni né grassi e quelli che mordono non lo mangeranno e Machiavelli risponderebbe che anche lui è magro come i torvi e nonostante questo mi accusano. Vostra magnificenza, lasci perdere le apparenze e guardi le cose dal vivo”. Questo è da sempre considerato un sonetto di dedica, un studioso tedesco Jaeckel crede che questo sia una scherzosa accompagnatoria del Principe, ma non è un’ipotesi convincente: Machiavelli in una lettera al Vettori fa riferimento alla caccia che occupava una parte del suo quotidiano, ma Machiavelli non direbbe cose del genere senza una metafora sui torvi.
I casi che cita sono casi che chi manda la selvaggina catturata la accompagna da un biglietto, non con un sonetto, quindi perché Machiavelli doveva scrivere un sonetto così metaforico e raffinato per dei torvi? Inoltre non è pensabile datare il sonetto all’autunno del 14 perché solo in autunno la caccia ai torvi è aperta. I torvi non grassi indicano invece la volontà di tornare nelle sue grazie attraverso la sua opera.
L’idea del cibo è una metafora usuale, anche a Vettori scrive “il cibo che solum è mio” il cibo è indiscutibilmente l’opera letteraria. Machiavelli sa che l’opera non è ingrassata e ciò non metterà a tacere i maldicenti, la sua magrezza indica l’impossibilità di fare di più il fatto che lui sia magro non impedisce a quelli che parlano male di morderlo (sempre metafore, si riferisce all’esilio e nonostante ciò gli fanno male anche se è “magro” indifeso), allora invita a Giuliano di lasciare l’opinione (cessare di credere alle cose negative che gli vengono dette) supplica di farlo rientrare a Firenze e di rendersi conto alle cose che può fare per lui.
Il sonetto potrebbe essere stato consegnato nella primavera del 14 (a Dicembre del 13 scrive a Vettori, quindi prima sarebbe troppo presto) anche perché dopo la primavera del 14 la figura di Giuliano diventa marginalizzata per la scelta del capo della corte.
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