Gianfranco Contini e la critica letteraria
Gianfranco Contini è stato, fin dalla sua giovane età, un attentissimo lettore di ciò che veniva prodotto dalla letteratura a lui contemporanea. Dopo l’uscita di Ossi di Seppia scrive un articolo con una sua interpretazione arrivando a prefigurare dei probabili sviluppi di questa poesia. Nasce una grande amicizia. È stato uno dei primi ad accorgersi di Carlo Emilio Gadda (Il castello di Udine). È stato artefice della scoperta di Pier Paolo Pasolini come poeta, il quale scrisse come prima raccolta di poesie Poesie a Casarsa (1942, in friulano) – prontamente recensite da Contini che percepisce la grandezza di questo nuovo personaggio.
La critica delle varianti
Contini ha rifondato la critica delle varianti – un indirizzo critico il quale ha una storia piuttosto lunga. Se di un testo (prosa o versi) letterario non ci è giunta solo l'ultima versione ma ci sono giunte documentazioni relative anche a fasi anteriori, confrontando l'ultima con le precedenti si può ricostruire il lavoro dello scrittore esaminando le varianti e le modificazioni apportate. Rifondata nel 1900 da Contini. Saggi fondamentali a tale fine: "Come lavorava l'Ariosto" 1937 – esce in un periodico "Il Meridiano di Roma", nata come recensione-illustrazione di frammenti autografi dell'Orlando Furioso (Santorre Debenedetti).
Esistono 3 redazioni dell'Orlando Furioso (redazione ≠ edizione): Ferrara (1516), con cambiamenti formali e linguistici, Ariosto cerca di rendere meno settentrionale il suo volgare (1521); terza e definitiva redazione del Furioso al quale vengono aggiunti dei nuovi campi, si conclude la "toscanizzazione" ma vengono aggiunti dei nuovi episodi (1532). Dalle carte si può capire come Ariosto lavorava. Contini individua alcune delle più importanti modalità con cui Ariosto è intervenuto a correggere queste nuove parti che aveva composto in vista dell'ultima redazione.
Nel 1943, con un articolo "Saggio di un commento alle correzioni del Petrarca volgare", viene pubblicato. In questo caso lo stimolo per la composizione di questo saggio fu la realizzazione di una edizione fotografica del manoscritto importante vale a dire tradizionalmente il codice degli abbozzi.
Vaticano Latino 3196 – venti solo carte tutte autografe di Petrarca relative a una parte di alcuni componimenti per alcuni dei quali troviamo i primissimi abbozzi che poi vengono portati a termine da Petrarca. Hanno costituito oggetto di studio, venerazione, culto nel 500 di Petrarca e riconducibile alla sua persona. Individua le principali modalità di correzione dei testi di Petrarca.
Mostra come Petrarca fosse consapevole del rischio che correva a ricorrere a degli aggettivi troppo frequentemente. Nel 1946 dedicato a Leopardi, "Implicazioni leopardiane", in questo caso Contini risponde a un articolo che aveva scritto Giuseppe De Robertis (critico letterario e docente all'Unifi) nel quale aveva analizzato le varianti di "A Silvia" e si era limitato nella sua analisi a prendere in considerazione solo le varianti di tale canto.
Contini mostra invece la necessità di valutare le varianti leopardiane non solo canto per canto ma all'interno di tutto il sistema dei canti perché in questo articolo sottolinea la necessità di vedere se le singole varianti ricavabili possono poi costituire un sistema di varianti cioè una serie di interventi dove sia riconoscibili una direzione elaborativa/linea correttoria. Operare una valutazione strutturale.
Di che cosa si occupa la filologia?
Tale disciplina ha innanzitutto il compito di accertare l'autenticità, la genuinità e la correttezza dei testi letterari (e non), composti nei volgari italiani, giunti fino a noi da un passato più o meno lontano. Come avverte Aurelio Roncaglia, nella premessa Principi e applicazioni di critica testuale, "dovunque s'abbia a che fare con documenti del passato, là sorge il problema, preliminare ad ogni altro, d'assicurarsi non solo dell'autenticità del documento nel suo complesso, ma della sua genuinità e correttezza in ogni particolare di sostanza e di forma".
Per raggiungere questo scopo bisogna indagare i modi in cui nel corso dei secoli sono stati trasmessi e tramandati i testi scritti. Sulla filologia in generale continuano a gravare dei pregiudizi: secondo alcuni si tratterebbe di una disciplina arida, addirittura senz'anima, e polverosa come le biblioteche e gli archivi che i filologi sono abituati a frequentare, secondo altri è inutile e profondamente noiosa.
- "Filologia, lavoro pulito. Come quello del radiologo in medicina. Capire questo a diciotto, vent'anni può salvare. Un omaggio a Rimbaud, dall'estetismo inconsapevole e da varie altre forme di vaghezza". (V. Sereni, in V.Gli immediati dintorni primi e secondi, Sereni, il Saggiatore, Milano 1983, p. 48)
- "Occorre infatti ammettere francamente che la filologia consiste, per così dire, di prestiti da diverse scienze, ed è composta come una pozione magica dal miscuglio dei succhi, dei metalli e delle ossa più disparati". (F. Nietzsche, Omero e la filologia classica. Una conferenza [28 maggio 1869], in F. Nietzsche, Appunti filosofici Omero e la filologia classica, 1867-1869. a cura di G. Campioni e F. Gerratana, Adelphi Edizioni, Milano 1993, p.219)
- "Ogni testo è la voce di un mondo lontano che noi cerchiamo di ricostruire. Un gran numero di discipline sono interessate a questa ricostruzione: poetica e metrica, etnografia e storia della cultura, sociologia e storia delle istituzioni, ecc. Queste discipline sono sempre state usate per interrogare, e illuminare, i testi". (C. Segre, Semiotica filologica. Testo e modelli culturali, Einaudi, Torino 1979, p. 7)
La definizione di Sereni pone l'accento sulla concretezza della disciplina, chiamata ad analizzare e interpretare con rigore dati reali e, proprio per questo, efficace antidoto nei confronti di un approccio ingenuo o impressionistico ai testi.
Le definizioni di Nietzsche e di Segre sottolineano la natura necessariamente ed istituzionalmente composita della filologia che, per essere correttamente praticata, richiede la collaborazione e l'intervento di un ampio ventaglio di discipline.
Contini e la metodologia filologica
Come ha osservato Aurelio Roncaglia, sottolineando con forza l'utilità e la necessità di ricorrere ad esempi ed esperienze di concreti casi filologici per introdurre in modo attivo gli studenti a questa disciplina, "per chi deve viaggiare, è utile un orario ferroviario; ma non s'impara a viaggiare senza mai prendere un treno. La medicina richiede lo studio dell'anatomia, della fisiologia e della patologia; ma a fare un buon medico è poi indispensabile un'esperienza, la più larga possibile, di casi clinici concreti".
Anche in filologia, come in medicina, ogni caso può costituire un problema specifico, proprio di quel caso. Per questo al lavoro del filologo ben si può riferire il motto frequenter ('distingui spesso'). La critica testuale consiste nel tentativo di ricostruire e restituire, secondo una complessa e rigorosa serie di procedimenti, il testo originale di opere più o meno lontane da noi.
Il libro e i materiali scrittori
Le parole libro e volume, oggi quasi sinonime, presentano evoluzioni semantiche differenti in quanto hanno origine diversa.
- "Liber" : era il sottile strato ligneo sotto la corteccia di certi alberi che, in tempi remoti, aveva fornito superfici adatte alla scrittura.
- "Volumen" : designava il rotolo di papiro avvolto mantenendo all'interno la parte scritta e quindi protetta.
Col diffondersi della pergamena si passò dal I secolo d.C al concetto di libro nel senso moderno con i suoi evidenti vantaggi: maneggevolezza, rapporto spazio utile e ingombro. Codex: "tronco d'albero" – designava le tavolette e poi per metonimia libro, nel linguaggio filologico come sinonimo di libro antico manoscritto, nella fattispecie medievale. Le tavolette cerate si sono continuate a usare nel tardo medioevo in particolare in Francia anche oltre il XV secolo.
In filologia italiana si ha a che fare con manoscritti di pergamena e di carta.
- Pergamena: secondo una tradizione non totalmente attendibile deriva il nome dalla città di Pergamo in Asia Minore dove già nel II secolo a.C si sarebbe fronteggiata la mancanza di papiro ricorrendo alla pelle di animali come pecore. Grazie alla sua robustezza è in grado di sopportare abrasioni e lavaggi. Ciò ne consentono il riuso dando luogo al cosiddetto palinsesto (in greco raschiato di nuovo). Gli studiosi con varie tecniche si sforzano di arrivare a leggere la scrittura originaria.
- Carta (Charta): genericamente la superficie sottile per la quale si scriveva a prescindere dalla natura del materiale. Proveniva dalla Cina e arrivata in Italia nel dodicesimo secolo grazie ai mercanti spagnoli. Inizialmente non ottenne successo a causa dei pregiudizi religiosi e la fragilità. A Fabriano sorgono i primi e più attivi centri di produzione. La carta risulta molto conveniente e l'uso della pergamena venne ristretto a libri di particolare solennità o a stampe (34 sulla bibbia di Gutenberg).
L'allestimento del manoscritto
Alla fine del medioevo si usava la penna di volative ( L'allestimento del manoscritto – Punto di partenza: fogli pergamenacei/cartacei, di forma principale rettangolare, di uguale misura. Vengono piegati a metà e inseriti l'uno nell'altro formando fascicoli di varia consistenza che prendono un nome diverso a seconda dei fogli piegati (duerno, ternione, quaternione ecc.). Libro: risultato unione di più fascicoli. Un codice è composto principalmente completamente di carta o di pergamena (cart./membr.). Le dimensioni del manoscritto chiuso misurate in millimetri o in centimetri, altezza per larghezza, segnalando eventuali irregolarità. Venivano numerate le carte e non le pagine (es. quaranta carte, ottanta pagine attuali). Si distingueva il recto dal verso (r/v) a seconda del se presenta a sinistra il verso di una carta e a destra il recto di quella seguente. Lo spazio di scrittura entro il quale doveva essere contenuta la scrittura veniva spesso delimitato e rigato a secco o con una punta di piombo, più raramente con inchiostro diluito. Anche i singoli fascicoli si dovevano mantenere nella sequenza esatta e a tal fine gli amanuensi scrivevano sul verso dell'ultima carta la parola iniziale del fascicolo successivo così da tenere l'ordine e ripristinato in caso di accidentali spostamenti. Oltre ad esso ogni fascicolo veniva indicato con una lettera dell'alfabeto. Sono avvenute perdite o alterazioni dei fascicoli: La paleografia (Armando Petrucci, massimo paleografo italiano) "è la disciplina che studia la storia della scrittura e in particolare della scrittura a mano nelle sue differenti fasi, le tecniche adoperate per scrivere nei diversi periodi, il processo di produzione di testimonianze scritte e infine i prodotti stessi di questo processo, siano essi costituiti da libri o da iscrizioni, da documenti o da scritti di natura individuale e privata nel loro aspetto grafico". La paleografia che interessa al filologo italiano è la paleografia latina, ovvero che si occupa della storia della scrittura latina. Per "scrittura latina" si intende la scrittura alfabetica fondata sull'alfabeto latino, "che noi ancora oggi adoperiamo, indipendentemente dalla lingua di cui essa è stata o è di volta in volta espressione grafica: perciò la paleografia latina si occupa anche di testi in volgare italiano o francese, o in antico tedesco o in anglosassone, purché scritti materialmente in alfabeto latino" (Petrucci). Le conoscenze paleografiche aiutano a localizzare e a datare un manoscritto privo di indicazioni. La codicologia è la disciplina che studia la tecnica di allestimento, la struttura, la rilegatura del libro manoscritto, che viene analizzato e indagato nelle sue specifiche caratteristiche materiali. Tale neologismo fu coniato da Samaran a proposito dell'insieme di tutte le conoscenze e attività di ricerca legate al manoscritto ma ormai vale l'accezione più ristretta. La bibliografia testuale si occupa del libro a stampa come oggetto materiale, studiando di esso le modalità di produzione e di realizzazione nelle antiche tipografie (processi di stampa, tipologia dei caratteri tipografici, fascicolatura). Si è sviluppata quaranta anni fa soprattutto nei paesi anglosassoni e in Gran Bretagna. Archivi e biblioteche sono i luoghi di conservazione delle scritture su carta. I manoscritti vengono citati per esteso indicando il luogo dove attualmente si trovano, il fondo particolare della biblioteca a cui appartengono, la loro segnatura numerica o alfabetica o mista, ed eventualmente anche precedenti collocazioni. Le scritture antiche: scriba/amanuense, copista che scrive è detto, si parla di nel caso di un riferimento specifico alla trascrizione da un manoscritto a un altro. Giovanni Boccaccio si fa copista delle opere di Dante tra le quali anche la Vita Nova. Ritenuto il fondatore del culto dantesco della tradizione letteraria italiana. Si deve a lui la fondazione della forma di conoscenza e diffusione della Commedia – le letture pubbliche della Commedia. Copisti per passione anonimi: trascrivono per loro personale interesse le cento novelle del Decamerone. Molti manoscritti ci trasmettono il Decamerone, la maggioranza sono scritti in mercantesca. Quando si parla di scritture antiche, è indispensabile tener presente che nel Medioevo la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta. Occorre essere consapevoli che solo una ristrettissima minoranza era in grado di leggere e di scrivere. Tra il XIII e XIV secolo cominciano ad essere scritti una quantità abbastanza sostanziosa di testi volgari. Lo sviluppo delle città, di attività economico-finanziarie, di centri universitari ha allargato la cerchia degli alfabetizzati. Per diminuire i tempi di produzione, si potevano adottare varie tecniche: Questa cura per il prodotto finito alcune volte porta un copista a modificare un codice integrandolo, migliorandolo e correggendolo. Tale operazione non giova il lavoro del filologo perché a causa di essa troverà vari ostacoli nel tentativo di risalire al testo originale voluto dall'autore ("contaminazione"). Nei codici medievali l'inizio e la fine erano spesso segnalati con parole quali incipit ed explicit (o equivalenti latini/volgari). L'amanuense talvolta aggiungeva anche colofone, dichiarazioni dell'autografia o frasi beneauguranti, lamentele (Benedettini di Le Bouveret). Il finale resta nei libri a stampa dei primi tempi ma poi scompare. Per quanto riguarda la grafia, durante il Medioevo e almeno fino all'inizio dell'Età Moderna i margini dell'individualismo grafico erano ristretti. Vi era una norma riconosciuta e rispettata al punto da determinare la scrittura usuale di quell'epoca. La forte presenza di tratti costanti non escludeva l'evoluzione fino ad arrivare al giorno d'oggi. Adesso infatti ogni scrivente presenta una grafia molto personale, ma, come rileva Alfredo Stussi, "coloro che in un dato periodo e in un dato territorio erano capaci di scrivere lo facevano con notevole omogeneità, favorita certo dal loro esiguo numero". Il filologo italiano si può trovare alle prese (sec. XIII-XVI) con manoscritti realizzati in scritture di tipo gotico, cancelleresco, mercantesco, umanistico. Tutte hanno caratteristiche comuni con le quali si differenziano dal modo di scrivere contemporaneo. La minuscola cancelleresca italiana fu innanzitutto impiegata nelle cancellerie, va ricordato che questa fu soprattutto "la scrittura dell'uso, della pratica documentaria notarile, di un certo tipo di produzione libraria" (Petrucci). La fase della massima espansione della minuscola cancelleresca fu il XIV secolo. Diventò "la scrittura per eccellenza di quei testi che non appartenevano né alla cultura ecclesiastica, né a quella universitaria (che si servivano della gotica), cioè di quei testi in volgare costituiti da volgarizzamenti, operette ascetiche e devozionali, raccolte di proverbi e di prediche, ricettari, bestiari, cronache cittadine, componimenti poetici" (Petrucci). Fu la scrittura usualmente impiegata da Francesco Petrarca e da Giovanni Boccaccio e con la quale sono stati copiati e trasmessi, tra la fine del XIII secolo e il XIV secolo, i più antichi testi letterari italiani. Riproduzione (trascrizione diplomatica) di una carta del Codice Chigiano L. VIII, 305 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Eseguito a Firenze intorno alla metà del Trecento, molto importante dal punto di vista filologico.
Paleografia, codicologia e bibliografia testuale
Bibliografia testuale
Archivi e biblioteche
Citazione e siglatura
La diffusione della scrittura
Scritture antiche e moderne
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